Galareteo: dieci regole di bon ton in Rete

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La prima volta che ho sentito parlare di netiquette, crasi delle parole inglesi e francesi “net” ed “etiquette”, avevo appena comprato il mio primo modem a 56K e, per dire, pagavo un canone per la posta elettronica del provider del mio Paese. Erano gli anni Novanta. Oltre a “netiquette”, tra l’altro, girava anche una sorta di traduzione italiana di quel gioco di parole, vale a dire “Galareteo”: il galateo della Rete. Le regole di comportamento in Rete sono valide oggi più che mai, dato che ormai gli strumenti di comunicazione sono utilizzati dalla gran parte della popolazione, anche da chi non ha molta dimestichezza con LOL e ROTFL, blastare e niubbo (per un glossario di questi termini, fai clic qui).
In questo post ho raccolto dieci regole di buon vicinato digitale, un decalogo di bon ton online.

1. NON URLARE! Scrivere in maiuscolo sul Web equivale a urlare ma soprattutto un uso smodato del caps lock, “uniformando la grandezza delle lettere, ostacolerebbe la lettura, specie in presenza di lunghi blocchi di testo” (vedi articolo “QUESTO ARTICOLO STA URLANDO” su Rivista Studio). Nel 2009 una donna neozelandese fu licenziata dalla sua azienda poiché troppo propensa all’invio massivo di mail “aggressive” scritte in caps lock, che il giudice di una corte dell’emisfero australe reputò colpevoli della diffusione di discordia sul suo luogo di lavoro.
C’è chi si batte per il caps off.

2. Scrivere correttamente. In Rete siamo quello che scriviamo e, al di là della paura dei cosiddetti “grammar nazi” (i giustizieri della grammatica), infarcire i nostri post o messaggi di “un’altro”, “pò” e “qual’è” non contribuisce alla propria popolarità online. Ecco un elenco degli strafalcioni più diffusi in Rete secondo TPI News.

3. La comunicazione mediata dal computer, come spiegavo nella mia tesi di quasi venti anni fa, si basa quasi esclusivamente sulla parte verbale, escludendo le altrettanto importanti comunicazioni non verbali (gesti ed espressioni) e paraverbali (il tono della voce). Per questo servono espedienti per evitare fraintendimenti, per esempio in caso di frasi ironiche, come un tempo le emoticon (puntini, trattini e altri simboli che formavano le faccine) e ora le emoji.

4. Non pubblicare informazioni personali e dati sensibili di altri utenti. Oltre a essere una questione di privacy, si tratta anche del tradimento della fiducia di quell’utente. Lo stesso vale per messaggi privati che mai, per alcun motivo, possono essere resi pubblici senza il consenso del mittente.

5. Non spammare. Si tratta di un neologismo che deriva dalla parola Spam, marchio di carne in scatola che anni fa fu protagonista di questo sketch dei Monthy Python (sotto un fotogramma). Da allora la parola indica la pubblicità non voluta online, prima in mail o ora ovunque (per esempio nei commenti di una pagina Facebook o in YouTube). Nel mondo delle chat spammare vuole dire “inviare messaggi inutili, privi di contenuto o fuori tema, creando disturbo” (Garzanti).

6. Chiedere il permesso prima di taggare. Bisogna necessariamente avere il consenso del protagonista di una foto prima di pubblicarla (nel caso di minori il consenso deve essere quello dei genitori) ma lo stesso vale anche per l’aggiunta di un tag, in pratica associando un volto a un nome e a un profilo social.

7. Usare un linguaggio appropriato. Molte persone pensano di stare sui social come se fossero al bar, con conseguenze anche devastanti. Oltre a evitare parolacce o peggio, sarebbe il caso di evitare anche insulti per questioni legali: si rischiano denunce per ingiuria (per il codice civile “lo commette chi offende l’onore o il decoro di una persona presente”) o per diffamazione (“lo commette chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa e sempre che siano presenti almeno due persone”). Ci sarebbe anche la calunnia: “Incolpare di un reato un innocente”.

8. No alle discriminazioni. Sempre i famosi leoni da tastiera si stanno lasciando andare a rigurgiti di razzismo e discriminazione davvero fastidiosi. Per esempio, a seguito di questo meme evidentemente ironico, tantissimi utenti hanno risposto con post razzisti.

9. Rispettare il copyright. Se una foto trovata online non indica alcuna nota sul diritto d’autore, NON si può prendere e ripubblicare. Piuttosto occorre cercare foto gratis (si può usare, tra gli altri, il motore di ricerca LibreStock) o distribuite in Creative Commons (dove si trovano anche video, musica e altro distribuiti con la filosofia del copyleft).

10. Leggere prima di commentare. Nell’articolo “You’re not going to read this”, The Verge dimostrava che non c’è correlazione tra condivisioni e lettura di un articolo.

Il giornale italiano Udine Today ha fatto di più, creando un articolo con un evidente errore nel titolo (La prima squola di social network e friulana) e un testo che spiegava l’esperimento: (“Questo non è un articolo. Abbiamo scritto un titolo generico, a caso, in cui abbiamo inserito – volutamente – due errori ortografici da penna rossa. La nostra iniziativa vuole essere solamente un’indagine, quasi un gioco, per scoprire quante persone commentano di getto – sui social – gli articoli senza accedere al contenuto. Spesso sono presi dalla rabbia, dalla foga, dalla noia, da manie di superiorità o da altre mille motivazioni e trovano la necessità di commentare a priori, fermandosi solamente alle prime informazioni che trovano”). Il risultato? Sotto la condivisione sulla pagina Facebook sono arrivati gli insulti di chi si è fermato solo al titolo, senza approfondire.

Per organizzare un workshop sulla netiquette nella tua scuola, scrivimi.

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