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“I sette tipi di cyberbullismo”: il mio speech per Bayer Italia e Unamsi

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Il 21 marzo 2019, primo giorno di Primavera, sono stato invitato da Bayer Italia e da Unamsi (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione) a tenere uno speech sul cyberbullismo nell’ambito di un evento del ciclo “Conosciamoci Meglio”, organizzato per celebrare i 120 anni di Bayer a Milano.

La conferenza sul cyberbullismo

Nel nuovo Centro Comunicazione Bayer di Viale Certosa, l’evento dal titolo “Bulli da paura. Come difendere i ragazzi dai violenti” ha visto la partecipazione del giornalista Massimo Barberi nel ruolo di moderatore, nonché della dottoressa Francesca Maisano, psicologa Centro disagio Adolescenziale, del capitano Colletti dei Carabinieri di Milano e di Marianna Sala, Presidente di CORECOM Lombardia.

 

Il mio intervento: 7 tipi di cyberbullismo (video)

Durante la serata ho parlato dei dei sette tipi di cyberbullismo (fonte):

1.Flamming (conflitti verbali)

2.Harassment (molestie)

3.Denigration (fake news)

4.Cyberstalking (terrorizzare le vittime)

5.Impersonation (furto di identità)

6.Tricy o Outing (diffusione informazioni carpite)

7.Exclusion (escludere da un gruppo)

In questo video trovi le slide e il mio speech dell’intervento, meno di venti minuti:

Le immagini dell’evento

Il live tweeting dell’evento

Questi i tweet che sono stati postati durante l’evento (fai clic sulle immagini per ingrandirle):

Challenge letali su Youtube: la testimonianza di Ramon Maj

Martedì 20 novembre non ho tenuto una serata sui pericoli della Rete come tutte le altre. Ho avuto l’onere di intervistare Ramon Maj, il padre di Igor Maj.

La storia di Igor Maj

La notizia, sconvolgente, fu data così dal Corriere della Sera:

Il 6 settembre, giovedì della scorsa settimana, in un appartamento della prima periferia di Milano, viene trovato morto un adolescente, un ragazzo di 14 anni, biondo, col fisico atletico, appassionato di scalate in montagna, come suo padre. Il ragazzo si è soffocato con una corda da roccia, e i carabinieri hanno trasmesso alla Procura per i minorenni notizie e primi accertamenti sul «suicidio», perché quella, all’inizio, era la scena.
È passata una settimana, e la morte di quel ragazzo, per quanto sostiene la sua famiglia, ha una spiegazione diversa dal suicidio. Lo racconterebbe almeno un video, tra le ultime pagine Internet visitate e rimaste memorizzate nella cronologia di navigazione del giovane rocciatore, un video che rientra nella categoria «cose pericolose in Rete» e parla di blackout, o «gioco» del soffocamento, una sorta di sfida che consisterebbe nello sperimentare una carenza di ossigeno, fin quasi allo svenimento.

Le parole del padre di Igor sul Corriere della Sera

A quattordici anni sei un po’ leone e un po’ bambino. Cerchi il brivido della sfida, le prove di coraggio. Poi però vai dalla mamma o dal papà, e ti rannicchi un po’ con loro. […] Nostro figlio era irrequieto e vivace, era bravo a scuola e faceva tanto sport. […] In un momento in cui era da solo a casa ha cercato su youtube due parole: “sfida ragazzi” […]. È partito un video “5 Challenge pericolosissime che gli adolescenti fanno”. “Ci sono moltissimi giochi che diventano virali e di tendenza – diceva la voce – . Senza usare un po’ di testa, si rischia di finire molto male”. Sottinteso: tu che hai la testa, puoi sfidare il limite. Ce la fai. L’ultima sfida era una sorta di “gioco” al soffocamento […] e ha provato convinto di poter controllare tutto con la sua forza e la sua intelligenza. […] È così che è morto Igor, appeso, per colpa di un inganno online. Strangolato da una corda. Da una di quelle che in arrampicata servono per salvarsi la vita. […] Ad Igor non erano “negate” le sfide o le cose strane, però le ragionavamo assieme […], l’ho sempre indirizzato sul come farle e sul non farle da solo e  pensavo (evidentemente sbagliando) che lui avesse capito, che avesse gli strumenti per valutare.”
(Ramon Maj, Corriere della sera di giovedì 11 ottobre 2018)

La challenge black out

La challenge, sfida in inglese, di cui si parla si chiama black out: prevede che i giovani si comprimano la carotide fino a svenire per soffocamento. Una pratica che online raccoglie migliaia di fan, non solo in Italia, e accompagnata persino da centinaia di video-tutorial. In realtà la sfida al soffocamento esiste da decenni (è anche una pratica sessuale), ma la Rete ha reso virale la diffusione di questo “gioco” conosciuto anche con i nomi di pass-out challenge o chocking game.

Challenge su Youtube: che cosa sono?

Che cos’è esattamente una challenge? Va detto che queste sfide non sono tutte pericolose, anzi. Nascono come social challenge innocue: una persona si sfida con un’altra o più persone in giochi molti buffi, come per esempio la whisper challenge, che consiste nel capire il labiale dell’altro mentre si ascolta musica.

Peccato però che alcune challenge siano molto pericolose. Tutti citano la controversa Blue Whale (inizialmente entrata nel nostro Paese come una fake news, come hanno ammesso Le Iene, ma poi diffusasi per emulazione): consiste nel seguire un percorso di prove folli e autolesionistiche fino a buttarsi giù dal tetto di un palazzo. Per alcune settimane sembrava che fossero a decine i casi in Italia, poi l’allarme è rientrato.

Ma sono molte, come segnala Avvenire, le pratiche “estreme” propugnate sul Web e che finiscono con esercitare attrattiva sui ragazzi più fragili, o meno seguiti nelle ore passate davanti a computer e smartphone: si va dal balconing (la pratica di gettarsi da un palazzo all’interno di una piscina o di un altro balcone) alla moda dei selfie sui binari del treno o sulla strada (a volte purtroppo si trasformano in selfie mortali: killfie) fino al knockout (che consiste nel buttare a terra i passanti con un pugno o un calcio dato all’improvviso) e all’eyeballing (buttarsi vodka sugli occhi in cerca di allucinazioni e sballo immediati).

Perché i ragazzi sono attratti dalle challenge? Sono delle specie di riti di iniziazione, spiegano gli psicologi: i ragazzi devono dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri. Devono dimostrare di essere dei duri, di sapere superare i propri limiti, devono sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso, inusuale, da raccontare l’indomani agli amici.

La serata di Carate Brianza

Così l’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo ha presentato l’evento con Ramon Maj:

Martedì 20 novembre 2018 alle ore 21 presso il Cineteatro L’Agorà di Carate Brianza, in via Amedeo Colombo n. 2, si terrà il primo incontro del ciclo La trappola della rete in una rete di trappole in un dialogo tra il giornalista Gianluigi Bonanomi, esperto in cyberbullismo, e Ramon Maj, padre di Igor, il ragazzo 14enne milanese deceduto il 6 settembre 2018 a causa di un “gioco” troppo pericoloso.

L’incontro è aperto a tutti con ingresso libero fino ad esaurimento posti ed è promosso dall’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo di Carate Brianza con l’intento di offrire al territorio un momento di riflessione e di scambio sui temi della genitorialità e dell’educazione, che mai come oggi si pone quale priorità per giovani che hanno di fronte una società che offre pericoli e grandi contraddizioni.

La testimonianza di Ramon Maj

Durante la serata di Carate ho registrato parte dell’intervento del padre di Igor, Ramon. Ne presento qui la registrazione, che è diventata una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“:

 

 

Sexting: che cos’è e come prevenirlo

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Il tema “nativi digitali e tecnologia” mi è molto caro, per lavoro e in quanto genitore (seppure le mie bimbe siano piccole). Anche se, apro e chiudo parentesi, sulla questione “nativi digitali”, sulle competenze dei ragazzi che non sanno nemmeno cosa sia una mail, ci sarebbe da discutere. Ragazzi, preadolescenti e adolescenti, vivono lo smartphone come una protesi, e i problemi sono all’ordine del giorno. Anche se spesso mi chiamano nelle scuole per “alfabetizzare” e prevenire, a volte invece la frittata è già stata fatta. Episodi di sexting, adescamento, cyberbullismo, dipendenza da pornografia online si stanno diffondendo anche nelle secondarie di primo grado: le medie, per intenderci. Sì, a undici anni hanno tutti lo smartphone e sì, a quell’età sono tutti su (almeno) un social o usano un sistema di messaggistica (per me WhatsApp è un social). Anche se, a dirla tutta, non potrebbero usare quegli strumenti: quanti di voi sapevano che l’età minima per l’uso dei social è 13 anni ma di WhatsApp 16?

Fatta questa lunga introduzione, vengo al punto: era tempo che cercavo il libro “definitivo” sul tema “educazione sessuale nell’era di Internet”. Finalmente l’ho trovato, e lo consiglio davvero, di cuore, a tutti: si chiama “Tutto troppo presto” (De Agostini) ed è stato scritto da Alberto Pellai, terapeuta dell’età evolutiva (suggerisco anche di seguire il suo blog www.tuttotroppopresto.it). È un libro molto interessante, chiarissimo, pieno di casi di studio; si trovano persino delle tracce di conversazioni da fare con i propri figli sul tema, magari dopo aver visto uno dei film o dei video suggeriti alla fine di ogni capitolo. Un testo anche molto pratico, quindi.

alberto-pellai

I temi trattati sono diversi e tutti caldissimi. Ma quello che più mi interessa in questa sede è il sexting. Di che cosa parliamo, che cos’è il sexting? La definizione è grosso modo questa: nata dalla crasi delle parole inglesi sex e texting, la parola indica “l’atto di condividere messaggi, foto o video a contenuto social più o meno esplicito, prodotti attraverso cellulare, computer, tablet, palmari e scambiati via chat, social network e programmi di messaggistica istantanea”. Di solito il meccanismo è questo: lui e lei si mettono insieme. A tredici/quattordici anni sembrano vivere la storia della vita, che dura… un mese. Lui chiede a lei delle foto osé. Lei decide di mandarle perché si fida e perché, in alcuni casi (come fa notare Pellai), si tratta di un surrogato del sesso, a volta una palestra per misurarsi con l’immagine del proprio corpo sessuato. Lei lascia lui, e lui si vendica inviando le immagini ad amici, alla classe (se i video sono a sfondo sessuale, si parla di “revenge porn”). Oppure lui condivide le immagini con gli amici per vantarsi. A lei crolla il mondo, con conseguenza psicologiche e sociali devastanti; in alcuni casi si è arrivati al tentativo di suicidio.

Detto cos’è il sexting, come prevenirlo? La ricetta di Pellai è sempre la stessa per tutti questi fenomeni: bisogna parlare con i ragazzi. Nel caso specifico bisogna fargli capire che il sexting è un autogol (l’immagine che lascia lo smartphone è persa, non se ne avrà mai più il controllo), rovinerà la reputazione anche per il futuro e, cosa che sottovalutano tutti i ragazzi, può avere conseguenze penali. Proprio così: possedere immagini a sfondo sessuale di minorenni può esporre al rischio di un procedimento penale, secondo la legge contro gli abusi sui minori e la pedopornografia. Se le immagini vengono distribuire all’insaputa del soggetto ritratto o ripreso, il reato si aggrava: non si parla più solo di detenzione, ma anche di distribuzione.

Insomma, Pellai suggerisce di parlare apertamente con i ragazzi di sexting, del perché i giovani lo fanno: anche solo attirare l’attenzione, mettersi in mostra, manifestare interesse per – o fiducia in – qualcuno. Ma soprattutto occorre spiegare bene come comportarsi se ci si trova in una situazione del genere: occorre sempre confessarlo a un adulto, genitore o insegnate, qualcuno di cui ci si fidi.

Prima ho accennato al fatto che Pellai suggerisce di vedere con i ragazzi dei film o video, e di parlarne con loro. In merito al sexting indica questo filmato, Exposed, distribuito gratuitamente su YouTube (in inglese ma con i sottotitoli in italiano):

Questo articolo è stato di ispirazione per una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia”, che puoi ascoltare direttamente qui:
Ascolta “1×03 Sexting: 10 cose che devi sapere” su Spreaker.

Se vuoi organizzare un corso sui pericoli della Rete nella tua scuola, associazione, Comune o biblioteca, scrivimi: