Articoli

“LinkedIn: show, don’t tell”: la mia intervista per “I grandi vini”

,

I grandi vini“, rivista che da 10 anni si pone l’obiettivo di raccontare l’eccellenza enogastronomica del nostro Paese, nel numero 105 del novembre 2018 mi ha intervistato sul tema LinkedIn.
Dopo l’uscita del libro “Guida calcistica di LinkedIn“, la giornalista Elisa Berti mi ha fatto una serie di domande su LinkedIn e di come il mondo dell’enologia (dal sommelier al negoziante, dal produttore all’oste) può sfruttare questo social network professionale.
Nell’intervista si parla di uso strategico di LinkedIn, di ottimizzazione del profilo, di uso personale ed aziendale ed altro ancora. Puoi leggere l’intervista in PDF qui:

I_Grandi_Vini_Intervista_Gianluigi_Bonanomi_LinkedIn

LinkedIn per neolaureati: ecco i consigli per sfruttarlo al meglio

Sono stato intervistato dalla casa editrice Alphatest per il loro magazine. Questo il risultato.

LinkedIn e neolaureati: due concetti che possono sembrare un ossimoro, come “fuoco bagnato” o “tasse piacevoli”. Invece non è così, e saperlo può fare la differenza per la vostra carriera professionale ancora agli inizi. Ci dà qualche dritta in merito Gianluigi Bonanomi, esperto di LinkedIn e formatore sulla comunicazione digitale, con alle spalle centinaia di ore di aula e altrettanti profili revisionati, anche di giovani e neolaureati. Gianluigi è il docente del nuovo corso Alpha Test dedicato a questo argomento.

Gianluigi, se LinkedIn è una sorta di CV online, come può un giovane laureato senza storia lavorativa riempirlo di cose interessanti?

Anzitutto chiariamo l’equivoco: LinkedIn non è un CV online e non va confuso con Monster o InfoJobs. LinkedIn è un social network, per fare rete, e un social media, per pubblicare e posizionarsi nel mondo del lavoro grazie ai contenuti. In pratica, è utile per spingere il “personal branding grazie all’inbound marketing”, per usare un’espressione gergale che provvedo subito a tradurre.

Sarà meglio! Il concetto è quanto mai oscuro.

Faccio un esempio. Stai cenando in famiglia, squilla il telefono, il numero è sconosciuto: «Pronto, sono Mario di Chiamatemoleste srl, la disturbo per chiederle quale operatore telefonico usa attualmente…». Ci risiamo: la solita chiamata di uno sconosciuto per venderti qualcosa. Questo, nel gergo del marketing, si chiama outbound marketing, dove outbound significa “in uscita”. Queste chiamate sono definite “a freddo” perché il cliente non ha la più pallida idea di chi lo stia contattando né perché. Questo tipo di comunicazione ormai non funziona praticamente più.

E invece l’inbound marketing funziona?

Immagina quest’altro scenario. Stai cenando in famiglia e, mentre discuti con i genitori delle prossime vacanze, vi chiedete dove andare in vacanza con il vostro cane. Non ne hai la più pallida idea, allora cerchi con Google: “campeggi animali ammessi”. Spulci tra i risultati, trovi un articolo che elenca e commenta le migliori soluzioni per famiglie con animale al seguito. L’articolo sta su un blog gestito da una catena di campeggi: presenta un modulo dove lasciare il contatto per ricevere un’offerta. Lasci la tua mail e torni al dessert. Il giorno dopo, ricevi un messaggio con tutte le informazioni che cercavi e i contatti per prenotare. Questo, in gergo marketing, è chiamato inbound content marketing: il contatto del cliente è “in entrata”, non più a freddo, perché per attivarlo si sfruttano i contenuti e le domande che lui stesso ha rivolto a Google.

Fermo! Cosa c’entra questo con la ricerca di lavoro e LinkedIn?

Per “attirare” l’attenzione delle aziende o dei recuiter, la tattica vincente oggi consiste nell’usare proprio il principio inbound: su LinkedIn puoi, cioè, decidere di pubblicare uno o più articoli in modo da suscitare l’interesse del potenziale datore di lavoro e puoi inserire nel tuo profilo alcune parole chiave che un recruiter potrebbe cercare.

Resta il fatto che un neolaureato non ha posizioni lavorative da segnalare.

Vero, ma, come mostro sempre in aula ai miei studenti più giovani, i contenuti e le informazioni su cui possono puntare non mancano: esperienze all’estero, stage, tirocini, il progetto della tesi, lavori extra-scolastici, attività culturali e così via. E, soprattutto, possono mostrare il loro interesse per il settore dove vogliono lavorare, condividendo articoli o seguendo guru e aziende.

Altre dritte per giovani o neolaureati alle prese con LinkedIn?

Intendi oltre a fare un corso con me? Eccone tre:

  1. completare per bene il profilo,
  2. puntare sul percorso accademico indicando anche esami e voti,
  3. pubblicare “aggiornamenti di stato” o articoli pertinenti con un ritmo adeguato.

E, naturalmente, guardarsi bene dall’accettare lavori nell’outbound marketing.

Foto profilo di LinkedIn: le 10 peggiori

La foto profilo di LinkedIn contribuisce alla prima impressione che gli altri si fanno di te; come diceva il pluricitato Oscar Wilde:

Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

Peccato che sul social professionale alcuni sottovalutino questa cosa, e scelgano foto terrificanti. Prima di mostrarti le dieci peggiori, ti racconto come dovresti scegliere l’immagine.

Come dovrebbe essere una buona foto profilo di LinkedIn?

Bastano 100 millisecondi, un decimo di secondo, per farsi un’idea su qualcuno. Esistono delle regole per scegliere l’immagine giusta di LinkedIn. Prima di tutto, se l’obiettivo è quello di farti riconoscere, il volto dovrebbe occupare almeno il 70% della superficie dell’immagine. Secondo: lo sfondo dovrebbe essere omogeneo, altrimenti chi guarda si concentrerà sull’auto che si vede dietro o peggio sui bagnanti inquadrati. La foto dovrebbe anche essere un’immagine recente, non un reperto vintage: quando qualcuno ti incontra di persona, dovrebbe riconoscerti subito; pazienza per i chili in più e i capelli in meno (anche se mi è capitato di vedere anche il contrario). Un tizio una volta mi ha fatto notare che, siccome l’unica volta che è stato immortalato da un fotografo era al matrimonio, usava come foto profilo quella con il gessato e i chicchi di riso incastrati nelle sopracciglia. Ultima indicazione, che devi prendere senza sorbirti il pippone sui neuroni specchio, è: sorridi!
Per ulteriori indicazioni leggi questo articolo:

La galleria degli orrori

Qui di seguito troverai le peggiori foto profilo che ho scovato sul LinkedIn. Spiccano quello con la foto da pirla, l’impiegata che mette in mostra le sue qualità, quello che nasconde la faccia, la foto di coppia, l’anonymous, Babbo Natale e altri ancora.
Fai clic sulle immagini per ingrandirle.

 

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

Profilo LinkedIn, perché devi aggiungere come competenza l’intelligenza emotiva

Nei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn insisto sul fatto che occorre inserire nel profilo le proprie competenze, puntando prevalentemente sulle soft skill.

Tra queste competenze dovresti puntare in modo particolare sull’intelligenza emotiva. Di che cosa si tratta? Parto dall’ideatore di questa espressione: Daniel Goleman è psicologo statunitense che si è laureato ad Harvard, specializzandosi in “psicologia clinica e sviluppo della personalità”, dove successivamente ha pure insegnato. Ha dato alle stampe due libri fondamentali: uno si chiama, appunto, “Intelligenza emotiva”; l’altro, quello che più interessa in questa sede, è “Lavorare con intelligenza emotiva“.

Goleman definisce l’intelligenza emotiva come:

la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le emozioni, tanto interiormente, quanto nelle nostre relazioni. Essa descrive abilità che, per quanto complementari, sono distinte dall’intelligenza accademica, ovvero dal quoziente intellettivo (Q.I.).
Sono diversi tipi di intelligenza – quella intellettuale ed emotiva – che esprimono l’attività di parti diverse del cervello. L’intelletto si basa esclusivamente sulle elaborazioni che hanno luogo a livello della neocorteccia, ossia degli strati superficiali del cervello, di più recente evoluzione. I centri emotivi si trovano invece in profondità, nelle regioni sottocorticali più antiche; l’intelligenza emotiva comporta il funzionamento integrato di questi centri con quelli intellettuali.

Come tradurre questa definizione in pratica? Goleman individua cinque fondamentali competenze emotive e sociali.

Consapevolezza di sé

Questa competenza consente di conoscere, in ogni momento, i propri sentimenti e le preferenze, e usare questa conoscenza per guidare i processi decisionali. Significa saper valutare realisticamente le proprie abilità e avere una ben fondata fiducia in se stessi.

Dominio di sé

Saper gestire le proprie emozioni è determinante. Perché queste, invece di interferire con un compito, lo facilitano. In pratica significa essere coscienziosi e capaci di posporre le gratificazioni per perseguire i propri obiettivi, e soprattutto sapersi riprendere bene della sofferenza emotiva.

Motivazione

Conoscere le preferenze più intime per spronarsi, per guidare se stessi al raggiungimento degli obiettivi, saper prendere l’iniziativa. Essere altamente efficienti e perseverare nonostante insuccessi e frustrazioni. In questo senso si può parlare anche di resilienza.

Empatia

È fondamentale saper percepire i sentimenti degli altri, essere in grado di adottare la loro prospettiva e coltivare fiducia con un’ampia gamma di persone fra loro diverse.

Abilità sociali

Saper gestire bene le emozioni nelle relazioni, saper leggere accuratamente le situazioni e le reti sociali. Ma soprattutto significa saper interagire fluidamente con gli altri: persuaderli e guidarli,  negoziare per ricomporre dispute, come pure per cooperare e lavorare in team.

Come puoi vedere in questo elenco del World Economic Forum (tratto da The Future of Jobs), nel 2020 l’intelligenza emotiva  sarà nella top ten delle competenze più richieste nel mondo del lavoro.

 

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

Pagina aziendale di LinkedIn: 3 tattiche per acquisire follower (senza spendere un euro in advertising)

,

Aprire una pagina LinkedIn aziendale è questione di pochi minuti: basta inserire nome, settore, descrizione e pochi altri dettagli ed è fatta. Il problema si presenta dopo: come fare a farla crescere? Acquisire nuovi follower è un problema comune. In questo articolo ho raccolto tre tattiche che suggerisco durante i miei corsi di uso strategico di LinkedIn per le aziende.

L’invito manuale

A volte mi capita di analizzare pagine di aziende con decine di dipendenti e solo una manciata di follower. Assurdo: nemmeno i dipendenti dell’azienda la seguono su LinkedIn, perché dovrebbero farlo gli altri? Il responsabile della comunicazione dovrebbe inviare una bella mail a tutti i dipendenti e collaboratori e chiedere loro, gentilmente, di fare clic sul pulsante Follow, oltre ad agganciare la pagina aziendale sul proprio profilo, in corrispondenza della posizione lavorativa. Anzi, i dipendenti dovrebbero essere i primi brand ambassador online dell’azienda: dovrebbero interagire con i contenuti della pagina.
Tra l’altro dovresti inserire il link alla pagina aziendale in tutte le comunicazioni, digitali e non. Per esempio sulla carta intestata, nella firma delle email, un bel QR code su un roll-up esposto nello stand della fiera e così via.

Creare il badge

La seconda mossa da fare è quella di far conoscere il più possibile la pagina. Il consiglio è quello di creare il badge da inserire nel sito, sul blog e così via. Non sto parlando del badge dei profili personali, proprio di quello della pagina aziendale. Occorre usare il “Follow Company Plugin Generator” che si trova a questo indirizzo. Compila i campi (pagina, lingua, formato) e fai clic su “Get code”.
Appare così:

L’ottimizzazione delle parole chiave

Fai in modo che la pagina aziendale sia trovata nelle ricerche interne a LinkedIn. Anche in questo caso, come per i profili personali, si deve fare un ragionamento in ottica SEO, una ottimizzazione delle parole chiave anche pensando alla coda lunga. In concreto, inserisci parole chiave specifiche nelle sezioni Chi siamo e Settori di competenza. La stessa cosa si può fare nelle pagine Vetrina, spazi che offrono la possibilità di dare dettagli sui tuoi prodotti e servizi.

Se invece vuoi pagare…

Esiste anche la possibilità di fare un investimento, ossia di far partire delle campagne di sponsorizzazione con l’aggiunta del pulsante Follow alla pagina LinkedIn aziendale.

Se vuoi informazioni sui miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn in azienda, scrivimi.

Riepilogo di LinkedIn: un esempio

La parte più difficile dei miei workshop sull’uso strategico di LinkedIn – dopo aver individuato keyword, skill e tutto il resto – è la stesura del Riepilogo, in inglese Summary. I miei corsisti trovano difficile raccontarsi o quantomeno organizzare la storia della loro carriera. E spesso mi chiedono di vedere degli esempi. Buone pratiche ve ne sono molte in giro, ma preferisco mostrare il mio Riepilogo LinkedIn come esempio per giustificare alcune mie scelte e mostrare uno schema replicabile.

Riepilogo LinkedIn: prendi a esempio il mio

Il mio riepilogo, a oggi (marzo 2018), è questo:

Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita. È stata la mia grande fortuna.

Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutti i contenuti che creo: articoli online, post per blog, piani editoriali per social media, corsi per professionisti e aziende, speech per convegni ma soprattutto libri ed eBook.

Queste passioni mi hanno travolto quando ancora ero uno sbarbato (da allora però porto la barba). A 16 anni ho iniziato a scrivere per un settimanale locale: giravo col motorino per i campetti di calcio di periferia.

Dopo la tesi sulle relazioni online, ho iniziato a scrivere di tecnologia per una diffusissima rivista informatica (Computer Idea). Peccato che, dopo 10 anni, avevo una professione ma non più un lavoro: scrivere di tecnologia sulla carta era un mestiere destinato all’estinzione.

Dovevo reinventarmi. Sebbene nel frattempo quello tecnologico fosse diventato un settore main-stream, avevo un problema di “personal branding”. Allora ho iniziato a scrivere libri ed eBook per diversi editori (Hoepli, Fag, Informant) e ho ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni. Un testo gratuito è stato scaricato quasi 100.000 volte. La realizzazione di contenuti per le aziende mi ha portato poi a collaborare con diverse agenzie di comunicazione (Business Press, EffettoDomino, Sangalli M&C).

Negli ultimi quattro anni ho formato più di 2.000 persone. Faccio formazione sui temi hi-tech per giornalisti presso PrimoPiano, con crediti formativi. Tengo corsi anche su altri temi: Web writing, tecnologia e genitorialità, comunicazione aziendale, ricerca del lavoro online. Nel 2017 ho cofondato la società Four S.r.l., che si occupa anche di formazione aziendale su sicurezza, primo soccorso, uso defibrillatori e altro ancora.

Scrivimi per i corsi ► info@gianluigibonanomi.com

Storytelling: cliffhanger e “man in hole”

Eccone l’analisi. Parto dall’inizio. La frase seguente…

Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita

… potrebbe sembrare un autogol. Ma come, racconti un fallimento? Parli del momento peggiore della tua carriera? Sì, per due motivi.

Primo motivo: è una questione di storytelling. Kurt Vonnegut, celebre autore di “Mattatoio N. 5”, spiegò che esistono alcuni schemi ricorrenti nelle storie, e uno di questi si chiama “Man in hole”.

La storia dell’eroe deve raccontare di un suo momento di difficoltà, di come l’ha superato e di come ne è uscito rafforzato.

L’importanza dell’incipit

L’incipit fa la differenza. LinkedIn mostra solo le prime due righe del Riepilogo di LinkedIn. Per leggerlo tutto occorre fare clic su “Visualizza altro”.

Se non si cattura l’attenzione con quello che sta, in gergo, “above the fold” (espressione derivata dal mondo della carta stampata: in un giornale piegato si vede solo quello che sta nella prima pagina in alto), nessuno leggerà il resto. Per questo, alla frase riportata prima, ho aggiunto un piccolo colpo di scena, in termini narrativi “cliffhanger”:

Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita. È stata la mia grande fortuna.

Partire dal perché

Come afferma Simon Sinek, per una presentazione business efficace non bisogna dire che cosa si fa o come lo si fa, ma perché (qui lo spiego nel dettaglio). Se dimostro che amo il mio lavoro, a parità di competenze con un competitor, sceglierai me:

Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutti i contenuti che creo.

Nel prosieguo del Riepilogo quello che faccio è inserire due elementi fondamentali: keyword e numeri. Le keyword sono frutto di un’ottimazione SEO del profilo (leggi qui l’articolo sulla coda lunga in LinkedIn): ho inserito una serie di chiavi di ricerca per le quali voglio essere trovato in LinkedIn:

articoli online, post per blog, piani editoriali per social media, corsi per professionisti e aziende, speech per convegni ma soprattutto libri ed eBook.

L’importanza dei numeri

Anche i numeri sono fondamentali. Danno una misura di quello che comunichi, ma soprattutto danno sostanza ad affermazioni che altrimenti resterebbero aria fritta. Non dico “mi occupo di comunicazione digitale”, bensì “mi occupo di comunicazione digitale da 25 anni”. Non che so (genericamente) creare contenuti virali, ma:

Un testo gratuito è stato scaricato quasi 100.000 volte.

Non che faccio il formatore, piuttosto:

Negli ultimi quattro anni ho formato più di 2.000 persone.

La stima che hai appena letto è largamente per difetto, ma in questo caso meglio essere modesti. Anche perché, e qui la domanda arriva sempre, non stiamo facendo i fenomeni. Occorre fotografare la propria carriera, senza… dare i numeri!

La call to action finale

Il riepilogo si dovrebbe concludere con una call to action (detta anche CTA), una chiamata all’azione:

Scrivimi per i corsi ► info@gianluigibonanomi.com

Il libro “Guida calcistica di LinkedIn”

Ho scritto un libro su LinkedIn un po’ sui generis, usando le metafore calcistiche (attacco, difesa, falli, figurine, tifosi e altro) per spiegare come usare in modo efficace e strategico il proprio profilo LinkedIn. Vi trovi anche molte indicazioni sul riepilogo. Puoi acquistare la versione digitale del libro, per pochi spiccioli, con un solo clic qui:


Compra una copia di “Guida calcistica di LinkedIn” a soli 2,99€

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

LinkedIn, come scegliere la foto profilo: intervista a Enrico e Piera dello studio Giudicianni&Biffi

,

La foto del mio profilo LinkedIn, quella dove sorrido, quella qui sopra, non è un selfie. Me l’ha scattata una professionista, Piera Biffi, dello studio Giudicianni&Biffi di Mezzago, dalle mie parti. Per avere un contributo professionale sulla questione foto profilo di LinkedIn, ho chiesto a Piera ed Enrico dello studio di rispondere ad alcune domande.

Piera ed Enrico, l’immagine del profilo di LinkedIn è sostanzialmente una foto business: quali sono i consigli per fare una foto efficace?

Non tutte le foto business sono uguali e conoscerne l’utilizzo finale è basilare. Il fotografo deve capire qual è soprattutto la mansione svolta, nonché quale immagine si vuole dare di sé o dell’azienda: strettamente professional o più informale? Tassativamente seriosa o più creativa e giocosa?

L’immagine del profilo deve saper rendere immediatamente riconoscibile il ruolo del soggetto e allo stesso tempo trasmettere il tratto distintivo e l’unicità della sua personalità. Di qui la ricerca della miglior “posa”, la location più indicata, la luce più calzante per poter ottenere un risultato che sia in linea con le aspettative e le richieste.

Importante quindi è che sia ben deducibile che la foto sia stata eseguita da un professionista, questo anche a dimostrazione della cura e serietà del soggetto nei confronti delle proprie scelte e nei confronti delle persone alle quali si propone.

Che differenza c’è tra immagine social e ritratto business?

L’immagine del profilo social, a differenza del classico business portrait, richiede inquadrature più limitate, visto il piccolo spazio utile: da preferire quindi sono i primi piani e uno sfondo che non distolga l’attenzione dal soggetto.

Ma si può eventualmente lavorare in post-produzione?

La post produzione (i ritocchi, per intenderci) è necessaria per correggere piccole imperfezioni temporanee, ammorbidire rughe e dare un aspetto più salubre e tonico ma senza esagerazioni. 

Qual è il segreto per fare una buona foto da profilo?

Come per tutte le foto di ritratto, uno fra gli aspetti principali per una buona riuscita è sicuramente l’empatia fra fotografo e soggetto fotografato. Solo in questo modo si riescono a produrre ritratti “emozionali”, in cui il soggetto si riconosca. Importante è riuscire a instaurare un rapporto amichevole che riesca a mettere il committente davvero a proprio agio, stare di fronte ad un obiettivo fotografico è condizione di profondo disagio per molti.

Occorre quindi che il fotografo sia pronto, veloce ed efficace negli scatti che devono essere eseguiti senza tempi morti o pause forzate (qui la preparazione anche tecnica di un professionista fa la differenza) e dove il fotografo riesca sempre a dialogare e interagire rassicurando il soggetto.

Avete dei consigli riguardo l’abbigliamento?

L’abbigliamento deve essere consono al proprio ruolo professionale e alla propria personalità, in ogni caso sempre curato e attento ai dettagli (trucco e parrucco).

Qualche indicazione pratica?

Per ruoli impiegatizi/manageriali giacca e cravatta per l’uomo e tailleur e camicia per la donna sono un obbligo, mentre per ruoli artistici o creativi il casual e informale è consigliato.

Tornando a LinkedIn, consigliate la foto “brandizzata”, dove si veda il logo dell’azienda?

La foto profilo di LinkedIn è talmente piccola che inserire il brand la penalizzerebbe dal punto di vista del riconoscimento del soggetto. Ma se il logo viene inserito con discrezione, il vantaggio è di avere una foto che condivisa porta visibilità all’azienda.

Eccone un esempio, il ritratto business di un amministratore delegato:

Ci potete mostrare altri esempi di foto particolarmente riuscite?

Eccole, ve ne mostriamo tre intere; come nel caso precedente è evidenziato il tondo che mostrerà LinkedIn.

Una segretaria di direzione:

Un filosofo:

E un manager:

 

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

LinkedIn e sicurezza informatica: l’intervista a Giancarlo Calzetta

In Rete circola da tempo un acronimo divertente, PEBKAC: “Problem Exists Between Keyboard And Chair”, ossia “Il problema sta fra tastiera e sedia“. Quando si parla di problemi legati alla sicurezza, nove volte su dieci l’anello debole siamo noi. Anche sui social, anche su LinkedIn.
Ho contattato uno dei più grandi esperti di cybersecurity italiani: Giancarlo Calzetta, direttore editoriale di Security Info (www.securityinfo.it) e collaboratore di diverse testate, tradizionali (come Il Sole 24 Ore) e digitali (come Tom’s Hardware).

Gianlcarlo, social e privacy non paiono andare molto d’accordo: come possiamo però giocare in difesa su LinkedIn?

Social Network e privacy non vanno mai d’accordo dal momento che partecipare attivamente a un social network vuol dire mettere in piazza un po’ di fatti propri. Con LinkedIn, se vogliamo, il problema è ancora più importante perché se un utente di Facebook può limitarsi a fare da spettatore, pubblicando nulla di utile sul proprio conto, su LinkedIn ci si iscrive con il preciso intento di farsi trovare e impressionare chi visita il nostro profilo con le nostre competenze e referenze. LinkedIn è una miniera d’oro per i cybercriminali e gli stalker perché tutto quello che pubblichiamo è vero e più accurato possibile. Qualcuno è addirittura tentato di abbellire più del dovuto il proprio profilo pubblicando referenze false, ma così si diventa solo più appetibili per i criminali dal momento che loro sono proprio a caccia di “pesci grossi”.
Inoltre, molte delle informazioni sono direttamente reperibili anche tramite Google e questo significa che il nostro motore di ricerca preferito ha accesso a molte delle informazioni disponibili sui nostri profili. Ricordiamoci che avere una impronta digitale importante è utile per il nostro lavoro, ma ci espone ad attacchi di ogni tipo.

Esiste la possibilità di subire furti di dati o d’identità o truffe, su LinkedIn?

Bisogna vedere cosa si intende per “furti di dati”. Se io attacco un biglietto da visita sopra alla mia porta, posso dire che chi passa può rubarmi i dati? Con LinkedIn funziona più o meno così, ma con una variante importante: gli utenti di LinkedIn vogliono farsi vedere ed espandere il più possibile il proprio network. Così, però, i propri dati vengono sparpagliati per il web e resi disponibili praticamente a tutti.
Tramite una serie di passaggi, un malintenzionato può sfruttare le informazioni trovate su LinkedIn, magari incrociandole con quelle presenti su altri social network, per rubare l’identità di qualcuno e farsi concedere prestiti o, addirittura, concludere delle vendita in nome vostro, intascando il compenso e lasciando l’onere del falso ordine alla società per cui lavora la persona a cui ha rubato l’identità.

Disseminare dati su LinkedIn, inoltre, sta diventando un pericolo anche per gli altri oltre che per se stessi. Per esempio, quando un gruppo di criminali prepara una intrusione informatica, per prima cosa fa un giro su LinkedIn per cercare i fornitori dell’azienda che hanno scelto come bersaglio. Le grandi aziende, infatti, di solito hanno difese ben armate e attaccarle direttamente è molto complesso. I loro fornitori, invece, sono molto meno attenti e rappresentano una porta di ingresso privilegiata verso bersagli complicati.
LinkedIn è anche un vero e proprio paradiso per i venditori di fumo. Chiunque abbia in mente un sistema di marketing piramidale cerca di fare grande uso di questo network per attirare professionisti e utenti attivi in un determinato campo lavorativo. Qui si costruiscono una
“reputazione” di alto livello tramite feedback e raccomandazioni lasciati da complici compiacenti, magari tramite dei falsi profili intestati a personaggi influenti nel settore, e partono proponendo lavori ben retribuiti che fungano da specchietto per le allodole. L’idea è sempre quella di intascare un capitale iniziale per poi sparire nel nulla o abbindolare i malcapitati adducendo scuse o dichiarando (falsi) fallimenti.

Puoi dare una dritta per dormire sonni tranquilli?
No, su Internet non si dorme, altrimenti si cade preda dei malintenzionati. La prima cosa da fare con LinkedIn, ma vale anche per gli altri social, è quella di non aggiungere alla nostra cerchia di
contatti chiunque lo chieda. In primo luogo, i contatti che non conosciamo non portano praticamente mai niente di utile alla nostra professione. In secondo luogo, molti di questi contatti “mai sentiti” sono in realtà profili fasulli creati da chi raccoglie informazioni “a strascico” nella Rete. Evitiamo di fare la fine delle sardine e accettiamo nelle nostre cerchie solo persone fidate. Ricordatevi che se una persona è accettata come contatto conosciuto avrà accesso a tutti i dati che avete condiviso.
In secondo luogo, bisogna sempre tenere gli occhi aperti. Se un collega che ci sembrava d’averci già contattato ci chiede di nuovo di entrare tra i nostri contatti, controlliamo con un messaggio se si tratta davvero di lui. Se non lo è, attenzione: qualcuno ci ha presi di mira e probabilmente sta puntando alla nostra azienda o a qualcuno dei nostri clienti.
Infine, è sempre una buona idea quella di usare un indirizzo email diverso da quello principale per iscriversi a questi servizi. Se vediamo arrivare richieste di lavoro sull’indirizzo usato dai social, solleviamo un sopracciglio e prendiamo il messaggio con le pinze.

 

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

LinkedIn, sviluppo business e dialogo interiore: l’intervista a Gianni Simonato

Gianni Simonato è un business accelerator manager: ce l’ha scritto persino nel logo personale, andate a vedere su www.giannisimonato.com. Qui si scopre che il suo motto è: “La Digital & People Transformation è accessibile e praticabile per tutti i tipi di business”. Ha fondato con Federico Foscale MyAcademy GmbH: un club di imprenditori, manager e professionisti con sede a Lugano, con una missione chiara e semplice: “Accelerare lo sviluppo commerciale, nel mondo, della comunità imprenditoriale di lingua italiana”. L’ho contattato per chiedergli come usa LinkedIn e come i suoi clienti ne traggono beneficio.

Gianni, da esperto di sviluppo business, che cosa ne pensi di LinkedIn?

Sono un acceleratore di impresa, lavoro con le aziende e professionisti, mi occupo solo di B2B. Uso particolarmente due leve: la trasformazione digitale e la people transformation; introduco metodi nuovi di lavoro e faccio in modo che le persone lavorino in modo diverso rispetto al passato. In questo quadro, LinkedIn per me è uno strumento per aiutare imprenditori e professionisti ad aumentare il fatturato, l’EBITDA (il margine operativo lordo, ndr) basando tutto sulle relazioni. Infatti più che strumento B2B, ormai si parla di strumento H2H: human to human. Favorisce i contatti, come avviene nella nostra community MyAcademy.

Come aiuti concretamente professionisti e aziende usando LinkedIn?

In realtà, a dire il vero, LinkedIn è l’ultima frontiera: prima c’è un lavoro che definisco di social business. Interveniamo con i commerciali dei nostri clienti per rivedere, spesso riscrivere completamente, i loro processi commerciali. LinkedIn, tra l’altro, a mio avviso serve più gestire i clienti acquisiti…

Vale a dire?

Penso che LinkedIn, nel 70/80% dei casi, serva più per far fruttare la propria rete, solo in parte per sviluppare nuovi contatti. Faccio un esempio: se tre anni fa conoscevi una persona, anche se non l’hai più frequentata, puoi riavviare il rapporto, usando Linkedin. Usiamo Sales Navigator per nuove connessioni prevalentemente per sviluppare relazioni in paesi lontani, come l’India, il Brasile, la Cina e così via.

Usate il Sales Navigator?

Sì, in parte sì. Ma qualificandolo con altre sales solution come PointDrive…

PointDrive?

Già, si tratta di un modo completamente nuovo di comunicare. Partendo dal presupposto che le mail tradizionali servono a poco, nel 90% dei casi vengono cestinate se provengono da sconosciuti, PointDrive (parte di Sales Navigator) ti permette di comunicare con qualcuno che, grazie all’ambiente LinkedIn, vede immediatamente se sei la persona che fa al caso suo oppure no. In particolare PointDrive consente di personalizzare e condividere contenuti rilevanti con i propri e potenziali clienti lungo il ciclo di vendita, monitorando i comportamenti dei destinatari.

Quindi, per tenere la metafora calcistica, siete più attaccanti che contropiedisti? Tradotto: più outbound che inbound?

No, nell’outbound non credo. Oggi che le informazioni sono già nelle mani di chi acquista, è importante farsi trovare. Noi lavoriamo sull’inbound perché al centro di tutto il nostro lavoro ci sono i contenuti. Le aziende, anche se fanno fatica a capirlo, non devono più lavorare su brochure e sito Web, ma creare contenuti di valore; noi puntiamo prevalentemente sui video ora. Questo vale per i commerciali, ovviamente, ma anche per chi lavora negli acquisti e nella finanza: i primi possono aumentare il parco fornitori mentre chi lavora nella finanza può cercare aziende per le partnership. Il contenuto di valore, in parole semplici, è tutto ciò che rende unica la persona o l’azienda.

Ecco, ora mi torna tutto. Puoi dare tre dritte per costruire contenuti che funzionino?

Punto primo: bisogna partire dal cliente: per esempio, che cosa dice della tua azienda, in che cosa ti considera più bravo? Secondo: occorre lavorare sulla definizione delle aree di business; può essere una o possono essere cinque, l’importante è avere le idee molto chiare: non esistono contenuti di valore generici. Terzo: leggersi i miei libri…

Ma sono sei! Non puoi indicarne uno in particolare?

Direi “Senti chi parla!” È un libro dedicato a quello che gli americani definiscono “internal dialog”, dialogo interiore. Non puoi lavorare sul mercato e sui clienti con decisione e convinzione se prima non hai fatto un’analisi e un percorso per prepararti a performare al massimo, dal punto di vista personale, e arrivare al cosiddetto fattore K+. Occorre allineare interno ed esterno per esprimere la massima potenza in un mondo che viaggia alla velocità della luce.

Segui il mio videocorso gratuito su LinkedIn

Per ricevere gratuitamente le videolezioni via email fai clic qui oppure premi sul banner qui sotto:

Il social media recruiting non è un costo, ma un investimento: intervista a Osvaldo Danzi

Per parlare di risorse umane e social media ho contattato uno dei centravanti di sfondamento di LinkedIn: Osvaldo Danzi. Recruiter, appassionato di “umane risorse” e tecnologie, dagli anni Novanta seleziona profili in vari settori. Oggi collabora con SCR Consulenza, seguendo le selezioni di middle e top management. È il fondatore della Business Community FiordiRisorse, nominata da LinkedIn come caso di successo italiano. È ideatore dell’unico master italiano per manager e imprenditori definito etico, low cost, itinerante che in sei anni ha coinvolto oltre 100 aziende italiane. E’ editore di informazionesenzafiltro.it e collabora con Wired Italia.

Osvaldo, come vedi il rapporto tra aziende e social recruiting?

Per inquadrare il fenomeno un documento molto utile è quello elaborato da Adecco su Word Trends e social recruiting.

Di solito, online, non sei tanto tenero con le agenzie di selezione.

Non sono tenero con gli operatori HR che si improvvisano tali. Adecco ha dimostrato una grande capacità di anticipazione dei tempi al tema della trasformazione digitale. Quei report, frutto di indagini capillari sul territorio e non di studi su gruppi ridicoli da cento persone, sono materiale prezioso per chi vuole capire il mercato del lavoro oggi.

Ne emerge che il social recruiting è una realtà o solo una buzz word, un’espressione di moda, tutto fumo?

A mio parere ormai è una realtà. Per approfondire il tema suggerisco di leggere il libro “Social recruiter” di Anna Martini e Silvia Zanella.

Ma le aziende lo sanno?

Eh, il problema riguarda la cultura aziendale, che però sta cambiando. Fino a qualche anno fa, anche solo un triennio, si vedevano aziende che alzavano il firewall contro i social, considerandoli una perdita di tempo ma soprattutto un grande pericolo alla sicurezza aziendale. In realtà il vero pericolo rappresentava l’incapacità di saperli gestire ed utilizzare. In molti casi, le aziende non permettevano l’uso di LinkedIn nemmeno all’interno dei dipartimenti HR. Un’assurdità.

Ora le cose sono cambiate?

Sì, anche perché i dipendenti, se non accedono ai profili con gli strumenti di lavoro, hanno i propri. Ma soprattutto è evidente che strumenti come LinkedIn, ma attenzione, anche Facebook, rappresentano oggi uno strumento fondamentale per individuare candidati interessanti e soprattutto per confermare o meno alcuni aspetti dei loro cv.

Si parla di BYOD, bring your own device: i lavoratori hanno i propri telefoni e tablet…

Esatto. Quindi c’è stata una repentina inversione di tendenza. Ora è l’azienda, almeno quella che ha capito il gioco, che chiede ai dipendenti di diventare ambasciatori del brand. Peccato che, chi non è preparato, chi non fa un serio lavoro di engagement sui propri collaboratori e di punto in bianco richiede fedeltà e senso di appartenenza, faccia dei danni enormi.

Ti riferisci al caso del video della responsabile della filiale della banca Intesa San Paolo in cui la direttrice presenta il suo staff e con loro canta la canzoncina: “Io ci sto, ci metto la faccia, ci metto la testa, ci metto il mio cuore”, immagino.

Anche. Quel caso è emblematico. L’azienda chiede ai dipendenti di esporsi, ma senza una dovuta preparazione, senza un minimo di formazione in comunicazione digitale è diventata un gioco al massacro dove la maggior parte del pubblico non ha capito che lì il vero tema non è stato il cyberbullismo nei confronti di quella sprovveduta direttrice di filiale, ma la mancanza di una vera e propria cultura aziendale sui temi della leadership e del team building prima, della comunicazione digitale, poi.

Che cosa dovrebbero fare, invece, le aziende?

Aprirsi a questi strumenti con la dovuta preparazione, per capire che il social media marketing vuol dire fare marketing sui social media, non usare i social media per fare marketing: è diverso. Le aziende devono capire che i dipendenti portano in giro il loro marchio e se lo fanno male è un danno. Altro aspetto da valutare seriamente è affidare la formazione su questi temi a persone serie e qualificate, ma soprattutto che conoscano limiti e opportunità delle aziende. Invece sempre più spesso vediamo entrare in azienda “socialmediacosi” reclutati a seconda del numero dei like acquisiti su facebook.

Concordo. Ma a volte trovo aziende volenterose ma dipendenti che rivendicano la titolarità di un profilo LinkedIn personale.

Vero, il profilo è personale. Ma se hai notato, la seconda informazione che appare dopo il nome e il cognome dell’utente, è l’azienda. Quando comunichi su LinkedIn il tuo pubblico valuta anche la posizione che ricopri e il posto in cui lavori.

Altre aziende invece hanno paura di esporre il proprio capitale umano…

Questo è assurdo. Un’azienda non può chiedere ai propri dipendenti di non essere su LinkedIn. E’ come chiedere un patto di non concorrenza: allora pagalo! Così come è assurdo che ancora qualcuno dica: “non voglio far vedere in azienda che sto contattando i recruiter”. Mi chiedo in che modo si possa stabilire di “stare contattando qualcuno” anziché “essere contattati da qualcuno”.  In fin dei conti, essere un profilo molto ricercato dovrebbe “alzare la quotazione” di un candidato e spingere l’azienda a tenerselo bello stretto.

Chiaro. Ma come si passa dal social media marketing al social recruiting?

Intanto cerchiamo di capire cosa si intende per social recruiting. LinkedIn mette a disposizione un “cruscotto” per aziende e recruiter che permette loro di comunicare attraverso una Company Page, offrire opportunità lavorative, ricercare profili. Le aziende che affidano ai profili privati dei propri dipendenti (siano stagisti che selezionatori) non stanno facendo social recruiting. Stanno utilizzando i profili personali di alcuni loro collaboratori per cercarne altri. Quando quei collaboratori lasceranno l’azienda, porteranno con sé tutto il capitale di selezione. Ma soprattutto, social recruiting non è solo pubblicare offerte di lavoro, ma è anche e soprattutto employer branding digitale: storie, foto, video, comunicazione per rendere quell’azienda un posto fantastico di attrazione naturale per i candidati.

Qual è l’aspetto di LinkedIn per il recruiting che più ti ha colpito?

È una questione di approccio. A pubblicare le offerte, a metterci la faccia, non sono più le aziende, ma le persone. Cade la spersonalizzazione dei vecchi meccanismi di recruiting, con comunicazioni gestite da caselle fantasma “info@”. Quando pubblichi un’inserzione attraverso LinkedIn compare il nome della persona che se ne sta occupando. Adesso anche i candidati possono scegliere l’azienda in cui investire. E il recruiter, da parte sua, verifica le informazioni, controlla le referenze, valuta il network e soprattutto i contenuti pubblicati. Un mestiere che non si può più affidare allo stagista o ai figli del titolare che hanno fatto psicologia e di conseguenza vengono parcheggiati nelle risorse umane. Il recruiting non è solo un costo: è un investimento.

Vuol dire che basta LinkedIn, si può fare a meno del resto?

No, gli altri strumenti sono ancora validi. Un’inserzione sul sito, nella pagina Lavora con noi, può ancora essere utile. A patto di saperla fare…

Che cosa intendi?

Spesso gli annunci sono la conseguenza di un modo di comunicare vecchio. Così come nella comunicazione aziendale non puoi permetterti di prendere comunicati stampa, publiredazionali e veline e metterle sui social, ora serve una comunicazione vicina alle persone, anche gli annunci di lavoro hanno una comunicazione propria.

Puoi fare degli esempi?

Consiglio di vedere il video di Heineken, The Candidate. Mostra come si possa fare recruiting in modo diverso, portando letteralmente le persone dentro all’azienda. Si vede anche come l’azienda punti forte sulle soft skill.

 

E in Italia?

20 anni fa la società Daniela Rossi e Associati creava delle job description che erano vere perle di storytelling (si direbbe oggi), sono rimasti insuperati ancora oggi.

Ma social e storytelling possono battere la tanto citata crisi?

Basta con questa storia della crisi! Chi doveva tagliare ha tagliato, non c’è più spazio per quel tipo di approccio basato solo sulle relazioni sindacali; ora le risorse umane sono tutt’altro: organizzazione e sviluppo delle competenze, formazione, relazioni dirette e trasparenti. È cambiato il mondo. Un tempo parlare con le aziende era difficilissimo. Qualche tempo fa mi è capitato di cercare Grom per il mio master. Dopo mille filtri di segretarie e mail, l’ho beccato su Facebook, mi ha risposto, ci siamo parlati.

Ci puoi lasciare con un suggerimento per le aziende?

Semplice: se non evolvi, muori. Investite sui social ma affidatevi a degli specialisti.

Eventi

Nessun risultato

Spiacente, nessun articolo corrisponde ai tuoi criteri