L’importanza delle immagini nella comunicazione digitale [Late Tech Show S01E04]

Per la quarta puntata di Late Tech Show di Gigi Beltrame ho contributo con un video sull’importanza delle immagini nella comunicazione digitale:

Qui puoi vedere l’intera quarta puntata del Late Tech Show:

Il nuovo corso “Big data e comunicazione digitale” per Fastweb Digital Academy

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Campione di resilienza: la mia intervista per VareseMese

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Questa intervista è stata pubblicata sul numero di aprile 2020 di Varese Mese.

CAMPIONE DI RESILIENZA

Durante il lockdown, il formatore Gianluigi Bonanomi fornisce preziosi consigli per gli imprenditori, ma anche per conciliare smart working e figli usando la tecnologia come alleato. Leggi l’intervista e ascoltala in versione integrale via podcast

di Chiara Milani

“Perdere il lavoro della mia vita è stata la mia fortuna:”. Lo ripete sempre, Gianluigi Bonanomi, formatore aziendale sulla comunicazione digitale per realtà come la Business School del Sole24Ore e la Digital Academy di FastWeb, che racconta: “Ero giornalista professionista, ma sono guarito”. In queste settimane, in cui peraltro in ben altre guarigioni si spera, la sua battuta mi è tornata in mente spesso. Perché la sua carriera è un esempio di resilienza basata sul capitale umano che – in tempi come questi, in cui reinventarsi per molti è e sarà un must – può far riflettere e dare fiducia.

“Sono cintura nera di resilienza”, mi risponde ridendo il collega “redento”: “Ne ho passate di tutti i colori. Visto che la rivista di tecnologia per cui scrivevo era passata dalle 250mila copie iniziali alle 15mila del 2012, ho dovuto ricostruirmi una carriera. Ora, di colpo, a fine febbraio mi sono di nuovo trovato a non avere più l’80 per cento del mio lavoro, che era con le persone, facendo formazione ed eventi pubblici. Allora il digitale, che è sempre stato parte della mia vita, è diventato ancora più importante.

Un ruolo più che mai strategico, quello della comunicazione digitale oggi…

Assolutamente sì. Nel mondo in cui non possiamo più uscire e incontrarci, la comunicazione a distanza è diventata la chiave. Il problema è quanto siamo ed eravamo pronti, quanto stiamo adattandoci a questi nuovi strumenti. Penso che, in questo momento, ci siano due categorie di persone. Chi ha più spirito di resilienza è riuscito immediatamente a cogliere il digitale nonostante tutte le difficoltà, nel momento in cui viviamo in un Paese di digital divide, quindi non tutti hanno la fibra, gli strumenti e le competenze. E c’è chi, come sempre, è lì che aspetta, nicchia e cerca di capire. Allora possiamo fare un ragionamento su come la comunicazione digitale possa essere utile a chi è chiuso in casa.

Esatto. In questo momento tirare su il morale è importante, ma diamo anche qualche consiglio pratico…

Ora come ora il digitale è l’unico modo che noi abbiamo per rimanere vicini agli altri, ma soprattutto penso a un’azienda, un libero professionista, una piccola realtà commerciale. Dobbiamo tirare fuori il vecchio assunto secondo cui comunicare è importante, ma non comunicare è già comunicare qualcosa…. di negativo. Invece, cogliamo un’opportunità: tu hai un’attività, in questo momento sei chiuso, non hai la possibilità di vedere i tuoi clienti, ma se tu in questo momento comunicassi qualcosa di positivo e di valore, se tu dessi qualche elemento per risolvere un problema a distanza… Pensiamo a una panetteria: magari non può vendere i prodotti a distanza, ma se fornisse delle ricette per fare il pane in casa? Molti hanno la resistenza, anziché la resilienza, e dicono: “Ma se io faccio le ricette, questi si fanno il pane da soli”. Il che è una follia, perché la gente non ha poi il tempo per farlo, ma tu stai dando loro un valore, un motivo per seguirti… Io credo che il digital marketing non serva a vendere, ma a creare una relazione di fiducia che poi, eventualmente, sfocerà nella vendita.

Tu sei un esperto di LinkedIn

Pre Cororavirus era il mio best seller, adesso si è un po’ fermata la cosa, anche se in realtà molte persone mi stanno chiedendo una mano a distanza per approfittarne per sistemare LinkedIn, che credo sia uno strumento straordinario da tanti punti di vista: come personal branding, per fare networking. Cerchiamo però di piantarla di fare una comunicazione autoreferenziale, perché non se ne può più di gente che va a dire: “Quanto sono bravo… guarda che laurea o che premio ho preso, che bello il mio prodotto o il mio stand”. Con questo bombardamento d’informazioni, io seguo qualcuno che mi dia qualcosa di utile. Dal punto di vista psicologico, evoluzionistico, noi abbiamo la necessità d’investire il nostro tempo per risolvere sempre questo tarlo che abbiamo: che cosa ci guadagno a seguirti? Se mi dai valore, consigli, idee, spunti, trend, se mi racconti che cosa succederà nel mio settore una volta che tutto questo casino sarà finito, io allora ti seguo. Pensare di presentarsi in modo corretto vuol dire comunicare: che cosa faccio, per chi e come. In che modo risolvo i problemi altrui in maniera magari innovativo? Presentarsi così vuol dire costruire il proprio profilo magari a partire dalle proprie esperienze lavorative. Ma sono ancora più importanti i progetti: una sezione che, in LinkedIn, non approfondisce mai nessuno.

Di consigli oggi più che mai hanno bisogno anche molte mamme e papà per conciliare il lavoro a casa. Tu hai un podcast che riguarda i genitori e la formazione digitale. Visto che noi di VareseMese lanciamo il servizio podcast proprio con te, che suggerimenti possiamo dare?

Sì, io ho un podcast su genitorialità e tecnologia. Se volete andarle a vedere, sono tutte puntate libere. Chi può fare smart working ha anche figli che sempre più sono a contatto con la tecnologia, dal tablet, alla smart tv allo smarphone. Bisogna proteggerli con tutta una serie di strumenti di parental control per evitare che, magari in modo involontario, finiscano su contenuti non adeguati. Facciamo un esempio: una volta la mia bambina si è messa a guardare Peppa pig sul suo tablet ed è finita sul trailer di un film abbastanza inquietante, perché ci sono i video correlati. Se noi usiamo alcuni accorgimenti, ciò non succede. Chi ha bimbi magari non sa che esiste la piattaforma Youtube kids, con solo canali protetti. Oppure si possono mettere limitazioni di tempo o, quando possibile, navigare assieme ai figli. Non dobbiamo demonizzare la tecnologia, ma far capire che esistono tante attività belle da fare in famiglia, come i musei che aprono alla visita a distanza o di giochi da fare assieme, come il karaoke in inglese. Noi siamo genitori, non dobbiamo fare i vigili, ma affiancare i nostri figli per far capire loro che ci possono essere pericoli: dobbiamo insegnare che i rischi ci sono, ma devono essere affrontati in modo coerente, nello stesso modo in cui noi spieghiamo come attraversare la strada, invece di chiuderli in casa. Almeno, prima del Coronavirus.

Ascolta l’intervista integrale via podcast: 

Ascolta “Campione di resilienza” su Spreaker.

L’intervista per Rete55

A che cosa serve LinkedIn? La mia intervista a Radio Capital del 4/4/20

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Sabato 4 aprile 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema LinkedIn (che cos’è? A cosa serve? Quale errore evitare?). Puoi riascoltare l’intervista qui:

“Aristotele su LinkedIn”: il mio video per Late Tech Show puntata 3

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Per la terza puntata di Late Tech Show di Gigi Beltrame ho contributo con un video su LinkedIn un po’ fuori dagli schemi: “Aristotele su LinkedIn”. Che cosa c’entra un filosofo antico con un social network professionale?

Qui puoi rivedere l’intera puntata:

“Lo stress digitale: un nuovo fenomeno da monitorare e gestire”: il mio articolo per “Personale e lavoro”

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Nel N. 621 di Personale e Lavoro, rivista dedicata alle risorse umane del Gruppo Isper ho scritto, insieme al dottor Marco Fasoli, un articolo sul tecnostress. Questa l’introduzione:

Le tecnologie digitali hanno introdotto sostanziali modifiche nella sfera lavorativa di un numero estremamente elevato di persone. Tali modifiche, spesso si sono concretizzate nella velocizzazione di molti processi, in particolare quelli comunicativi e organizzativi, e nella creazione di nuove opportunità di business, costituendo un fattore positivo per la produttività. A livello globale, la digitalizzazione delle aziende è stata un processo nel complesso piuttosto rapido e pervasivo, che ha visto emergere nel panorama economico mondiale nuovi attori di primissimo piano, in pochi anni.
A fianco delle numerose opportunità e dei cambiamenti positivi che hanno accompagnato la diffusione delle nuove tecnologie digitali, sono emerse tuttavia anche alcune criticità. Una di queste è il cosiddetto “stress digitale”. Tradizionalmente, con il termine stress si indica quella situazione in cui il carico di richieste cognitive supera le risorse disponibili a fronteggiarle (Lazarus e Folkman 1984). Con il termine stress digitale, come è facile intuire, ci si riferisce allo stress che deriva dall’uso delle tecnologie digitali.

Questa la mia parte dell’articolo:

Il monitoraggio dell’uso della Rete

Il primo passo per risolvere un problema è conoscerlo. Per questo la prima cosa da fare è installare un’app come RescueTime (www.rescuetime.com) per monitorare l’uso che si fa dello smartphone e quanto tempo si usa online e, in particolare, sui social. In realtà tutti i maggiori sistemi operativi hanno ormai integrato una funzionalità del genere: Android, per esempio, mette a disposizione “Benessere digitale” che, tra le altre cose, permette di limitare il tempo perso su alcune app. In ogni caso, una volta capito quali sono le app che provocano problemi, le si può silenziare a tempo anche grazie a Siempo (www.getsiempo.com).

La tecnica del pomodoro

Non ha senso ragionare solo in negativo: lo smartphone può anche essere un ottimo alleato per il lavoro. Per esempio si può usare un’app come Goodtime (https://github.com/goodtime-productivity/Goodtime) per mettere in pratica la tecnica del pomodoro così come immaginata tanti anni fa dal programmatore Cirillo. In pratica si lavora con la massima concentrazione per venti minuti, quindi si fa una pausa. Avanti così fino al quatro ciclo, quando ci si può concedere una pausa più lunga. Ecco, Goodtime aiuta a tracciare tempo e cicli.

La mail bankruptcy

L’impiegato medio controlla la casella email 36 volte ogni ora e ogni settimana impiega 13 ore per aprire, leggere, archiviare, cancellare e rispondere alle mail. A ogni mail ricevuta la distrazione costa 16 minuti per ritrovare la concentrazione su quel che si stava facendo. Che cosa succede se le mail da gestire, ogni giorno, sono centinaia? E soprattutto che cosa succede se si accumula un arretrato impossibile da smaltire? La soluzione esiste, ma è estrema.

Avete mai sentito parlare della “bancarotta delle email”? Un po’ come le aziende che dichiarano fallimento quando i debiti non sono più sopportabili, può capitare che alcuni professionisti accumulino una tal quantità di posta elettronica arretrata da arrendersi, gettare la spugna.

L’espressione “mail bankrupcy”, attribuita per la prima volta a Lawrence Lessig nel 2004, rappresenta una soluzione estrema: si danno per persi i vecchi messaggi e non si risponde più, per ripartire da zero con una casella postale immacolata. Chiaramente bisogna in qualche modo avvertire chi si aspettava una risposta: per esempio inserendo una risposta automatica o un messaggio in coda a ogni nuova mail. Pro e contro di questa opzione: il pro è che chi ri-scrive è davvero interessato o motivato; il contro è che si può fare una volta sola o poco più, pena la perdita di credibilità.

Dimezzare il volume delle email

Meglio evitare di dover arrivare agli estremi appena visti, causa di technostress. Esistono degli strumenti che permettono di comunicare via digitale in modo efficace senza il proliferare di troppe mail.

Il primo esempio è è Slack (https://slack.com): si presente proprio come lo strumento che vuole “ammazzare” le mail. Leggenda vuole che nel 2010 un dei team di sviluppo guidato da Stewart Butterfield (fondatore di Flickr) fosse occupato nello sviluppo del videogioco Glitch, ma il tempo impiegato dai vari programmatori e designer per scambiarsi email e messaggi chat divenne ben presto ingestibile. Il team decise quindi di investire su un progetto parallelo: un’app che permettesse di raccogliere messaggi e allegati di vari servizi mail e messaggistica in un unico contenitore. Dopo tre anni il progetto iniziò a camminare con le proprie gambe.

Il secondo strumento, simile a Slack, è Trello (https://trello.com): la sua bacheca, le liste e le schede consentono di organizzare e stabilire la priorità dei progetti in modo flessibile e, perché no, divertente. Ma soprattutto vi è la possibilità di scambiare messaggi e condividere documenti senza dover inviare decine di email con l’ennesima versione “1.2-DEF.doc” del progetto e intestazioni “RE:RE:RE:RE:FWD: Progetto.doc”.

La task automation

Chi l’ha detto che, in tema di technostress, la tecnologia sia il problema e non, in alcuni casi, la soluzione? In attesa che androidi e intelligenze artificiale risolvano la maggior parte dei problemi degli umani, si può già fare affidamento sui sistemi di automazione per sgravare uomini e donne da molte incombenze. Per esempio strumenti come Zapier (https://zapier.com) e IFTTT (https://ifttt.com) consentono di automatizzare molti compiti (task) integrando servizi diversi. Per esempio è possibile far dialogare Gmail con Dropbox per fare in modo che ogni volta che il capo ci manda un allegato venga automaticamente salvato in una cartella predeterminata. Altro esempio: si possono integrare gli impegni di Slack e Google Calendar. In attesa di avere dei chatbot che parlano con colleghi e capi al posto nostro, è già un piccolo aiuto.

Qui trovi l’intero articolo:

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Dieci titoli giornalistici terribili

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Secondo uno studio della Columbia University e Microsoft Research sei link su dieci condivisi su Twitter non verranno mai cliccati, nemmeno da chi li condivide: bastano i titoli! Se ne deduce quindi che, vista l’importanza dei titoli, i giornalisti (o chi per loro) mettano una cura particolare nella loro realizzazione. Peccato non sia così…
In questo video ho raccolto dieci tra i peggiori titoli giornalistici (online e su carta) di sempre:

Ecco la raccolta dei titoli:

Se vuoi leggere un altro articolo di satira digitale, ti consiglio questo:

Coronavirus: trasformare lo stop in una nuova ripartenza [intervista per Dolcesalato]

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Questa intervista è stata pubblicata il

CORONAVIRUS: CONSIGLI DIGITAL

Restiamo in contatto, anche da lontano. Con i suoi consigli digitali di marketing Gianluigi Bonanomi ci insegna a trasformare questo stop in una nuova partenza e trasformare i contatti virtuali in clienti
Se pasticcerie e locali devono chiudere, la rete resta aperta. Mai come in questo caso la comunicazione web è un’ancora di salvataggio che i professionisti possono e devono utilizzare per tenersi in contatto con il proprio pubblico e magari allargare il proprio bacino di utenza.Comunicare è la parola d’ordine per Gianluigi Bonanomi, giornalista informatico e formatore sui temi della comunicazione digitale perché «anche il silenzio parla e trasmette qualcosa di negativo: siamo chiusi e non riapriremo, ci siamo arresiIl messaggio da dare, invece, è “ci siamo” e stiamo approfittando di questo momento di stop forzato per studiare e riorganizzarci, per darvi dei consigli, suggerirvi ricette, per essere al vostro fianco in un modo diverso, ma comunque costate. In una parola esserci e fare brand marketing sottolineando la propria differenza e le proprie qualità, ma senza autorefenzialità creando una storia vera: perché le persone ci ascoltano se gli diamo qualcosa, se parliamo non di noi, ma a loro. Quindi via libera ai contenuti di valore con consigli, e suggerimenti per rinsaldare la fiducia con i propri clienti o gettare le basi per nuove relazioni che, dopo questo momento, daranno un motivo per venire a trovarci».

L’INTERVISTA AUDIO

Qui puoi riascoltare l’intervista audio:

Ascolta “01 – Connessi da Casa” su Spreaker.

CONSIGLI UTILI E VIDEORICETTE

L’essere umano è vocato all’imparare. Le videoricette sono un asso nella manica dei professionisti che, “regalando” una ricetta, coinvolgono il pubblico in una relazione che sposta l’asse del rapporto da venditori e compratore a insegnate e adepto. «Anche qui la qualità è il fattore che fa la differenza. Il live è coinvolgente e permette di dialogare in diretta con i follower, ma un video preparato con una buona qualità di visione e un montaggio post produzione con sovrascritte relative agli ingredienti e zoom sui dettagli offre uno strumento di qualità. Per chi ama la sperimentazione il web offre una gamma di applicazioni che trasformano le immagini in cartoni come la piattaforma Powtoon oppure Go animate per creare contenuti veramente originali e differenziarci dai competitor».

IL WEB PARLA ANCHE QUANDO E’ IN SILENZIO

Un must che per Bonanomi vale al di là dell’emergenza Covid-19. «La comunicazione web è una vetrina che, se lasciata spoglia, trasmette abbandono. Il pubblico della rete non perdona: se il tuo ultimo post su Facebook, la foto di Instagram o l’ultimo video Tik Tok risale al 2019 non verrà più a cercarti. I social sono quindi un canale da sfruttare al massimo, con una avvertenza: siamo in casa di Zuckerberg e non possiamo controllare completamente il futuro dei nostri profili. Meglio quindi un sito istituzionale sempre aggiornato con le ultime novità, le ricette, le iniziative da trasmettere attraverso una rete di newsletter. Un prodotto di proprietà su cui far rimbalzare i contenuti social che ci permette di creare un archivio storico».

Un altro punto chiave per sfruttare al massimo le potenzialità del web, per Bonanomi, è usare il canale giusto per il messaggio giusto. Facebook è la piattaforma della socialità per definizione ideale per creare attorno alla tua realtà una vera comunity, Instagram è più indirizzato all’awareness, Youtube per le video ricette e LinkedIn per il B2B con fornitori, professionisti e dipendenti.

IL MARKETING DI OGGI SONO I CLIENTI DO DOMANI

Lo scopo del digital marketing non è vendere, ma creare le condizioni per la vendita anche attraverso l’utilizzo della profilazione degli utenti attraverso Funnel di selezione per estrarre i clienti potenzialmente più interessati. Ecco perché è importante trasformare questo stop forzato in un’occasione con «un uso strategico dei contenuti messi in rete oggi, che permetterà ai professionisti di generare contatti che diventeranno clienti. Oggi abbiamo l’occasione di attuare la cosiddetta lead generation, ovvero tramutare i contatti freddi – gli utenti che ci seguono in rete, ma non sono mai venuti a trovarci – in caldi: in clienti attivi. Come? Con una call to action. Ti piace questa video ricetta, e vuoi averne delle altre? Lasciami la tua email e te le invierò. Questo ci permette di entrare in contatto diretto con il singolo cliente e “coccolarlo” con ricette, suggerimenti di prodotto, inviti a open house. Creare una relazione adesso che siamo lontani per concretizzare il rapporto dopo».

L’intervista sul magazine cartaceo

Come scoprire i plagi online [videoguida passo a passo]

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Qualcuno ha rubato un tuo testo online? Uno studente ha copiato la tesina? Per smascherare i plagi bastano due strumenti di verifica: uno permette di verificare il plagio su un testo online (partendo da un link) – Copyscape; l’altro permette di farlo incollando del testo libero – Quetext. I due strumenti rivelano anche la percentuale di corrispondenza dei testi, in modo da scoprire se gli originali hanno subito un “ritocchino”. Nel video trovi anche un passo a passo che mostra il funzionamento dei due strumenti online:

Scoprire i plagi online: tre alternative

Esistono diversi strumenti per smascherare i furbetti. Nel libro “Il guru di Google” ne segnalo tre. Il primo è Plagiarism Checher (www.plagiarismchecker.com), gratis e che usa semplicemente Google o Yahoo! per la ricerca: spesso è più che sufficiente per smascherare qualche studente pigrone. Plagiarisma (http://plagiarisma.net) funziona ottimamente con 190 lingue diverse. Infine Plagium (www.plagium.com) promette di cercare anche sui social network.

Plagi online: i comportamenti scorretti

In questo video Maria Cecilia Averame cita i comportamenti scorretti in tema di plagio online:

Scrivimi per organizzare un corso sulla comunicazione digitale

Mandami una mail

Intelligenza artificiale: che cos’è e quali professioni sono più a rischio?

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Ultimamente sto approfondendo il tema dell’intelligenza artificiale. Tra i vari libri letti, quello che ho trovato più efficace è certamente “Intelligenza artificiale. Guida al prossimo futuro” di Jerry Kaplan.

La lettura del libro mi ha ispirato ben due video: uno introduttivo e uno sulle professioni a rischio.

In questo video racconto che cos’è l’intelligenza artificiale:

In quest’altro video parlo di sette professioni a rischio:

Qui invece trovi il mio spettacolo “Stupidità artificiale Vs. Stupidità umana”: