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Challenge letali su Youtube: la testimonianza di Ramon Maj

Martedì 20 novembre non ho tenuto una serata sui pericoli della Rete come tutte le altre. Ho avuto l’onere di intervistare Ramon Maj, il padre di Igor Maj.

La storia di Igor Maj

La notizia, sconvolgente, fu data così dal Corriere della Sera:

Il 6 settembre, giovedì della scorsa settimana, in un appartamento della prima periferia di Milano, viene trovato morto un adolescente, un ragazzo di 14 anni, biondo, col fisico atletico, appassionato di scalate in montagna, come suo padre. Il ragazzo si è soffocato con una corda da roccia, e i carabinieri hanno trasmesso alla Procura per i minorenni notizie e primi accertamenti sul «suicidio», perché quella, all’inizio, era la scena.
È passata una settimana, e la morte di quel ragazzo, per quanto sostiene la sua famiglia, ha una spiegazione diversa dal suicidio. Lo racconterebbe almeno un video, tra le ultime pagine Internet visitate e rimaste memorizzate nella cronologia di navigazione del giovane rocciatore, un video che rientra nella categoria «cose pericolose in Rete» e parla di blackout, o «gioco» del soffocamento, una sorta di sfida che consisterebbe nello sperimentare una carenza di ossigeno, fin quasi allo svenimento.

Le parole del padre di Igor sul Corriere della Sera

A quattordici anni sei un po’ leone e un po’ bambino. Cerchi il brivido della sfida, le prove di coraggio. Poi però vai dalla mamma o dal papà, e ti rannicchi un po’ con loro. […] Nostro figlio era irrequieto e vivace, era bravo a scuola e faceva tanto sport. […] In un momento in cui era da solo a casa ha cercato su youtube due parole: “sfida ragazzi” […]. È partito un video “5 Challenge pericolosissime che gli adolescenti fanno”. “Ci sono moltissimi giochi che diventano virali e di tendenza – diceva la voce – . Senza usare un po’ di testa, si rischia di finire molto male”. Sottinteso: tu che hai la testa, puoi sfidare il limite. Ce la fai. L’ultima sfida era una sorta di “gioco” al soffocamento […] e ha provato convinto di poter controllare tutto con la sua forza e la sua intelligenza. […] È così che è morto Igor, appeso, per colpa di un inganno online. Strangolato da una corda. Da una di quelle che in arrampicata servono per salvarsi la vita. […] Ad Igor non erano “negate” le sfide o le cose strane, però le ragionavamo assieme […], l’ho sempre indirizzato sul come farle e sul non farle da solo e  pensavo (evidentemente sbagliando) che lui avesse capito, che avesse gli strumenti per valutare.”
(Ramon Maj, Corriere della sera di giovedì 11 ottobre 2018)

La challenge black out

La challenge, sfida in inglese, di cui si parla si chiama black out: prevede che i giovani si comprimano la carotide fino a svenire per soffocamento. Una pratica che online raccoglie migliaia di fan, non solo in Italia, e accompagnata persino da centinaia di video-tutorial. In realtà la sfida al soffocamento esiste da decenni (è anche una pratica sessuale), ma la Rete ha reso virale la diffusione di questo “gioco” conosciuto anche con i nomi di pass-out challenge o chocking game.

Challenge su Youtube: che cosa sono?

Che cos’è esattamente una challenge? Va detto che queste sfide non sono tutte pericolose, anzi. Nascono come social challenge innocue: una persona si sfida con un’altra o più persone in giochi molti buffi, come per esempio la whisper challenge, che consiste nel capire il labiale dell’altro mentre si ascolta musica.

Peccato però che alcune challenge siano molto pericolose. Tutti citano la controversa Blue Whale (inizialmente entrata nel nostro Paese come una fake news, come hanno ammesso Le Iene, ma poi diffusasi per emulazione): consiste nel seguire un percorso di prove folli e autolesionistiche fino a buttarsi giù dal tetto di un palazzo. Per alcune settimane sembrava che fossero a decine i casi in Italia, poi l’allarme è rientrato.

Ma sono molte, come segnala Avvenire, le pratiche “estreme” propugnate sul Web e che finiscono con esercitare attrattiva sui ragazzi più fragili, o meno seguiti nelle ore passate davanti a computer e smartphone: si va dal balconing (la pratica di gettarsi da un palazzo all’interno di una piscina o di un altro balcone) alla moda dei selfie sui binari del treno o sulla strada (a volte purtroppo si trasformano in selfie mortali: killfie) fino al knockout (che consiste nel buttare a terra i passanti con un pugno o un calcio dato all’improvviso) e all’eyeballing (buttarsi vodka sugli occhi in cerca di allucinazioni e sballo immediati).

Perché i ragazzi sono attratti dalle challenge? Sono delle specie di riti di iniziazione, spiegano gli psicologi: i ragazzi devono dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri. Devono dimostrare di essere dei duri, di sapere superare i propri limiti, devono sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso, inusuale, da raccontare l’indomani agli amici.

La serata di Carate Brianza

Così l’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo ha presentato l’evento con Ramon Maj:

Martedì 20 novembre 2018 alle ore 21 presso il Cineteatro L’Agorà di Carate Brianza, in via Amedeo Colombo n. 2, si terrà il primo incontro del ciclo La trappola della rete in una rete di trappole in un dialogo tra il giornalista Gianluigi Bonanomi, esperto in cyberbullismo, e Ramon Maj, padre di Igor, il ragazzo 14enne milanese deceduto il 6 settembre 2018 a causa di un “gioco” troppo pericoloso.

L’incontro è aperto a tutti con ingresso libero fino ad esaurimento posti ed è promosso dall’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo di Carate Brianza con l’intento di offrire al territorio un momento di riflessione e di scambio sui temi della genitorialità e dell’educazione, che mai come oggi si pone quale priorità per giovani che hanno di fronte una società che offre pericoli e grandi contraddizioni.

La testimonianza di Ramon Maj

Durante la serata di Carate ho registrato parte dell’intervento del padre di Igor, Ramon. Ne presento qui la registrazione, che è diventata una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“:

 

 

Bimbi piccoli e tecnologia: che cosa dicono i pediatri?

Nei miei incontri sui pericoli della Rete e nei workshop di navigazione familiare spesso incontro genitori di ragazzi delle scuole medie o prima superiore. Ma capita, di tanto in tanto, anche chi ha bimbi più piccoli, come me. La domanda è sempre la stessa: i bimbi possono usare la tecnologia? Quanto? Fa male? Quanto fa male? E così via. Per rispondere uso un documento stilato dalla Società Italiana Pediatri.

Bimbi e tecnologia: i dati

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Il dato più eclatante arriva dagli Stati Uniti: il 92% dei bambini inizia a usarli già nel primo anno di vita e all’età di due anni li utilizza giornalmente. E in Italia? Ben 8 bambini su 10  tra i 3 e i 5 anni (ribadisco: 80%) sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono, spesso, troppo permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno.

Mamme e papà di questi bimbi piccoli sono davvero consapevoli dei rischi per la salute psicofisica di un utilizzo precoce dei dispositivi digitali? È la stessa associazione dei pediatri a rivelare che solo il 29% dei genitori chiede consiglio ai pediatri.

Il documento della società italiana dei pediatri

La Società Italiana di Pediatria (SIP) si è espressa con un documento ufficiale sull’uso dei media device (cellulare, smartphone, tablet, pc ecc.) nei bambini da 0 a 8 anni di età. Il documento, pubblicato sulla rivista Italian Journal of Pediatrics, è il frutto di un’approfondita analisi della letteratura scientifica che ha indagato sia gli effetti positivi sia quelli negativi sulla salute fisica e mentale dei bambini al fine di stabilire l’età più appropriata per l’esposizione ai media device e le corrette modalità.

Le regole dei pediatri: no al cellulare pacificatore

No a smartphone e tablet prima dei due anni. Via gli schermi durante i pasti e prima di andare a dormire. Ci sono limiti dopo i due anni? Certo: occorre limitare l’uso a massimo 1 ora al giorno nei bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni e al massimo 2 ore al giorno per quelli di età compresa tra i 5 e gli 8 anni. Queste sono le principali raccomandazioni della SIP. Il documento dei pediatri sconsiglia inoltre programmi con contenuti violenti e soprattutto l’uso di telefonini e tablet per calmare o distrarre i bambini. No al cellulare “pacificatore”. Si, invece, all’utilizzazione di applicazioni di qualità da usare insieme ai genitori.

Il commento del presidente del SIP

“Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Ma come pediatri che hanno a cuore la salute psicofisica dei bambini non possiamo trascurare i rischi documentati di un’esposizione precoce e prolungata a smartphone e tablet”, spiega il Presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto Villani. Numerose infatti sono le evidenze scientifiche sulle interazioni con lo sviluppo neuro-cognitivo, il sonno, la vista, l’udito, le funzioni metaboliche, le relazioni genitori-figli e lo sviluppo motivo in età evolutiva.

Tecnologia e bimbi: i possibili disturbi secondo i pediatri

Ecco, tema per tema, che cosa ne pensano i pediatri.

Apprendimento La tecnologia ostacola o favorisce l’apprendimento? Secondo studi recenti, l’uso dei touchscreen potrebbe interferire con lo sviluppo cognitivo dei bambini, perché questi hanno bisogno di un’esperienza diretta e concreta con gli oggetti in modo da affinare il pensiero e la capacità di risolvere i problemi. Il bambino di età inferiore ai 3 anni può apprendere nuove parole attraverso video solo se è presente un genitore che aggiunge altre informazioni durante lo svolgimento delle varie sequenze. L’uso di applicazioni educative ben fatte promuove l’apprendimento nei bambini in età prescolare e nei primi anni di delle elementari. Sfortunatamente la maggior parte delle applicazioni non è strutturata per un’interazione a due (bambino- genitore).

Sviluppo Una elevata quantità di tempo speso davanti allo schermo è correlata a scarso profitto in matematica, a bassi livelli di attenzione e anche a minori relazioni sociali con i coetanei. Le app per disegnare potrebbero giocare un ruolo positivo nello sviluppo dei bambini e possono essere utilizzate in aggiunta ai tradizionali colori e gessetti in quanto sono sicuri e facili da usare. L’uso dei media device da parte dei bambini può avere effetti positivi solo se ci sono i giusti contenuti e la presenza del genitore.

Benessere generale L’utilizzo di strumenti elettronici durante l’infanzia per più di 2 ore al giorno è associato ad un aumento del peso corporeo e a problemi comportamentali. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che esiste una correlazione tra utilizzo di tablet, cefalea e dolore muscolare (soprattutto a collo e spalle) dovuto alla inappropriata postura.

Sonno L’uso dei dispositivi multimediali può interferire con la qualità del sonno attraverso le sollecitazioni causate sia da alcuni contenuti stimolanti sia dall’esposizione alla luce dello schermo che può interferire con il ritmo circadiano quando l’esposizione avviene la sera. Uno studio recente conclude che i bambini di età compresa tra 1 e 4 anni che hanno la televisione in camera hanno una peggiore qualità del sonno, più paura del buio, incubi e dialoghi nel sonno.

Vista L’esposizione a tablet e smartphone può interferire anche con la vista. L’uso continuo dello smartphone può causare il disturbo di secchezza oculare. Pertanto, il bambino può avvertire una sensazione di corpo estraneo nell’occhio e/o bruciore oculare, una sintomatologia del tutto sovrapponibile a quella dell’occhio secco. Per di più gli smartphone sono utilizzati ad una distanza ravvicinata a causa del loro piccolo schermo led, inducendo quindi fatica oculare, abbagliamento e irritazione. L’eccessivo uso degli smartphone a breve distanza può influenzare lo sviluppo di una condizione chiamata “esotropia acquisita concomitante”. Ovvero può causare una tipologia di strabismo che si verifica quando appare una forma di diplopia che coinvolge dapprima solo la visione lontana e poi anche quella ravvicinata.

Udito La precoce e prolungata esposizione a intensi livelli di rumore senza periodi di interruzione per le orecchie può portare a una alterata percezione dei suoni, con possibili interferenze nello sviluppo del linguaggio, nella socializzazione, nella comunicazione e nell’ interazione con gli altri bambini.

Ascolta la puntata del mio podcast sul tema

Ascolta “#29 Bimbi piccoli e tecnologia: cosa dicono i pediatri?” su Spreaker.

YouTube Kids: che cos’è e prova sul campo

Sono un papà di due bambine: una di sei anni e l’altra di due anni. Entrambe, già dall’età di un anno, si divertivano a guardare i video su YouTube, su smartphone e tablet, con la supervisione di mia moglie o con la mia.

Il problema è che già da piccolissime – native digitali come sono – avevano imparato che, facendo scorrere il ditino dalla parte bassa dello schermo in su, potevano accedere a un mondo di video correlati. Partivano da Peppe Pig e si ritrovavano su video russi di giocattoli strani o su altri contenuti non meglio identificati.

È arrivata YouTube Kids

Dal 12 settembre 2018 è ufficiale: è arrivata in Italia YouTube Kids, la app pensata per le famiglie e i bambini, in pratica una versione protetta di YouTube in cui i bambini dai tre ai dieci anni possano guardare cartoni animati, video musicali e filmati didattici. I filtri sono informatici ma esiste anche una redazione in carne e ossa per le segnalazioni. La app è disponibile gratuitamente su Google Play e su App Store. Il sito Web di riferimento in lingua italiana è www.youtube.com/intl/ALL_it/yt/kids.

La prova sul campo di YouTube Kids

All’avvio l’app chiede l’intervento di un genitore, che deve inserire l’anno di nascita. Il suo, non quello del figlio o della figlia. In seguito l’app riconosce l’account Google del genitore (protetto da passcode, per esempio una moltiplicazione). Il sistema, subito dopo, ammette di non essere infallibile: chiede, in caso di video non appropriato, di segnalarlo.

Quasi subito è possibile disabilitare la ricerca: in questo modo il minore può vedere solo canali verificati da YouTube Kids: l’app ha in primo piano molti contenuti italiani per bambini: per esempio Zecchino d’Oro, filastrocche di Coccole Sonore, Winx e Lego Ninjago.

Al primo uso ho deciso di tenere attiva la ricerca, possibile anche con dettatura per i bimbi che non sanno scrivere (o gli adulti pigri): provando con “sesso” non è stato mostrato alcun risultato, mentre con “calcio” sono stati mostrati contenuti come Sam il pompiere che gioca a pallone, lo stesso per Oddbods, Masha e Orso, Pocoyo ma anche guide e gli highlights di partite vere. Tutto sotto controllo. Il genitori può anche impostare un timer, fino a 60 minuti.

E la pubblicità?

Per quello che riguarda la pubblicità, i progressi di Google sono da sottolineare, e sono dettati dal GDPR, la nuova severa legge europea sulla privacy. Non viene mostrato più di uno spot ogni quarto d’ora (spot che non riguardano alimenti o videogiochi e non hanno link e non portano altrove) e Google non raccoglie i dati dei minorenni (solo quelli d’uso: smartphone, sistema operativo ma anche indirizzo IP e cronologia visualizzazioni), anche perché è possibile usare la app senza avere un profilo. Non sono mostrati spot targettizzati, a quanto ha dichiarato Gregory Dray, numero uno Kids, Family ed Education di YouTube in Europa.

Che cosa ne pensa la Polizia Postale?

“Apprezziamo l’impegno di Google per rendere la navigazione online un’esperienza sicura anche per i più piccoli, ma sappiamo che affinché tali sforzi siano efficaci è necessario un dialogo costante con le istituzioni. Per questa ragione, da molti anni Polizia Postale e Google collaborano per garantire agli utenti un ambiente online sicuro e positivo”

Questo quello che dice Nunzia Ciardi, Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Anche in podcast!

Questo argomento è stato oggetto anche del mio podcast “Genitorialità e tecnologia”. Puoi ascoltare la puntata dedicata a YouTube Kids direttamente qui:

Ascolta “#23 Che cos’è Youtube Kids e come funziona?” su Spreaker.

La sessualità online dei nativi digitali: intervista a Fiorenzo Pilla

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Con Fiorenzo Pilla, coautore di “Manuale per difendersi dalla post verità” durante una presentazione del libro a Sesto San Giovanni

Fiorenzo Pilla è un amico è un ottimo divulgatore. Abbiamo scritto insieme due testi, Manuale per difendersi dalla post-verità e Prontuario per genitori di nativi digitali (qui a lato la foto di una presentazione del libro).

In questa puntata del podcast l’ho interpellato però a seguito di un altro progetto editoriale: “Digital love”, scritto con Dolce e Aiello per Ledizioni. Ho chiesto a Fiorenzo di dare tre consigli ai genitori di nativi digitali alle prese con il tema della sessualità online dei figli.
Puoi seguire Fiorenzo Pilla online sul suo sito Fiorenzopilla.it e su Facebook

Ascolta qui l’intervista:

Ascolta “#21 La sessualità online dei nativi digitali: intervista a Fiorenzo Pilla” su Spreaker.

Il mio podcast “Genitorialità e tecnologia” è su Spotify

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Il mio podcast “Genitorialità e tecnologia”, dedicato all’uso consapevole della tecnologia in famiglia, è disponibile da tempo su questo sito, su Spreaker, su iTunes, su YouTube. Da qualche giorno è possibile ascoltare tutte le puntate gratuitamente anche sulla più celebre piattaforma di streaming musicale: Spotify. Puoi ascoltare il mio podcast a questo link: Genitorialità e tecnologia su Spotify.

 

Protezione dello smartphone dei bambini: l’intervista a Giancarlo Calzetta

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Durante le serate informative sui pericoli della Rete, prima o poi la domanda sulla sicurezza arriva. Come posso controllare quello che fa mio figlio con lo smartphone? Quali strumenti di parental control suggerisci? Si possono prendere virus?

Ho deciso di girare queste domande a chi si occupa professionalmente di cybersecurity, un giornalista informatico (che lavora per Tom’s Hardware, anche nello spin-off Security.info, e Sole24Ore) tra i più noti e apprezzati in Italia: Giancarlo Calzetta.

Controllare lo smartphone dei bambini?

Lo smartphone è oggi il principale strumento con cui i ragazzi accedono a Internet, usato quotidianamente per andare online dal 97% dei ragazzi di 15-17 e dal 51% dei bambini di 9-10 (dati EuKids Online, vedi tabella sopra).

Molti genitori mi chiedono se esistono strumenti per evitare o limitare i danni. Secondo Calzetta sugli store online si trovano diverse applicazioni per il controllo degli smartphone. Sono app di “parental control”, controllo parentale, e sono davvero tantissime: Giancarlo cita le suite di Norton, Gdata e Kaspersky (qui alcuni consigli proprio di Kaspersky sulla questione smartphone e bambini).

Protezione smartphone dei bambini: non fare le cose di nascosto

Il suggerimento numero 1 di Giancarlo, però, è quello di non fare le cose di nascosto. Questo può costituire un problema non tanto tecnico, ma di relazione, di fiducia. Occorre invece spiegare al figlio perché è necessario proteggersi e come farlo. Non sempre i genitori sono competenti dal punto di vista tecnologico, ma le competenze che servono non sono tecniche. Bisogna fare i genitori: affiancare i ragazzi, senza sotterfugi.

Configurare uno smartphone per farlo usare ai bambini

Sul sito di Tom’s Hardware, dove scrive anche Giancarlo, si trova una esauriente guida su come impostare uno smartphone, nel caso specifico Android, per l’uso da parte dei ragazzi. Dopo aver creato un nuovo utente per il minore, si legge nel pezzo, occorre accedere a Google Play per assicurarsi che mostri solo contenuti adatti ai bambini. Nell’articolo, che si trova a questo link, è spiegato tutto passo a passo.

Quali sono i maggiori pericoli per i minori online?

Sempre secondo i dati EuKids Online, “cresce il numero di ragazzi e ragazze di 9-17 anni che hanno fatto qualche esperienza su Internet che li ha turbati o fatti sentire a disagio (13%). Cresce soprattutto fra i bambini di 9-10 anni, passando dal 3% registrato nel 2013 al 13% del 2017”. Fra i rischi continuano a crescere i contenuti inappropriati (soprattutto quelli legati all’ostilità e al razzismo), l’hate speech, l’esposizione a contenuti pornografici e il sexting, oltre ovviamente a cyberbullismo e dipendenza.

Nell’intervista Giancarlo punta i riflettori prevalentemente sulla questione privacy e sulle informazioni che i bambini e ragazzi pubblicano online. In particolare la loro esposizione sui social. “Occorre spiegare che cosa mettere su Instagram e che cosa no” sottolinea Calzetta. Ecco alcuni suoi suggerimenti:

– Impostare il profilo privato.

– Mai rispondere agli sconosciuti.

– Si aggiungono solo amici che si conoscono fisicamente.

– I ragazzi non devono postare proprie foto sui social.

In effetti è più un lavoro da genitori che da tecnico o smanettone.

Come tracciare l’uso che il ragazzo fa dello smartphone?

La maggior parte delle app di parental control prevede anche una funzionalità di tracciamento dell’attività con lo smartphone del ragazzo. Molto utile per permettergli di rendersi conto di quanto e come usa lo strumento. Del resto spesso i minori, e non solo loro, perdono la cognizione del tempo, davanti a uno schermo. Esistono però anche app specifiche per fare questo, e Giancarlo suggerisce di provare Screentime.

Questione sicurezza: si possono prendere i virus sullo smartphone?

Ultima domanda: serve installare un antivirus sullo smartphone del figlio? La risposta è: assolutamente sì. Sebbene gli antivirus per PC e Mac siano potenti, installare una suite di sicurezza sul telefonico (anche su iPhone!) può certamente aiutare a evitare alcuni problemi. Non basta “stare attenti” quando si naviga, questo il monito di Giancarlo.

Ascolta qui l’intervista a Giancarlo Calzetta

Tutte le interviste del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” possono essere ascoltate gratuitamente su Spreaker o direttamente su questo sito. Basta un clic su Play qui sotto. Buon ascolto.

Ascolta “#19 Protezione dello smartphone dei bambini: l’intervista a Giancarlo Calzetta” su Spreaker.

Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi

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L’intervista a Rachele Zinzocchi

Che cosa si intende per educazione civica digitale? L’ho chiesto a Rachele Zinzocchi, professionista del digitale e animatrice del laboratorio di digital education. Qui trovi la presentazione del progetto:

L’educazione civica digitale

Nel corso dell’intervista Rachele ha tenuto a sottolineare che digital education si traduce appunto con “educazione civica digitale”, intesa come utilizzo responsabile e consapevole delle nuove tecnologie, della Rete e dei social. Abbiamo parlato di privacy, di sicurezza, del rischio violenza ma anche di questioni più filosofiche (Rachele è laureata in filosofia!) come per esempio il tradimento della promessa originaria di Facebook di connettere il mondo: il rischio invece è disconnettersi completamente.

Telegram e i ragazzi

Rachele è anche l’autrice di un libro su Telegram che si intitola “Telegram perché”. Ne ho approfittato quindi per chiederle se i ragazzi, in fuga da strumenti “vecchi” come i blog e Facebook, stanno approdando anche lì. La sua risposta è stata: sì. Perché si tratta di uno strumento nuovo, versatile ma soprattutto sicuro (i messaggi sono davvero blindati, non come su WhatsApp). Forse troppo sicuro: il rischio è che la possibilità di scambiare immagini che si autodistruggono, come inizialmente prometteva SnapChat, porti al diffondersi del sexting e del revenge porn. Rachele ha poi citato due canali Telegram meritevoli: quello per la diffusione della divina commedia e quello della Pastorale Giovanile di Molfetta. Suggerisce di seguire anche ilsito del suo mentore per quanto riguarda Telegram: bot di Piersoft.

Come contattare Rachele

Rachele Zinzocchi Telegram

Puoi trovare Rachele ovviamente su Telegram. La sua mail è rachelezinzocchi@gmail.com e il numero di telefono 392/9856823. Questo invece il link al gruppo Facebook sulla digital education.

 

Ascolta l’intervista qui

Puoi ascoltare la puntata 17 del podcast Genitorialità e tecnologia, con l’intervista a Rachele sull’educazione civica digitale, direttamente qui oppure su Spreaker:

Ascolta “#17 Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi” su Spreaker.

Smartphone in ferie: intervista allo sharing daddy Facchini

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Si definisce lo “sharing daddy”, ma tiene molto all’uso consapevole della tecnologia in famiglia e all’uso virtuoso di smartphone e schermi per stimolare la creatività dei ragazzi, senza danneggiarli o metterli in imbarazzo. All’anagrafe è Francesco Facchini e di mestiere fa il formatore sul tema del mobile journalism (è da anni che non usa un PC, ci tiene a sottolineare).
Ho intervistato Francesco per questa nuova puntata del podcast, mentre girava per le vie di Milano e proprio alla vigilia della partenza per le vacanze con il figlio, lo sharing kid. Mi ha raccontato di come userà lo smartphone con il ragazzo di sei anni durante il soggiorno in Slovenia, per esempio creando dei filmati con una app che si chiama Stop Motion Studio (qui disponibile per iOS). Poi ha dato alcune dritte per l’uso corretto e virtuoso della tecnologia in famiglia: un suo suggerimento, tra gli altri, è quello di creare uno scrigno digitale delle creazioni e dei file riguardanti i figli, senza condividerli (è contro quindi allo sharenting), e di consegnarli ai ragazzi quando avranno l’età per creare una loro identità digitale. Dal punto di vista degli strumenti, oltre a Stop Motion, ha suggerito di creare delle storie, girare i video e montarli usando iMovie in ambiente Apple e KineMaster in ambiente Android.
Per seguire Francesco puoi collegarti al suo sito personale sul mobile journalism, a Sharing Daddy oppure sostenere la sua attività professionale su Patreon.

Ascolta l’intervista direttamente qui:
Ascolta “#16 Come usare lo smartphone in vacanza: intervista allo sharing daddy Francesco Facchini” su Spreaker.

Che cos’è la dieta mediale? L’intervista a Marco Gui

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La quindicesima puntata del podcast “Genitorialità e tecnologia” è dedicata all’intervista con il professor Marco Gui (nella foto sopra), ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca. Ho intervistato Marco perché si occupa di sociologia dei media ed è un grande esperto di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Tra l’altro è l’autore di uno dei libri più interessanti che ho letto sul tema: “A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita”.

Il problema

Come si evince dall’intervista, breve (una decina di minuti in tutto) ma intensa, il tema del libro è la sovrabbondanza comunicativa permanente. In particolare Gui sostiene che l’obesità e la sovrabbondanza comunicativa colpiscano le fasce con meno risorse socio-culturali, quindi toccano chi ha meno strumenti per difendersi. Data l’analogia tra cibo e tecnologia, si parla quindi di dieta mediale.

Nel corso della puntata Gui ha precisato che le vere dipendenze (IAD, Smartphone addiction e dipendenza dai videogiochi) sono rare, ma sempre più spesso si verifica un sovra-consumo, un uso disfunzionale della Rete, che si associa a diversi problemi: di tipo relazionale, di rendimento nello studio o sul lavoro, di qualità del sonno o della capacità di godersi in modo rilassante momenti di svago.

I rimedi

Quali i rimedi? Gui suggerisce, soprattutto ai genitori, di avere un strategia nell’uso dei media, in modo da usare consapevolmente tutti gli schermi che ci circondano ma soprattutto per essere un esempio per i ragazzi. Prima di tutto occorre analizzare l’uso che si fa della tecnologia. Per questo possono essere utili strumenti come RescueTime.

L’intervista

Per ascoltare la puntata del podcast fai clic su Play qui:

Ascolta “#15 A dieta di media in famiglia: l’intervista a Marco Gui” su Spreaker.

Per contattare Marco puoi visitare la sua pagina sul sito dell’Università Bicocca, scrivergli a marco.gui@unimib.it oppure visitare il sito del suo progetto sul benessere digitale.

Se vuoi invece riascoltare tutte le puntate del podcast “Genitorialità e tecnologia”, fai clic qui:

Selfie e identità: 4 cose che i genitori devono sapere

Questo articolo è stato pubblicato su Mamamò, a questo indirizzo.

In un recente articolo sul perché i ragazzi amano tanto i social, in cui sottolineavo il fatto che partecipare, confrontarsi con gli altri online e ricevere dei feedback positivi sia un loro bisogno, parlavo anche di selfie, come strumento per definire la propria identità e accrescere l’autostima. L’occasione per approfondire questo tema viene dalla lettura del libro Selfie. Narcisismo e identità di Giuseppe Riva.

Il libro di Riva, breve ma intenso, dà molti spunti. Ecco le quattro cose che un genitore deve sapere sui selfie.

Selfie: iniziamo dal nome

Selfie è il diminutivo di self-portrait, autoritratto, autoscatto tipicamente fatto con uno smartphone o una Webcam e condiviso sui social. Pare che il termine si sia diffuso a inizio secolo, come hashtag, sulla piattaforma di condivisione di foto Flickr. L’esplosione si è avuta nel 2010 quando si diffusero i primi smartphone con fotocamera anteriore. Fino a diventare, nel 2013, la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary. C’è anche una pagina dedicata sul sito dell’Accademia della Crusca, dove  si scopre che ormai è ufficiale l’uso al maschile e che esistono anche delle varianti: Delphie è il selfie mentre si guida, Welfie in palestra, Belfie del “lato b”.

La storia del termine o della tecnologia contano poco. Quello che conta è la data, 3 marzo 2014: durante la notte degli Oscar Ellen Degeneres scatta il selfie più condiviso della storia. Nello scatto si vedono diverse star come Meryl Streep, Jared Leto, Julia Roberts, Brad Pitt, Angelina Jolie, Kevin Spacey e altri. Era una trovata pubblicitaria di Samsung ma in quel momento il selfie è diventato un comportamento socialmente desiderabile: se lo fanno anche i personaggi famosi… Seguiranno altri selfie VIP come quelli del papa o di Totti durante un derby.

Narcisismo, malattia dei nostri anni

Ivan Cotroneo ha scritto:

Se negli ultimi 30 anni la malattia da curare era la depressione, per i prossimi sarà il narcisismo”.

Siamo tutti narcisisti?

Riva riprende il mito di Narciso per fare delle precisazioni. Nel mito il protagonista non cerca la propria immagine ma la subisce, invece il selfie è sempre un atto intenzionale, con il preciso scopo di condividere. Per Riva chi fa un selfie non è necessariamente un narcisista (ma certamente un narcisista si fa molti selfie).

Ma allora perché scattiamo i selfie? È una questione di definizione dell’identità. La nostra soggettività ha due facce: IO, come mi vedo da dentro (sé personale), e ME, come mi vedo e come mi vedono da fuori (sé sociale). Per chi sta ancora definendo la propria identità, come i preadolescenti, lo smartphone e i social permettono di entrare in contatto con il proprio ME. Definiscono la propria identità, anche nel confronto con gli altri. In questo contesto, i selfie stanno diventando uno degli strumenti più utilizzati dai ragazzi per definire ciò che sono e che vorrebbero diventare. Allo stesso tempo i social permettono di verificare la posizione degli altri e confrontarla con la propria per decidere chi si è e chi si vuole essere.

I tre paradossi dei selfie

Utili per definire la propria identità, i selfie però si portano appresso tre paradossi.

  • Primo paradosso: se i selfie sono un modo efficace per mostrarsi e raccontarsi agli altri, allo stesso tempo non sono in grado di rappresentarci in maniera completa. Anzi assumono vita propria, continuando a raccontarci nello stesso modo anche quando siamo cambiati (quella foto sbagliata alla festa ci può perseguitare).
  • Secondo paradosso: se attraverso i selfie possiamo modificare fugacemente la nostra identità sociale, è però vero che i nostri selfie possono anche essere utilizzati da altri per modificarla anche se non lo vogliamo (vedi l’uso ricattatorio del sexting).
  • Terzo paradosso: se attraverso i selfie possiamo scegliere quali caratteristiche sottolineare della nostra identità sociale all’interno delle diverse reti che frequentiamo, tutti i frammenti possono essere rimessi insieme per individuare la nostra vera identità (vedi i ragazzi che passano la prima selezione del personale per un buon CV o un preciso profilo LinkedIn ma poi vengono scartati per le foto che condividono su Facebook e Instagram).

I numeri dei selfie degli adolescenti

Veniamo infine ai numeri: Riva cita diverse ricerche sul tema selfie. In particolare mi ha colpito una ricerca dell’Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti su 7000 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Ci dà un’esatta dimensione del fenomeno selfie.

I ragazzi si scattano una media fra i 3 e gli 8 selfie al giorno, con punte di 100!

Il 31% degli adolescenti si fa i selfie per ricordo, l’11% per noia e l’8,5% per ridere. Il 15,5% condivide tutti i selfie sui social e WhatsApp, soprattutto le ragazze. Un adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette potenzialmente a repentaglio la propria vita, soprattutto i maschi (purtroppo esiste anche il fenomeno del killfie: il selfie letale).

Un’altra ricerca su 150 giovani, proprio di Riva per l’Università Cattolica e la fondazione IBSA, approfondisce il tema della relazione tra tratti della personalità e selfie. Ci sono i ragazzi estroversi e quelli coscienziosi. I primi usano i selfie per mostrarsi (fino ad arrivare all’oggettivazione del proprio corpo, usato come strumento per piacere), in particolare le donne sono molto sensibili ai commenti che i selfie scatenano sui social. Chi è coscienzioso usa i selfie in maniera più strategica per trasmettere una specifica immagine di sé, ed è meno interessato ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano.

Ascolta la puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” sui selfie

Ascolta “1×10 I selfie: 4 cose che i genitori devono sapere” su Spreaker.