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Cialdini su LinkedIn: intervista ad Ale Agostini

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Parlando di “personal social selling”, usare LinkedIn per trovare clienti, e di principi di vendita, va da sé il nome obbligatorio da citare è quello di Cialdini (uno dei 10+ libri che mi hanno cambiato la vita). Robert Cialdini, psicologo e docente di marketing americano, è diventato famoso in tutto il mondo per aver teorizzato i principi della persuasione. Che sono sei. Come declinarli in ottica Linkedin e “personal social selling”, ce lo spiega Ale Agostini (visita il suo sito) nel suo “Fai carriera con LinkedIn” (Hoepli).

  1. Reciprocità. Se regali qualcosa a qualcuno, si sentirà in obbligo. Su LinkedIn, se segnali qualcuno o confermi le sue competenze, sarà portato a fare altrettanto.
  2. Scarsità. C’è una legge di mercato immutabile: se un bene è scarso, vale di più. Ecco perché Amazon ti segnala che ci sono pochi esemplari di un prodotto, per invogliarti ad accaparrartelo. Per non dire di Booking, che ti dice quante persone stanno guardando la stessa camera di hotel, in tempo reale. Su LinkedIn potresti invitare un tuo follower a entrare in un circolo esclusivo, in un gruppo segreto e così via.
  3. Autorità. Tutti subiamo il fascino della divista, no? In che senso si può declinare l’autorità nel mondo social? Basti pensare agli influencer. Senza arrivare a tanto (tanto?) puoi renderti autorevole così: grazie ai contenuti, ai post che pubblichi grazie agli aggiornamenti di stato o, meglio, grazie agli articoli (ex Pulse).
  4. Coerenza. Disagio ad abbandonare qualcosa a metà. Se ti impegni, sei spinto a completare il compito. Su LinkedIn devi attivare un ingaggio: fai scaricare delle slide da Slideshare (proprietà di LinkedIn) e poi contatta la persona che ha mostrato interesse per il tuo lavoro.
  5. Piacere. Influenzi qualcuno se gli piaci, se si sente simile a te. Su LinkedIn puoi enfatizzare le attività che possono piacere, eventualmente anche prese di posizione nette che disturberanno qualcuno ma piaceranno a qualcun altro (non si può, anzi non si deve piacere a tutti: questa frase pare sia di Franca Sozzani, direttrice di Vogue).
  6. Consenso sociale. Perché gli spot televisivi ti dicono che nove dentisti su 10 raccomandano quel dentifricio? Perché i siti Web sottolineano il fatto che già tot persone li seguono sui social, mettendo in evidenza anche i volti dei tuoi amici? Perché siamo delle bestie (chi più, chi meno): scherzi a parte, siamo “animali sociali” che si sentono a proprio agio in branco e in pericolo da soli. Ecco perché funziona TripAdvisor, nonostante tutti sappiano che molte recensioni sono false o fatte da persone cui non rivolgeremmo la parola nemmeno per sbaglio, figuriamoci se ci dessero dei consigli. Ecco perché, tra parentesi, devi avere tante segnalazioni e conferme di competenze.

Per approfondire il tema del social selling e della persuasione online, ho contattato proprio Ale Agostini. Gli ho fatto tre domande, ecco le sue risposte.

Il social selling su LinkedIn è spesso frainteso. Ogni settimana mi contatta un assicuratore che, un minuto dopo aver ricevuto il mio benestare al collegamento, cerca di piazzarmi una polizza. È questa la vendita su LinkedIn?

Quello che descrivi tu è la trasposizione del telemarketing su un altro medium più nuovo: LinkedIn. L’assicuratore che usa queste tecniche di vendita stile anni Ottanta è meglio che stia fuori da LinkedIn. In ogni caso questa tipologia di approccio di vendita ha i giorni contati.

Uno dei limiti dei social è probabilmente anche il suo maggior punto di forza: uno strumento così versatile è anche fraintendibile? Come conciliare la necessità di fare networking con quella di trovare contatti “buoni” per vendere o vendersi, tra il personal branding e il content marketing per l’azienda?

A mio parere occorre partire dalla costruzione di relazioni con persone professionalmente interessanti. Questo prende un po’ di tempo; non ci sono soluzioni di marketing automation che portano risultati nel brevissimo termine. E forzare troppo nella vendita uccide l’opportunità di creare relazioni di valore.

Terza e ultima domanda (la più interessante, credo): come trovi tu clienti con LinkedIn?

L’azienda di cui sono partner, la Bruce Clay, si occupa di fornire servizi di posizionamento su Google, Web Analytics e social media marketing; la scelta di un fornitore specializzato in questi ambiti molto competitivi si costruisce nel tempo. Inoltre i miei servizi, altamente specializzati, sono solo per poche grandi realtà quindi nella mia scala di priorità uso LinkedIn come personal branding legato alle attività professionali che faccio.

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LinkedIn per neolaureati: intervista a Diego Francesco Paternò

Ho conosciuto Diego Francesco Paternò (esperto di social, Google partner e fondatore dell’agenzia bolognese Bewable) grazie a un articolo che scrisse qualche tempo fa. Parlava di come un neolaureato può usare proficuamente LinkedIn pur non avendo uno storico lavorativo. In questa intervista approfondiamo il tema con tre domande.

 

  1. Come fanno, secondo te, i neolaureati ad apparire autorevoli su LinkedIn per farsi notare dai selezionatori?

 

I neolaureati, e i nuovi utenti in generale, devono avere in primis un profilo completo, con foto adeguata e senza titoli altisonanti, se non li posseggono veramente. Da neolaureati non avranno un profilo ricco di contenuti ma ciò non toglie che possano compilare il riepilogo, le loro esperienze rilevanti, il percorso accademico, eventuali certificazioni e progetti. Oltre al semplice aggiornamento di stato, la partecipazione all’interno di gruppi di settore è il secondo passo da seguire per entrare in un nuovo settore, per farsi conoscere e approfondire le tematiche. Possono partecipare con condivisioni di contenuti esterni, con materiale proprio, con commenti.

 

  1. Quali sono le dritte che puoi dare a uno studente che si affaccia nel mondo del lavoro per costruire un profilo convincente?

 

Create un profilo completo e spendete del tempo per curarne i contenuti. Scegliete la foto con cura perché sarà la prima cosa che vedranno di voi. Sfruttate anche l’immagine di copertina. Curate il sommario e i contenuti media, sicuramente nel percorso accademico avrete prodotto del materiale utile. Un profilo convincente lo si apprezza anche quando ci si presenta agli altri, quindi quando si invia una richiesta è sempre bene personalizzare il messaggio e, perché no, aggiungere una motivazione.

 

  1. Quali contenuti dovrebbe postare, tra aggiornamenti di stato e articoli, il ragazzo o la ragazza?

 

Gli aggiornamenti sicuramente, non necessariamente tutti i giorni: devono essere contenuti di qualità e inerenti al proprio percorso e ai propri interessi professionali. I contenuti condivisi negli aggiornamenti di stato, quando sono rilevanti, possono essere condivisi nei gruppi più inerenti al contesto del contenuto.

Ha senso scrivere gli articoli quando si è padroni di una materia, quando si è esperti in uno specifico settore, e quando si prevede di farlo con una certa regolarità (una volta al mese, bisettimanalmente ecc). Se la propria tesi è corposa, si può pensare di scrivere articoli inerenti al materiale già prodotto.

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Che cosa mi ha insegnato un libro sul rimorchio a proposito delle soft skill: l’intervista a Matteo Massironi

Ho conosciuto Matteo Massironi, formatore e coach, su LinkedIn. Cercavo “soft skill” con il motore di ricerca interno, e uno dei primi profili a colpirmi è stato il suo. Questo dovrebbe dirla lunga sul posizionamento, sull’uso delle keyword di ricerca e sull’avere un buon profilo… Nel suo caso, più del fatto che fosse un formatore esperto di sicurezza sul lavoro, mi hanno colpito i contenuti del sito Web Sicurezza Comportamentale. Matteo ha anche un sito personale.

Ho contattato Matteo a abbiamo fatto una piacevole, soprattutto spiazzante conversazione sul tema delle competenze personali. Ho attaccato io: nella prima parte della propria carriera tutti sono spinti a puntare sulle hard skill, solo successivamente si accorgono di quanto sia più importante investire sulla crescita personale. Vedi il seguente grafico:

Quando gli ho chiesto che cosa ne pensasse, mi ha risposto così:

Per me è stato l’esatto contrario: sono partito dalle soft skill, sono uno psicologo. Anzi, tutto è iniziato a 12 anni…

Precoce…

Già, mio padre, medico, me ne parlava. Mi parlava in particolare di un libro.

Libro? Per me la parola magica. Spara il titolo!

“Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito” di Wayne W. Dyer.

Come può un libro del genere influenzare un dodicenne?

Beh, ho visto che effetto aveva fatto su mio padre: prima si arrabbiava spesso, poi è diventata la persona più calma del mondo. In pratica non esistevano figuracce o problemi, solo soluzioni e opportunità.

Interessante…

Beh, ma visto che ti piacciono i libri, vuoi sapere quale mi ha cambiato veramente la vita ai tempi dell’università?

Ho già il carrello di Amazon caldo…

“The game. La bibbia dell’artista del rimorchio” di Neil Strauss.

Scusa un attimo: ho capito bene? Un libro per Dongiovanni?

Esatto. Me lo fece un leggere un amico e mi cambiò letteralmente la vita, e non solo in tema rapporti col gentil sesso.

Ah. Ma che cosa c’entra con le soft skill?

Beh, le tecniche per migliorare le proprie relazioni interpersonali – con un pizzico anche di PNL, la programmazione neuro linguistica (non ne sono un fan, ma è la prima volta che ne sentii parlare) – sono soft skill. Da impacciato, e non solo con le ragazze, divenni sicuro di me. Capii che la comunicazione deve essere rivolta più sull’altro che sul sé.

Questo lo dice anche Dale Carnegie…

Esatto! In “Come trattare gli altri e farseli amici” è palese che le soft skill possano essere anche allenate.

Come si traduce tutto questo il ambito lavorativo (ti ricordo che questa è un’intervista su LinkedIn e non sull’amore…)?

Io applico le tecniche apprese in quei libri ogni giorno, anche sul lavoro. Per esempio Carnegie parla di rinforzo positivo: bisogna incoraggiare i comportamenti positivi e migliorare le relazioni con gli altri, tipo i collaboratori, grazie ai complimenti. Ma soprattutto ho imparato una cosa fondamentale.

Quale?

Quando parli non impari, quando ascolti impari.

Torno sempre alla base: come si traduce tutto questo in LinkedIn?

Per me la cosa più importante è puntare su queste soft skill. Però tendo a non esplicitarle: preferisco che siano gli altri a sottolinearle, per questo credo molto nelle segnalazioni. Si dice sempre che online non devi cercare clienti, ma dei fan; io penso invece che devi cercare degli amici: voglio lavorare con chi mi piace. Del resto ce lo insegna il principio di Pareto dell’80-20: il 20% clienti porta l’80% dei problemi.

Cerco di tradurre questa insolita e piacevole intervista in due indicazioni operative fondamentali: costruire una rete proficua e puntare sulle soft skill. Non solo per rimorchiare.

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Foto del profilo LinkedIn: l’intelligenza artificiale ti dice se va bene

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A ogni corso che tengo su LinkedIn suggerisco di leggere il libro di un mio “competitor”, si fa per dire. In realtà, a ben vedere, è un collega di casa editrice: si tratta di Ale Agostini (il libro è “Fai carriera con LinkedIn”, Hoepli). Qualche giorno fa l’ho chiamato per fargli un’intervista e lui mi ha regalato una chicca: “Sto mettendo a punto uno strumento online per la verifica della foto del profilo di LinkedIn: è l’intelligenza artificiale a sancire se va bene oppure no”. Pur non essendo ancora uno strumento definitivo, ma solo in versione Beta, ho avuto il suo permesso di presentarvelo ufficialmente.

Lo strumento, che si chiama semplicemente “Bella foto”, è liberamente accessibile all’indirizzo http://ai-sentiment.aleagostini.com. Il sottotitolo è chiaro: “Bella Foto è il tool che ti aiuta a capire che cosa comunica la tua foto utilizzando l’Intelligenza Artificiale. Carica la tua foto e scopri subito il contenuto riconosciuto, gli argomenti correlati sui social, le emozioni associate (solo per immagini di volti) e le immagini simili o uguali presenti nella Rete”.

Il funzionamento, in effetti, è assai semplice: basta caricare la propria foto profilo grazie al tasto “Carica immagine”, facendo attenzione a non uploadare file troppo grossi (massimo 2,4 Mb). Dopo aver dato in pasto la foto al sistema, non resta che lanciare la procedura con un clic su “Analizza”. I risultati sono immediati.

Nel mio caso il sistema ha beccato che sono un uomo (facile, dirai) e che ho la barba. Ma soprattutto che sto sorridendo abbastanza (potrei fare di meglio) e questa è cosa buona e giusta perché, secondo gli studi sui neuroni specchio, che si attivano quando un individuo compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto, sorridere ci rende più piacevoli e induce chi guarda a sorridere a sua volta. Per dirla con Cialdini (che tanto piace ad Ale), scateniamo l’arma della simpatia.
Il cervellone analizza anche quali sono le corrispondenze dell’immagine e se è già presente nei social o sul Web, ed eventualmente ci dice anche dove: in quale contesto, in quale pagina. Questo, tra l’altro, permette anche di scoprire se l’immagine è stata rubata.

Questo strumento, in realtà, può essere usato per analizzare qualsiasi tipo di immagine. Usando l’intelligenza artificiale è possibile controllare, in pochi istanti, che cosa comunica una brochure o una pagina stampa, verificando che non sia già usata da altri. Insomma, uno strumento per il personal branding ma anche per il marketing aziendale. Ma soprattutto uno strumento che potrebbe debellare la piaga delle foto da ombrellone o per nulla professionali su LinkedIn.

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Riepilogo di LinkedIn: partire dai perché (e dal cerchio magico di Sinek)

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Nei corsi per cercare lavoro online applico alcuni principi base del marketing e del digital marketing: del resto ognuno di noi deve trovare un posizionamento e proporsi sul mercato. Dopo aver spiegato come usare gli insegnamenti di Carnegie quando si scrive una lettera o mail di presentazione e quelli di Maxwell Sackheim per vendere sé stessi, passiamo a come ci si presenta. Per esempio scrivendo il riepilogo del proprio profilo LinkedIn, solitamente tasto dolente di chi deve sistemare il profilo.

Secondo Simon Sinek, autore del libro “Partire dal perché”, i grandi leader e le grandi aziende non impostano la loro comunicazione su che cosa fanno o come lo fanno. Partono dal perché. L’esempio tipico è quello di Apple (ma potrei citare anche Harley-Davidson): l’azienda di Cupertino lancia messaggi che partono dal perché, da uno scopo, da una causa o da un ideale che non ha nulla a che fare con quello che Apple fa. Quello che fa non è più la ragione d’acquisto, viene piuttosto utilizzato come prova tangibile di dedizione a una causa. In parole povere: Apple non è vista come un’azienda che fa computer, quindi se produce un lettore MP3, un aggeggio da attaccare alla TV o un orologio, poco cambia. Se invece Dell, azienda di computer, produce un lettore MP3, il prodotto è un flop. Partire dal perché e non dal cosa, tra l’altro, permette di non finire nel pantano delle commodity o a scannarsi sul prezzo.

Sinek parla di cerchio magico, con al centro il perché e, più esterni, come e cosa: ricalca la sezione del cervello umano, dove al centro c’è il sistema limbico e solo alla periferia c’è la neocorteccia, responsabile del pensiero razionale e analitico del linguaggio. Tradotto: la comunicazione deve essere di tipo emotivo, non razionale.

Che cosa c’entra tutto questo con il Riepilogo di LinkedIn, quei 2.000 caratteri che stanno prima delle posizioni lavorative? Se dico che cosa faccio o ho fatto in passato, sto solo elencando una serie di esperienze e skill. Se invece dico perché ho deciso di intraprendere quella carriera, perché mi alzo tutte le mattine (la risposta non è “guadagnare”: quello è un risultato), la comunicazione diventa molto più efficace. Del resto Herb Kelleher (fondatore di Southwest Airlines) disse:

“Non si assume qualcuno per le sue competenze, lo si assume per le sue attitudini. Le competenze si possono sempre insegnare”.

Sinek, per spiegare in modo semplice il concetto, racconta la storia di due scalpellini. Chiedete al primo: “Ti piace il tuo lavoro?”. Lui risponde:

“Non mi ricordo neanche più da quanto tempo sto costruendo questo muro. Il lavoro è monotono. Lavoro tutto il giorno sotto un sole cocente. Le pietre sono pesanti e sollevarle ogni giorno può essere massacrante. Non so nemmeno se vivrò fino a vedere questo progetto completato. Ma è un lavoro. Mi permette di campare”.

Poi invece fate la stessa domanda a un secondo scalpellino, e questo risponde:

“Amo il mio lavoro. Sto costruendo una cattedrale. Certo, non mi ricordo neanche più da quanto tempo sto costruendo questo muro e a volte il lavoro è monotono. Lavoro tutto il giorno sotto un sole cocente. Le pietre sono pesanti e sollevarle ogni giorno può essere massacrante. Non so nemmeno se vivrò fino a vedere questo progetto completato. Ma sto costruendo una cattedrale”.

I due fanno lo stesso lavoro. Ma uno dei due ha uno scopo. Ha un perché.

Sulla scia di queste considerazioni ho riscritto il mio Riepilogo di LinkedIn. Prima parlavo di quello che facevo, con particolare enfasi sui social media, sui blog, sugli eBook. A pensarci bene tutti strumenti che non si usavano in passato e potrebbero non esserci in futuro. Ora invece il mio Riepilogo suona così:

“Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutto quello che faccio: creo contenuti (il mio vero “core business”) per siti, blog, libri ed eBook, social media, corsi per professionisti e lavoratori, convegni, strategie di content marketing o consulenze aziendali. Queste passioni mi hanno travolto quando ancora ero uno sbarbato (da allora però ho sempre portato la barba). A 16 anni ho iniziato…”

Se fatichi a trovare il tuo perché, prova a usare il metodo dei cinque perché di Sakichi Toyoda.
Se invece cerchi una mano per sistemare il tuo profilo LinkedIn (o il Riepilogo), scrivimi!

LinkedIn è il vostro biglietto da visita professionale: ecco perché e come ve lo sistemo

A quanti di voi LinkedIn non piace? Siamo obiettivi: il social network professionale per eccellenza è obiettivamente brutto: ma usarlo male non contribuisce a rendercelo più simpatico. Molti, poi, lo considerano inutile, una perdita di tempo, addirittura un boomerang in termini di immagine, o peggio.

C’è del vero in tutto questo. LinkedIn è brutto anche perché non lo si cura, non lo si abbellisce con immagini, contributi multimediali e così via. È una perdita di tempo, perché non si sono capite le sue vere peculiarità, le potenzialità; eppure è LinkedIn stesso a dire che, se ben usato, occupa solo nove minuti al giorno:

È un boomerang perché un profilo compilato a metà o con informazioni mal scritte, se non completamente inventate, rappresenta certamente un pessimo biglietto da visita per tutti quelli – e sono sempre di più – che vi cercano prima di incontrarvi in un meeting, prima di comprare da voi, prima di assumervi…

Il mio compito è proprio questo: rendere il vostro profilo migliore. Analizzo il vostro profilo LinkedIn e lo sistemo. Parto da una semplice visita, un giretto sul vostro profilo: controllo la foto, il titolo, la presentazione, le singole posizioni lavorative. Poi vado più a fondo, usando anche tool esterni: analizzo il posizionamento e individuo le keyword giuste affinché il profilo venga trovato e visitato: del resto un profilo LinkedIn è come un sito Web che brama le attenzioni di Google. Cerco poi di sistemare tutto quello che solitamente si trascura: personalizzazione del link detto “vanity URL”, scelta di sezioni secondarie (esempio: perché non puntare su Brevetti e Certificazioni?), visibilità del profilo (domanda: volete che tutti vedano i vostri collegamenti, anche quelli strategici?).

Gli errori più marchiani, a volte ridicoli, che ho trovato negli ultimi anni? Mi sono fatto anche delle risate, ahimé. Dalla foto di coppia, dove non si capisce se il profilo sia dell’uomo o della donna, alle immagini dove un tizio, molto ispirato, si copriva il volto con la mano. Peccato che il volto sia l’unica cosa che si deve assolutamente vedere, in un’immagine del profilo. Sarebbe come portare in Comune un’immagine per la carta d’identità, solo che nell’immagine indossiamo gli occhiali da sole o un cappello Panama che copra mezzo volto. Altro errore tipico: scegliere headline generiche; per esempio “impiegato” non è una keyword da LinkedIn: chi cercherebbe un impiegato senza specificarne mansioni e competenze? Rilevo spesso competenze mal scelte: ho visto manager che avevano come prima skill, la più confermata dai collegamenti, “Microsoft Office”… Per non parlare, poi, di intere sezioni mancanti: perché, se avete scritto dei libri o articoli importanti, non c’è la sezione “Pubblicazioni”?

LinkedIn, per i professionisti, non è più un’opzione, ora che lo usano nove milioni di italiani. Ora che viene usato da tutti i recruiter, dagli uomini marketing (si possono creare campagne pubblicitarie sfruttando criteri di targetizzazione molto specifici) e dai venditori (Conoscete Sales Navigator?), ora che le pagine aziendali sono parte fondamentale di una strategia di content marketing.

Ora che non si può più permettersi di non esserci. Ma esserci con un profilo incompleto o pieno di lacune ed errori, credetemi, è peggio dell’anonimato.

Posso aiutarti a rendere il profilo LinkedIn efficace.

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eBook gratis “30 errori da non fare su LinkedIn”: da oggi in PDF, ePub e formato Kindle

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LinkedIn è il social network professionale per eccellenza. Macina numeri importanti:

– 400 milioni di iscritti nel mondo;

– 8 milioni di profili in Italia;

– incalcolabili errori commessi da tutti.

Nessuno è immune: uso improprio dello strumento, foto profilo sbagliate, contenuti fuori target, profili scarni o non ottimizzati, keyword generiche e inutili, rete vuota o piena di contatti poco strategici e chi più ne ha…

Per celebrare la nascita di bee-biz, nuova business unit di Sangalli M&C dedicata al social media marketing, ho scritto un eBook pieno zeppo di suggerimenti per correggere quegli errori, trucchi per ottimizzare il profilo e dritte per ilpersonal branding e per il networking.

Potete scaricarlo gratuitamente in tre formati.

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Buona lettura! 😉

 

 

“Teniamoci in contatto” di Hoffman e Casnocha

Nel percorso di studi che mi ha portato alla messa a punto del corso sul personal branding, mi sono imbattuto in diversi libri: alcuni utili, altri pieni di fuffa (e la fuffa, in campo personal branding, è sopra la media). Uno, però, sebbene a rischio “americanata” (con la storia trita e ritrita dei fallimenti e del successo) e un po’ datato (2012), mi sento di consigliarlo: si chiama “Teniamoci in contatto. La vita come impresa” di Reid Hoffman e Ben Casnocha (edito da Egea).

Prima di tutto vale la pena leggere quello che scrive Hoffman per il suo curriculum: tra le altre cose ha fondato LinkedIn (scusate se è poco…). Secondo, perché il concetto di base del libro – vivere la propria carriera come una start-up – fornisce un punto di vista interessante. Anche i singoli spunti lo sono. Per esempio, quando parla delle tre tessere del puzzle che segnano la direzione verso il successo, dice che

“La direzione migliore prevede che tu insegua ispirazioni meritorie, sfruttando i tuoi asset, mentre navighi attraverso la realtà del mercato. Il tutto finalizzato ad avere un vantaggio competitivo”.

Frase pomposa che nasconde però dei concetti chiave. Per iniziare, quali sono i propri asset? Si distingue tra soft – sapere, relazioni, reputazione, personal branding – e hard – contanti, azioni, beni materiali. Per aspirazioni e valori si intendono i desideri, le idee, la visione del futuro: sono importanti perché se fai quello che ti piace sei un passo avanti a chi bada solo alla grana. Terza componente, la realtà del mercato: pare lapalissiano dirlo, ma i prodotti vendono se li vuole il pubblico (va bene essere sognatori, ma ci voglio i piedi piantati per terra!).

Altra perla che si trova nel libro: pianifica ma sii flessibile. La pianificazione, raccomandano Hoffman e Casnocha, deve essere di tipo ABZ. Devi avere un piano A, quello principale, e uno B (simile) in caso di fallimento del primo. Ma devi sempre avere anche un piano Z, che non c’entra (quasi) nulla con i primi due, come soluzione di riserva. Ci sono sempre “punti di flesso” (per dirla con Andy Grove, fondatore di Intel) che mandano all’aria i tuoi piani (come un negozio di generi vari che vede aprire nel proprio quartiere un superstore). Nel mio caso, per esempio, ho smesso di fare il giornalista professionista perché è saltata la mia azienda storica (VNU Business Publications), anzi un intero mercato (editoria informatica cartacea bla bla). Meno male che avevo, da tempo, un piano B (social media specialist e formatore). Ma mi tengo ben stretto anche il piano Z (la start-up ClasseWeb).

Chiaramente dal fondatore di LinkedIn ci si aspetta che punti forte sullerelazioni professionali, sulla rete: del resto che ha tradotto “The start-up of you”, il titolo originale, in “Teniamoci in contatto” (anche se l’effetto è quello di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” tradotto come “Se mi lasci ti cancello”) voleva sottolineare proprio questo. Il libro tratta abbondantemente delnetworking, distinguendo i “buoni” (costruttori di relazioni) dai “cattivi” (gli approfittatori). I buoni sono empatici, pensano prima di tutto a che cosa possono dare (aggiungo io: del resto siamo nella sharing economy). Quelli bravi si divertono a fare networking, sanno coltivare il gruppo degli alleati professionali ma anche i cosiddetti “legami deboli” (deboli ma che spesso servono per trovare lavoro); sempre considerando che, secondo il numero di Dunbar, si riesce a mantenere contemporaneamente rapporti con 150 persone. Alleati e legami deboli sono collegamenti di primo grado: i bravi networker sanno gestire anche quelli di secondo e terzo grado, sanno farsi presentare da collegamenti di primo grado per raggiungerli. Tutto questo tenendo sempre ben presente che i network migliori non sono quelli con più collegamenti; sono quellicoesi e variegati. E che si coltivano costantemente (la butto lì: bisogna fare anche un lavoro di “intelligence”).

Insomma, non si tratta di uno dei soliti libri motivazionali all’americana (roba tipo “leader di te stesso” o simili), anche se ovviamente si fa un gran parlare di Silicon Valley e a un certo punto spunta il quaterback. Ci sono diverse idee e molti spunti pratici: per esempio in fondo a ogni capitolo ci sono indicazioni su cosa fare nei prossimi giorni (tipo: “Nelle prossime 24 ore rileggi la tua agenda degli ultimi sei mesi e identifica le cinque persone con cui hai passato più tempo – sei contento dell’influenza che esercitano su di te?”). Certo, ci sono anche suggerimenti controversi (tipo: “Stabilisci una giornata sì, di’ sì tutto il giorno e osserva la serendipity che scaturisce”…), ma tutto sommato a me paiono 19,90 euro ben spesi.

Qui gli autori parlano del libro:

Qui, invece, potete comprare il libro, anche in formato Kindle:

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