“Raccomandazione? No, network”: la mia intervista per Silhouette Donna

Sono stato intervistato, ancora una volta, da Silhouette Donna sui temi del lavoro. Mi hanno chiamato in quanto tengo corsi sulla ricerca del lavoro online e in quanto coautore di "Job War".
In particolare ho parlato di networking, tant'è che il titolo dell'articolo (sul numero di maggio 2018), a firma Francesca Tozzi, è "Raccomandazione? No, network".

Questa la trascrizione dell'articolo:

Raccomandazione? No, network

Se da una parte dobbiamo abbandonare la brutta abitudine di usare le conoscenze per trovare lavoro, dall’altra coltivare rapporti aumenta le possibilità di impiego.

Gente allegra e un po’ pigra che trova lavoro grazie a spintarelle e scambi di favori. Stiamo parlando degli italiani, almeno secondo cliché duri a morire. Quanto c’è di vero in tutto questo? Secondo un’indagine dell’Istat sul mercato del lavoro focalizzata sulla fascia tra i 15 e i 34 anni, nel 2017 quattro giovani occupati su dieci hanno raggiunto “l’ambito posto” grazie alla segnalazione di parenti, amici o conoscenti. Un giovane su cinque, segnala l’Istat, ha trovato un’occupazione facendo richiesta diretta a un datore di lavoro, solo il sei per cento tramite centri per l’impiego e agenzie per il lavoro.

«Quello che ho riscontrato nella mia esperienza di analista del mondo del lavoro e formatore è che alcuni strumenti considerati ancora prioritari come il curriculum vitae e la lettera di accompagnamento sono sempre meno efficaci mentre funziona sempre benissimo sfruttare le conoscenze» spiega Gianluigi Bonanomi, esperto di web, social media e coautore del libro Job War (Ledizioni), tutto dedicato alle diverse strategie di ricerca del lavoro di Millenial e over 40. «In negativo si parla di raccomandazione. Proviamo però a considerare questa abitudine in un’ottica non necessariamente negativa. Tutti noi apparteniamo a una rete, a un network, costituito da legami forti e deboli: i primi con i familiari, i secondi con amici, colleghi, conoscenti. Secondo gli esperti di recruitment la maggior parte delle opportunità non emerge più dai legami forti ma da quelli deboli e se per trovare lavoro si utilizzano anche le proprie conoscenze dirette e indirette non c’è niente di cui scandalizzarsi».

Una prassi da premiare

Proviamo a metterci nei panni dei recruiter: cercare un lavoratore andando per agenzia o acquistare spazi in siti specializzati come Monster può costare a un’azienda dalle centinaia alle migliaia di euro. Per questo quando si apre una posizione, si attiva subito il network interno e si chiede ai responsabili di reparto e ai lavoratori se conoscono qualcuno. Il presupposto è che questi, conoscendo l’azienda e le sue esigenze, punteranno su risorse con le caratteristiche giuste mettendoci la faccia.
In alcune realtà questo meccanismo, che di fatto avviene dappertutto, è talmente istituzionalizzato che se un dipendente presenta qualcuno che poi viene assunto perché ritenuto idoneo, cioè se la segnalazione va a buon fine, riceve un bonus (per esempio, General Electrics in Italia).
«In questa ottica il networking non va visto in modo negativo, anzi, è una delle attività che chiunque dovrebbe portare avanti nel corso della sua giornata, non solo chi è a caccia di un’occupazione ma anche chi sta cercando collaboratori, investitori, partner. E se perdendo il lavoro, voleste far fruttare il vostro network, non potete certo cominciare il giorno stesso: essere sul mercato vuol dire costruire e tenere i contatti con le persone che potrebbero esservi utili al momento giusto» sottolinea Bonanomi.

L'importanza della pausa pranzo

Una delle regole fondamentali per fare networking arriva dagli Stati Uniti: se puoi, non mangiare mai da solo o sempre con le stesse persone. Che sia la pausa pranzo per chi già lavora o una qualsiasi occasione conviviale, fosse anche solo un caffè, va messa a frutto.
«Non sottovalutate nessun tipo di incontro o conoscenza» suggerisce Bonanomi. «Secondo la teoria dei sei gradi di separazione tutti noi siamo collegati da una catena di relazioni con non più di cinque intermediari. Cercate quindi di essere sempre aperti a nuove conoscenze. E siate generosi nel dare informazioni prima di pretenderle: vi tornerà indietro dal vostro network».

Mai senza biglietti da visita

Per rispondere in modo efficace alla domanda di rito “di cosa ti occupi?” scrivetevi e imparate una breve presentazione della durata di circa un minuto, quello che gli americani chiamano“elevator pitch".
«Fare “personal branding” durante una pizzata con sconosciuti potrà suonare strano ma uno
di loro potrebbe in seguito intercettare, in modo diretto o indiretto, la ricerca di un profilo simile al vostro: se lo avete colpito, gli si accenderà una lampadina e vi chiamerà» chiarisce l’autore di Job War«Usate anche i contesti informali perché potrebbe essere presente qualcuno in grado di cambiare la vostra vita professionale. Quando ci sono degli incontri di settore o aperitivi di networking di professionisti cercateli e siate presenti. Usate una o due serate a settimana per andare a convegni, seminari, corsi d’aggiornamento e formazione. Portatevi un biglietto da visita e parlate con chi avete di fianco, stabilendo un contatto perché non sapete ancora dove vi potrà portare. Ricordatevi che, quando incontrate una persona, state incontrando anche tutta la sua rete».

La lettera di presentazione

Nel mondo anglosassone, quando qualcuno lascia un lavoro, è quasi un obbligo per il suo superiore scrivere una segnalazione, detta anche referenza. In Italia questo non succede ed è un peccato perché una cosa è presentarsi dicendo di essere bravi, un’altra è che lo dica un ex datore di lavoro.
«Il meccanismo di persuasione funziona così: il nuovo, potenziale datore di lavoro si potrebbe immedesimare nel precedente sotto un duplice aspetto: notando che il lavoratore o collaboratore è stato talmente bravo che il suo capo ha scelto di sostenerlo, mettendoci la faccia; oppure pensando che se ha risolto così brillantemente i problemi di quell’azienda, potrebbe rivelarsi prezioso in un contesto simile» spiega Bonanomi.
«In questo senso sarebbe meglio che l’ex capo non rimanesse sul generico ma facesse riferimento nella sua segnalazione a progetti concreti, problemi risolti, obiettivi raggiunti. La stessa cosa può essere fatta anche da un collega, un collaboratore, un conoscente. Più segnalazioni ci sono, meglio è».

Bando alla timidezza

Come assicurarsi quindi queste segnalazioni? Per prima cosa superate le timidezze e le remore usando la psicologia. Date prima di ricevere, facendo leva sulla reciprocità: se avete scritto cose positive su una persona, questa si sentirà un po’ in obbligo di ricambiare, anzi non vedrà l’ora di sdebitarsi. Magari fategli capire che potrebbe portare beneficio anche a lei in termini di rete. Se chiedete in modo discreto e gentile, senza fare stalking, nessuno vi dirà di no. A maggior ragione un manager, perché chiederne il giudizio è riconoscerne implicitamente il peso e l’autorevolezza.

Non dimenticare i social

Oggi poi con social network specializzati come Linkedin tutto è più semplice e immediato. «Nel momento in cui scrivete la vostra lettera di candidatura online sottolineando l’esperienza o i successi che avete maturato in un settore, segnalare la testimonianza che il precedente datore di lavoro vi ha lasciato su Linkedin darà alle vostre parole un valore maggiore. E se le segnalazioni saranno più di una, tanto meglio. È lo stesso meccanismo di Tripadvisor: quando dovete scegliere un hotel o un ristorante non vi interessa quello che dice la struttura ma la recensione dei vostri pari, quella che in gergo si chiama “peer review”. E se in tanti dicono che è ottimo, sarà così: che ragioni avrebbero tutti di mentire? Il vantaggio del digitale rispetto alla classica lettera di referenze è che le testimonianze possono essere veicolate attraverso il proprio sito o blog, o inserite, appunto, in una presentazione dall’impostazione più moderna» conclude l’esperto.

Puoi scaricare l'articolo in PDF qui:
Silhouette_Donna_articolo_networking_raccomandati_intervista_Gianluigi_Bonanomi

Navigazione familiare: l’intervista (on the road) al professor Danilo Piazza

Lo scorso sabato 19 maggio, all’alba, ero in auto con il professor Danilo Piazza, già fondatore con me della società di formazione ClasseWeb nonché coautore del libro “Navigazione familiare“, per una trasferta in provincia di Varese. Stavamo andando a tenere dei corsi di navigazione familiare in una scuola secondaria di secondo grado.

Ne abbiamo approfittato per realizzare un’intervista, in realtà una chiacchierata, che è finita dritta dritta nel mio podcast “Genitorialità e tecnologia” (puoi riascoltare le puntate precedenti qui).

È stata un’occasione per spiegare come è nato il progetto dei corsi di navigazione familiare, come si svolgono i nostri corsi – i suoi sulla navigazione in famiglia e i miei sull’uso consapevole e sulle regole d’uso della tecnologia in famiglia – e, soprattutto, come intendiamo il ruolo della tecnologia tra le mura domestiche.

Ecco il risultato della nostra chiacchierata:

Ascolta “1×05 Navigazione Familiare: l’intervista a Danilo Piazza” su Spreaker.

Fammi sapere che cosa ne pensi!

 

“Come il networking ci ha liberato dalle raccomandazioni”: le mie considerazioni su Ildigitale.it

Ildigitale.it, nell’articolo “Come il networking ci ha liberato dalle raccomandazioni” (a firma Silvia Buffo), ha citato alcune mie considerazioni sull’arte di intrattenere relazioni e coltivare i legami deboli. Eccole.

L’imbarazzo da raccomandazione è quasi una sensazione dimenticata. Le relazioni però contano eccome, più del ‘superato’ curriculum e della freddissima lettera di presentazione. Fare rete ha un enorme potenziale per il proprio percorso professionale, metterci la faccia e le competenze, rispettando sempre il valore della meritocrazia. Ad incentivare le nuove modalità nella ricerca di occupazione: app, piattaforme e social media. I protagonisti del web 4.0 dettano le regole del gioco anche per trovare lavoro.

L’IMPORTANZA DELLA PROPRIA RETE

Abbandonare eticamente la pessima abitudine di sfruttare le conoscenze in modo cinico per trovare lavoro ma allo stesso tempo coltivare la propria rete in maniera professionale: sembrerebbe un’impresa difficile per gli italiani non ricorrere alle raccomandazioni e dedicarsi invece al networking. È quanto è emerso dai dati Istat nell’ambito di un’indagine del 2017 sul mercato del lavoro, targettizzata sulla fascia di età compresa fa i 15 e i 34 anni. Un giovane su cinque ha trovato impiego facendo richiesta diretta al datore di lavoro e solo il 6% tramite agenzie e centri per l’impiego.

Gianluigi Bonanomi, esperto di web, social media e coautore del libro Job War, edito da Ledizioni, si è dedicato proprio alle diverse strategie di ricerca del lavoro per i Millennials e over 40, rivelando cambiamenti importanti:

“Quello che ho riscontrato nella mia esperienza di analista nel mondo del lavoro e formatore è che alcuni strumenti considerati ancora prioritari come il curriculum e la lettera di accompagnamento sono sempre meno efficaci mentre funziona sempre benissimo sfruttare le conoscenze. In negativo si parla di raccomandazione. Proviamo però a considerare questa abitudine in un’ottica non necessariamente negativa. Tutti noi apparteniamo ad una rete, ad un network, costituito da legami forti e deboli: i primi con i familiari, i secondi con amici, colleghi, conoscenti. Secondo gli esperti di recruitment la maggiorparte delle opportunità non emerge più dai legami forti ma da quelli deboli e se per trovare lavoro si considerano anche le proprio conoscenze dirette e indirette non c’è nulla di cui scandalizzarsi”.

Bonanomi, sottolinea l’importanza di essere costanti nella propria attività del networking:

“In quest’ottica il networking non va visto in modo negativo anzi è un’attività che chiunque dovrebbe portare avanti nel corso della sua giornata non solo chi è a caccia di un’occupazione ma anche chi sta cercando collaboratori, investitori, partner. E se perdendo il lavoro vorreste far fruttare il vostro network non potete certo cominciare il giorno stesso: essere sul mercato vuol dire costruire e tenere i contatti con le persone che potrebbero esservi utili al momento giusto”.

LA PAUSA PRANZO: MOMENTO IDEALE PER IL NETWORKING

Dagli Stati Uniti arriva un nuovo trend per fare networking: la pausa pranzo, come un caffé o altre occasioni conviviali. Si tratta di pozioni di tempo in cui risulta efficace cambiare compagnia e non stare mai da soli. Bonanomi consiglia:

“Non sottovalutare nessun tipo di incontro o conoscenza. Cercate di essere sempre aperti a nuove conoscenze e siate generosi nel dare informazioni prima di pretenderle: vi tornerà indietro dal vostro network”.

I SOCIAL: AUMENTANO LA PROPRIA CREDIBILITÀ PROFESSIONALE

Con l’aiuto dei social è tutto più immediato, sopratutto per quelli specializzati come Linkedin, spiega Bonanomi:

“Nel momento in cui scrivete la vostra candidatura online sottolineando l’esperienza o i successi che avete maturato in un settore, segnalare la testimonianza che il precedente datore di lavoro vi ha lasciato su Linkedin darà alle vostre parole un valore maggiore. E se le segnalazioni saranno più di una tanto meglio. Il meccanismo è lo stesso di Tripadvisor: quando scegliete un hotel o un ristorante non vi interessa quello che dice la struttura ma la recensione dei vostri pari, quella che in gergo si chiama la “peer revew”.

I BIGLIETTI DA VISITA SEMPRE CON TE IN OGNI OCCASIONE

Mai uscire senza biglietti da visita: è importantissimo per il personal branding. Il suggerimento di Bonanomi:

“Usate anche i contesi informali perché potrebbe essere presente qualcuno in grado di cambiare la vostra vita professionale. Quando ci sono incontri di settore o aperitivi di networking di professionisti cercateli e siate presenti. Portatevi un biglietto da visita e parlate con chi avete di fianco. Ricordatevi che quando incontrate una persona state incontrando anche tutta la sua rete.

LA LETTERA DI PRESENTAZIONE: SÌ MA FATTA DI CONCRETEZZA

Quando si chiede una lettera di presentazione al datore di lavoro, detta anche referenza, deve essere ricca di dettagli concreti, altrimenti è quasi inutile. Le segnalazioni sono sempre utili, è più sono meglio è, da parte di collaboratori colleghi e conoscenti, non solo da parte del datore di lavoro. Spiega Bonanomi:

“Il meccanismo di persuasione funziona così: il nuovo, potenziale datore di lavoro si potrebbe immedesimare nel precedente, sotto un duplice aspetto, notando che il lavoratore o collaboratore è stato talmente bravo che il suo capo ha scelto di sostenerlo mettendoci la faccia, oppure pensando che se ha risolto così brillantemente i problemi in quella azienda, potrebbe rivelarsi prezioso in un contesto simile”.

Introduzione ai temi della genitorialità e tecnologia: l’intervista a Radio Panda

Il 26 aprile 2018 sono stato intervistato da Radio Panda, in occasione dell’uscita del “Prontuario per genitori di nativi digitali“. È stata un’occasione per parlare di genitorialità e tecnologia, e dei pericoli della Rete in generale.

L’intervista è finita all’interno del mio Podcast “Genitorialità e tecnologia”:

Altro che Cambridge Analytica: “Quello che tocca noi italiani è un problema diverso”. La mia intervista per Il24.it

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Facebook sta correndo ai ripari. Ha messo a disposizione di tutti uno strumento per verificare se le proprie informazioni sono state in qualche modo travisate: si trova a questo link. Intervistato sul tema da Il24.it, ho però fatto notare che il problema è un altro, anzi di tratta di una vera emergenza.

Finora però le evidenze di questo uso politico in Italia sono di là da venire. “Quello che tocca noi italiani è un problema diverso” sottolinea Gianluigi Bonanomi, esperto di social media sentito da il24.it, “Le informazioni che condividiamo ci stanno danneggiando più dal punto di vista della reputazione” nel senso che “Ci stiamo scandalizzando per Cambridge Analytica” e sull’uso politico che si potrebbe fare dei nostri dati “ma in realtà, nella vita di tutti i giorni magari stiamo perdendo il posto di lavoro”. Infatti, secondo i dati forniti da Adecco “l’88% dei recruiter lavorativi – personale specializzato nell’assunzione e gestione delle risorse umane – dopo aver dedicato 8-9 secondi di attenzione al tuo CV vanno a vedere chi sei dal punto di vista umano su Facebook, e una persona su tre non arriva ai colloqui per quello che i recruiter trovano sui loro social”.  Nonostante Facebook metta in campo diversi dispositivi per tutelare la privacy degli utenti “i likes, i commenti, le immagini profilo, quelle di copertina ed altre cose sono pubbliche e può vederle chiunque”, sottolinea Bonanomi, compreso un eventuale datore di lavoro. Ma il problema non è solo Facebook in sè. “Noi – sottolinea Bonanomi – stiamo condividendo informazioni anche senza accorgercene. Esiste ad esempio l’app “Runtastic” che monitora le performance sportive, gratuitamente, registrando calorie e percorso effettuato facendo jogging, per poi incoraggiarti a condividere su Facebook”. Se una banale attività sportiva come questa è un abitudine consolidata, condividendo un’ informazione simile faccio sapere a tutta una rete di persona da che ora a che ora non sono in casa. Insomma, i ladri ringrazieranno. “Va bene lo scandalo per CA – continua Bonanomi – ma il ragionamento è ancora più basilare: ogni volta che c’è un problema di privacy, quel problema sta tra la tastiera e la sedia. Basterebbe un po’ più di cultura e di consapevolezza nell’utilizzo di questi strumenti”.

Per leggere altre mie interviste, fai clic qui.

Internet può essere usato molto bene o molto male: la mia intervista per Inside Marketing

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Sono stato intervistato dal sito Inside Marketing per l’articolo “Esiste e, se sì, di cosa è fatto un Web per bambini?”. Di seguito riporto la parte che mi riguarda.

«Come un martello può essere usato per appendere un quadro o fracassare la testa a qualcuno, Internet può essere usato insomma molto bene o molto male», commenta in un’intervista ai nostri microfoni Gianluigi Bonanomi, co-autore di “Prontuario per genitori di nativi digitali. Cento domande e risposte su tecnologia e genitorialità”. «La Rete e i social sono utili per comunicare, esprimersi, collaborare, condividere – continua – ed per questo che è piena di ragazzi che studiano, si divertono, giocano, discutono senza fare nulla di male e senza rischiare granché. Un esempio? CoderDojo, i club che insegnano la programmazione informatica ai più piccoli: del resto si dice che in futuro o programmerai o sarai programmato», continua. Di frangenti e modi in cui il digitale può essere utile per i bambini, del resto, ne esistono diversi, anche se spesso vengono troppo poco alla luce: si pensi alla possibilità di stringere, rafforzare, mantenere le amicizie anche al di là delle distanze geografiche, all’opportunità di venire a conoscenza di cause sociali a cui appassionarsi e di organizzare le proprie forme di partecipazione, passando per i casi in cui un’app installata sullo smartphone può addirittura aiutare il bambino o l’adolescente ad affrontare disagi psichici o emotivi.

Caso datagate, Facebook vende le nostre informazioni? La mia intervista a il24.it

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Il 20 marzo 2018, dopo lo scandalo datagate che ha coinvolto Facebook, il sito il24.it mi ha intervistato sul tema. Questo l’articolo (pubblicato orginariamente qui) a firma di Francesco Petronella:

FACEBOOK VENDE LE NOSTRE INFORMAZIONI? PARLA L’ESPERTO:
“SE SU INTERNET UN SERVIZIO È GRATIS, IL PRODOTTO SEI TU”

Lo scandalo “Cambridge Analytica” sta montando inesorabilmente sui social e nelle discussioni dei decision-makers. A rispondere dell’accusa di divulgazione non autorizzata di dati personali, per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016 negli Stati Uniti, è il colosso dei social media Facebook. È di qualche ora fa la notizia che l’amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Nix, è stato segretamente filmato da una troupe della rete televisiva britannica “Channel 4” mentre ammetteva alcuni sporchi trucchi usati per favorire i propri clienti; in particolare Nix nel filmato dice di aver offerto mazzette e “belle ragazze” per incastrare uomini politici avversari dei suoi clienti.

Lasciando da parte la strumentalizzazione della femminilità a fini commerciali e le polemiche che stanno salendo in queste ore, dalla vicenda emerge un dato incontrovertibile: il social network fondato da Mark Zukerberg vende i dati dei suoi utenti.

Ma non è forse il segreto di Pulcinella?

“Direi di sì” risponde Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi del digitale sentito dalla redazione de il24.it. “In tutti i corsi che tengo su Facebook chiedo, soprattutto ai ragazzi, di appuntare una frase di Douglas Rushkoff: “Se su Internet un servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Bonanomi, che sul suo sito pubblica contenuti inerenti a questi temi, chiarisce che “Questa lampante verità si riferisce alla profilazione di noi utenti a scopo marketing e non. Con il caso Cambridge Analytica si è passato il segno, tant’è che iniziano a saltare delle teste in Facebook”.

Ma all’atto pratico, come può questa “fuga di dati” influenzare l’opinione pubblica e la politica di alcuni stati? Come funziona?

“Nel caso specifico l’autorizzazione che gli utenti davano per raccogliere dati attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi accademici è stata disattesa” spiega l’esperto “I dati sono stati venduti alla Cambridge Analytica, azienda di data miningimpegnata nella campagna pro-Trump. Quei dati, informazioni preziosissime su utenti e loro amici, erano usati per influenzare il voto, come solitamente si fa per indirizzare un acquisto. Si tratta di marketing, e qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso discriminare tra marketing commerciale e marketing politico: in effetti quando negli anni Novanta studiavo Scienze Politiche ci misuravamo con distribuzione gaussiana del voto, posizionamento dell’offerta politica e strumenti della propaganda, molto simili a quelli del marketing”.

L’Ad di Facebook: Mark Zuckerberg

Facebook però, negli ultimi mesi, modificato l’algoritmo che regola il flusso di contenuti, privilegiando i post degli utenti rispetto a quelli delle pagine, cos’è cambiato?

“Per gli utenti è cambiato poco, per chi gestisce fan page come me sono aumentati mal di testa e frustrazione. La portata organica, gli effetti della comunicazione social non a pagamento, è ormai irrilevante. Ma è un trend iniziato molto tempo fa, da quando i social media manager e le aziende si sono dovuti arrendere all’evidenza:Facebook non è un “free media”, ma un “paid media”. Un tempo tu imprenditore pagavi giornali e altri mezzi di comunicazione per far arrivare il messaggio al tuo cliente, ora devi pagare Zuckerberg e soci.

Qualcuno dice che le guerre di domani si combatteranno sui social, è una semplice suggestione o qualcosa di vero c’è?

“Più che sui social, sul digitale in generale: tant’è che da anni si parla di “digital wars”. Attacchi hacker, boicottaggi online, fake news sono strumenti usati quotidianamente: questo ci deve far capire che ai fucili stiamo sostituendo i bit, basti pensare a quando Cina, Russia e Corea del Nord stanno investendo nei cosiddetti hacker di stato”.

Su questi argomenti, Gianluigi Bonanomi ha scritto, insieme ad altri collaboratori, un libro programmatico intitolato “Manuale per difendersi dalla post-verità. Come combattere bufale e inganni del mondo digitale”.

 

 

 

Il Prontuario per genitori di nativi digitali sul Giornale di Vimercate

Tanti anni fa, precisamente dalla metà degli anni Novanta e per due lustri, ho scritto ogni settimana sulle pagine sportive del Giornale di Vimercate. Nel marzo del 2018 ci sono finito nuovamente, questa volta da intervista: il settimanale brianzolo mi ha intervistato in occasione dell’uscita del mio “Prontuario per genitori di nativi digitali“. Ecco l’intervista (fai clic sull’immagine per ingrandirla):

“Come sopravvivere ai figli 4.0”: Il Giorno del 17 marzo 2018 parla del nostro Prontuario

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Il 17 marzo 2018 il Giorno, storico quotidiano milanese e lombardo, ha dedicato al Prontuario per genitori di nativi digitali, e a un’intervista a noi autori, un’intera pagina. Eccola:

“Dalla Brianza, il libro che aiuta i genitori a gestire figli nativi digitali”: la mia intervista per MBNews

Il quoditiano online MBNews mi ha intervistato in occasione dell’uscita di “Prontuario per genitori di nativi digitali“. Riporto integralmente l’articolo dal titolo “Dalla Brianza, il libro che aiuta i genitori a gestire figli nativi digitali” a firma di Melissa Ceccon:

Qual è l’età giusta per far utilizzare lo smartphone ai propri figli? Mettere le foto dei bambini sui social è davvero pericoloso? Come si fa a capire se l’uso della tecnologia sta diventando un abuso? Il cyberbullismo esiste veramente? Se siete dei genitori, sicuramente, vi sarete posti almeno una di queste domande perché, innegabilmente, nell’ultimo decennio il rapido sviluppo informatico e delle nuove tecnologie è andato a creare una nuova dimensione nei rapporti interpersonali: mamme e papà, dunque, che si relazionano ogni giorni con i proprio figli – ovvero i nativi digitali – cominciano a farsi delle domande. E qualcuno ha pensato di dare tutte le risposte del caso e raccoglierle in un libro: “ Prontuario per genitori di nativi digitali”, edito da Ledizioni e scritto da due brianzoli, Gianluigi Bonanomi di Sulbiate e Fiorenzo Pilla, monzese, che uscirà nelle librerie il 16 marzo.

Il manuale d’uso per convivere serenamente con la tecnologia

Il libro, scritto a quattro mani da Bonanomi e Pilla, nasce da un percorso di incontri e workshop che i due autori hanno portato avanti negli ultimi anni con genitori e scuole: “ negli ultimi due anni ci siamo accorti che, sia nelle scuole che all’interno delle famiglie, sta nascendo una nuova consapevolezza che porta inevitabilmente i genitori a farsi delle domande per capire come è possibile fare un uso consapevole di tutta la tecnologia che abbiamo in casa – spiega Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech, formatore ma soprattutto padre di due bimbe, di 6 e 2 anni – per questo, abbiamo deciso di raccogliere tutte queste domande in un libro creando appunto un prontuario con tutte le risposte utili ai genitori che oggi si trovano a volte spaventati, a volte spaesati, a volte inconsapevoli”.

Un libro, cento risposte: ma qual è la domanda più gettonata?

“C’è un età giusta per dare ai figli un tablet o uno smartphone?”. È questa la domanda che si piazza al primo posto tra i centinaia di dubbi che, ad ogni incontro di formazione, i genitori espongono. “ C’è chi dice 16, chi 10, chi addirittura dice che non esiste un età minima – continua Bonanomi – in realtà c’è e tra l’altro è segnata anche in tutte le informative dei principali social che però quasi nessuno legge: è 13 anni l’età più indicata. Questo non significa però che poi vadano lasciati soli, deve sempre esserci un approccio condiviso tra i genitori e figli”.
Insomma, importantissime rimangono sempre le regole di famiglia, ognuna con le proprie, ma che sono assolutamente utili per crescere dei “nativi digitali” consapevoli. Ad esempio: niente computer o smartphone sul tavolo durante i pasti; mai prima di andare a dormire perché disturbano il sonno e telefoni e tablet di tutta la famiglia spenti durante la notte.

Vamping e Sharenting: i problemi più diffusi

“Ci tengo a sottolineare che con questo libro non si vuole assolutamente demonizzare l’uso della tecnologia, ma cercare semplicemente di far luce su un processo sociale che sta avvenendo nelle vita di tutti e io, come padre, mi metto assolutamente in prima persona – commenta l’autore Bonanomi – non dobbiamo sottovalutare i rischi reali come il vamping (da vampiro, non a caso), cioè l’uso notturno dello smartphone da parte dei ragazzi che rispondono a notifiche e messaggi anche alle due di notte alzandosi poi la mattina stanchi soprattutto mentalmente – spiega- oppure il tanto discusso problema dello sharenting (share=condividere, parents=genitori). Molte mamme e papà sono soliti pubblicare online foto dei propri figli, a volte già a partire dalle ecografie, senza pensare ai reali rischi: innanzitutto una volta online, le immagini sono perse, nel senso che, noi non possiamo più controllarle e possono senza alcuna difficoltà comparire poi sul database di un sito web pedopornografico. Ma soprattutto, non dobbiamo dimenticarci che stiamo fotografano persone che, anche se si tratta dei nostri figli, in futuro potrebbero essere contrariati a trovare online delle loro foto”.

Gli autori e la data di uscita

Insomma, questo è uno di quei libri che oggigiorno sono indispensabili nelle nostre librerie, un po’ come quello delle ricette della nonna. “Prontuario per genitore di nativi digitali” uscirà ufficialmente il 16 marzo, in versione cartacea ma, ovviamente, sarà disponibile anche in digitale.

Gli autori, come detto, due Brianzoli. Da Sulbiate, tutta l’esperienza di Gianluigi Bonanomi giornalista hi-tech e formatore (tiene da anni corsi sulla ricerca del lavoro online). Autore di vari libri e direttore della collana “Fai da tech” per Ledizioni. Arrivano da Monza, invece, le parole di Fabrizio Pilla, Classe 1972, Functional Analysis Manager in SIA S.p.A, ha da tempo integrato la propria professione con una solida esperienza delle dinamiche dell’universo digitale, rivolgendo particolare attenzione alla rivoluzione editoriale dal libro cartaceo all’ebook. Autore di Io Digitale, Social Family e Manuale per difendersi dalla post-verità. E’ stato fondatore dei contenitori Web “Pagine Digitali” e “Nuove Conversazioni” ed è contributor di Web magazine dedicati all’editoria elettronica.

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