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Il corso di Web writing per insegnanti

In collaborazione con l’associazione Impara Digitale di Dianora Bardi ho realizzato un corso di scrittura per il Web e per i social per insegnanti (di ogni ordine e grado). Il corso dà diritto alla certificazione per 20 ore.

 

Il corso è in offerta fino alla fine di agosto 2020:

Il corso mira a far acquisire le seguenti competenze:

  • Comprendere le differenze tra la  lettura e la scrittura su carta e  sul web
  • Comprendere i livelli di attenzione e cosa sottende alla lettura si un testo sul web
  • Acquisire strumenti per scrivere correttamente sul web (social, blog, siti etc..)
  • Comunicare con nuovi linguaggi
  • Imparare a interagire, organizzare, programmare
  • Imparare le regole che sottendono ad Internet
  • Sviluppare creatività

Argomenti:

  • La lettura e la scrittura sul cartaceo e sul web: un po’ di letteratura
  • Analisi delle positività e delle criticità della scrittura e lettura su carta e sul digitale
  • Caratteristiche del Web writing
  • Suggerimenti per una scrittura online efficace
  • Come si scrive un titolo che spacca
  • Come si scrive per i social
  • I ferri del mestiere

PROGRAMMA DEL CORSO

Contenuti del corso 

  • Leggere e scrivere sul digitale e sul cartaceo: idee e ricerche a confronto
  • Perchè questo corso potrà essere utile nella didattica
  • Come si legge online
  • Le caratteristiche della scrittura online
  • Le regole di Miller
  • Le altre regole della scrittura online
  • Spunti psicologici e di copywriting
  • I titoli
  • Le mail: 5 cose da sapere
  • Scrivere per i social
  • I ferri del mestiere per scrivere online
  • Bibliografia

Come dare valore con un post sui social

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Il tema del “dare valore” al pubblico è un’ossessione, parte centrale di ogni mio corso di comunicazione aziendale, dato che quasi tutta la comunicazione d’impresa è autoreferenziale e inutile. Si possono dare tre tipi di valore:
– economico
– personale
– strategico.
Ne parlo in questo video:

Questo video è andata in onda nella diciassettesima puntata di Late Tech Show:

B2B e B2C, che cosa cambia in termini di comunicazione digitale?

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Nei corsi sulla comunicazione digitale trovo in aula persone che lavorano in aziende di tipo completamente diverso. Spesso si dividono in fazioni contrapposte: da una parte i B2B e dall’altra i B2C. Ho deciso di scrivere questo articolo per fare un po’ di chiarezza su questa distinzione (come vedremo, a volte arbitraria) ma soprattutto per raccontare che cosa cambia in termini di comunicazione.

Qual è la differenza tra B2B e B2C?

La differenza tra aziende B2B e B2C sembra scontata, ma non lo è. Quando ne parlo durante i miei corsi sulla comunicazione digitale, faccio vedere questo semplice schema:

Che cosa rappresenta? Perché ci sono quattro sigle diverse? Vediamole una a una.

B2B. È il commercio interaziendale: aziende che vendono ad altre aziende o professionisti. Il caso tipico si vede nelle filiere, il fornitore di pneumatici per chi produce automobili. Ma anche io, nel mio piccolo, facendo corsi aziendali ed emettendo fatture, rientro nella categoria B2B. Tranne quando faccio consulenze personalizzate a chi non ha una partita IVA.

B2C. È il commercio propriamente detto, aziende che vendono agli utenti finali. È il gelataio, la concessionaria d’auto, il parrucchiere, ma anche Ikea. Tipicamente non fanno fatture ma scontrini (poi c’è qualcuno che non fa nemmeno gli scontrini, ma questa è un’altra storia).

C2B. Strana sigla, mai sentita vero? Eppure esiste anche il caso dei C2B, nell’era del Web. Il consumer-to-business, nel commercio elettronico, vede i consumatori usare siti di intermediazione per proporre alle aziende un prezzo (reverse auction) che queste sono libere di accettare e rifiutare. Un altro caso tipico è quello di blog o forum dove l’autore di un contenuto offre un link che conduce a un business online per spingere un prodotto (per esempio: le affiliazioni per vendere prodotti Amazon).

C2C. Il caso consumer-to-consumer si ha quando i consumatori scambiano beni tra loro, per esempio con il mercato dell’usato oppure, online, su eBay o Facebook Marketplace. Caso tipico di disintermediazione (parola odiata da agenzie di viaggio e tassisti, tra gli altri).

Il caso Coca Cola

Il problema è che molti business che ci sembrano B2C non lo sono: per esempio Coca Cola non vende al consumatore finale direttamente (sei mai andato a comprare una lattina ad Atlanta?), ma si appoggia a una rete di intermediari (grande distribuzione, ristoranti e bar): è quindi, in realtà, un B2B; qualcuno parla più correttamente di B2B2C (così ci si avvicina pericolosamente al mondo delle seghe mentali).
Online si trovano riferimenti del genere: “As a distributor to hospitals, universities, hotels and other businesses in addition to retailers, Coca-Cola Refreshments maintains a large business-to-business distribution network designed to keep customers stocked with its refreshment products. And it lets its business-to-business customers research products and place orders on a dedicated B2B e-commerce site, MyCoke.com” (“How Coca-Cola refreshes B2B customers with live chat”, www.digitalcommerce360.com).

Il caso Facebook

A volte in aula faccio questa domanda: che cos’è Facebook, un B2B o un B2C? La risposta solitamente è istintiva, come quella dei cani di Pavlov (senza offesa): “B2C!”. Gli iscritti al più popolare social network mondiale (ormai oltre 2,5 miliardi) sono convinti di essere i clienti di Zuckerberg. Invece sono la sua merce (se un servizio è gratis, il prodotto sei tu!), la sua “carne da macello”: persone che passano ore della propria giornata a produrre dati e informazioni che poi Facebook vende ai suoi veri clienti, vale a dire le aziende che mettono mano alla carta di credito e comprano le sponsorizzazioni. Quindi Facebook è solo un B2B!

Vuoi una dimostrazione? Facebook ha preparato una serie di contenuti per i suoi veri clienti, dove usa questo linguaggio: “Storie di successo: case study come questi ci ispirano e motivano. Scopri come aziende simili alla tua stanno crescendo grazie alle soluzioni di marketing di Facebook”. (fonte Facebook).

Diverso invece il caso di LinkedIn:

  • LinkedIn è un B2C quando vende gli abbonamenti Premium a chi cerca lavoro.
  • LinkedIn è un B2B quando vende le sponsorizzazioni alle aziende che fanno marketing o recruiting.

Che differenza c’è tra comunicazione B2B e B2C?

Le differenze sono sostanzialmente tre:

  1. Target
  2. Relazione
  3. Canali di comunicazione

Prima di tutto la comunicazione nei due ambiti è diversa perché diversi sono gli interlocutori, i cosiddetti target: nel caso del B2C si tratta dell’utente finale, che spesso con conosciamo direttamente (un conto è l’utente del bar o della gelateria, un altro l’acquirente di un pacchetto di patatine); nel caso del B2B è il buyer di un’azienda che conosciamo, visto che vendere un macchinario da 50.000 euro non è esattamente come vendere un Crodino. Tra l’altro sempre più spesso gli interlocutori, in una vendita B2B, sono più d’uno. Quel che cambia, quindi, è la relazione. Per questo si usano anche canali diversi: se parliamo di social l’utente B2C posso intercettarlo su Facebook e Instagram, quello B2B su LinkedIn.

Prendiamo, per esempio, il caso non di una azienda ma di una biblioteca. Dal punto di vista della comunicazione deve lavorare sui due piani, come se fosse in due mercati, B2B e B2C. La biblioteca ha due target diversi: quello del pubblico che frequenta le sue sale e i suoi eventi da una parte e quello degli interlocutori istituzionali (Comune, enti, associazioni) dall’altra. Per questo usa canali diversi: per esempio Facebook (ma anche strumenti analogici come i vecchi volantini) per il pubblico, una newsletter per gli stakeholder. Cambiano anche i contenuti e il tone di voce, ovviamente, come vedrai nel prossimo paragrafo.

Emozionale e razionale, pomata e prurito

Se cambia l’interlocutore cambia anche il tipo di comunicazione. La comunicazione B2C è tipicamente emozionale, quella B2B razionale. Del resto nel primo caso i destinatari sono interessati prevalentemente ai benefici dei prodotti, non alle caratteristiche: nel B2C, si dice, non si parla della pomata ma del prurito. Nel B2B invece abbiamo a che fare con persone preparate che necessitano di informazioni e dettagli tecnici. Chiaramente l’ambito B2B è ampio, quindi ci possono essere dei distinguo: per esempio nel mondo della grande distribuzione le comunicazioni tra industria e retail sono diversi rispetto a quelle tra industria e industria da una parte e retail e retail dall’altra.

Pensiamo a un’agenzia di comunicazione: scrive comunicati stampa destinati ai giornalisti. I giornalisti devono prendere quei comunicati, che in pratica rappresentano la voce dalle aziende, e tradurli in un linguaggio giusto per il pubblico finale, i loro lettori. Sono due mondi diversi, non si parlano perché non si capiscono. L’azienda (e l’agenzia) vuole comunicare il prodotto, il giornalista vuole la notizia perché sa che il pubblico non digerirebbe una comunicazione commerciale. Ricapitolando: l’azienda parla del prodotto, il pubblico cerca informazioni sul problema (o bisogno).
Capita anche a me: se faccio un evento di presentazione di un libro non viene nessuno, se faccio una serata di approfondimento sul tema del libro (problemi e soluzioni) ci sono più possibilità di coinvolgimento del pubblico. È un po’ quel che dice Simon Sinek nel suo “Stat with why”: tanti comunicano chi sono, qualcuno che cosa fanno, pochi il perché. Bisogna sempre partire dal perché!

Oltre la distinzione tra B2B e B2C: H2H

Quello che emerge dalle ricerche nel campo della comunicazione indica che, attualmente, l’unità primaria della connettività sia l’individuo, non il nucleo familiare, il gruppo di parenti o di lavoro. Come afferma Giuseppe Riva nel suo libro sui social network: “Le persone si connettono come individui ad altri individui, in network person-to-person. Agiscono attraverso set multipli di legami la cui importanza e la cui frequenza di contatto varia di giorno in giorno. Questo orientamento comunicativo posiziona le persone al centro di network personali che, in forma aggregata, possono garantire loro supporto, socialità, informazione e senso di appartenenza”. Quindi, al diavolo B2B e B2C, quello che conta è la comunicazione H2H: da umano a umano. Per esempio in un social network come LinkedIn anche se cerchi un’azienda trovi una persona che la rappresenta. La distinzione tra B2B e B2C, quindi, in qualche modo cade.

L’importanza delle immagini nella comunicazione digitale [Late Tech Show S01E04]

Per la quarta puntata di Late Tech Show di Gigi Beltrame ho contributo con un video sull’importanza delle immagini nella comunicazione digitale:

Qui puoi vedere l’intera quarta puntata del Late Tech Show:

Il nuovo corso “Big data e comunicazione digitale” per Fastweb Digital Academy

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Campione di resilienza: la mia intervista per VareseMese

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Questa intervista è stata pubblicata sul numero di aprile 2020 di Varese Mese.

CAMPIONE DI RESILIENZA

Durante il lockdown, il formatore Gianluigi Bonanomi fornisce preziosi consigli per gli imprenditori, ma anche per conciliare smart working e figli usando la tecnologia come alleato. Leggi l’intervista e ascoltala in versione integrale via podcast

di Chiara Milani

“Perdere il lavoro della mia vita è stata la mia fortuna:”. Lo ripete sempre, Gianluigi Bonanomi, formatore aziendale sulla comunicazione digitale per realtà come la Business School del Sole24Ore e la Digital Academy di FastWeb, che racconta: “Ero giornalista professionista, ma sono guarito”. In queste settimane, in cui peraltro in ben altre guarigioni si spera, la sua battuta mi è tornata in mente spesso. Perché la sua carriera è un esempio di resilienza basata sul capitale umano che – in tempi come questi, in cui reinventarsi per molti è e sarà un must – può far riflettere e dare fiducia.

“Sono cintura nera di resilienza”, mi risponde ridendo il collega “redento”: “Ne ho passate di tutti i colori. Visto che la rivista di tecnologia per cui scrivevo era passata dalle 250mila copie iniziali alle 15mila del 2012, ho dovuto ricostruirmi una carriera. Ora, di colpo, a fine febbraio mi sono di nuovo trovato a non avere più l’80 per cento del mio lavoro, che era con le persone, facendo formazione ed eventi pubblici. Allora il digitale, che è sempre stato parte della mia vita, è diventato ancora più importante.

Un ruolo più che mai strategico, quello della comunicazione digitale oggi…

Assolutamente sì. Nel mondo in cui non possiamo più uscire e incontrarci, la comunicazione a distanza è diventata la chiave. Il problema è quanto siamo ed eravamo pronti, quanto stiamo adattandoci a questi nuovi strumenti. Penso che, in questo momento, ci siano due categorie di persone. Chi ha più spirito di resilienza è riuscito immediatamente a cogliere il digitale nonostante tutte le difficoltà, nel momento in cui viviamo in un Paese di digital divide, quindi non tutti hanno la fibra, gli strumenti e le competenze. E c’è chi, come sempre, è lì che aspetta, nicchia e cerca di capire. Allora possiamo fare un ragionamento su come la comunicazione digitale possa essere utile a chi è chiuso in casa.

Esatto. In questo momento tirare su il morale è importante, ma diamo anche qualche consiglio pratico…

Ora come ora il digitale è l’unico modo che noi abbiamo per rimanere vicini agli altri, ma soprattutto penso a un’azienda, un libero professionista, una piccola realtà commerciale. Dobbiamo tirare fuori il vecchio assunto secondo cui comunicare è importante, ma non comunicare è già comunicare qualcosa…. di negativo. Invece, cogliamo un’opportunità: tu hai un’attività, in questo momento sei chiuso, non hai la possibilità di vedere i tuoi clienti, ma se tu in questo momento comunicassi qualcosa di positivo e di valore, se tu dessi qualche elemento per risolvere un problema a distanza… Pensiamo a una panetteria: magari non può vendere i prodotti a distanza, ma se fornisse delle ricette per fare il pane in casa? Molti hanno la resistenza, anziché la resilienza, e dicono: “Ma se io faccio le ricette, questi si fanno il pane da soli”. Il che è una follia, perché la gente non ha poi il tempo per farlo, ma tu stai dando loro un valore, un motivo per seguirti… Io credo che il digital marketing non serva a vendere, ma a creare una relazione di fiducia che poi, eventualmente, sfocerà nella vendita.

Tu sei un esperto di LinkedIn

Pre Cororavirus era il mio best seller, adesso si è un po’ fermata la cosa, anche se in realtà molte persone mi stanno chiedendo una mano a distanza per approfittarne per sistemare LinkedIn, che credo sia uno strumento straordinario da tanti punti di vista: come personal branding, per fare networking. Cerchiamo però di piantarla di fare una comunicazione autoreferenziale, perché non se ne può più di gente che va a dire: “Quanto sono bravo… guarda che laurea o che premio ho preso, che bello il mio prodotto o il mio stand”. Con questo bombardamento d’informazioni, io seguo qualcuno che mi dia qualcosa di utile. Dal punto di vista psicologico, evoluzionistico, noi abbiamo la necessità d’investire il nostro tempo per risolvere sempre questo tarlo che abbiamo: che cosa ci guadagno a seguirti? Se mi dai valore, consigli, idee, spunti, trend, se mi racconti che cosa succederà nel mio settore una volta che tutto questo casino sarà finito, io allora ti seguo. Pensare di presentarsi in modo corretto vuol dire comunicare: che cosa faccio, per chi e come. In che modo risolvo i problemi altrui in maniera magari innovativo? Presentarsi così vuol dire costruire il proprio profilo magari a partire dalle proprie esperienze lavorative. Ma sono ancora più importanti i progetti: una sezione che, in LinkedIn, non approfondisce mai nessuno.

Di consigli oggi più che mai hanno bisogno anche molte mamme e papà per conciliare il lavoro a casa. Tu hai un podcast che riguarda i genitori e la formazione digitale. Visto che noi di VareseMese lanciamo il servizio podcast proprio con te, che suggerimenti possiamo dare?

Sì, io ho un podcast su genitorialità e tecnologia. Se volete andarle a vedere, sono tutte puntate libere. Chi può fare smart working ha anche figli che sempre più sono a contatto con la tecnologia, dal tablet, alla smart tv allo smarphone. Bisogna proteggerli con tutta una serie di strumenti di parental control per evitare che, magari in modo involontario, finiscano su contenuti non adeguati. Facciamo un esempio: una volta la mia bambina si è messa a guardare Peppa pig sul suo tablet ed è finita sul trailer di un film abbastanza inquietante, perché ci sono i video correlati. Se noi usiamo alcuni accorgimenti, ciò non succede. Chi ha bimbi magari non sa che esiste la piattaforma Youtube kids, con solo canali protetti. Oppure si possono mettere limitazioni di tempo o, quando possibile, navigare assieme ai figli. Non dobbiamo demonizzare la tecnologia, ma far capire che esistono tante attività belle da fare in famiglia, come i musei che aprono alla visita a distanza o di giochi da fare assieme, come il karaoke in inglese. Noi siamo genitori, non dobbiamo fare i vigili, ma affiancare i nostri figli per far capire loro che ci possono essere pericoli: dobbiamo insegnare che i rischi ci sono, ma devono essere affrontati in modo coerente, nello stesso modo in cui noi spieghiamo come attraversare la strada, invece di chiuderli in casa. Almeno, prima del Coronavirus.

Ascolta l’intervista integrale via podcast: 

Ascolta “Campione di resilienza” su Spreaker.

L’intervista per Rete55

Come scoprire i plagi online [videoguida passo a passo]

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Qualcuno ha rubato un tuo testo online? Uno studente ha copiato la tesina? Per smascherare i plagi bastano due strumenti di verifica: uno permette di verificare il plagio su un testo online (partendo da un link) – Copyscape; l’altro permette di farlo incollando del testo libero – Quetext. I due strumenti rivelano anche la percentuale di corrispondenza dei testi, in modo da scoprire se gli originali hanno subito un “ritocchino”. Nel video trovi anche un passo a passo che mostra il funzionamento dei due strumenti online:

Scoprire i plagi online: tre alternative

Esistono diversi strumenti per smascherare i furbetti. Nel libro “Il guru di Google” ne segnalo tre. Il primo è Plagiarism Checher (www.plagiarismchecker.com), gratis e che usa semplicemente Google o Yahoo! per la ricerca: spesso è più che sufficiente per smascherare qualche studente pigrone. Plagiarisma (http://plagiarisma.net) funziona ottimamente con 190 lingue diverse. Infine Plagium (www.plagium.com) promette di cercare anche sui social network.

Plagi online: i comportamenti scorretti

In questo video Maria Cecilia Averame cita i comportamenti scorretti in tema di plagio online:

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La comunicazione digitale come antivirus: la mia intervista per Varese Mese su Rete55

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Giovedì 26 marzo la direttrice di Varese Mese Chiara Milani mi ha intervistato sul tema della comunicazione digitale al tempo del Coronavirus (e sul tema della resilienza): l’intervista è andata in onda su Rete 55, stazione del varesotto.

Qui puoi rivedere l’intervista:

Gamification nella comunicazione digitale: 5 esempi

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La tua patente è un esempio lampante di gamification, uso di dinamiche ludiche in ambienti che non hanno nulla a che fare con giochi e videogiochi: se fai il bravo ti premiano (un paio di punti all’anno), se fai il cattivo ti penalizzano e se addiruttura perdi tutti i punti è “game over”, hai perso una vita e devi ripartire da capo.

Anche in ambito aziendale la gamification è ormai uno strumento fondamentale, soprattutto per coinvolgere Millennial e post, generazioni di fan della Playstation e delle altre console. Si usa nella formazione (personalmente tengo corsi sul personal branding con il metodo ludico Playbrand), nel training per le vendite, nel recruiting e anche nella comunicazione digitale. Riguardo alla comunicazione, eccone cinque esempi Web e social.

1 Riconoscere uno status

In questo esempio i più assidui utenti di Booking possono vantare delle coccarde!

2 Usare dei badge

Google incentiva le “local guide” con badge e punti:

3 Sfidare il lettore con un gioco social

Ecco un post di Ricola:

4 Sfidare il lettore con un gioco su Web

Il Corriere della sera ha introdotto l’aspetto ludico applicato al mondo delle news:


5 Challenge e i contest sui social

Qui la celebre Ice Bucket Challenge:

Il Late Tech Show

Questo video è stato mostrato nella quinta puntata di Late Tech Show:

 

Affronto tutti questi temi nei miei corsi sulla comunicazione digitale. Per informazioni, mandami un messaggio:

Scrivimi

 

[Tutorial] La sbobinatura automatica dei video

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La regola del maiale applicata al digitale recita: dei contenuti non si butta via niente! Per esempio un video può diventare un testo scritto. Per evitare di “sbobinare” il filmato a mano, in questo video propongo due strumenti online gratuiti: uno funziona con tutti i video di YouTube, l’altro permette di caricare un video qualsiasi dal PC.

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