Guida calcistica di LinkedIn: la mia intervista per MiTomorrow

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Questa intervista è stata pubblicata su Mitommorrow (cartaceo e Web) il 4 ottobre 2018.

Gianluigi Bonanomi: «Fatevi furbi su LinkedIn»

L’utilità di LinkedIn è innegabile. Ma per molti, il social network impiegato nello sviluppo di contatti professionali nasconde ancora troppi segreti, risulta tanto complicato e poco intuitivo. Come riuscire, dunque, a renderlo a portata di tutti? La risposta la dà Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi della comunicazione digitale, che vive e lavora tra Milano e la Brianza. Dopo anni di corsi sull’uso strategico di LinkedIn, Bonanomi ha capito che serviva un testo che ne spiegasse l’utilizzo. Occorreva però dargli un taglio diverso per rendere lo strumento accessibile a tutti. Serviva una metafora. E qual è la più popolare, in Italia, se non il calcio? È nato così Guida calcistica di LinkedIn, in uscita in tutte le librerie.

Bonanomi, come le è venuta l’idea?
«Ho pensato che esistono tantissimi manuali sul tema, alcuni anche molto buoni. Ma l’impostazione è quasi sempre molto seria e non accattivante. Infatti molti ritengono che LinkedIn sia uno strumento distante da loro. C’era bisogno di renderlo più popolare, pratico. Ho utilizzato il mio approccio tipico, quello del sorriso sulle labbra, per renderlo interessante e coinvolgente».

Da cosa si parte?
«Dal social media marketing. Un ambito, tra l’altro, in cui si utilizzano sempre metafore del mondo militare. E anche il calcio ha le stesse metafore: si parla di bomber, strategie, di attacco e di difesa. Così ho iniziato a ragionarci e fantasticare. E mi sono divertito molto. L’unico problema è che ho attirato l’attenzione di chi si occupa di calcio. Hanno iniziato a seguirmi sui social allenatori e giocatori. Ecco, vorrei dire a tutti che questo libro parla di LinkedIn e non di calcio. Il calcio è una scusa (ride, ndr)».

Ci sveli qualche trucco. Come si usa LinkedIn?
«Devi differenziarti dalla massa, fare qualcosa di diverso da quello che fanno gli altri. Poi su LinkedIn devi scrivere non per te stesso, ma per gli altri. Pensare a come puoi essere utile. Per spiegarlo, ho raccontato la storia di José Mourinho».

Ovvero?
«Mourinho voleva lavorare al Manchester United. Così ha scritto una relazione di 30 pagine in cui analizzava tutti i problemi della squadra nell’ultima stagione e ne proponeva le soluzioni. Risultato? Assunto. È quello che dovremmo fare noi quando cerchiamo un lavoro, facendo intuire che siamo una soluzione, non un problema».

Un altro esempio calcistico?
«Quello di Zlatan Ibrahimović. È conosciuto per essere un personaggio un po’ sopra le righe e non solo per le sue doti balistiche. Ma nella figurina che ho publicato, sorride. Ha capito che nelle foto devi ispirare simpatia e fiducia. È provato da uno studio sui neuroni specchio. La stessa cosa dobbiamo fare con la foto del curriculum: sorridere. Poi ci sono tante storie, come quella di un osservatore del Genoa che si era camuffato da calciatore. Ne ho preso spunto per spiegare come fare a spiare profili altrui senza essere “sgamati”».

È un libro proprio per tutti?
«Certo, anche per figure particolari come i venditori. Si spiega cosa vuol dire fare social selling: bisogna partire dall’autorevolezza. E quindi dai contenuti».

Quali errori commettiamo?
«Su LinkedIn tutti pensano a quali sono le loro competenze, ma nessuno pensa a come farsi trovare. Il segreto è capire cosa cercheranno gli altri. Quindi lavoriamo sull’ottimizzazione dei testi del profilo. Ad esempio, nessuno cercherà mai su LinkedIn “Educazione cinofila”. Meglio scrivere che ci si occupa di “Addestramento cani”. Bisogna ragionare in ottica web».

Perché è importante saper usare questo strumento?
«L’88% dei Recruiter va a cercare online chi sei, indipendentemente dal tuo cv. Quindi devi curare la presenza web, perché ora è diventata la sostanza. E se riesco ad aiutarti, parlando di Maradona, Baggio e Allegri, perché no. Dopotutto, in Italia cosa c’è di più nazional popolare del calcio, dopo la pizza?».

Protezione dello smartphone dei bambini: l’intervista a Giancarlo Calzetta

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Durante le serate informative sui pericoli della Rete, prima o poi la domanda sulla sicurezza arriva. Come posso controllare quello che fa mio figlio con lo smartphone? Quali strumenti di parental control suggerisci? Si possono prendere virus?

Ho deciso di girare queste domande a chi si occupa professionalmente di cybersecurity, un giornalista informatico (che lavora per Tom’s Hardware, anche nello spin-off Security.info, e Sole24Ore) tra i più noti e apprezzati in Italia: Giancarlo Calzetta.

Controllare lo smartphone dei bambini?

Lo smartphone è oggi il principale strumento con cui i ragazzi accedono a Internet, usato quotidianamente per andare online dal 97% dei ragazzi di 15-17 e dal 51% dei bambini di 9-10 (dati EuKids Online, vedi tabella sopra).

Molti genitori mi chiedono se esistono strumenti per evitare o limitare i danni. Secondo Calzetta sugli store online si trovano diverse applicazioni per il controllo degli smartphone. Sono app di “parental control”, controllo parentale, e sono davvero tantissime: Giancarlo cita le suite di Norton, Gdata e Kaspersky (qui alcuni consigli proprio di Kaspersky sulla questione smartphone e bambini).

Protezione smartphone dei bambini: non fare le cose di nascosto

Il suggerimento numero 1 di Giancarlo, però, è quello di non fare le cose di nascosto. Questo può costituire un problema non tanto tecnico, ma di relazione, di fiducia. Occorre invece spiegare al figlio perché è necessario proteggersi e come farlo. Non sempre i genitori sono competenti dal punto di vista tecnologico, ma le competenze che servono non sono tecniche. Bisogna fare i genitori: affiancare i ragazzi, senza sotterfugi.

Configurare uno smartphone per farlo usare ai bambini

Sul sito di Tom’s Hardware, dove scrive anche Giancarlo, si trova una esauriente guida su come impostare uno smartphone, nel caso specifico Android, per l’uso da parte dei ragazzi. Dopo aver creato un nuovo utente per il minore, si legge nel pezzo, occorre accedere a Google Play per assicurarsi che mostri solo contenuti adatti ai bambini. Nell’articolo, che si trova a questo link, è spiegato tutto passo a passo.

Quali sono i maggiori pericoli per i minori online?

Sempre secondo i dati EuKids Online, “cresce il numero di ragazzi e ragazze di 9-17 anni che hanno fatto qualche esperienza su Internet che li ha turbati o fatti sentire a disagio (13%). Cresce soprattutto fra i bambini di 9-10 anni, passando dal 3% registrato nel 2013 al 13% del 2017”. Fra i rischi continuano a crescere i contenuti inappropriati (soprattutto quelli legati all’ostilità e al razzismo), l’hate speech, l’esposizione a contenuti pornografici e il sexting, oltre ovviamente a cyberbullismo e dipendenza.

Nell’intervista Giancarlo punta i riflettori prevalentemente sulla questione privacy e sulle informazioni che i bambini e ragazzi pubblicano online. In particolare la loro esposizione sui social. “Occorre spiegare che cosa mettere su Instagram e che cosa no” sottolinea Calzetta. Ecco alcuni suoi suggerimenti:

– Impostare il profilo privato.

– Mai rispondere agli sconosciuti.

– Si aggiungono solo amici che si conoscono fisicamente.

– I ragazzi non devono postare proprie foto sui social.

In effetti è più un lavoro da genitori che da tecnico o smanettone.

Come tracciare l’uso che il ragazzo fa dello smartphone?

La maggior parte delle app di parental control prevede anche una funzionalità di tracciamento dell’attività con lo smartphone del ragazzo. Molto utile per permettergli di rendersi conto di quanto e come usa lo strumento. Del resto spesso i minori, e non solo loro, perdono la cognizione del tempo, davanti a uno schermo. Esistono però anche app specifiche per fare questo, e Giancarlo suggerisce di provare Screentime.

Questione sicurezza: si possono prendere i virus sullo smartphone?

Ultima domanda: serve installare un antivirus sullo smartphone del figlio? La risposta è: assolutamente sì. Sebbene gli antivirus per PC e Mac siano potenti, installare una suite di sicurezza sul telefonico (anche su iPhone!) può certamente aiutare a evitare alcuni problemi. Non basta “stare attenti” quando si naviga, questo il monito di Giancarlo.

Ascolta qui l’intervista a Giancarlo Calzetta

Tutte le interviste del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” possono essere ascoltate gratuitamente su Spreaker o direttamente su questo sito. Basta un clic su Play qui sotto. Buon ascolto.

Ascolta “#19 Protezione dello smartphone dei bambini: l’intervista a Giancarlo Calzetta” su Spreaker.

Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi

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L’intervista a Rachele Zinzocchi

Che cosa si intende per educazione civica digitale? L’ho chiesto a Rachele Zinzocchi, professionista del digitale e animatrice del laboratorio di digital education. Qui trovi la presentazione del progetto:

L’educazione civica digitale

Nel corso dell’intervista Rachele ha tenuto a sottolineare che digital education si traduce appunto con “educazione civica digitale”, intesa come utilizzo responsabile e consapevole delle nuove tecnologie, della Rete e dei social. Abbiamo parlato di privacy, di sicurezza, del rischio violenza ma anche di questioni più filosofiche (Rachele è laureata in filosofia!) come per esempio il tradimento della promessa originaria di Facebook di connettere il mondo: il rischio invece è disconnettersi completamente.

Telegram e i ragazzi

Rachele è anche l’autrice di un libro su Telegram che si intitola “Telegram perché”. Ne ho approfittato quindi per chiederle se i ragazzi, in fuga da strumenti “vecchi” come i blog e Facebook, stanno approdando anche lì. La sua risposta è stata: sì. Perché si tratta di uno strumento nuovo, versatile ma soprattutto sicuro (i messaggi sono davvero blindati, non come su WhatsApp). Forse troppo sicuro: il rischio è che la possibilità di scambiare immagini che si autodistruggono, come inizialmente prometteva SnapChat, porti al diffondersi del sexting e del revenge porn. Rachele ha poi citato due canali Telegram meritevoli: quello per la diffusione della divina commedia e quello della Pastorale Giovanile di Molfetta. Suggerisce di seguire anche ilsito del suo mentore per quanto riguarda Telegram: bot di Piersoft.

Come contattare Rachele

Rachele Zinzocchi Telegram

Puoi trovare Rachele ovviamente su Telegram. La sua mail è rachelezinzocchi@gmail.com e il numero di telefono 392/9856823. Questo invece il link al gruppo Facebook sulla digital education.

 

Ascolta l’intervista qui

Puoi ascoltare la puntata 17 del podcast Genitorialità e tecnologia, con l’intervista a Rachele sull’educazione civica digitale, direttamente qui oppure su Spreaker:

Ascolta “#17 Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi” su Spreaker.

Smartphone in ferie: intervista allo sharing daddy Facchini

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Si definisce lo “sharing daddy”, ma tiene molto all’uso consapevole della tecnologia in famiglia e all’uso virtuoso di smartphone e schermi per stimolare la creatività dei ragazzi, senza danneggiarli o metterli in imbarazzo. All’anagrafe è Francesco Facchini e di mestiere fa il formatore sul tema del mobile journalism (è da anni che non usa un PC, ci tiene a sottolineare).
Ho intervistato Francesco per questa nuova puntata del podcast, mentre girava per le vie di Milano e proprio alla vigilia della partenza per le vacanze con il figlio, lo sharing kid. Mi ha raccontato di come userà lo smartphone con il ragazzo di sei anni durante il soggiorno in Slovenia, per esempio creando dei filmati con una app che si chiama Stop Motion Studio (qui disponibile per iOS). Poi ha dato alcune dritte per l’uso corretto e virtuoso della tecnologia in famiglia: un suo suggerimento, tra gli altri, è quello di creare uno scrigno digitale delle creazioni e dei file riguardanti i figli, senza condividerli (è contro quindi allo sharenting), e di consegnarli ai ragazzi quando avranno l’età per creare una loro identità digitale. Dal punto di vista degli strumenti, oltre a Stop Motion, ha suggerito di creare delle storie, girare i video e montarli usando iMovie in ambiente Apple e KineMaster in ambiente Android.
Per seguire Francesco puoi collegarti al suo sito personale sul mobile journalism, a Sharing Daddy oppure sostenere la sua attività professionale su Patreon.

Ascolta l’intervista direttamente qui:
Ascolta “#16 Come usare lo smartphone in vacanza: intervista allo sharing daddy Francesco Facchini” su Spreaker.

Che cos’è la dieta mediale? L’intervista a Marco Gui

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La quindicesima puntata del podcast “Genitorialità e tecnologia” è dedicata all’intervista con il professor Marco Gui (nella foto sopra), ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca. Ho intervistato Marco perché si occupa di sociologia dei media ed è un grande esperto di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Tra l’altro è l’autore di uno dei libri più interessanti che ho letto sul tema: “A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita”.

Il problema

Come si evince dall’intervista, breve (una decina di minuti in tutto) ma intensa, il tema del libro è la sovrabbondanza comunicativa permanente. In particolare Gui sostiene che l’obesità e la sovrabbondanza comunicativa colpiscano le fasce con meno risorse socio-culturali, quindi toccano chi ha meno strumenti per difendersi. Data l’analogia tra cibo e tecnologia, si parla quindi di dieta mediale.

Nel corso della puntata Gui ha precisato che le vere dipendenze (IAD, Smartphone addiction e dipendenza dai videogiochi) sono rare, ma sempre più spesso si verifica un sovra-consumo, un uso disfunzionale della Rete, che si associa a diversi problemi: di tipo relazionale, di rendimento nello studio o sul lavoro, di qualità del sonno o della capacità di godersi in modo rilassante momenti di svago.

I rimedi

Quali i rimedi? Gui suggerisce, soprattutto ai genitori, di avere un strategia nell’uso dei media, in modo da usare consapevolmente tutti gli schermi che ci circondano ma soprattutto per essere un esempio per i ragazzi. Prima di tutto occorre analizzare l’uso che si fa della tecnologia. Per questo possono essere utili strumenti come RescueTime.

L’intervista

Per ascoltare la puntata del podcast fai clic su Play qui:

Ascolta “#15 A dieta di media in famiglia: l’intervista a Marco Gui” su Spreaker.

Per contattare Marco puoi visitare la sua pagina sul sito dell’Università Bicocca, scrivergli a marco.gui@unimib.it oppure visitare il sito del suo progetto sul benessere digitale.

Se vuoi invece riascoltare tutte le puntate del podcast “Genitorialità e tecnologia”, fai clic qui:

Fortnite e dipendenza dai videogiochi: le interviste a Paolo Paglianti

Fortnite è il fenomeno videoludico del momento: milioni di ragazzi nel mondo e decine di migliaia di preadolescenti e adolescenti in Italia stanno giocando a questo multiplayer online gratuito.

Ho chiesto a un grande esperto come Paolo Paglianti, giornalista specializzato in videogame e ora parte del mondo dei videogiochi (lavora per Slitherine), di spiegarci questo gioco, anzi questo fenomeno. Durante la chiacchierata ha dato anche diversi spunti di approfondimento interessanti, ecco i link:

Fortnite, incassi mensile di maggio top storico
Fortnite spacca i record su twitch
– Video Fortnite dei record: 6 milioni di view, 600K in diretta (sono un giocatore pro e un rapper):

Aggiungo un altro link: quello degli articoli di Paolo per Mamamò.

Ascolta qui, in anteprima, la puntata del podcast Genitorialità e tecnologia su Fortnite:

Puoi ascoltare la puntata direttamente su Spreaker:

Ascolta “#13 Che cos’è Fortnite? Intervista a Paolo Paglianti” su Spreaker.

La dipedendenza da videogiochi

La settimana successiva Paolo è stato protagonista anche di un’altra puntata del podcast. Gli ho chiesto di parlarci di un tema fortemente dibattuto (e controverso): quello della dipendenza da videogiochi. Ascolta qui la puntata:

Durante la chiacchierata, ricca soprattutto di consigli, Paolo ha dato altri diversi spunti di approfondimento interessanti. Eccoli.

L’ntervista del dottore che ha creato il caso Fortnite:

Questo invece è l’articolo del Mirror da cui si prende spunto.

Nella seconda parte della puntata, Paolo ha parlato di alcuni giochi, per console e per smarthone, da usare in famiglia. Trovi tutti i titoli, e i link per scaricarli, in questo articolo:

Puoi ascoltare anche questa puntata direttamente su Spreaker:

Ascolta “#14 La dipendenza dai videogiochi: intervista a Paolo Paglianti” su Spreaker.

“C’era una volta una cattiva maestra”: la mia intervista per il blog di TedX Bergamo

Nel maggio del 2018 sono stato intervistato da Arianna Storoni per il blog del TedX Bergamo (qui il link). Questo è il frutto della nostra chiacchierata.

Chi non ricorda la famosa espressione coniata da K.Popper “cattiva maestra televisione”? Era molto amata dai detrattori dell’uso del mezzo televisivo quando l’informazione era ancora e soltanto analogica.

Oggi, con le nostre vite “always online”, questa espressione assume una ritrovata valenza se rapportata alle tecnologie digitali e ai social media. Abbiamo chiesto a Gianluigi Bonanomi, giornalista specializzato in high tech e formatore, di spiegarci come utilizzare in maniera più consapevole queste tecnologie anche nei confronti dei giovani e nel rapporto genitori e figli.  

Insegnare ad utilizzare gli strumenti digitali in maniera più consapevole è sicuramente la mia mission” 
Gianluigi Bonanomi

Abbiamo ricordato la tesi di Karl Popper che ipotizzava addirittura una sorta di patente. Secondo lei, oggi dovremmo avere tutti una patente per utilizzare gli strumenti digitali?

Sono convinto del fatto che le tecnologie digitali, e quindi anche i social media, siano degli strumenti e tutto dipende dall’uso che ne facciamo. A differenza della Tv, che nasce come mezzo per una fruizione passiva, possono essere usati bene da tutti perché in grado di soddisfare dei bisogni comuni legati alla sfera della relazione e dell’autostima. La mia esperienza mi dice che nella maggioranza dei casi il problema non è legato alla tecnologia di per sé ma è legato all’uso disfunzionale che ne facciamo. I dati indicano che il 65% dei bambini di oggi farà lavori legati alla tecnologia. Non possiamo più escluderla, proibirla o ignorarla. La tecnologia ci porterà tanti benefici.

Penso che un percorso di formazione per giovani e adulti, magari partendo proprio dal mondo scolastico, potrebbe funzionare. Un po’ come per l’uso dell’auto. Smettiamola con la demonizzazione, il digitale è parte delle nostre vite e sono ormai tecnologie mainstream, non si può far finta di niente o peggio negare il problema.

Il tema di fondo quindi è genitorialità e tecnologie. Quale è il ruolo che genitori e adulti possono recuperare?

Sul tema genitorialità e tecnologia ne ho fatto un po’ la mia missione… Il vero problema è che la maggior parte dei genitori non conosce le regole di utilizzo, e per questo si sente in difetto verso i figli, assumendo un ruolo autoritario di negazione all’uso del mezzo. Questa mancanza di competenze crea una distanza che fa perdere di vista il ruolo di educatori dei genitori.

Ruolo che in realtà non cambia e dovrebbe essere riscoperto, come una guida morale per figli altamente digitali. Non possiamo chiudere i nostri figli dentro una bolla e far finta che certe tecnologie non esistano, sarebbe utopico. Occorre insegnare loro che la vita è fatta di pericoli, e che anche per le tecnologie digitali occorre maggiore coscienza e consapevolezza nell’uso che si fa.

I 18 enni di oggi sono nati con uno schermo in mano, e talvolta il gap generazionale con i loro genitori è evidente. C’è un modus operandi o una regola da adottare nel relazionarsi con questi nativi digitali?

L’espressione “nativi digitali” di Marc Prensky risale al 2001 per identificare coloro che fin dalla nascita vivono a contatto con i mezzi di comunicazione digitali. Giuseppe Riva (docente di psicologia e tecnologia delle comunicazioni all’Università Cattolica di Milano) spiega successivamente che nativo digitale è in realtà colui che utilizza intuitivamente i mezzi e le tecnologie, senza sforzo. Non è quindi un fattore generazionale, ma piuttosto di capacità. Il 39% dei bambini dai 2 ai 3 anni utilizza gli smartphone per giocare e guardare video. Se sei un genitore è molto difficile togliere lo strumento. Quindi è necessario fissare da subito delle regole per il suo utilizzo, basate soprattutto su orari e contenuti.

I ragazzi più grandi oggi scelgono Instagram perché per loro Facebook è vecchio, è scontato, e non vogliono apparire nello stesso canale dove sono gli adulti, i genitori, gli insegnanti. Inoltre, credono che comunicare con le parole sia uno stile vecchio, quindi preferiscono canali come Instagram per una comunicazione più fresca e visiva, e per un approccio più diretto ed emozionale.

Come influiscono sullo sviluppo dei più giovani? Si parla spesso di analfabetismo emotivo…

E’ oggettivo che molti ragazzi abbiano delle difficoltà a guardare in faccia un coetaneo o un adulto per esprimere se stessi. Lo schermo ti permette di mediare la relazione, di “addolcire” i modi. Questo succede anche in ambito lavorativo con i giovani collaboratori. Anche in questo caso, sono convinto che il grosso problema sia negli adulti. Basti pensare al triste fenomeno dell’hate speech.

Nelle comunicazioni online mancano gran parte degli elementi della comunicazione diretta uno ad uno, perché non c’è il paraverbale. I ragazzi non devono smettere di comunicare attraverso l’online perché è un’opportunità, ma devono anche tornare a guardarsi in faccia, e riscoprire il valore e l’autenticità delle relazioni interpersonali. Sempre di più online e offline sono (giustamente) mischiati.

Una parola e tanti significati: sharenting, quando è il genitore il primo a non utilizzare consapevolmente le tecnologie digitali.

Oggigiorno la maggior parte dei giovani usa i social network senza alcuna competenza tecnica, soprattutto in materia di privacy e sicurezza. Manca la così detta “digital literacy” e sta a noi insegnarla. Non avendo vissuto una realtà offline come abbiamo fatto noi, per loro è naturale condividere tutto e non si rendono conto che quelle informazioni poi non le recupereranno più ne potranno cancellarle. Paradossalmente però, sta emergendo anche il fenomeno opposto, quello di genitori che condividono in maniera eccessiva le immagini dei propri figli, fino a casi estremi e preoccupanti in cui figli ormai maggiorenni denunciano i genitori per aver violato la loro privacy pubblicando in maniera quasi ossessiva le loro foto fin da bambini. Una recente ricerca australiana ha dimostrato che la metà delle foto trovate nei database di pedofili arrivano dai genitori, ignari di dove le foto vanno a finire.

Per non arrivare a casi così estremi, occorre ricordare un principio fondamentale: i nostri figli ci chiedono coerenza. Non possiamo imporre delle regole o insegnargli come usare i vari dispositivi digitali se poi siamo noi i primi a commettere delle leggerezze e degli errori che, chissà, un giorno potrebbero costarci caro. Persino l’affetto dei nostri stessi figli. Non lasciamoci sconfortare dal fatto che non siamo preparati e non siamo nativi digitali, ma approcciamo il tutto in maniera più consapevole. Insegnare ad utilizzare gli strumenti digitali in maniera più consapevole è sicuramente la mia mission.

Ognuno di noi, nella propria vita personale e professionale, possiede un elemento che potremmo definire “magico” che spinge ad andare oltre, a costruire il proprio futuro. Quale è stato per lei questo elemento unico e magico?

Si chiama comunicazione. Intesa come la capacità di esprimere se stessi e di trasmettere e comunicare qualcosa. E quando ho visto che questo poteva avere un impatto sulle persone è stata una grande gioia. Quando riesci ad esprimere gli stessi concetti in modo più efficace e vedi che una platea ti segue in maniera ipnotica…la comunicazione, e l’uso che ne facciamo, può davvero cambiare la vita.

“Ragazzi e tecnologia: problema educativo”: l’articolo del Giornale di Merate

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Dopo la serata sui pericoli della Rete che ho tenuto al Comune di Merate lo scorso 17 maggio 2018, il Giornale di Merate (testata per la quale scrivevo negli anni Novanta) mi ha dedicato un’intera pagina. In diversi articoli si parla dei miei interventi su:

  • falsi miti della tecnologia
  • regole d’uso della tecnologia in famiglia
  • privacy e reputazione

Qui riporto l’immagine dell’articolo (oltre trovi l’intera trascrizione):

Giornale di Merate, 23 maggio 2018

 

Ragazzi e tecnologia, problema educativo
Non servono i divieti ma regole condivise

Il problema non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. E dal momento che non possiamo precluderla ai nostri figli (pena il farli vivere in una bolla), occorre affrontare la questione dal punto di vista educativo. Porre dei paletti, non fare da censori.

«Non importa se non siete competenti dal punto di vista tecnologico – ha detto più volte il giornalista e formatore Gianluigi Bonanomi ai genitori intervenuti giovedì sera alla conferenza “Web e social. I pericoli della rete” svoltasi in auditorium municipale – lo siete dal punto di vista educativo. Quindi datevi come famiglie regole condivise (per esempio non portare il cellulare in camera da letto) e fatele rispettare punendo gli sgarri. Controllate gli smartphone dei vostri figli: le loro sim sono intestate a voi. E pretendete le password dei social per vedere quello che pubblicano e i presunti amici». Di più, «smettetela di pensare che la tecnologia sia una roba da smanettoni. E’ arrivato il tempo di cominciare ad alfabetizzare tutta la famiglia e quindi, per prima cosa, leggete le informative delle app che scaricate, anche e soprattutto quelle dei giochini».

Ragazzi e tecnologia:  cinque miti da sfatare

Una serata decisamente illuminante quella organizzata dall’Ac Pagnano e tenuta dal giornalista hi-tech Bonanomi, 42 anni, autore di diversi libri, tra cui il volume tema della conferenza: «Prontuario per genitori di nativi digitali – 100 domande e risposte su tecnologia e genitorialità». Ma prima di entrare nel merito dei rischi della rete, Bonanomi ha voluto sfatare le baggianate, i luoghi comuni, che circolano sul web.

Primo mito da sfare:

La rete è il male
«Non è vero. Il problema non è la tecnologia, ma come la usiamo. Un po’ come il bisturi, che in sala operatoria salva vite, ma fuori, in strada, può trasformarsi in un’arma letale. La rete è infatti un prezioso strumento di lavoro e non solo».

Secondo: I ragazzi non comunicano«I giovani non hanno mai comunicato tanto come nell’era dei social, solo lo fanno in maniera diversa e con paradigmi diversi. La parola più usata nell’anno 2016 è stata il simbolo della faccina che ride con le lacrime agli occhi. Proprio così. I post millennial, vale a dire i ragazzi che oggi frequentano le scuole medie, comunicano così. Per questo non sono utenti di Facebook: perché quello è un modo vecchio di comunicare (troppe parole) e poi perché su Facebook ci sono i vecchi: i loro genitori».

Terzo: I social fanno  perdere tempo
«Facebook ha 2,2 miliardi di utenti iscritti. Possibile che tutti questi umani siano tutti dei perditempo? Forse, se sono così tanti, un valore aggiunto Facebook lo avrà pure…». I ragazzi amano tanto i social, ha aggiunto Bonanomi mostrando la piramide di Maslow, lo psicologo che ha ideato la piramide dei bisogni umani, perché i sociali rispondono a più bisogni. Alla base della piramide ci sono i bisogni fisiologici (come mangiare e dormire), subito dopo quelli legati al senso di sicurezza (nei social le persone con cui comunichiamo sono amici, non estranei), quindi quelli di appartenenza (amore, affetto, amicizia: con gli amici scambiamo opinioni, risorse…), quelli di autostima e status (della serie “se tanti mi hanno scelto, allora valgo”), infine quelli di auto realizzazione (in rete posso raccontare me stesso e usare le mie competenze). «Con i social i nostri figli si connettono con i coetanei, comunicano nel senso che esprimono se stessi, condividono con gli amici emozioni, esperienze, conoscenze e infine collaborano tra loro: i social possono infatti essere uno strumento di lavoro fondamentale».

Quarto: In rete non ci sono regole
«E’ vero il contrario, non solo ci sono, per esempio quelle contro il cyberbullismo, ma sono anche belle pesanti».

Quinto: La tecnologia fa perdere il lavoro
È una delle bufale più diffuse. E infatti le ricerche dicono che il 65% dei bambini che oggi frequentano le scuole elementari faranno da grandi un lavoro che oggi non esiste. L’intelligenza artificiale, ha puntualizzato Bonanomi, rappresenta un’importante opportunità di lavoro.
Fatte tutte queste premesse appare dunque chiaro come il vero problema non siano dunque Facebook, i social, il cellulare, il tablet, ma l’uso che ne viene fatto. «I nostri figli sono nati in questo mondo – scrive Bonanomi nella prefazione al suo libro – il loro ambiente sociale e di vita è radicalmente differente da quello in cui siamo nati noi “figli del libro” ed “immigrati digitali”. Questo non significa che i nativi digitali siano più sapienti di noi». Significa che non possiamo farli vivere in una bolla, senza cellulari e social, perché altrimenti li isoleremmo dai coetanei e dal mondo. «Significa che dobbiamo insegnare loro a riconoscere e gestire i pericoli».

Il monito: occhio alla privacy e alla reputazione

Dei pericoli e dei rischi legati a privacy, reputazione, sharenting (termine utilizzato per descrivere il problema dei genitori che condividono le foto inopportune dei figli), dipendenza e odio online, con i relativi risvolti legali, Gianluigi Bonanomi ha parlato nella seconda parte della conferenza durante la quale ha testato anche le conoscenze dei genitori con divertenti quiz.

Privacy: vera emergenza«Quando un servizio in rete è gratis, significa che il prodotto sei tu». Partendo da questo dato di fatto ignorato dai più, Bonanomi ha mostrato attraverso una serie di esempi come i dati personali che gli utenti dei social cedono spontaneamente, vengano poi utilizzati dalle aziende ma anche dagli utenti per altri fini, anche pericolosi. «Come la pratica del grooming, l’adescamento sessuale di minori che avviene in internet, che si avvale delle informazioni fornite ingenuamente dagli stessi ragazzi sui social – ha spiegato l’esperto – Evitate dunque dati personali e descrizioni particolareggiate su dove i vostri figli abitano e quali scuole e luoghi frequentano, per esempio, ma anche sui loro amici». Attenzione anche ai «like», i «mi piace». «Facebook non ruba i dati, semplicemente campa sui like. Ogni volta che vi muovete nei social lasciate traccia di voi (chi siete, cosa vi piace, come trascorrete il vostro tempo, cosa leggete, dove andate), anche quando fate ricerche fuori da Facebook. Si chiama re-marketing. Facebook ha recuperato un’intera generazione di utenti, quelli under 18, comprando Instagram, e recuperato miliardi di numeri di telefono rilevando Whatsapp. Fatevene una ragione e siatene consapevoli: la vostra vita si trova interamente online». Le conseguenze sulla reputazioneTutti i dati postati in rete possono avere conseguenze importanti sulla reputazione delle persone, anche futura. «Una persona su tre non arriva a un colloquio di lavoro per quello che ha pubblicato sui social. Lo dice un dato del 2016 fornito da Adecco. Ricordate che i dati digitali sono persistenti, ricercabili e potenzialmente scalabili, diventare cioè virali».Lo sharenting e le foto dei figli«Io ho due figlie di 2 e 6 anni ma non ho mai pubblicato foto loro, intanto perché so che ogni volta che pubblico una foto online o la mando via Whatsapp, l’ho persa, ne ho perso cioè ogni controllo. In secondo luogo, anche se sono piccole, sono persone, e in quanto tali hanno il diritto di decidere loro, un domani, quale identità digitale vorranno darsi. Infine non lo faccio per un fatto di autorevolezza e coerenza: non posso fare io cose che proibisco loro di fare».La dipendenza da internet
«Il primo problema è l’uso eccessivo della tecnologia, che porta a trascurare i propri bisogni. Il 40% dei bambini delle medie fa vamping, ovvero usa la tecnologia la notte prima di dormire. Un’ora prima di andare a letto non bisognerebbe usare il cellulare perché è studiato in maniera tale (colori, notifiche e grafica) per ingaggiare l’utente il più a lungo possibile ed è un forte stimolatore, il che spiega perché tanti ragazzini si sveglino la mattina stanchi. C’è poi la no mobil fobia, ovvero la paura di rimanere senza cellulare o connessione, la persistenza nell’uso e le forme più gravi che portano a ripercussioni negative sulla rendita scolastica.

L’hate speech, ovvero l’odio online
Complesso il problema delle manifestazioni di odio on line di cui Bonanomi ha portato diversi esempi a partire da quelli che hanno avuto come vittime personaggi famosi ma che agli haters, gli odiatori della rete, possono procurare denunce di vario genere a partire da quelle per diffamazione. Dopo aver accennato al problema del cyberbullismo, «ormai sdoganato», Bonanomi si è concentrato sulla pratica del sexiting, la condivisione di messaggi, foto o video di contenuto più o meno sessualmente esplicito, per il quale finisce nei guai davanti alla legge non solo chi condivide, ma anche chi riceve e inoltra questo materiale.

Darsi delle regole

«Le soluzioni ai problemi posti dall’uso delle tecnologie non possono mai essere solo di carattere tecnico (di parental control ce ne sono tanti, ma da soli non bastano). Le soluzioni devono essere educative:

«I ragazzi vanno affiancati – ha ribadito Gianluigi Bonanomi a conclusione del suo appassionato intervento – E anche se non siete genitori competenti dal punto di vista tecnologico, lo siete dal punto di vista morale, culturale ed educativo».

Ecco un sintetico vademecum.

1) Smettere di considerare la tecnologia come un problema e basta, ma utilizzarla per confrontarsi e parlare con i figli sui vari temi.

2) Password condivise, magari a 16 anni no, ma a 12 sì. Non per controllare ma per intervenire e aiutare.

3) Profili privati.

4) Cellulari spenti un’ora prima di andare a dormire e telefoni fuori dalle camere da letto. Smartphone, tablet e televisioni spenti quando si è a tavola.

5) Imparare le regole della rete.

6) Punizioni in caso di sgarro.

7) Regole condivise, ma valide per tutti. Anche per gli adulti. E’ una questione di coerenza.

8) No alle foto dei figli sul web.

9) Leggere le informative delle App.

10) Non fotografare. Vivi.

Approfondimenti su www.formazionegenitori.it.

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“Raccomandazione? No, network”: la mia intervista per Silhouette Donna

Sono stato intervistato, ancora una volta, da Silhouette Donna sui temi del lavoro. Mi hanno chiamato in quanto tengo corsi sulla ricerca del lavoro online e in quanto coautore di "Job War".
In particolare ho parlato di networking, tant'è che il titolo dell'articolo (sul numero di maggio 2018), a firma Francesca Tozzi, è "Raccomandazione? No, network".

Questa la trascrizione dell'articolo:

Raccomandazione? No, network

Se da una parte dobbiamo abbandonare la brutta abitudine di usare le conoscenze per trovare lavoro, dall’altra coltivare rapporti aumenta le possibilità di impiego.

Gente allegra e un po’ pigra che trova lavoro grazie a spintarelle e scambi di favori. Stiamo parlando degli italiani, almeno secondo cliché duri a morire. Quanto c’è di vero in tutto questo? Secondo un’indagine dell’Istat sul mercato del lavoro focalizzata sulla fascia tra i 15 e i 34 anni, nel 2017 quattro giovani occupati su dieci hanno raggiunto “l’ambito posto” grazie alla segnalazione di parenti, amici o conoscenti. Un giovane su cinque, segnala l’Istat, ha trovato un’occupazione facendo richiesta diretta a un datore di lavoro, solo il sei per cento tramite centri per l’impiego e agenzie per il lavoro.

«Quello che ho riscontrato nella mia esperienza di analista del mondo del lavoro e formatore è che alcuni strumenti considerati ancora prioritari come il curriculum vitae e la lettera di accompagnamento sono sempre meno efficaci mentre funziona sempre benissimo sfruttare le conoscenze» spiega Gianluigi Bonanomi, esperto di web, social media e coautore del libro Job War (Ledizioni), tutto dedicato alle diverse strategie di ricerca del lavoro di Millenial e over 40. «In negativo si parla di raccomandazione. Proviamo però a considerare questa abitudine in un’ottica non necessariamente negativa. Tutti noi apparteniamo a una rete, a un network, costituito da legami forti e deboli: i primi con i familiari, i secondi con amici, colleghi, conoscenti. Secondo gli esperti di recruitment la maggior parte delle opportunità non emerge più dai legami forti ma da quelli deboli e se per trovare lavoro si utilizzano anche le proprie conoscenze dirette e indirette non c’è niente di cui scandalizzarsi».

Una prassi da premiare

Proviamo a metterci nei panni dei recruiter: cercare un lavoratore andando per agenzia o acquistare spazi in siti specializzati come Monster può costare a un’azienda dalle centinaia alle migliaia di euro. Per questo quando si apre una posizione, si attiva subito il network interno e si chiede ai responsabili di reparto e ai lavoratori se conoscono qualcuno. Il presupposto è che questi, conoscendo l’azienda e le sue esigenze, punteranno su risorse con le caratteristiche giuste mettendoci la faccia.
In alcune realtà questo meccanismo, che di fatto avviene dappertutto, è talmente istituzionalizzato che se un dipendente presenta qualcuno che poi viene assunto perché ritenuto idoneo, cioè se la segnalazione va a buon fine, riceve un bonus (per esempio, General Electrics in Italia).
«In questa ottica il networking non va visto in modo negativo, anzi, è una delle attività che chiunque dovrebbe portare avanti nel corso della sua giornata, non solo chi è a caccia di un’occupazione ma anche chi sta cercando collaboratori, investitori, partner. E se perdendo il lavoro, voleste far fruttare il vostro network, non potete certo cominciare il giorno stesso: essere sul mercato vuol dire costruire e tenere i contatti con le persone che potrebbero esservi utili al momento giusto» sottolinea Bonanomi.

L'importanza della pausa pranzo

Una delle regole fondamentali per fare networking arriva dagli Stati Uniti: se puoi, non mangiare mai da solo o sempre con le stesse persone. Che sia la pausa pranzo per chi già lavora o una qualsiasi occasione conviviale, fosse anche solo un caffè, va messa a frutto.
«Non sottovalutate nessun tipo di incontro o conoscenza» suggerisce Bonanomi. «Secondo la teoria dei sei gradi di separazione tutti noi siamo collegati da una catena di relazioni con non più di cinque intermediari. Cercate quindi di essere sempre aperti a nuove conoscenze. E siate generosi nel dare informazioni prima di pretenderle: vi tornerà indietro dal vostro network».

Mai senza biglietti da visita

Per rispondere in modo efficace alla domanda di rito “di cosa ti occupi?” scrivetevi e imparate una breve presentazione della durata di circa un minuto, quello che gli americani chiamano“elevator pitch".
«Fare “personal branding” durante una pizzata con sconosciuti potrà suonare strano ma uno
di loro potrebbe in seguito intercettare, in modo diretto o indiretto, la ricerca di un profilo simile al vostro: se lo avete colpito, gli si accenderà una lampadina e vi chiamerà» chiarisce l’autore di Job War«Usate anche i contesti informali perché potrebbe essere presente qualcuno in grado di cambiare la vostra vita professionale. Quando ci sono degli incontri di settore o aperitivi di networking di professionisti cercateli e siate presenti. Usate una o due serate a settimana per andare a convegni, seminari, corsi d’aggiornamento e formazione. Portatevi un biglietto da visita e parlate con chi avete di fianco, stabilendo un contatto perché non sapete ancora dove vi potrà portare. Ricordatevi che, quando incontrate una persona, state incontrando anche tutta la sua rete».

La lettera di presentazione

Nel mondo anglosassone, quando qualcuno lascia un lavoro, è quasi un obbligo per il suo superiore scrivere una segnalazione, detta anche referenza. In Italia questo non succede ed è un peccato perché una cosa è presentarsi dicendo di essere bravi, un’altra è che lo dica un ex datore di lavoro.
«Il meccanismo di persuasione funziona così: il nuovo, potenziale datore di lavoro si potrebbe immedesimare nel precedente sotto un duplice aspetto: notando che il lavoratore o collaboratore è stato talmente bravo che il suo capo ha scelto di sostenerlo, mettendoci la faccia; oppure pensando che se ha risolto così brillantemente i problemi di quell’azienda, potrebbe rivelarsi prezioso in un contesto simile» spiega Bonanomi.
«In questo senso sarebbe meglio che l’ex capo non rimanesse sul generico ma facesse riferimento nella sua segnalazione a progetti concreti, problemi risolti, obiettivi raggiunti. La stessa cosa può essere fatta anche da un collega, un collaboratore, un conoscente. Più segnalazioni ci sono, meglio è».

Bando alla timidezza

Come assicurarsi quindi queste segnalazioni? Per prima cosa superate le timidezze e le remore usando la psicologia. Date prima di ricevere, facendo leva sulla reciprocità: se avete scritto cose positive su una persona, questa si sentirà un po’ in obbligo di ricambiare, anzi non vedrà l’ora di sdebitarsi. Magari fategli capire che potrebbe portare beneficio anche a lei in termini di rete. Se chiedete in modo discreto e gentile, senza fare stalking, nessuno vi dirà di no. A maggior ragione un manager, perché chiederne il giudizio è riconoscerne implicitamente il peso e l’autorevolezza.

Non dimenticare i social

Oggi poi con social network specializzati come Linkedin tutto è più semplice e immediato. «Nel momento in cui scrivete la vostra lettera di candidatura online sottolineando l’esperienza o i successi che avete maturato in un settore, segnalare la testimonianza che il precedente datore di lavoro vi ha lasciato su Linkedin darà alle vostre parole un valore maggiore. E se le segnalazioni saranno più di una, tanto meglio. È lo stesso meccanismo di Tripadvisor: quando dovete scegliere un hotel o un ristorante non vi interessa quello che dice la struttura ma la recensione dei vostri pari, quella che in gergo si chiama “peer review”. E se in tanti dicono che è ottimo, sarà così: che ragioni avrebbero tutti di mentire? Il vantaggio del digitale rispetto alla classica lettera di referenze è che le testimonianze possono essere veicolate attraverso il proprio sito o blog, o inserite, appunto, in una presentazione dall’impostazione più moderna» conclude l’esperto.

Puoi scaricare l'articolo in PDF qui:
Silhouette_Donna_articolo_networking_raccomandati_intervista_Gianluigi_Bonanomi

Navigazione familiare: l’intervista (on the road) al professor Danilo Piazza

Lo scorso sabato 19 maggio, all’alba, ero in auto con il professor Danilo Piazza, già fondatore con me della società di formazione ClasseWeb nonché coautore del libro “Navigazione familiare“, per una trasferta in provincia di Varese. Stavamo andando a tenere dei corsi di navigazione familiare in una scuola secondaria di secondo grado.

Ne abbiamo approfittato per realizzare un’intervista, in realtà una chiacchierata, che è finita dritta dritta nel mio podcast “Genitorialità e tecnologia” (puoi riascoltare le puntate precedenti qui).

È stata un’occasione per spiegare come è nato il progetto dei corsi di navigazione familiare, come si svolgono i nostri corsi – i suoi sulla navigazione in famiglia e i miei sull’uso consapevole e sulle regole d’uso della tecnologia in famiglia – e, soprattutto, come intendiamo il ruolo della tecnologia tra le mura domestiche.

Ecco il risultato della nostra chiacchierata:

Ascolta “1×05 Navigazione Familiare: l’intervista a Danilo Piazza” su Spreaker.

Fammi sapere che cosa ne pensi!