Motori di ricerca per minori

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Il computer di casa è usato da tutti, anche dai miei figli minorenni? Come evitare che, accidentalmente (o meno…), nei risultati di Google compaiano immagini sconvenienti? Detto che esistono delle strumentazioni hardware, come il nuovo Routerhino, è anche possibile chiedere a Google di adeguarsi all’uso dei minori. SafeSearch è uno strumento che permette di escludere le pagine Web contenenti immagini porno. In base alle impostazioni predefinite, Google non applica alcun filtro. Per attivarlo, vai nelle impostazioni delle preferenze delle ricerche, raggiungibile direttamente da www.google.com/preferences, quindi concentrati sulla prima sezione: “Filtri SafeSearch”.

In alternativa si possono usare dei motori di ricerca studiati ad hoc per minori, che filtrano i contenuti proibiti. Ce ne sono diversi, questi i migliori. KidSearch cerca in una directory di oltre 2.000 siti in tre lingue (italiano compreso). BAOL (BAmbini OnLine, www.baol.it), con evidente citazione benniana[1], si presenta come il mago del Web, è dedicato ai bambini e ragazzi dai 9 ai 16 anni e funziona come una directory di siti consigliati. Dade (www.dade.it) non è un motore, ma si definisce un “motorino” di ricerca, anche se in realtà è una sorta di portale con Web mail e altri servizi. Google stessa ha pensato ai bambini, mettendo a punto www.safesearchkids.com.

Questo brano è tratto dal mio libro “Il guru di Google”, che trovi su tutti gli store online, compreso Amazon:

[1] Stefano Benni, Baol. Una tranquilla notte di regime, Feltrinelli

Formazione di successo: i due elementi chiave

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Faccio moltissima formazione in azienda e, come si suol dire, insegnare è prima di tutto imparare: anzi, come diceva Joubert, è imparare due volte. Ma mi capita raramente che una discente, per mettere in pratica quanto discusso in aula, produca un contenuto che poi studio  a mia volta e che sia fonte di ispirazione per i corsi successivi. Mi è capitato oggi, quando sono stato taggato nell’articolo Pulse (su LinkedIn) scritto da Alice Goddi, incontrata durante un corso di formazione di tre giorni che ho tenuto presso la sua azienda, Tecniche Nuove.

Alice scrive che:

Gli elementi determinanti l’efficacia e il successo di un corso di formazione sono due: contenuti e docenti.

Il contenuto: solo un contenuto a valore aggiunto arricchisce la cultura professionale dei discenti e consente di mantenere i livelli di attenzione sufficienti ad apprendere nuovi concetti anche in breve tempo. È fondamentale tenere sempre presente l’obiettivo di fornire “youtility” al proprio target.

Il docente: deve essere caratterizzato da competenza e professionalità, ma anche da significative doti di public speaking, per coinvolgere e mantenere una relazione costante, bidirezionale e riadattabile (nel senso di “adjustable”) con i discenti.

Ringrazio poi Alice per i complimenti che fa a me e al partner PrimoPiano: questo il link all’articolo originale su LinkedIn.

Per organizzare un corso anche nella tua azienda, scrivimi.

Dipendenza dalla tecnologia: che cosa sono “FOMO” e “Nomofobia”?

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Esistono due sindromi connesse all’uso eccessivo della tecnologia e alla dipendenza da smartphone. La prima si chiama “No.Mo.Fobia”: sta per “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione alla Rete da mobile) e la seconda è nota come FOMO (acronimo che sta per “fear of missing out”, la paura di perdersi qualcosa).

La No.Mo.Fobia è quindi traducibile come “timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare”: colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni, con bassa autostima e problemi relazionali. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare attacchi di panico con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile o di cellulare fuori uso. La No.Mo.Fobia è connessa all’uso eccessivo dei social network. Ezio Benelli, presidente del congresso e dell’International foundation Erich Fromm, spiega:

“L’abuso dei social network può portare all’isolamento –  – l’utilizzo smodato e improprio del cellulare può provocare non solo divari enormi tra persone, ma anche a chiudersi in se stesse e a alimentare la paura del rifiuto” (fonte).

Uno studio dell’ente di ricerca britannico Yougov mostra che oltre la metà degli utenti di telefonia mobile (53%) tende a manifestare stati d’ansia quando rimane a corto di batteria, di credito o senza copertura di Rete. In generale l’abuso dello smartphone è un fenomeno diffusissimo: uno studio curato dal centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers’s rivela che, in media, si controlla il proprio telefono almeno 150 volte al giorno (fonte).

Collegata alla nomofobia c’è anche la FOMO. Tra parentesi l’acronimo è entrato nell’Oxford Dictionary nel 2013. Secondo Annamaria Testa:

“fa perdere il senso di sé. Ed è strettamente connesso con un accesso compulsivo ai social media: si va su Facebook appena svegli. Durante i pasti. E un’ultima volta appena prima di addormentarsi. L’unico modo per alleviare lo sconforto generato dal confronto sociale è presentare una versione della propria vita accuratamente editata. Ma c’è un risultato secondario: qualcun altro starà male sentendosi inferiore” (fonte).

Che cosa sappiamo della FOMO? Andrew Przybylski dell’università di Oxford – il primo a dare una definizione puntuale del fenomeno – evidenzia che i livelli di FOMO sono più alti nelle persone giovani e in particolare negli individui di sesso maschile. Bassi livelli di considerazione della propria vita coincidono con alti livelli di FOMO. La FOMO è sempre esistita, ma ora è aggravata da un rapporto ambiguo con i social media, che possono portare a vere crisi di astinenza.

Questa sindrome, che deriva quindi da bassa autostima, va combattuta ricreando un rapporto sano ed equilibrato con la tecnologia mobile, e con sé stessi. Circa la metà degli adolescenti ha la sensazione che i loro pari abbiano esperienze più gratificanti. Evidentemente non è così.

Per scoprine di più su questi temi, visita la pagina “Genitori tech“.

A che età si può avere Instagram?

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Durante i miei corsi di uso consapevole della Rete e dei social che faccio per genitori e figli, nelle scuole e nelle biblioteche, a un certo punto mostro una slide con il faccione di Gerry Scotti. Lo chiamo il “momento quizzone”.

Sembra proprio una scena di “Chi vuole essere milionario”, con la fatidica domanda che tutti i genitori – chi più, chi meno – si stanno facendo: a che età si possono usare i social network e i sistemi di messaggistica?
Le risposte possibili sono quattro:

A – 18 anni

B – 12 anni

C – 13 anni

D – nessuna età

Chiedo di alzare la mano, moltissimi indicano che occorre essere maggiorenne, qualcuno azzarda 12 o 13 senza convinzione, pochi (di solito i ragazzi) auspicano che non ci sia alcuna età minima. La risposta giusta è 13 anni (vedi Facebook), anche se a livello di UE si vorrebbe portare l’età minima a 16 anni. Si tratta di una regola contrattuale proposta da multinazionali americane, non di età legale (il dodicenne che si iscrive ugualmente viola un contratto). Questo vale per tutti i social (su Facebook c’è la possibilità di segnalare chi sgarra), Instagram compreso (qui l’Informativa, vedi foto sotto), per Gmail e tutto il mondo Google (ecco i requisiti in tutto il mondo) e anche per WhatsApp: fino a qualche mese fa l’età minima era 16 anni, perché legata al possesso di una SIM, ora che il sistema di messaggistica fa parte della galassia Facebook l’età minima è stata adeguata a 13 anni (vedi mio articolo “WhatsApp: è cambiata l’età minima per usarlo).

Ma torniamo a Instagram. Dopo quattro anni di tour nelle scuole di mezza Italia posso dire che la stragrande maggioranza degli undicenni e dodicenni ha lo smartphone e moltissimi sono su Instagram: la maggior parte dei ragazzi riceve il telefonino dai dieci anni (vedi statistiche) ma sempre più è il regalo della prima comunione (8 anni). Tra i ragazzi tra i 10 e i 15 anni l’uso di Instagram è passato dal 5% del 2014 al 55% del 2015, fino al 61% del 2016 (fonte: indagine nei Comuni della Brianza).
Instagram, molto amato da Millennials e generazione X/Z perché molto “visuale”, con poco testo e sempre più pieno di video, oggi vanta 14 milioni di italiani attivi: erano 11 milioni a fine 2016. Secondo le stime di Vincenzo Cosenza, è plausibile ipotizzare un utilizzo giornaliero di almeno 8 milioni di italiani. Come vedi dal grafico qui sotto, il 10% degli utenti è minorenne, ma è plausibile pensare che in quel milione e mezzo di ragazzi ci siano anche gli under 13 che falsificano l’età al momento dell’iscrizione.

Se vuoi organizzare un incontro con i genitori o un workshop per ragazzi sull’uso consapevole dei social, o meglio un incontro congiunto di Navigazione familiare, scrivimi.

Amnesia digitale: hai fatto il test di Kaspersky Lab?

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– sai che cos’è l’amnesia digitale? 
– certo
– cos’è?
– è che non…
– non… cosa?
– non mi ricordo più… scusa, ma me l’ero segnato sullo smartphone
– giusto!

La “digital amnesia”, in italiano amnesia digitale, è una delle nuove malattie professionali (e non). È definita come “l’esperienza di dimenticare le informazioni affidate a un dispositivo digitale”.
Una ricerca di Kaspersky Lab ha analizzato la presenza e l’impatto dell’amnesia digitale nell’ambiente di lavoro. I risultati sono interessanti: il 44% dei professionisti ha ammesso che prendere appunti su un dispositivo digitale li porta a perdere importanti informazioni di contesto, emozionali o comportamentali: prendere appunti digitali vuol dire sacrificare l’ascolto attivo. Il 46% degli intervistati crede sia più importante prendere appunti accurati che fare attenzione alle sfumature della conversazione (anche se ormai tutti sanno che nella comunicazione umana la parte preponderante riguarda non verbale e paraverbale). Il 67% ha aggiunto che gli appunti digitali possono essere archiviati e condivisi: quindi stanno in un posto più sicuro della propria memoria.


Kaspersky Lab non si è limitato a questo. Ha anche messo a punto un test per valutare il proprio grado di amnesia digitale. Nel test si trovano domande di questo genere.

– Senza andare a controllare sapresti ricordare il numero di telefono di parenti, amici, poso di lavoro, dottore o nessuno?

– Ricordi il numero di telefono di quando avevi dieci anni?

– Quando cerchi la risposta a un quesito, qual è la prima cosa che fai? Cercare di ricordarla, chiedere a qualcuno, cercarla in un libro, cercarla online?

– Una volta trovata un’informazione che cerchivi, che cosa te ne fai? La memorizzi, la scrivi da qualche parte, la usi e poi la dimentichi o altro?

– Quanti dei seguenti device usi per collegarti alla Rete? Smartphone, tablet, portatile o PC fisso.

– Quale sensazione provi quando perdi delle informazioni digitali? Panico, tristezza, calma o altro?

– Memorizzi o annoti le informazioni che ritieni importanti anche se sono salvate su un device oppure online?

– Sei d’accordo con le seguenti affermazioni?

– Uso Internet come estensione online della mia memoria.

–  Non mi serve ricordare quello che posso trovare online, solo sapere dove.

– Il mio smartphone è la mia memoria, tutto quello che mi serve ricordare è lì.

– Molte persone ora hanno diversi numeri, indirizzi mail ecc. che è impossibile ricordarli tutti.

– Di solito se mi serve velocemente un’informazione non ho tempo di cercarla sui libri o in biblioteca.

Il questionario interattivo si trova online (in inglese) a questo indirizzo. I risultati arrivano in tempo reale: nel mio caso, per esempio, ho scoperto di non essere un caso grave.

Routerhino: 7 cose da sapere sul router che protegge i minori

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Lo scorso 8 novembre 2017 a Milano è stato presentato un innovativo router Wi-Fi per proteggere le famiglie dai contenuti online non adatti ai bambini, concentrando l’azione di filtraggio sulla rete domestica invece che sui singoli dispositivi. Per conoscere Routerhino, proposto dalla start-up tecnologica CFBOX Srl di Desenzano del Garda, ecco sette cose da sapere.

  1. Il dispositivo è stato realizzato per proteggere bambini di età compresa tra i 2 e i 12 anni.
  2. Il sistema protegge ogni dispositivo e si auto-aggiorna quotidianamente per filtrare contenuti inadatti o indesiderati.
  3. Routerinho è facilissimo da installare: basta collegare due cavi, alimentazione e rete (si collega al modem di casa). Non richiede alcun software aggiuntivo: bastano cinque minuti ed è operativo!
  4. In casa ci sarà una seconda Wi-Fi dedicata, e parallela a quella esistente ma che non rallenta la navigazione.
  5. I filtri possono essere personalizzati per categorie (permettono anche ricerche sicure su Google, Bing e YouTube) e 80 sottocategorie.
  6. Si possono possono gestire gli orari, impostando quelli di studio e quelli del sonno.
  7. Il progetto è stato realizzato con il contributo di Microsoft, che ha contribuito con la sua piattaforma cloud Azure. Proprio perché si parla di un progetto in cloud, il genitore può intervenire in qualsiasi momento e in modo autonomo, anche da remoto.

Per ulteriori informazioni vistate il sito Web di Routerhino.

 

Navigazione familiare: come creare un albero genialogico con Geni.com

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Navigazione familiare: come creare un albero genealogico con Geni.com

Geni è un social network davvero particolare, ma soprattutto risulta perfetto per un uso congiunto di genitori e figli. Usato da famiglie, genealogici e storici, permette di realizzare l’albero genealogico della propria famiglia. Si possono invitare a collaborare altri parenti (per questo è considerato un social) per aiutarvi a inserire le parti mancanti, si possono cercare i propri antenati negli altri milioni di profili già pronti, così come si possono conoscere nuovi parenti o caricare e trovare documenti relativi alla propria famiglia.

Cenni storici e curiosità

Attivo dal lontano 2007, Geni (ora di proprietà di un gruppo israeliano) nacque con il proposito, molto ambizioso, si creare un unico enorme albero genealogico che includesse tutte le persone del mondo. Per ora gli iscritti sono quasi cento milioni.

Eventuale Costo

Gratis nella versione base. Quella a pagamento, detta Pro e con molte caratteristiche aggiuntive e gestione documentale illimitata, costa 119,40 dollari all’anno.

Installazione SÌ/NO

No

Lingua interfaccia

Italiano

Categoria di appartenenza

Social network

Registrazione richiesta

Come registrarsi

Basta compilare un piccolo form con nome, cognome ed email.

Come usarlo

Una volta registrati al sito Geni.com potete iniziare a costruire il vostro alberto genealogico andando nella sezione Albero. Per ogni nodo del grafico che aggiungete dovete compilare una scheda anagrafica, con nome, cognome, sesso, luogo e data di nascita, residenza e occupazione; si può anche indicare se è ancora vivo. Con un clic su “Aggiungi un altro familiare…” si ingrandisce l’albero.

Una volta creato l’albero genealogico, ecco come condividerlo. Basta andare in Famiglia/Condividi il tuo albero, quindi scegliere come: si può ottenere il link diretto all’albero (sotto forma di indirizzo Web) oppure ottenere una versione ridotta dell’albero da pubblicare sui social network o nei propri siti o blog. Gli addetti ai lavori possono anche esportare l’elaborato in formato GEDCOM, file standard per informazioni genealogiche.

Altra sezione interessante di geni è quella relativa ai Cognomi, che si trova nel menu Ricerca. Le pagine dei cognomi, cui chiunque possono contribuire, consentono agli utenti di individuare rapidamente profili, documenti, progetti o discussioni riferite a quel nome.

Forse non tutti sanno che

Geni vende anche test del DNA: li trovate alla pagina www.geni.com/dna-tests.

Scheda-attività per genitori e figli

Parenti serpenti: una romantica attività da fare con i nonni

Livello di difficoltà: medio

Tempo previsto: a vostra scelta

Chissà perché succede sempre ai matrimoni e ai funerali: si scoprono parentele inaspettate, una zia riesumata da qualche angolo della terra e salutata con grande affetto dal più saggio della famiglia o uno zio americano sconosciuto, ma quasi sicuramente non miliardario. Seguono quasi certamente lunghe narrazioni della nonna che spiega, con dovizie di particolari e dettagli fondamentali, la biografia del fratello e dalla sorella di loro, del cognato del genero sposatosi due volte.
Parentele complicate ma affascinanti germogliate su persone che diventano personaggi attraverso le parole dei nostri genitori. Per chi subisce il fascino della storia, del passato e del ricordo il mistero che ci ha preceduto può diventare terribilmente accattivante, andando a fondo ad una delle domande più ancestrali per l’uomo: da dove vengo?
Può farsi strada l’eroica idea di salvare queste storie familiari, magari umili e non sedimentate in alcun libro di storia, ma sicuramente vere, intense e determinanti; può sorgere in noi l’esigenza di salvare queste vicende che ci appartengono e che rischiano di andare perdute per sempre.
Vi suggeriamo un’attività da proporre a vostro figlio e ai vostri genitori insieme: ricostruire la storia famigliare, viaggiando tra i ricordi e i documenti con il pretesto di completare l’albero di Geni.
Poi si potrebbero arricchire le descrizioni dei parenti con qualche piccola narrazione che li riguarda arrivando a creare un album dei ricordi di famiglia.
Geni offrirà la base per costruire un albero genealogico chiaro in un discorso organizzato; le narrazioni potrebbero essere trascritte a parte ma anche registrate in podcast, mentre i meno anziani intervistano e dialogano con i meno giovani del gruppo.

Il libro

Per acquistare una copia del libro Navigazione familiare (Ledizioni), fai clic qui di seguito:

Il corso

Se vuoi informazioni sui miei corsi sulla navigazione familiare, fai clic qui.

Galareteo: dieci regole di bon ton in Rete

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La prima volta che ho sentito parlare di netiquette, crasi delle parole inglesi e francesi “net” ed “etiquette”, avevo appena comprato il mio primo modem a 56K e, per dire, pagavo un canone per la posta elettronica del provider del mio Paese. Erano gli anni Novanta. Oltre a “netiquette”, tra l’altro, girava anche una sorta di traduzione italiana di quel gioco di parole, vale a dire “Galareteo”: il galateo della Rete. Le regole di comportamento in Rete sono valide oggi più che mai, dato che ormai gli strumenti di comunicazione sono utilizzati dalla gran parte della popolazione, anche da chi non ha molta dimestichezza con LOL e ROTFL, blastare e niubbo (per un glossario di questi termini, fai clic qui).
In questo post ho raccolto dieci regole di buon vicinato digitale, un decalogo di bon ton online.

1. NON URLARE! Scrivere in maiuscolo sul Web equivale a urlare ma soprattutto un uso smodato del caps lock, “uniformando la grandezza delle lettere, ostacolerebbe la lettura, specie in presenza di lunghi blocchi di testo” (vedi articolo “QUESTO ARTICOLO STA URLANDO” su Rivista Studio). Nel 2009 una donna neozelandese fu licenziata dalla sua azienda poiché troppo propensa all’invio massivo di mail “aggressive” scritte in caps lock, che il giudice di una corte dell’emisfero australe reputò colpevoli della diffusione di discordia sul suo luogo di lavoro.
C’è chi si batte per il caps off.

2. Scrivere correttamente. In Rete siamo quello che scriviamo e, al di là della paura dei cosiddetti “grammar nazi” (i giustizieri della grammatica), infarcire i nostri post o messaggi di “un’altro”, “pò” e “qual’è” non contribuisce alla propria popolarità online. Ecco un elenco degli strafalcioni più diffusi in Rete secondo TPI News.

3. La comunicazione mediata dal computer, come spiegavo nella mia tesi di quasi venti anni fa, si basa quasi esclusivamente sulla parte verbale, escludendo le altrettanto importanti comunicazioni non verbali (gesti ed espressioni) e paraverbali (il tono della voce). Per questo servono espedienti per evitare fraintendimenti, per esempio in caso di frasi ironiche, come un tempo le emoticon (puntini, trattini e altri simboli che formavano le faccine) e ora le emoji.

4. Non pubblicare informazioni personali e dati sensibili di altri utenti. Oltre a essere una questione di privacy, si tratta anche del tradimento della fiducia di quell’utente. Lo stesso vale per messaggi privati che mai, per alcun motivo, possono essere resi pubblici senza il consenso del mittente.

5. Non spammare. Si tratta di un neologismo che deriva dalla parola Spam, marchio di carne in scatola che anni fa fu protagonista di questo sketch dei Monthy Python (sotto un fotogramma). Da allora la parola indica la pubblicità non voluta online, prima in mail o ora ovunque (per esempio nei commenti di una pagina Facebook o in YouTube). Nel mondo delle chat spammare vuole dire “inviare messaggi inutili, privi di contenuto o fuori tema, creando disturbo” (Garzanti).

6. Chiedere il permesso prima di taggare. Bisogna necessariamente avere il consenso del protagonista di una foto prima di pubblicarla (nel caso di minori il consenso deve essere quello dei genitori) ma lo stesso vale anche per l’aggiunta di un tag, in pratica associando un volto a un nome e a un profilo social.

7. Usare un linguaggio appropriato. Molte persone pensano di stare sui social come se fossero al bar, con conseguenze anche devastanti. Oltre a evitare parolacce o peggio, sarebbe il caso di evitare anche insulti per questioni legali: si rischiano denunce per ingiuria (per il codice civile “lo commette chi offende l’onore o il decoro di una persona presente”) o per diffamazione (“lo commette chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa e sempre che siano presenti almeno due persone”). Ci sarebbe anche la calunnia: “Incolpare di un reato un innocente”.

8. No alle discriminazioni. Sempre i famosi leoni da tastiera si stanno lasciando andare a rigurgiti di razzismo e discriminazione davvero fastidiosi. Per esempio, a seguito di questo meme evidentemente ironico, tantissimi utenti hanno risposto con post razzisti.

9. Rispettare il copyright. Se una foto trovata online non indica alcuna nota sul diritto d’autore, NON si può prendere e ripubblicare. Piuttosto occorre cercare foto gratis (si può usare, tra gli altri, il motore di ricerca LibreStock) o distribuite in Creative Commons (dove si trovano anche video, musica e altro distribuiti con la filosofia del copyleft).

10. Leggere prima di commentare. Nell’articolo “You’re not going to read this”, The Verge dimostrava che non c’è correlazione tra condivisioni e lettura di un articolo.

Il giornale italiano Udine Today ha fatto di più, creando un articolo con un evidente errore nel titolo (La prima squola di social network e friulana) e un testo che spiegava l’esperimento: (“Questo non è un articolo. Abbiamo scritto un titolo generico, a caso, in cui abbiamo inserito – volutamente – due errori ortografici da penna rossa. La nostra iniziativa vuole essere solamente un’indagine, quasi un gioco, per scoprire quante persone commentano di getto – sui social – gli articoli senza accedere al contenuto. Spesso sono presi dalla rabbia, dalla foga, dalla noia, da manie di superiorità o da altre mille motivazioni e trovano la necessità di commentare a priori, fermandosi solamente alle prime informazioni che trovano”). Il risultato? Sotto la condivisione sulla pagina Facebook sono arrivati gli insulti di chi si è fermato solo al titolo, senza approfondire.

Per organizzare un workshop sulla netiquette nella tua scuola, scrivimi.

Bambini in Rete: i rischi più insidiosi

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L’Italia è proverbialmente il Paese dei poeti, dei santi e dei navigatori. Da smartphone. Il Belpaese è infatti al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari, e questo si sapeva. La notizia è che gli utenti con in mano un telefono intelligente sono sempre più giovani: anche se i pediatri sostengono che bisognerebbe limitarne l’uso e non regalarlo prima dei 10 anni di età, secondo i dati Censit il primo cellulare si ha già a sette anni. Cosa ancora più sconcertante, il 51% dei ragazzi di 10 anni è online, anche sui social, senza che nessuno controlli. Il fatto che i bambini siano online in età sempre più precoce è confermato anche dalla più autorevole fonte europea sul tema, la ricerca EU Kids Online: negli ultimi anni si è assistito a un boom delle connessioni a Internet anche per i bambini sotto gli 8 anni. La maggioranza dei piccoli tra i 6 e gli 8 anni ha accesso alla Rete. E questo ormai dal “lontano” 2007. Peccato che tutti i social, WhatsApp compreso, non possano essere usati prima dei 13 anni e che questa informazione sia ignorata dalla gran parte delle mamme e dei papa (vedi articolo sull’età minima WhatsApp qui).

Considerare i bambini come “nativi digitali”, quindi pronti a gestire il mondo della Rete, è un errore comune. È vero che i bambini hanno molta più dimestichezza di noi adulti con dispositivi touch in mano, tanto da governare app e YouTube senza nemmeno saper leggere; ma è altrettanto vero che spesso mancano di competenze digitali, in gergo “digital literacy”. Non possiamo pretendere che un bambino di 8 anni, a cui è appena stato regalato uno smartphone per la Prima Comunione, sappia padroneggiare questi strumenti con l’approccio critico di un adulto, che cosa siano privacy e sicurezza o evitare di finire nei pasticci.

I rischi ci sono, inutile negarlo. Quasi tutti parlano del fenomeno del cyberbullismo, l’unico dei problemi che ha guadagnato lo status di problema nazionale, tanto da finire in una legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale nel maggio del 2017. La legge si pone l’obiettivo di contrastare questo fenomeno in tutte le sue manifestazioni (sono diverse: dagli insulti online all’esclusione da gruppi WhatsApp, dal furto di identità allo stalking via Web), di certo in termini di prevenzione ma anche di intervento risolutore. In concreto: sia la vittima di cyberbullismo, nel caso abbia compiuto almeno 14 anni, che i suoi genitori possono inoltrare al gestore del sito o del social dove si è compiuto il reato “un’istanza per l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella Rete Internet”. Se il destinatario della richiesta non provvede entro 48 ore, l’interessato può rivolgersi al Garante della Privacy, che interviene direttamente entro le successive 48 ore.

Anche la scuola deve fare la sua parte. In ogni istituto sarà individuato, tra i professori, un referente per le iniziative contro bullismo e cyberbullismo e il preside dovrà informare tempestivamente le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo. La legge prevede inoltre che alle iniziative in ambito scolastico collaborino anche polizia postale e associazioni territoriali e, infine, che sia estesa al cyberbullismo la procedura di ammonimento prevista in materia di stalking.

Il problema è che il cyberbullismo è solo uno dei problemi che i ragazzi online potrebbero incontrare. Un altro è il sexting, crasi delle parole inglesi “sex” e “texting”: in pratica l’invio e la ricezione tramite telefonino di immagini di natura sessuale. Di solito il meccanismo è questo: lui e lei si mettono insieme. A 13 o 14 anni sembrano vivere la storia della vita, che dura… un mese. Lui le chiede delle foto osé. Lei decide di mandarle perché si fida e perché, in alcuni casi, si tratta di un surrogato del sesso, a volte una palestra per misurarsi con l’immagine del proprio corpo sessuato. Lei lascia lui; lui si vendica inviando le immagini ad amici, alla classe (se i video sono a sfondo sessuale, si parla di “revenge porn”). Oppure lui condivide le immagini con gli amici per vantarsi della “conquista”. A lei crolla il mondo, con conseguenza psicologiche e sociali devastanti; in alcuni casi si è arrivati al tentativo di suicidio. Per un approfondimento sul sexting, leggi l’articolo qui.

Un altro problema grave, ma largamente sottovalutato, è quello della privacy. I ragazzi usano smartphone e tablet senza pensare alle conseguenze delle loro condivisioni, online o su WhatsApp. Non hanno idea del fatto che quello che scrivono – una litigata per il calcio o un insulto alla professoressa in un gruppo riservato – e postano – la foto del compagno nello spogliatoio o un video demenziale – restano online per sempre. Tutte le volte che si preme il tasto Invia, il contenuto è perso, non se ne ha più il controllo. Lo sa bene Nolan O’Brien, che qualche anno fa perse il posto di lavoro (e la faccia), pubblicando su Facebook l’immagine di sé che leccava dei tacos prima di servirli ai clienti di un ristorante Taco Bell americano.

Un ottimo esercizio da fare con i ragazzi è il cosiddetto “ego-surfing”: cercare sé stessi su Google. Così facendo molti ragazzi scoprono contenuti innocui – la foto della propria squadra di pallavolo sul giornale locale – e altri, purtroppo, meno gradevoli – una condivisione su Instagram del compagno che voleva fargli uno scherzo.

Altro problema che inquieta molto i genitori è l’adescamento. Il cosiddetto “child grooming” può avvenire in diversi contesti: dai social network ai giochi online, dai forum alle app di dating. Segue generalmente cinque fasi. Prima, l’amicizia iniziale; seconda, risk-assessment: serve all’adescatore per verificare quanto la vittima sia vulnerabile, accorta o disposta a scoprirsi, puntando ad avere una relazione diretta, per esempio mediante lo scambio dei numeri di telefono e, successivamente, in via esclusiva; terza, la costruzione del rapporto di fiducia che avviene attraverso uno scambio di confidenze intime e personali; quarta l’esclusività, attraverso la quale l’adescatore punta a tagliare fuori genitori e amicizie dal rapporto privilegiato, ottenendo così il silenzio della vittima; ultima la fase della relazione sessualizzata con la richiesta di immagini, video o di incontri.

Sempre a proposito di sesso online, un altro grande tema è quello della facilità di accesso alla pornografia online. Uno studio inglese, condotto dall’Office of the Children’s Commissioner for England, della NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children) e della Middlesex University, ha rivelato che oltre la metà (53%) dei ragazzi tra gli 11 e i 16 anni si è imbattuto nel porno online. Di questi “solo” il 19% ha cercato quei contenuti volontariamente. A questo proposito va detto che la tecnologia è anche la soluzione, non solo il problema: si possono usare, anche sui telefonini come sui PC, delle funzioni di parental control (vedi per esempio Tim Protect oppure Rete Sicura di Vodafone), per consentire l’accesso a contenuti e modi di utilizzo appropriate, sia per un adolescente che per un bambino più piccolo. È possibile agire su differenti categorie di contenuti. Per esempio, i contenuti relativi a siti di appuntamenti, giochi d’azzardo, droghe, violenza o pornografia sono bloccati di default per tutti i minorenni. È possibile anche porre dei limiti temporali all’uso degli strumenti, e anche dei “limiti temporali selettivi”: per esempio si può scegliere di consentire l’accesso a Instagram solo per un’ora al giorno e non porre alcun limite a siti utili per lo studio, come Wikipedia. Questo consente anche di porre un limite al problema della dipendenza dalla Rete, che colpisce maggiormente i ragazzi tra i 13 e i 20 anni (dati Istat).

Dopo questa carrellata di rischi della Rete, resta la questione principale: come dovremmo agire noi genitori? Posto che, a detta di tutti gli esperti, proibire non è mai una strategia vincente, la ricercatrice Alexandra Samuel (www.alexandrasamuel.com) ha individuato tre categorie di approccio al “digital parenting”: ci sono i “digital enablers”, che pongono pochissime restrizioni su come i bambini usano i dispositivi; ci sono poi i “digital limiters” che cercano in modo attivo di limitare l’uso dei dispositivi da parte dei bambini; infine ci sono i “digital mentors”, che tentano attivamente di partecipare all’utilizzo dei dispositivi assieme ai figli. Quest’ultimo approccio, raccomandato per esempio da esperti come Alberto Pellai, pare essere il più funzionale, sempre rispettando i “confini” dei ragazzi.

Il nostro compito di mamme e papà sarà supervisionare, dare il buon esempio e soprattutto condividere l’uso degli strumenti. Possiamo chiedere come si usano le chat di WhatsApp, quali sono i contenuti più interessanti o sospetti visti durante la giornata e magari imparare alcune regole di base che i ragazzi conoscono e noi genitori no (vietato l’off-topic, niente catene di sant’Antonio, distinguere sempre tra quel che è pubblico e quel che è privato). Affiancare i ragazzi vuol dire entrare nel loro mondo, conoscere nuovi strumenti in voga. Per esempio: quanti di noi genitori conoscono il nuovo fenomeno social-musicale Musical.ly?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul N. 2 del 2017 de “La Casana”, periodico della Banca Carige di Genova. 

Qui l’articolo in PDF qui:

I_bambini_in_Rete_rischi_Gianluigi_Bonanomi_Casana

 

Per organizzare un serata sui pericoli della Rete (qui la scheda del corso) nella tua scuola o per la tua associazione, scrivimi.

Benvenuti nel mio nuovo sito!

Oggi, 4 settembre, è un giorno per me speciale. No, niente compleanno (è a ottobre!), né celebrazione di eventi epocali (a meno che si consideri tale la nascita del presentatore Amadeus; meglio forse il giorno di fondazione di Google, nel 1998): metto online la nuova versione, più professionale, di questo sito Web.

La storia di questo sito è presto detta. Nel mio profilo LinkedIn racconto:

Dopo la tesi sulle relazioni online, ho iniziato a scrivere di tecnologia per una diffusissima rivista informatica (Computer Idea) e a lavorare per una multinazionale del settore editoria: VNU Business Pubblications. Lavoro, questo, che mi ha permesso di diventare giornalista professionista. Peccato che, dopo alcuni anni, avevo una professione ma non più un lavoro: scrivere di tecnologia sulla carta era un mestiere destinato all’estinzione. 

Dovevo reinventarmi. Sebbene nel frattempo quello tecnologico fosse diventato un settore main-stream, avevo un problema di “personal branding”: quasi nessuno mi conosceva al di fuori della settore delle riviste informatiche. Allora ho iniziato a scrivere libri ed eBook per diversi editori (Hoepli, Fag, Informant) e ho ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni.”

Eccetera, eccetera.

In realtà uno dei primi strumenti di personal branding che misi in campo, oltre cinque anni fa, fu l’ecomicissimo sito Web. 25 euro per dominio e hosting all’anno, zero euro per piattaforma WordPress, zero euro per il vecchio tema WordPress, zero euro per i contenuti. Tutto olio di gomito, e la raccolta di gran parte di lavoro pubblicistico svolto in quasi venti anni di carriera.

Insomma, un lavoro casereccio che comunque mi ha dato delle belle soddisfazioni: decine di migliaia di visitatori l’anno. Alcuni in target (dal modulo contatti mi sono arrivate e arrivano tante offerte di collaborazione o contatti interessanti: richieste di interviste, proposte di partnership, ecc.) altri meno. Mi diverto, inoltre, ogni anno, a raccogliere le peggiori ricerche che hanno portato i visitatori sul mio sito: le più incredibili sono “strumento per aspirare il cerume” e “Sabrina Salerno”. Di fronte a quest’ultima ricerca resto di sasso. Ma come si fa a confonderci? Da un lato c’è un sex symbol, anche se non più di primo pelo. Dall’altra c’è Sabrina Salerno.

Insomma, dopo oltre cinque anni di onorato servizio, la vecchia, casereccia versione del sito è andata in pensione (almeno lei, noi ce lo sogniamo). Questa versione del mio sito personale è completamente rinnovata, un bel refresh che devo all’impegno e alla professionalità degli amici di Gruppo Orange.

Fatemi sapere che cosa ne pensate del restyle e buona navigazione sul nuovo sito!