L’head hunting al tempo dell’intelligenza artificiale: l’intervista a Federico Colacicchi di Techyon di Techyon

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Techyon ha ideato uno strumento che sfrutta l’intelligenza artificiale per coadiuvare il lavoro umano nell’ambito HR, in particolare per trovare talenti nel settore IT. Per approfondire l’argomento ho fatto tre domande a Federico Colacicchi, managing partner dell’azienda.

1) In che modo un algoritmo può aiutare un professionista delle risorse umane in un mestiere basato molto sulle relazioni, sull’empatia, sull’intelligenza emotiva?

La chiave sta nel verbo “coadiuvare”. I benefici apportati dalla tecnologia sarebbero nulli senza una mente umana dietro, in grado di sfruttare quei benefici a proprio vantaggio.
Talvolta, l’immaginario collettivo raffigura la tecnologia come antitesi dell’umanità; noi, al contrario, la consideriamo un alleato prezioso. Al momento non esiste un algoritmo capace di sostituire un recruiter in carne e ossa, per lo meno non in ogni fase della sua attività. Quel che esiste, ciò che Techyon utilizza, è uno strumento in grado di incrementare il lavoro umano nelle sue declinazioni più tecniche. Un database completo, targettizzato e in costante aggiornamento, alleggerisce la persona dall’alienante compito della ricerca tra una vastissima mole di informazioni. Se è la tecnologia a compiere l’indagine e trovare i candidati sotto forma di dati, il professionista delle risorse umane ha più tempo per concentrarsi sul candidato in quanto persona. Gli strumenti svolgono un’attività preliminare, diversa da quella, empatica e relazionale, affidata alla persona.

2) Tanta parte della selezione del personale, al giorno d’oggi, si basa su ricerche e keyword. La vostra soluzione aiuta anche in questo?

Certamente. Negli ultimi anni il processo di recruitment ha subito una radicale evoluzione. Gli strumenti di digital automation sono una preziosa risorsa, soprattutto in fase di sourcing. L’utilizzo mirato di keyword è imprescindibile per una società come Techyon, settoriale e altamente specializzata. Le ricerche svolte dai nostri recruiter sono profondamente targettizzate, le parole chiave restringono il campo di ricerca, selezionando dal database solo le figure in possesso di tutte le competenze richieste per quella specifica posizione.

3) Da molto tempo si parla di sistemi ATS per la selezione del personale: che cosa ha in più la vostra soluzione?

È la specializzazione a fare di Techyon e dei suoi strumenti un unicum tra le società di head hunting. Così come molte società di ricerca e selezione, anche noi utilizziamo un Applicant Tracking System per le attività di screening delle candidature, con una sostanziale differenza: i nostri sistemi sono ideati appositamente per la selezione di profili informatici. I nostri recruitment engineer hanno un focus unico, sono esperti del segmento Information Technology, ne padroneggiano le dinamiche e possiedono un’approfondita conoscenza delle competenze richieste a un professionista del settore. Allo stesso modo, le tecnologie da noi utilizzate agiscono esclusivamente in ambito IT. Tutto in Techyon è altamente specializzato e dedicato unicamente all’Information Technology.

LinkedIn: come funziona e come sfruttarlo al meglio [Articolo per Agenda Digitale]

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Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 23 gennaio 2020

LinkedIn: come funziona e come sfruttarlo al meglio

In questa guida viene spiegato cos’è Linkedin e come funziona il social network, come creare un profilo impeccabile e come ottimizzarlo, anche a livello aziendale, come fare personal branding e social selling.

“LinkedIn non serve a niente”: questa è la frase che mi sento rivolgere spesso all’inizio dei corsi sull’uso strategico di LinkedIn.

Questione di punti di vista, o meglio è la solita storia della volpe e dell’uva: siccome non so usarlo, non funziona. Spesso si apre il profilo, si constata che non è semplice e divertente come Facebook e Instagram, si pensa che serva solo a cercarsi un lavoro (evidentemente confondendolo con Monster o InfoJobs) e quindi lo si abbandona, lasciandolo andare alla deriva.

In questo caso non solo LinkedIn non serve (confermo), ma diventa dannoso: pessimo biglietto da visita da mostrare a chi – datori di lavoro, colleghi, clienti e partner – visita un profilo incompleto, se non fuorviante (molte persone mostrano come ultima posizione lavorativa ancora quella precedente!). In questo articolo proverò a spiegare come aprire e impostare correttamente il profilo e come usarlo proficuamente.

Il modello di business di LinkedIn

Aprire un profilo LinkedIn è semplice e soprattutto gratuito. Ma ogni volta che qualcosa è gratis, il prodotto sei tu: il modello di business di LinkedIn è sia il freemium (alcune funzionalità sono a pagamento: vedi l’account Premium Career per trovare lavoro) sia l’uso dei tuoi dati per alimentare studi di settore e un database a disposizione di chi usa profili Premium e advertising.

Per esempio LinkedIn ha fatto una bella pensata: ha trasformato i dati di oltre 12 milioni di italiani (e oltre 650 milioni di utenti nel mondo) in un enorme database per chi cerca clienti, grazie al Sales Navigator.

Come creare un account LinkedIn

Basta collegarsi a linkedin.com e procedere con “Iscriviti ora”. Oltre alle solite informazioni “burocratiche”, LinkedIn chiede di indicare le proprie posizioni lavorative attuale e precedenti, perché è da lì che si inizia a costruire la tua rete: LinkedIn è infatti soprattutto un social network (strumento per costruire relazioni, per fare networking) ma anche un social media (piattaforma per la pubblicazione e diffusione di contenuti, ma anche per la lettura grazie al feed che si trova nella sezione Home).

Una dritta indispensabile: non dare in pasto a LinkedIn la tua rubrica dei contatti (per esempio da Gmail), perché userà gli indirizzi di chi non è nel social per invitarlo a nome tuo.

Come creare il proprio profilo LinkedIn con il metodo LinkedIn10C

Il compito più importante, quando si apre un account, è il completamento del proprio profilo. Per farlo in modo completo ho messo a punto un sistema che ho battezzato metodo LinkedIn10C:

  • La prima C (Chi sei) sta a indicare che devi farti riconoscere e quindi puntare soprattutto su una foto profilo ben fatta: primo piano (il volto deve occupare ben più della metà del fotogramma), sfondo omogeneo (per non distrarre) e che sfoggia un bel sorriso (per i neuroni specchio).
  • La seconda C (Cosa fai) è la headline (o job titile), quei 120 caratteri che accompagneranno la tua foto. Qui l’ideale è spiegare il più chiaramente possibile che cosa si può fare per gli altri: non deve essere una frase criptica (che cosa fa in concreto un “account junior” nessuno lo sa. Nel dettaglio bisognerebbe esplicitare quali problemi si risolvono per gli altri.
  • La terza C (per chi) rappresenta il target. Chi viene a visitare il tuo profilo deve capire immediatamente se puoi essergli utile, altrimenti andrà (giustamente) altrove. La seconda e la terza C vanno a braccetto, per esempio “Aiuto le PMI lombarde a trovare nuovi mercati in Russia” contiene il cosa e il per chi.
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  • La quarta C (come) serve per mettere in evidenza gli elementi differenzianti rispetto alla concorrenza. Se non ti differenzi dai competitor, diventi una commodity. Invece deve essere chiaro perché chi visita il profilo dovrebbe sceglierti.

Nel brand positioning, termine relativo alla brand reputation e brand awareness, si parla anche di ingredient branding: un prodotto o servizio, o una caratteristica, che ti rendono unico (come la suola che respira di un noto marchio di scarpe italiano).

Altro esempio:

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La seconda fase

Le prime 4C contribuiscono a esplicitare la tua mission. Poi si passa a un’altra fase.

  • La quinta C (chiavi di ricerca) consento di fare l’ottimizzazione SEO (search engine optimization) del tuo profilo. Fare in modo che chi cerca competenze, prodotti, professionisti, ti trovi. Quindi occorre ragionare sulle keyword da inserire in tutto il profilo.
  • La sesta C (competenze) è composta sia da hard skill (competenze verticali e tecniche: per esempio “tabelle pivot in Excel”) che soft skill (competenze trasversali: “problem solving”). In LinkedIn c’è una sezione Competenze che può contenere fino a 50 skill, che gli altri possono confermare. Da qualche mese è anche possibile certificare alcune competenze (soprattutto quelle informatiche) grazie a test messi a punto da LinkedIn stesso.
  • La settima C (conferme) serve per sfruttare la “social proof”, la riprova sociale: occorre raccogliere testimonianze (segnalazioni) di altri professionisti che hanno lavorato con te e che possono certificare le tue competenze e l’efficacia del tuo lavoro.
  • Anche l’ottava C (casi di successo) è utile per darti autorevolezza ma soprattutto per raccontare che cosa fai in pratica, come hai risolto problemi e con quali risultati.
  • La nona C (concretezza) l’ho pensata per far sì che il profilo non sia pieno solo di chiacchiere e obbligare a pensare in modo concreto a numeri: risultati ottenuti e numeri wow. Dire “Sono un bravo venditore” non ha senso (anzi, è irritante), mentre scrivere “Ho contribuito a far aumentare il fatturato della mia azienda del 20%” è molto più interessante.
  • La decima C (condivisione) serve per concentrarsi sul fatto, come detto, che LinkedIn sia anche un social media. Occorre creare e condividere contenuti, foss’anche solo di “content curation” (riproposizione di contenuti altrui). Per chi invece vuole spingere particolarmente il proprio personal branding deve creare contenuti propri sotto forma di post (meglio se con contributi visuali a corredo) o meglio ancora come Pulse, come vedrai oltre.

Per sistemare il tuo profilo puoi iscriverti al mio videocorso LinkedIn gratuito:

Profilo professionista VS company page

In LinkedIn, come in Facebook, c’è la possibilità di creare un profilo personale e un profilo aziendale. Posto che chi vuole aprire un profilo aziendale deve necessariamente avere un profilo personale (che faccia da amministratore della pagina) ecco quali sono le maggiori differenze tra i due profili.

  • Il profilo personale può essere gestito solo da una persona, la pagina da più amministratori.
  • Le relazioni con il profilo sono dirette (umano a umano), quelle della pagina da uno a molti.
  • Il profilo personale può avere collegamenti, la pagina può avere solo follower.
  • Il profilo personale può pubblicare post e articoli (Pulse), la pagina solo post.
  • Il profilo personale ha poche statistiche, la pagina ha molti insight.
  • Il profilo personale non può creare campagne di sponsorizzazione, la pagina sì.
  • Il profilo personale può collegarsi a collaboratori, nel caso della pagina dipendenti e collaboratori possono linkare il profilo e mostrarlo sul profilo.
  • Il profilo personale non può aprire pagine vetrina (per singoli prodotti o servizi), la pagina sì.
  • Il profilo personale serve soprattutto per fare personal branding, la pagina per fare marketing.

Nel caso dei liberi professionisti c’è la possibilità di aprire sia il profilo personale che la pagina aziendale: in tal modo si sfruttano i benefici di entrambi.

Fare personal branding su LinkedIn

Quanto finora esposto permette di creare un profilo LinkedIn efficace (contemporaneamente anche in più lingue), ma permette soprattutto di fare personal branding. In pratica, il profilo LinkedIn è contemporaneamente la propria vetrina, dove si mettono in mostra le proprie competenze (posizionamento), ma è soprattutto una sorta di “landing page”, quelle pagine di atterraggio dei prodotti e servizi online finalizzate alla vendita o alle lead generation (creare le condizioni per la vendita). Per creare un “landing page” efficace, per esempio a partire dal Riepilogo (sezione Informazioni) è possibile costruire la storia di sé non come un racconto della propria carriera ma come se fosse una “sales letter” (lettera di vendita) con questo schema:

  1. Che cosa faccio
  2. Per chi lo faccio
  3. Con quali risultati?
  4. Testimonianze
  5. Call to action

Il profilo di John Nemo ne è un buon esempio:

C:UsersUtenteDesktopAppoggiojohn_nemo_profile.png

Fare social selling su LinkedIn

Fare social selling non vuole dire vendere con i social: quello sarebbe “social commerce” (ci stiamo arrivando). Fare social selling vuol dire fare quattro cose e ce le spiega molto bene LinkedIn. Per prima cosa calcola il tuo social selling index. Questo è il mio:

Come è calcolato il social selling index? Espresso in centesimi, dà un punteggio oggettivo a 4 tipi di attività diverse che un utente può fare all’interno di LinkedIn:

  1. creare il brand professionale (quanto hai completato il tuo profilo? Il metodo LinkedIn10C visto in precedenza può aiutarti);
  2. trovare le persone giuste (il numero di collegamenti e la percentuale di accettazione delle richieste);
  3. interagire con informazioni rilevanti (obiettivo: emergere come un esperto all’interno del proprio ambito professionale, e quindi pubblicare);
  4. costruire relazioni (ricerca di persone, visualizzazioni del profilo, giorni di attività, ricerche avanzate, uso delle InMail e altro).

Una curiosità: alcune aziende usano il social selling index come criterio di valutazione del lavoro dei propri dipendenti, soprattutto i venditori, e per dare premi e riconoscimenti.

I contatti su LinkedIn

LinkedIn, come visto, è uno strumento fondamentale per creare le relazioni (su LinkedIn si possono vedere i collegamenti fino al terzo grado, quindi con un gioco di parole i collegamenti dei collegamenti dei collegamenti diretti). In realtà, a mio parere, è un ottimo acceleratore: fare networking davvero vuol dire incontrare le persone faccia a faccia. Per favorire questi incontri occorre gestire al meglio i contatti, quella sezione di LinkedIn dove inserire:

  • un indirizzo email (meglio se professionale e non quello da account gratuito come Gmail);
  • un indirizzo Web (del proprio sito o di quello dell’azienda);
  • un numero di telefono (per chi ha anche uno smartphone di lavoro);
  • l’indirizzo della sede;
  • l’account di un social (LinkedIn propone Twitter);
  • un contatto di messaggistica (per esempio Skype).

Come si fa crescere la propria rete di collegamenti? Per chiedere un collegamento occorre andare sul profilo della persona da invitare e, nel menu di fianco alla sua foto, scegliere la voce Collegati, con un’avvertenza: aggiungere sempre una nota per contestualizzare la richiesta, soprattutto se non conosci la persona direttamente.

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Eliminare un contatto è altrettanto semplice: basta andare in Rete (www.linkedin.com/mynetwork) e scegliere la voce “Elimina collegamento” che si trova di fianco a ogni nome.

App mobile e versione desktop

Una volta impostato correttamente il profilo LinkedIn, può essere gestito sia da Web via PC sia in mobilità grazie alla app. Sebbene la maggior parte delle funzioni siano disponibili in entrambe le versioni ve ne sono altre peculiari. Per esempio durante i corsi, consiglio di lavorare sulla versione desktop, dato che è più comodo lavorare sulle impostazioni di back-end, per esempio quelle sulla privacy. Invece la app, molto comoda perché sempre a portata di smartphone e quindi di mano, è fondamentale in alcuni ambiti: penso, in particolare, agli eventi dove la funzione “Trova nelle vicinanze” consente di intercettare tutte le persone che all’evento vogliono collegarsi a vicenda su LinkedIn.

Come cercare lavoro su LinkedIn

Come visto in precedenza, LinkedIn non è lo strumento per la ricerca del lavoro per eccellenza: esistono piattaforme e applicazioni nati solo per questo. Ciò non toglie che LinkedIn sia comunque un ottimo modo per trovare offerte, candidarsi online e coltivare i contatti che permettono di generare opportunità lavorative. La sezione Lavoro consente di spulciare tra le offerte che LinkedIn propone per il proprio profilo, di cercare offerte usando keyword e località e tenere traccia delle candidature inviate. C’è un’opzione in LinkedIn che permette di far sapere ai recruiter di essere a caccia di opportunità.

Le professioni più richieste su LinkedIn

Alla fine del 2019 LinkedIn ha diffuso i dati di “LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019”, la ricerca che mostra la classifica delle figure professionali più cercate su LinkedIn in Italia:

  • Data Protection Officer
  • Salesforce Consultant
  • Big Data Developer
  • Artificial Intelligence Specialist
  • BIM Specialist
  • Lending Officer
  • Warehouse Operative
  • Data Scientist
  • Cyber Security Specialist
  • Customer Success Specialist

Per un approfondimento sui lavori emergenti è possibile leggere sul blog di LinkedIn l’articolo “The Jobs of Tomorrow: LinkedIn’s 2020 Emerging Jobs Report”.

Come cercare lavoratori su LinkedIn

LinkedIn serve certamente per cercare un lavoro, ma anche per cercare lavoratori. Per questo è sufficiente sfruttare la ricerca avanzata di LinkedIn: si parte da una keyword (per esempio “Power BI”) e poi si affina la ricerca grazie ai filtri (per esempio “Luogo: Bergamo”). Il problema è che dopo un tot di ricerche questa funzionalità viene inibita perché LinkedIn propone un profilo a pagamento con ricerche illimitate. Per ovviare a questo problema si può pubblicare inserzioni di lavoro e sponsorizzarle. In ultima battura si può pagare un abbonamento a LinkedIn per l’HR (per esempio il Recruiter Lite) per trovare candidati passivi e contattarli direttamente con le InMail (i messaggi a pagamento).

LinkedIn Pulse: cos’è, come funziona e come sfruttarlo

Per sfruttare LinkedIn come social media occorre pubblicare. Non solo i post, come avviene su Facebook, ma anche dei veri articoli. I cosiddetti Pulse. Questo era il nome della start-up che creò la piattaforma di social blogging poi acquisita, e integrata, da LinkedIn. Ora il nome Pulse compare sporadicamente, LinkedIn li chiama Articoli.
Qual è la differenza tra post e articoli? Ecco 6 differenze sostanziali:

  1. I post non hanno un titolo, gli articoli sì
  2. I post sono corti (1.300 caratteri), gli articoli lunghi (40.000 caratteri)
  3. I post non hanno immagini di copertina, gli articoli sì
  4. I post possono integrare immagini, video (al massimo di 10 minuti) e documenti (per esempio PDF), gli articoli anche codice di embed (per integrare pezzi di Web, come una presentazione o un tweet)
  5. I post hanno poche statistiche, gli articoli molte
  6. I post non sono indicizzati fuori da LinkedIn, gli articoli sì (c’è anche un URL, indirizzo Web, diretto).

Come creare un Pulse? Nelle sezione Home di LinkedIn, invece di creare un post, occorre fare clic su “Scrivi un articolo”:

Nella pagina che si apre ci si può sbizzarrire con titoli, immagini, formattazioni e altro:

Per approfondire tutti questi temi ho scritto la Guida calcistica di LinkedIn per Ledizioni:

15 app usate dagli adolescenti (aggiornamento: gennaio 2020)

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L’idea di creare questa presentazione (e questo video), a corredo dei miei corsi sui pericoli della Rete, è nata dopo aver scritto l’articolo “Le app amate dagli adolescenti (e che gli adulti non conoscono)” per Agenda Digitale.

Vi sono elencate 15 app che usano gli adolescenti dell’inizio 2020. Da quelle un po’ più note, come ThisCrush e Twich, a quelle più oscure, come Omegle e Lipsi. Ecco il video con slide e commento:

Per approfondimenti per anche seguire il mio podcast Genitorialità e tecnologia.

Personal branding: 5 errori che ho fatto (e che forse stai facendo anche tu)

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Personal branding” è ormai diventata una buzzword, una parola fin troppo di moda.

A mio avviso il personal branding è un mix di reputazione digitale, monitoraggio e promozione tramite i contenuti online. Questo l’ho capito lavorando sul mio personal branding da quasi dieci anni (all’inizio, quando scrivevo per Computer Idea, mi leggevano oltre 200.000 persone, ma non mi conosceva praticamente nessuno).

In questo paio di lustri, soprattutto all’inizio, ho commesso diversi errori.

Elenco qui i cinque più vistosi dal mio punto di vista.

1. Aspettare che tutto sia perfetto

Esiste una sindrome del perfezionismo. Secondo uno studio inglese della York St. John University un “perfezionismo positivo” può portare alla definizione di elevati standard. Ma c’è anche un “lato oscuro” del perfezionismo, che porta invece a esser costantemente preoccupati di sbagliare e ad avere dubbi sulle proprie prestazioni, provocando stress, depressione, disturbi alimentari fino al burnout.

Ma soprattutto – aggiungo io – ti paralizza. Mentre ti stai fossilizzando sul progetto di pubblicazione del tuo primo libro e ti trascini per mesi e mesi tra correzioni e revisioni e un’inquietante procrastinazione, i tuoi competitor ne hanno già scritti un paio.

2. Sbagliare posizionamento

Il brand positioning – strategia per collocarsi sul mercato in modo corretto – funziona anche per i professionisti, non solo per le aziende. Prevede che ci si focalizzi su una sola specializzazione e ci si differenzi dai competitor. Anch’io anni fa tenevo il piede in troppe scarpe e facevo le stesse cose di tutti gli altri: giornalista online part-time, il blogger, il social media manager, il consulente sulla comunicazione digitale, il formatore, lo speaker e altro ancora che nemmeno ricordo. Ho dovuto dare una bella sforbiciata!

3. Sbagliare la scelta dei canali

Una volta definito il tuo posizionamento, e capito soprattutto che devi partire, occorre scegliere i canali giusti di comunicazione. L’errore peggiore che puoi fare -, e che anni fa feci anche io – è quello di puntare tutto su canali non proprietari, altrui. Bello Facebook, carino Instagram, fantastico LinkedIn. Ma non è roba tua, sei ospite. L’altro giorno ho visto il profilo LinkedIn di uno che si presenta come “Esperto di Google+”: talmente esperto che non si è accorto che Google+ è morto?

4. La storia del ciabattino con le scarpe rotte

La comunicazione digitale è il tuo biglietto da visita. Giustificare canali social mezzi morti, lasciati alla deriva, dicendo che non si ha tempo per gestirli perché si preferisce lavorare su quelli dei clienti è una follia. Per carità! Questo vale non solo per chi lavora nel mondo della comunicazione: faresti riparare i graffi all’auto da un carrozziere che gira con una macchina piena di bozzi e ghirigori?

5. Non pensare alla “conversione”

Fare tanta comunicazione finalizzata solo al branding, farsi conoscere, non basta. L’obiettivo, in fin dei conti, deve essere quello di “chiudere”: convertire un lettore in un cliente è un’arte, ma soprattutto è operazione che richiede tempo, pazienza, dedizione, sudore. “No pain, no gain” dicono gli atleti. Chi si avvale dei nostri servizi si deve fidare.

Per questo costruire un rapporto con la propria comunicazione online non è cosa semplice. Ma si può, si deve fare!

♦ Per approfondire tutti questi temi, e molti altri e per imparare a fare personal branding in modo efficace ti aspetto al prossimo corso “Personal branding e digital reputation” di Primopiano.

Ci saranno come sempre tante esercitazioni pratiche e un mio nuovo metodo basato sulla gamification, il metodo PlayBrand.

“I trend social del 2020”: la mia intervista per il settimanale F

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La giornalista Tamara Ferrari del settimanale F di Cairo Editore (il primo femminile in Italia con 110.000 copie) mi ha intervistato sul tema dei trend social del 2020. L’articolo è stato pubblicato sul numero 2/2020 in edicola il 14 gennaio 2020.

Ecco l’intervista sui trend, sul benessere digitale, sulle app più usate dagli adolescenti, sull’intelligenza artificiale e la realtà aumentata:

Il video della presentazione ufficiale del metodo O.P.E.R.A. a Dalmine (BG)

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Il mio metodo O.P.E.R.A. per la creazione dei contenuti efficaci online è stato presentato ufficialmente, per la prima volta al pubblico, durante un seminario di Bergamo Sviluppo al Point di Dalmine, in provincia di Bergamo, lo scorso 18 dicembre 2019.

Ecco il video integrale della presentazione:

Contattami per approfondire il metodo oppure organizzare un workshop pratico:

Scrivimi

Le app amate dagli adolescenti (il mio articolo per Agenda digitale)

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Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale l’8 gennaio 2020.

Le app amate dagli adolescenti (e che gli adulti non conoscono)

Anche se quando si parla di app di successo tra gli adolescenti si pensa ai vari Instagram e TikTok, i ragazzi sono già passati oltre, su altri luoghi virtuali. E non sempre c’è da star tranquilli. Ecco le app che vanno per la maggiore tra i giovanissimi.

Da anni tengo corsi sull’uso consapevole della tecnologia nelle scuole di mezza Italia e ultimamente mi sono imposto di raccogliere informazioni sulle app che usano gli adolescenti.

I media parlano sempre e solo di Instagram e TikTok, oltre che dello scontato WhatsApp, ma sospettavo che i ragazzi stessero già andando (anche) altrove. Un po’ come quando ho fatto uscire una puntata su Fortnite e molti ragazzi si erano già spostati su Apex Legends.
I ragazzi, adolescenti ma anche pre-adolescenti, spesso frequentano luoghi virtuali pericolosi. Tra le tante app citate dal centinaio di ragazzi monzesi che ho interpellato nelle ultime due settimane, una decina mi ha particolarmente colpito. Anche perché, lo ammetto, alcune non le avevo mai sentite nominare.

Premetto che non tutte sono app di successo al pari di Instagram, ma certo iniziano a circolare.

Eccole.

ThisCrush

Questo social network, che spesso vedo linkato nelle “bio” di Instagram (la presentazione pubblica, unico luogo di Instagram dove inserire un link cliccabile), ha la particolarità di consentire invio e ricezione di messaggi anonimi. Del resto nasce per confessare una “cotta” (crush). Anonimato e messaggi non vanno d’accordo e il pericolo cyberbullismo è alto: il Messaggero ha raccontato, qualche settimana fa, che a seguito di una serie di offese anonime apparse su ThisCrush una tredicenne si è tolta la vita gettandosi dal nono piano della sua abitazione in zona Aurelio, a due passi dal Vaticano.

Tellonym

Anche Tellonym (il nome richiamo l’anonimato ma anche la frase inglese “tell on him”), al pari di ThisCrush e sulla scia del successo di Ask.fm degli anni passati, è un social network che permette di ricevere domande in forma anonima (in gergo “tells”). Cito una delle recensioni su Play Store: “Molto bello ma potrebbero segnalare subito gli insulti pk dietro ad uno schermo c’è una persona che ci rimane male”.
Altre due alternative per ricevere domande anonime sono F3 Yolo.

Omegle

Il claim di questa app (che si pronuncia “omigol”) è inquietante, se pensiamo ai nostri figli: “talk to strangers”, parla con sconosciuti. Non serve nemmeno registrarsi per comunicare uno a uno. L’Arena racconta di una ragazza che, adescata su Omegle, è stata costretta a infliggersi dei lividi e spedire foto.
Un’alternativa è Azar, una “random chat” che ricorda la famigerata Chatroulette di qualche tempo fa.

Discord

Free Voice and Text Chat for Gamers”: serve agli oltre 250 milioni di videogiocatori iscritti per parlare e messaggiare tra loro, tant’è che qualcuno la definisce “la Slack dei videogiocatori” (Slack è un’app di collaborazione aziendale). Come racconta La Repubblica, un anno fa Ninja, il campione di Fortnite, ha spiegato durante una diretta al rapper Drake come usare Discord durante una sessione del battle royale di Epic Games: questi influencer possono spostare milioni di gamers.
Discord si presenta come alternativa a TeamSpeak.

Twitch

Piattaforma di live streaming di proprietà di Amazon dal 2014, consente ai ragazzi di seguire sessioni di gioco (e di eSport) altrui. In gergo, permette di quindi di “streammare” le partite. Da qualche tempo Twitch ha introdotto diverse funzioni che lo rendono simile a un social network: come evidenzia Libero, la possibilità di inviare messaggi privati ad altri utenti o Pulse, una sorta di timeline alla Facebook.

Un’alternativa è Mixer.

21 Bottons

Definito il “social network della moda” oppure “fashion app”, 21 Buttons permette di pubblicare i propri outfit e ispirarsi scorrendo quelli altrui. Prevede l’e-commerce: i tag sugli abiti rimandano direttamente agli acquisti. In Italia dal 2017, 21 Buttons ha fatto il boom di iscritti, attratti anche da influencer come Chiara NastiAlice Campello e Giulia Gaudino.

Amino

Amino è un’app social pensata per riunire persone con gli stessi interessi su svariati argomenti, come vent’anni fa si faceva con i newsgroup. Inizialmente ospitava discussioni su anime, manga, cosplay e giochi, ora si parla di tutto: da Minecraft a Harry Potter, ma anche di problemi adolescenziali.

Funimate

Video editor con molti effetti speciali, in pratica Funimate è un’alternativa a TikTok: del resto anche questa viene definita un’app dove è possibile fare il lip-synk (muovere le labbra simulando di cantare una canzone famosa o recitare una celebre scena di un film, come in un play-back).
Altre due app usate per fare video sono Triller e Zoomerang.

Picsart

Picsart è un editor di foto, usato 60 milioni di utenti ogni mese, che consente di applicare moltissimi effetti: uno dei più popolari, ultimamente, è Sketch, perché consente di trasformare la propria immagine in un disegno. Le immagini ritoccate possono essere condivise come in qualsiasi social media.
Altra app del genere, molto apprezzata dai ragazzi (e non solo), è VSCO.

Zepeto

Zepeto, app sugli scudi un annetto fa (nel novembre 2018 è stata la più scaricata in Italia), è social network dove non interagiscono direttamente i ragazzi, ma i loro avatar (creati a partire da selfie), le cui foto spesso finiscono su Instagram. Ricorda per alcuni versi Second Life, in attesa del debutto dell’Horizon di Facebook.

 

Il webinar de L’Eco della Stampa su LinkedIn e social selling

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L’Eco della Stampa, nel 2019, ha prodotto tantissimi contenuti: articoli, video, audio ed eventi. Sono ben 31 i comunicatori che hanno aiutato, raccontando le loro esperienze e soprattutto svelandoci la loro visione del futuro. Tra questi ho avuto l’onore di esserci anche io.

Guarda qui un estratto:

Villaggio Tecnologico, prima puntata: 5 dritte per trovare lavoro con LinkedIn

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Villaggio Tecnologico è un portale dedicato alla tecnologia e un nuovo format televisivo dedicato alle news tecnologiche, in onda su Lombardia TV (canali DTT 99 e 599 per la Lombardia, 219 per il Piemonte, 665 per la Liguria, 888 per Emilia Romagna e Lazio, e in streaming su www.lombardiatv.com).

Sin dalla prima puntata tengo una rubrica sulla comunicazione digitale. In questo episodio parlo delle cinque dritte per trovare lavoro con LinkedIn.

Qui invece potete vedere l’intera prima puntata:

Natale e digital detox: la mia intervista per Affaritaliani.it

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Il 16 dicembre 2019 sono stato intervistato dal portale Affaritaliani.it in merito alla questione digital detox per commentare i dati di una ricerca di Groupon.

Ecco il contenuto della mia breve intervista:

COME LIBERARSI DALLA DIPENDENZA DELLO SMARTPHONE?
Lo abbiamo chiesto a Gianluigi Bonanomi, formatore digitale che – oltre a lavorare presso le aziende e nella comunicazione politica – viene sempre più spesso ingaggiato per corsi riguardanti i pericoli del web. Tra questi ritentra la dipendenza dallo smartphone, questione che va affrontata con grande serietà.

“Il tema del benessere digitale – o il contraltare techno-stress – sarà sempre più un’emergenza, a partire anche da questo Natale”, spiega Bonanomi.

“Tutta la tecnologia che ci circonda sta provocando un indubitabile sovraccarico che, in molti casi, provoca appunto stress. Non a caso molte aziende stanno giù correndo ai ripari con corsi e provvedimenti in favore del benessere digitale”.

“Ma in famiglia? Molti iniziano a porre delle regole: niente tecnologia a tavola, in camera da letto, durante lo sport e i giochi in famiglia e così via. Esistono proposte commerciali, viaggi digital detox, anche per il Natale: soggiorni tech-free che rappresentano un vero lusso, visti soprattutto i costi. Stiamo vivendo la stessa parabola del cibo: all’inizio chi poteva permetterselo viveva il Natale con pranzi luculliani e cibo senza limiti, ora il vero lusso è mangiare sano e bio anche sotto l’albero. Quanti possono permettersi di rinunciare, a pagamento, alla tecnologia?”.