Come convincere gli altri con i feedback positivi

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Come convincere gli altri, come influenzarne il comportamento? Secondo la neuroscienziata Tali Sharot, autrice dell’interessante “La scienza della persuasione” (Feltrinelli), una delle possibili risposte è questa: con i feedback positivi.

Convincere i medici a lavarsi le mani con i feedback positivi

La media delle persone che rispettano l’igiene delle mani nei centri medici (ma lo stesso vale nel mondo della ristorazione) viaggia intorno al 38%. Agghiacciante!
Come convincere i medici a lavarsi le mani? Non basta la sorveglianza, non basta nemmeno ricordare i danni da mancata igiene. Sharot racconta invece di un esperimento della New York State University del 2008. In un ospedale fu messa una lavagna luminosa: ogni volta che qualcuno si lavava le mani, si dava un’immediata segnalazione dell’avanzare dell’esperimento, un feedback positivo. Il rispetto dell’igiene è passato dal 10% al 90%. Perché il trucco della lavagna luminosa ha funzionato?

Dolore e piacere: bastone e carota

Bentham scrisse:

La natura ha posto il genere umano sotto il dominio di due supremi padroni: il dolore e il piacere. Spetta ad essi soltanto indicare quel che dovremmo fare, come anche determinare quel che faremo.

Il piacere – un’emozione positiva – si può ottenere da una varietà di stimoli e situazioni, come ricompense materiali, affetto, riconoscimento, ammirazione, speranza. Siamo motivati altrettanto a evitare il dolore, sia fisico che emotivo. Cerchiamo di sfuggire alla malattia, ai prepotenti che ci opprimono; vogliamo evitare la perdita di una persona cara e di qualsiasi cosa possediamo.

Quando cerchiamo di spingere altri ad agire, quindi, spesso offriamo una ricompensa o minacciamo una perdita: il classico gioco “bastone e carota”. Promettere al dipendente una promozione se resta a lavorare di più è una carota. Minacciare il figlio di una punizione se non finisce i compiti è un bastone.

Nel caso citato dei medici, invece di usare un bastone (per esempio le statistiche sui decessi causati da infezioni in sala operatoria) si è scelta una strategia positiva. Tra l’altro, non c’è bisogno di continuare a usare feedback positivi, perché i comportamenti virtuosi presto diventano abitudini.

Avvicinamento ed evitamento: Go e no go

Tali Sharot scrive, a proposito di piacere e dolore:

La legge dell’avvicinamento e dell’evitamento dice che ci avviciniamo alle persone, agli oggetti e agli eventi che pensiamo ci facciano bene ed evitiamo quelli che ci possono fare male. Compiamo azioni che ci portano più vicini a un pezzo di torta, a una persona cara o a una promozione e ci teniamo a distanza da qualcosa a cui siamo allergici, da una relazione negativa o un progetto fallimentare.

Semplice: ci muoviamo verso il piacere e ci allontaniamo dal dolore. Di solito è una tattica efficace. In alcuni casi, però, per avere quello che vogliamo devi allontanartene. Caso tipico: lasci un partner dubbioso affinché capisca quanto ti ama.

Il nostro cervello è fatto in modo tale che l’aspettativa di una ricompensa non solo innesca il movimento di avvicinamento, ma è più probabile che in generale produca un’azione. Il timore di una perdita è più probabile che generi inazione. Ecco perché il feedback positivo ha funzionato per il personale medico che non voleva lavarsi le mani, piuttosto che il tentativo di instillare il timore di una malattia. Siamo fatti in modo che l’aspettativa di “cosa buone” spinga all’azione (GO) e quella di “cose negative” induca a stare fermi (NO GO).

Se vuoi che qualcuno agisca rapidamente, prometti una ricompensa che generi un’aspettativa di piacere. Funziona molto meglio che minacciare una punizione, che genera un’aspettativa di dolore. Se vuoi motivare il team a lavorare di più, dai un riconoscimento settimanale per il dipendente più produttivo. Se vuoi convincere il tuo bambino a mettere in ordine la camera, innesca la reazione Go del cervello: non minacciarlo di proibirgli il dolcetto, ma spiegagli che potrebbe trovare il giocattolo tanto amato, e da qualche tempo disperso, sotto a quel casino. A tua figlia che non vuole mettere il cappotto, non dirle che si ammalerà ma falle immaginare quanto starà bene con quel capo addosso. A tuo figlio che non vuole studiare non dire che sarà un disoccupato ma digli che, se si impegnerà, troverà un bel lavoro. E ancora: per convincere qualcuno a continuare ad andare in palestra non devi fargli notare la pancia che cresce o i pericoli di disturbi cardiaci: fagli i complimenti per i risultati dopo i primi giorni di sforzi. Al contrario, quindi, se vuoi che qualcuno NON faccia qualcosa (NO GO), allora conviene minacciare conseguenze negative per provocare l’immediata paralisi.

Il libro della Sharot

Il libro “La scienza della persuasione” racconta moltissimi esperimenti e approfondisce tanti altri temi, come il potere delle storie, delle emozioni, della curiosità e dell’influenza sociale. Puoi acquistare il libro direttamente su Amazon:

Perché non mi è piaciuto “Bassa risoluzione” di Mantellini

Bassa risoluzione, libretto Einaudi di Massimo Mantellini, è un testo in bassa risoluzione.

Prima di parlarti del volume, però, fammi fare una premessa. In ogni corso che faccio, soprattutto quello sul social media marketing o LinkedIn, affermo che siamo nell’era di Tripadvisor e che si può recensire di tutto: anche le persone. Figuriamoci i prodotti culturali. Predico bene ma una volta ho razzolato male: mi sono trovato in una libreria e ho acquistato, d’impulso (mai più), il testo in oggetto. In ogni caso non avrei trovato nulla, il testo è in vendita da pochi giorni. Avrei dovuto quindi aspettare ed evitare di essere, per una volta, un early adopter.

Chiariamo: il libretto è se vuoi anche interessante, ben scritto. Peccato però che sul tema della bassa risoluzione, ovvero sul fatto che Internet ci faccia perdere la profondità in tutti i campi (informazione, cultura, relazioni e così via), avevo già letto, anni fa, un altro testo. Questo molto più completo e interessante (e che Mantellini non cita nemmeno, l’avrà letto?). Si trattava di “Good enough society” di Paolo Magrassi. Così ne parlavo nel mio “Non mi piace”, il contromanuale di Facebook:

“Viviamo nella “good-enough society”, l’era del buono quanto basta: non serve la qualità ottimale del CD, basta l’MP3; non consultiamo le enciclopedie, tanto c’è Wikipedia; telefonate con audio perfetto? Il VOIP di Skype è più che sufficiente”.

Mantellini, ottimo giornalista informatico che scoprii tanti anni fa seguendo Punto Informatico, cita nel libro alcuni esempi di bassa risoluzione, di “buono quanto basta” direbbe Magrassi. Parla di musica, per esempio: tema a me caro perché l’ho studiato e raccontato in “Musica liquida”. Ma la storia di MP3 e streaming è liquidata (scusa il gioco di parole) in pochissime frasi. Poi parla di selfie, film in prima visione piratati, notizie su Facebook e finisce con l’elencare altri esempi per nulla tecnologici: dalle cucine IKEA alle pareti di compensato (!), dalla free press ai voli low cost. A proposito di low cost, tra parentesi, se vuoi leggere invece una bella inchiesta sul tema, c’è sempre il buon vecchio “Italia low cost” (ne parlai in TV, qualche anno fa: vedi qui).

Insomma, il testo di Mantellini, infarcito anche di buone citazioni, non pretendeva di essere esaustivo, ma mi ha deluso ugualmente. Forse, come dicevo all’inizio, è solo coerente: un libro sulla superficialità non poteva essere anche utile.

Tre motivi per leggere “Metti via quel cellulare” di Cazzullo

“Metti via quel cellulare”, libro di meno di 200 pagine pubblicato nel 2017 da Mondadori, lo ammetto, mi incuriosiva ma ero scettico: temevo che la lettura mi facesse perdere tempo. Invece ho letto volentieri il testo che il giornalista del Corriere della Sera ha scritto con i due figli (una liceale e uno studente di Scienze Politiche), pur con qualche perplessità, e ho individuato tre motivi per cui vale la pena leggerlo.

  1. Nei miei corsi racconto che i più grandi esperti di tecnologia e genitorialità, per esempio Alberto Pellai, suggeriscono di non proibire la tecnologia, ma di usarla in famiglia, trasformarla in un momento di condivisione (c’è chi suggerisce di organizzare dei “tech talk”). È per questo che ho creato il corso sulla navigazione familiare. Nel libro di Cazzullo questa logica del confronto è alla base del testo. Si tratta di un ping-pong di opinioni, un confronto costruttivo tra generazioni.
  2. Il libro dimostra che, come sempre, bisognerebbe andare oltre gli stereotipi. In particolare per quanto riguarda i due giovani, Millennial o della generazione successiva, è godibile leggere il loro punto di vista e, in alcuni casi, il ribaltare alcune concezioni errate. Per fare solo un esempio, quando li si accusa di perdersi dietro agli youtuber, ridimensionano le varie Sofia Viscardi e soci, ma soprattutto rispondono che gente come Gianluca Vacchi (il cinquantenne di buona famiglia diventato un influencer a colpi di tatuaggi e balletti sui social) non è certo roba loro. Sospetto che il gioco di Cazzullo sia questo: in alcuni passaggi fare la parte del bigotto per fornire una serie di assist ai figli.
  3. Vi si leggono alcuni spunti interessanti, Cazzullo è una buona penna. Me ne sono appuntati alcuni:
  • Non parlate attraverso il cellulare. Parlate al cellulare
  • Il telefono e la Rete sono il più grande rincoglionimento della storia dell’umanità
  • Avete presente quando si rallenta in macchina perché nell’altra corsia c’è un incidente? Internet è l’incidente.
  • Si fotografa in continuazione per sottrarre momenti all’oblio
  • On-line non vengono premiati i migliori, ma i più bravi nelle pubbliche relazioni
  • Un floppy disk è infinitamente più vecchio della stele di Rosetta

Insomma, il libro è godibile e merita una lettura. Per i genitori come me, ma anche per i ragazzi.

Se vuoi leggere altri articoli sul tema “Genitorialità e tecnologia”, vai su “Genitori tech“.

Presuasione: 10 cose che imparerai leggendo l’ultimo libro di Cialdini

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“Ogni battaglia è vinta prima di essere combattuta”: questa citazione di Sun Tzu tiene a battesimo il nuovissimo libro (Presuasione) di Robert Cialdini, autore di quel “Le armi della persuasione” che cito in ogni mio corso, anche quando non c’entra nulla, e che fa parte del mio Pantheon personale (l’ho anche inserito nell’elenco dei libri che mi hanno cambiato la vita).
Il testo, edito da Giunti, racconta, in pratica, come si manovra l’influenza. Quali sono le azioni preliminari da fare per indirizzare la comunicazione, per fare in modo che l’interlocutore sia ben predisposto. Cito 10 cose che ho imparato da questa intrigante lettura.

1

Il contesto influenza le nostre scelte. Se in un negozio di vini ascoltiamo una canzone francese, siamo inconsciamente portati a comprare una bottiglia di nettare d’Oltralpe. Persino i numeri possono influenzarci: ci aspettiamo un risultato migliore da un atleta che indossa un numero più alto. Anche una foto, per esempio quella di un maratoneta che taglia il traguardo, può favorire il rendimento sul lavoro. L’intero contesto in cui ci muoviamo ci condiziona: se lavoriamo in una sala riunioni detta “acquario”, e vediamo le persone destinatarie del progetto, faremo un lavoro più in target.

2

La partita si gioca sull’attenzione. Seguiamo un consiglio non se è quello che riteniamo più giusto, ma se arriva al momento giusto, quando occupava la posizione più favorevole ai fini dell’attenzione.

Tra l’altro l’attenzione può essere focalizzata: i chiromanti hanno successo perché, grazie alla strategia della verifica positiva, si tende a cercare solo episodi e ricordi che confermino quanto detto (sei una persona flessibile, sei una persona inflessibile), escludendo tutto il resto. Nei sondaggi, se ci chiedono se siamo soddisfatti o insoddisfatti, i risultati cambiano perché siamo condizionati dalla domanda. Per questo gli adepti di una setta di chiedono se sei infelice.

Per assicurarsi vantaggi dell’attenzione canalizzata, il fattore chiave è mantenere fisso il centro focale: basta coinvolgere le persone nella valutazione di una particolare organizzazione per indurle ad apprezzarla di più. Una tattica sempre più impiegata da vari operatori è quella di chiedere un giudizio sui loro prodotti e servizi, ma solo su questi!

3

Come si attira l’attenzione? Con la paura e il sesso, soprattutto. I pubblicitari, da questo punto di vista, la sanno lunga. Eppure non sempre le pubblicità funzionano: bisognerebbe valutare il contesto dello spot, per esempio il film o la trasmissione nei quali sono inseriti. Dal punto di vista evoluzionistico, di fronte alla paura si vuole stare in gruppo, mentre lo stimolo erotico spinge lontano dalla folla; se si vuole puntare sull’omologazione, bisogna lavorare in un contesto di stimoli violenti o spaventosi (un film horror); se invece l’obiettivo è sottolineare l’esclusività, va benissimo un film sentimentale.

4

Il rischio è quello di prendere delle scorciatoie. Scegliere è faticoso, per questo si può abbreviare il processo optando per la prima opzione praticabile, per quella che ha più aspetti positivi (ma solo numericamente) oppure ci si concentra solo sugli aspetti positivi trascurando quelli negativi. Questa tendenza ha un nome: satisficing (“satisfy”= soddisfazione + “suffice” =sufficienza). Qualcuno la chiama filosofia del buono quanto basta (good enough society): perché ascoltare la musica in alta definizione se posso scaricare un MP3?

Chi deve persuadere, sa sfruttare queste debolezze.

5

Sempre a proposito di attenzione, il potente effetto di un cambiamento rapido delle circostanze ambientali influisce sulla nostra capacità di concentrazione. Anche qui ci sono motivazioni evoluzionistiche. In passato un movimento repentino poteva rappresentare un pericolo o una preda da catturare.
Perché passando da una stanza all’altra non ci ricordiamo più che cosa dovevamo fare? Attraversare la soglia ci fa dimenticare l’intenzione che ci ha condotti lì, e il brusco cambiamento di ambiente intorno a noi ha dirottato l’attenzione, distogliendola dallo scopo prefisso, cancellandolo della memoria. Il cambiamento suscita nel cervello una risposta di orientamento indirizzata allo spunto più efficace, ancor prima di percepirlo.

Nei film il montaggio ha la stessa importanza delle riprese: si usa il montaggio per indurre le persone a spostare l’attenzione su quelle parti del messaggio ritenute fondamentali. Trucchetto: nei video ogni tanto cambiate inquadratura, o fare un lieve zoom. Per altri canali, come documenti o mail, basta far leva su un elemento distintivo di un prodotto che attiri l’attenzione.

6

Oltre ad attirare l’attenzione verso lo stimolo, ai fini della persuasione è importante mantenerla. Certi tipi di informazione sono capaci di combinare la trazione iniziale con la durata: per esempio i riferimenti personali, irresistibili. Se condividiamo la foto di gruppo, ognuno guarderà prima se stesso.

Quando una persona riceve un’informazione destinata a sé, la comunicazione sarà più efficace. Pensate alle lattine di Coca Cola con stampati sopra i nomi più comuni. Ma vale anche se l’interlocutore ha qualcosa in comune con noi, per esempio lo stesso nome o la stessa data di nascita, lo vediamo come affine e abbassiamo le difese.

7

Come insegna l’effetto Zeigarnik, ricordiamo tutto di un compito finché non è terminato. Quando si attende esito di qualcosa a cui si tiene molto non si riesce a pensare ad altro. Questo risponde a un bisogno umano: quello della chiusuracognitiva. Ecco perché in narrativa funzionano bene i cliffhanger: la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena. Vedi, per esempio, il “Codice Da Vinci” di Dan Brown.

Un espediente per una narrazione efficace è quello di sfruttare il mistero, gli enigmi, come in un libro giallo. Con questa sequenza:

1 porre enigma;

2 approfondire il mistero;

3 aprire strada a soluzione esatta, presentando e confutando spiegazioni alternative;

4 fornire l’indizio per la soluzione esatta;

5 risolvere l’enigma;

6 dedurre le conseguenze per il fenomeno studiato.

8

È fondamentale anche il ruolo dell’associazione. Del resto, pensare è fare dei collegamenti. Si può usare il linguaggio per indirizzare l’attenzione e per persuadere, per esempio le parole che alludono al successo – come vincere, raggiungere, avere successo, padronanza – migliorano il livello di prestazioni e impegno.

Da questo punto di vista le metafore sono fenomenali. Per esempio, in politica, se siamo alle prese con il problema della criminalità, possiamo descriverlo come una “bestia feroce”, se vogliamo spingere politiche di tolleranza zero (mettere in gabbia) oppure come un “virus”, se vogliamo intervenire sul contesto ed eliminare le cause che ne favoriscono la diffusione (disoccupazione, scarsa istruzione, povertà).

I venditori conoscono bene il potere delle metafore. Nel libro si cita il caso di Ben Feldman, il più grande venditore di assicurazioni, che era un maestro della metafora: “la gente non muore, ma abbandona il campo”.

Le metafore funzionando nell’innescare le associazioni anche senza usare le parole. Per esempio i CV stampati su cartoncino pesante ricevono una valutazione più positiva. Oppure chi tiene in mano qualcosa di caldo, come una tazza di caffè, si dimostra più cordiale e fiducioso verso gli altri.

Allo stesso modo occorre evitare le associazioni negative: ai venditori di auto di seconda mano si sconsiglia di usare la parola “usato”, che dà l’idea di usura; piuttosto possono parlare di “precedenti proprietari”, espressione che rimanda al concetto di possesso.

Nelle offerte commerciali bisognerebbe evitare le parole “prezzo” e “costo”, associate a perdita finanziarie, ma occorrerebbe parlare di “acquisto” o “investimento”, legate al concetto di “guadagno”.

9

Il facile funziona. Ci piace l’idea di afferrare una idea senza sforzo. Anche le poesie funzionano di più se sono in rima: non solo perché più “musicali”, le consideriamo anche qualitativamente migliori. Per questo riscontriamo maggior simpatia verso chi ha un nome facile da ricordare, o per aziende che hanno un nome facile (in borsa hanno più successo).

10

Ultima considerazione: la presuasione può essere anche rivolta a sé. Per esempio il meccanismo del se/allora quando, che permette di imporre dei trigger mentali che inducono dei comportamenti, costringendo la nostra psiche a rilevare l’opportunità. Questo può funzionare, per esempio, in una dieta. Ci possiamo dire: “Se a fine pranzo il cameriere mi chiede se voglio il dolce, allora prendo una tisana”. Questo permette di autocondizionarci, come se fossimo i cani di Pavlov.

 

Nel libro Cialdini spiega molte altre cose, non ultimo come evitare di cadere in questi tranelli. Se vuoi leggere altre mie recensioni, fai clic qui.

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“Nello sciame”: 10 cose che ho imparato dal libro di Han

Byung-Chul Han, fino a un mese fa, non sapevo nemmeno chi fosse. Poi qualcuno mi ha suggerito di leggere il testo “Nello sciame. Visioni del digitale” di questo pensatore coreano di lingua tedesca e per caso ho letto un articolo online che parlava di lui; da lì al carrello di Amazon il passo è stato breve.


Letto in un batter d’occhio, il libretto “Nello sciame” mi ha stuzzicato parecchio. Nel testo, seppur breve (un centinaio di pagine con font a prova di orbo) ci sono tanti spunti. Ne ho voluti fissare 10 in ordine rigorosamente sparso, a mo’ di appunti.

  1. Ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare le conseguenze di simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.
  2. Abbiamo bisogno di rispetto, pudore e distanza; invece la comunicazione digitale riduce le distanze. Sia fisiche che mentali. Han parla addirittura di esibizione pornografica della intimità: i social sono spazi di esibizione del privato.
  3. L’anonimato in Rete, il suo uso impulsivo, la mancanza di rispetto e di distanza portano al fenomeno degli shitstorm (montagna di letame, escrementi).
  4. La comunicazione ora è simmetrica: online si legge ma si può anche scrivere, produrre informazioni (si parla di prosumer). Questo nuoce al potere, che solitamente usa l’informazione in un’unica direzione. Politicamente parlando, tutti vogliono essere presenti ma non rappresentati.
  5. Avere troppe informazioni non significa prendere decisioni migliori, anzi. Al posto del big brother, avremo il big data.
  6. La massa online non ha massa fisica. È uno sciame digitale, non è una folla: non ha un’anima, non c’è un “noi”, ma è un insieme composto da individui isolati, da hikikomori (in giapponese coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale). I media elettronici, come la radio, radunano gli uomini mentre i media digitali li isolano.
  7. Viviamo un periodo di crisi letteraria e comunicativa. Assistiamo a un profluvio di pubblicazioni, ma viviamo un’era di stallo spirituale. Perché questo frastuono comunicativo disturba il nostro spirito. Il medium dello spirito è il silenzio.
  8. Lo smartphone, che promette libertà ma costringe a comunicare, è uno strumento per interloquire con sé, non con l’altro.
  9. La parola “digitale” deriva da dito, che conta. Invece la storia, le nostre storie, non sono fate per essere contate, ma raccontate. Il diario di Facebook, il flusso di tweet non sono racconti, né biografie: non c’è nulla di narrativo. Nel digitale si contano i like, gli amici, la simpatia: è la contabilità delle relazioni.
  10. Sta per iniziare l’era dei fantasmi digitali. Per esempio grazie all’Internet of Things gli oggetti potranno connettersi senza il nostro aiuto e comunicheranno tra loro: è un mondo spettrale, quello che aspetta.

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Dipendenza da smartphone: 15 statistiche incredibili

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Sebbene siano poche le persone che soffrono di una vera dipendenza da smartphone (per capirci: il livello è quello del ricovero), molti soffrono invece di nomofobia (“no mobile fobia”: paura di restare senza connessione in mobilità) e tutti noi stiamo cambiando le nostre abitudini di vita, sociali e lavorative, per colpa dei telefonini.

In un bel libro, Digital Detox di Alessio Carciofi (Hoepli), si citano tantissime statistiche riguardo a questo fenomeno. Vi segnalo le dieci più impressionanti (e alcune fonti di approfondimento).

1) Veniamo interrotti ogni 180 secondi. Le distrazioni consumano il 28% della nostra giornata.

2) Lavoriamo due ore in più per recuperare il tempo perso tra notifiche, gruppi WhatsApp, mail e conferenze call.

3) L’80% degli americani tra i 18 e i 44 anni controlla lo smartphone appena svegli, come prima azione della giornata. In Italia la percentuale è del 70%, mentre sono il 63% quelli che lo guardano prima di addormentarsi. Il 68% degli italiani guarda lo smartphone anche se non ci sono notifiche (per approfondimenti: Rapporto Coop 2016).

4) Uno studio Microsoft ha rilevato che, una volta interrotti da una notifica email, i lavoratori impiegano 24 minuti per tornare proficuamente al compito sospeso.

5) Uno studio della University of San Diego ha rivelato che l’81% degli utenti interrompe le conversazioni o i pasti per controllare il dispositivo.

6) Una ricerca Cisco rivela che 3 utenti su 5 trascorrono più tempo libero con lo smartphone che con il proprio coniuge.

10) Nove persone su dieci soffrono della sindrome della vibrazione fantasma (fonte Ansa).

11) Non riusciamo ad allontanarci dallo smartphone per più di 20 centimetri.

12) Negli usa 1000 persone sono rimaste ferite perché camminavano a testa bassa con il cellulare.

13) Il 40% delle cause di separazione e divorzio è causato da WhatsApp, usato come prova dell’infedeltà (fonte: Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, vedi articolo su Il Giorno).

14) Un utente su tre controlla WhatsApp 12 volte all’ora, ogni cinque minuti (fonte: The social Science Journal, vedi articolo Ansa).

15) Tre incidenti stradali su quattro sono causati da distrazione, sempre più per colpa dello smartphone. Guardare il telefono vuol dire distrarsi, e guidare bendati, per 10 secondi, 110 metri. Dati confermati dal rapporto 2017 sulla sicurezza stradale di Dekra Italia: il 90% dei sinistri è colpa dei comportamenti sbagliati delle persone, riconducibili, nell’80% dei casi, all’uso dello smartphone (fonte ACI).

Consiglio vivamente di vedere questo impressionante video interattivo:

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Di seguito trovi le informazioni sul mio corso per le scuole superiori sul tecnostress e sul benessere digitale:

Routerhino: 7 cose da sapere sul router che protegge i minori

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Lo scorso 8 novembre 2017 a Milano è stato presentato un innovativo router Wi-Fi per proteggere le famiglie dai contenuti online non adatti ai bambini, concentrando l’azione di filtraggio sulla rete domestica invece che sui singoli dispositivi. Per conoscere Routerhino, proposto dalla start-up tecnologica CFBOX Srl di Desenzano del Garda, ecco sette cose da sapere.

  1. Il dispositivo è stato realizzato per proteggere bambini di età compresa tra i 2 e i 12 anni.
  2. Il sistema protegge ogni dispositivo e si auto-aggiorna quotidianamente per filtrare contenuti inadatti o indesiderati.
  3. Routerinho è facilissimo da installare: basta collegare due cavi, alimentazione e rete (si collega al modem di casa). Non richiede alcun software aggiuntivo: bastano cinque minuti ed è operativo!
  4. In casa ci sarà una seconda Wi-Fi dedicata, e parallela a quella esistente ma che non rallenta la navigazione.
  5. I filtri possono essere personalizzati per categorie (permettono anche ricerche sicure su Google, Bing e YouTube) e 80 sottocategorie.
  6. Si possono possono gestire gli orari, impostando quelli di studio e quelli del sonno.
  7. Il progetto è stato realizzato con il contributo di Microsoft, che ha contribuito con la sua piattaforma cloud Azure. Proprio perché si parla di un progetto in cloud, il genitore può intervenire in qualsiasi momento e in modo autonomo, anche da remoto.

Per ulteriori informazioni vistate il sito Web di Routerhino.

 

Web writing: conosci le 7 regole fondamentali di Michael Miller?

Se scrivi per il Web sai che, cambiando mezzo di comunicazione rispetto alla carta, devi rispettare regole e consuetudini diverse. Ci sono diversi manuali che svelano questi trucchi – forse ne hai già letto qualcuno – ma uno su tutti è davvero imprescindibile: “Scrivere per il Web. Diventare un Web copyrighter e catturare l’attenzione dei clienti” di Michael Miller, autore di oltre 100 libri.

Scrivere per il Web vuol dire tante cose: significa creare testi per siti Web, articoli online, blog, social media, email, pubblicità e comunicati stampa.

Le differenze tra scrittura online e offline

Nella prima parte del libro Miller spiega nel dettaglio quali sono le differenze tra scrittura online e offline: la lettura online è più lenta, dispersiva, scomoda, interattiva e i lettori – che in realtà non si considerano tali, bensì utenti o visitatori – cercano una gratificazione immediata ma soprattutto vogliono, così come vogliono i motori di ricerca, contenuti di qualità: esclusivi, utili e autorevoli.

Da questa premessa Miller cava delle regole. La prima, fuori da questa lista perché è un comandamento imprescindibile è la seguente: il vero focus è sul destinatario, mai su chi scrive.

Le regole fondamentali della scrittura online

Detto questo, ecco le sette regole fondamentali che si apprendono leggendo il manuale pubblicato in Italia da Hoepli.

  1. Scrivere semplice. Se è vero che la scrittura non è un fine ma un mezzo, deve venire incontro alle esigenze del pubblico, devi scrivere poco e con frasi brevi (massimo 12 parole), usa la forma attiva ed elimina le negazioni, usa parole corte e facili da comprendere. No al linguaggio settoriale, via le sigle incomprensibili (oppure spiegale la prima volta che le citi).
  2. Dividi il testo in paragrafi. Gli utenti non vogliono trovarsi di fronte a un muro di testo, per questo devi dividere il testo in paragrafi distinti, da quattro o cinque righe al massimo, con sottotitoli dedicati. Questo piace tanto anche a Google.
  3. Comunica i vantaggi, non le caratteristiche. Un bravo venditore di aspirapolveri porta a porta non ti parla del motore o degli accessori del prodotto, ma ti pulisce quel tappeto sporco da tempo. Al lettore non interessa altro che il suo tornaconto personale: risolvi un suo problema, ne sarà felice!
  4. Usa istruzioni passo a passo. Le persone amano imparare qualcosa, vuol dire che il pezzo che hanno letto è stato utile e possono mettere subito in pratica quello che hanno imparato.
  5. Usa gli elenchi. Gli elenchi mettono ordine in un argomento, danno “scentificità” a quel che scrivi e, soprattutto, sono facili da leggere.
  6. Usa lo schema della piramide rovesciata. Se è vero che i lettori online cercano una gratificazione immediata, dai nelle prime cinque righe tutto quello che cercano (conosci le 5W del giornalismo?), poi al limite approfondiranno nella parte restante del testo. Si parla di “above the fold”, come se stessimo parlando di un giornale: gli utenti odiano gli scroll.
  7. Usa un tono non troppo formale. La gran parte dei testi sul Web non sono la pagina “Chi siamo” dell’azienda, bensì articoli, blog, testi per i social e così via. Scrivi in prima persona, dai del tu al lettore. Usa un tono colloquiale, ma senza esagerare.

Queste sette regole (in realtà Miller non parla di sette regole, è una mia licenza da recensore creativo…), unite a un pizzico di storytelling, sono una bomba: prova e mandami un messaggio per raccontarmi com’è andata.

Se vuoi organizzare un corso di Web writing per la tua azienda, scrivimi!

I giustizieri della Rete

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Qualche anno fa rimasi impressionato dalla vicenda di Oscar Giannino. Alle elezioni politiche del 2013 il giornalista dandy (lo incontrai a un evento giornalistico e mi colpirono, per fortuna solo metaforicamente, delle scarpe con borchie) si presentò alla guida del movimento “Fare per fermare il declino”. A pochi giorni dal voto, però, il suo compagno di partito, l’economista Luigi Zingales, denunciò dei falsi nel suo curriculum. Tra gli studi di Giannino spiccava un master alla Booth University di Chicago, quella dove insegna Zingales. Ma il professore scoprì che alla Booth University Giannino non ha mai messo piede. Anzi, Oscar non era nemmeno laureato.

La carriera politica di Giannino finì lì. Iniziò, in compenso, una sorta di processo pubblico, i mass media si avventarono sul suo cadavere politico; ma è in Rete, sui social, che iniziò il massacro popolare. Riporto, per decenza, uno dei commenti simpatici:

Una vera gogna, come sempre più spesso accade online. Sono tantissimi i casi di persone messe in croce sul Web, senza alcun processo ma con conseguenze ben peggiori.

Recentemente mi sono imbattuto in un libro proprio su questo tema. Si tratta de “I giustizieri della Rete” di Jon Ronson. L’autore britannico, in un testo scritto molto bene e che consiglio, parla del lato oscuro di Twitter e Facebook; dalla quarta di copertina:

“Spesso [i social] alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso”.

Tra i casi citati c’è quello, notissimo, di Justine Sacco.


Per questo tweet di cattivo gusto (tradotto: “Sto andando in Africa, spero di non prendermi l’AIDS. Scherzavo: sono bianca!”) ha perso il lavoro. E la faccia.
La vicenda: nel dicembre 2013 Justine aveva preso un aereo per raggiungere Città del Capo, in Sudafrica, per visitare la sua famiglia. Prima di imbarcarsi aveva creato quel tweet. Nonostante i suoi pochi follower, il messaggio fu ritwittato (condiviso) da un giornalista e divenne virale, al suo arrivo in Sudafrica le crollò il mondo addosso. Come si legge su IlPost.it:

“Sacco fu presa in giro e insultata per giorni. A causa di quel tweet perse il suo lavoro da capo delle pubbliche relazioni della IAC, una grande società con sede a New York che possiede più di una trentina di società web molto conosciute tra cui Vimeo, Match.com, Daily Beast e Ask.com”.

La beffa: anche un professionista della comunicazione online è rimasta schiacciata dalla comunicazione online.

Il libro parla di tante storie del genere, tutte centrate su vergogna, reputazione e facile giustizialismo. Per esempio si racconta la storia di Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è inventato, in un libro, una citazione di Bob Dylan; scherzetto che gli ha fatto saltare la carriera.

Tra gli altri c’è anche un predicatore finito in una lista di frequentatori di prostitute, ma anche il caso clamoroso di Max Mosley. Nel 2008 l’ex capo della Formula 1 venne coinvolto in un clamoroso scandalo sessuale scatenato dal quotidiano inglese News of the World. Il giornale pubblicò alcuni fotogrammi tratti da un video nel quale Mosley prendeva parte ad un’orgia di tipo sadomasochistico con alcune prostitute in uniformi naziste ed in divise che ricalcano quelle che indossavano gli internati nei lager. La notizia è che Mosley pare essere l’unico, tra i protagonisti del libro, ad aver superato la gogna mediatica online in modo (quasi) indolore.

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Internet delle Cose: 10 esempi incredibili (ma veri)

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Grazie all’“Internet delle cose”, forno e frigo potranno comunicare tra loro. Per sparlare della lavatrice.

Chiamata IoT, Internet of Things, Internet delle Cose o come ti pare, la notizia è che tu, essere umano connesso alla Rete, sarai in minoranza. La gran parte degli oggetti che ci circonda, o che ci stanno addosso, saranno collegati a Internet e tra loro. D’accordo, un vecchio white paper di Cisco aveva toppato: diceva che 50 miliardi di oggetti più o meno intelligenti sarebbero stati connessi già dal 2015. Eppure il trend è chiaro, e lo racconta benissimo un bel libro che ho letto di recente: “Come usare al meglio l’Internet della Cose” (Tecniche Nuove), scritto da Martina Casani – esperta di marketing B2B, cloud, sharing economy e ovviamente IoT – e Marcello Majonchi – esperto IoT di Microsoft.
Il libro è ben scritto, approfondito ma soprattutto riporta un sacco di esempi interessanti. Ne ho scelti 10, per dimostrare che, numeri a parte, l’IoT è già una realtà consolidata.

1. La coda delle mucche è IoT

Moocall è un gadget irlandese che avvisa gli allevatori quando le mucche iniziano il travaglio. Si aggancia alla coda della mucca.

2. La macchina del caffè connessa

Grazie alla piattaforma Plat.One di Abo.Data e alla Cloud Azure di Microsoft si è sviluppata una soluzione che permette di monitorare le macchine del caffè a uso professionale con una serie di vantaggi sotto il profilo della qualità, della manutenzione predittiva e dell’accesso a nuove informazioni di marketing. A questo proposito, è possibile monitorare, a livello mondiale e in tempo reale, il consumo di determinati prodotti in determinate aree geografiche o in determinati orari.

3. Il copri-materasso intelligente

Prodotto di una start-up italiana, Eight è il coprimaterasso “intelligente” che analizza i dati del nostro sonno (temperatura, frequenza respiratoria, battito cardiaco…) e ci rimanda via app i consigli su come dormire meglio.

4. La valigia connessa

Bluesmart è la prima valigia intelligente del mondo: si pesa da sola, conosce la propria posizione, ricarica smartphone e tablet e si sblocca con un’app.

5. Il caschetto che previene gli incidenti sul lavoro

Nel settore ingegneristico, l’azienda O’Rourke ha adottato caschetti intelligenti che controllano la temperatora e la frequenza cardiaca dei portatori così come la temperatura e esterna e l’umidità.

6. Il sofà intelligente

Lift-Bit è un sistema di arredo modulare e riconfigurabile con il movimento delle mani e via app. Sfrutta Internet delle cose per consentire agli sgabelli esagonali imbottiti, che si alzano e si abbassano a comando digitale, di assumere varie forme. Lift-Bit può avere la funzione di poltrona, sedia, divano, chaise longue o letto.

7. Il lampione smart

La startup rumena Flashnet ha sviluppato un sistema che permette di gestire in modo più efficiente l’illuminazione pubblica. Attraverso un modulo connesso a una rete wireless e montato su un lampione, per esempio, il sistema permette di accendere e spegnere la luce o regolarne l’intensità da remoto. Il dispositivo può anche memorizzare una pianificazione automatizzata per l’illuminazione, in modo che non ci siano malfunzionamenti se si interrompe il collegamento wireless.

8. Giacche da sci interattive

Sui capi DKB vi è un sensore che garantisce l’autenticità e dà ai consumatori, tramite app, anche le istruzioni per l’uso e la manutenzione. Tutto questo consente anche di aprire un canale di comunicazione e marketing diretto.

9. Smart wine

Wenda è un dispositivo elettronico che può essere inserito sia sul collo della bottiglia di vino per un monitoraggio uno-a-uno, che posizionato all’interno del pallet, così da controllare una spedizione intera. Ma soprattutto il dispositivo comunica le caratteristiche del vino.

10. Maiali col tag

L’Azienda Agricola Ca’ Lumaco è specializzata nell’allevamento dei suini che vivono allo stato brado, nel bosco, in uno spazio di circa 18 ettari, cibandosi di ghiande e castagne e altri prodotti provenienti da agricolture biologiche. La soluzione tecnologica adottata consente di tracciare i suini all’interno dell’azienda grazie a un tag RFID auricolare, dove è memorizzato un codice che identifica univocamente l’animale. Dall’altro, grazie a un sistema di videocamere installate in sala parto, il sistema si integra a un sistema di videosorveglianza che consente un controllo da remoto dei capi nei vari box. Su un display sinottico l’operatore può verificare in tempo reale la situazione dei capi nel macello, le presenze in sala parto e le altre immagini provenienti dalle videocamere, con un notevole risparmio di tempo e un significativo aumento dell’efficienza generale.

Nel libro di Casani e Majonchi, M&Ms, trovi moltissimi altri esempi, insieme ad analisi, studi, scenario attuale e future o ogni altra implicazione dell’IoT. Puoi acquistare il libro su Amazon: