Caso datagate, Facebook vende le nostre informazioni? La mia intervista a il24.it

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Il 20 marzo 2018, dopo lo scandalo datagate che ha coinvolto Facebook, il sito il24.it mi ha intervistato sul tema. Questo l’articolo (pubblicato orginariamente qui) a firma di Francesco Petronella:

FACEBOOK VENDE LE NOSTRE INFORMAZIONI? PARLA L’ESPERTO:
“SE SU INTERNET UN SERVIZIO È GRATIS, IL PRODOTTO SEI TU”

Lo scandalo “Cambridge Analytica” sta montando inesorabilmente sui social e nelle discussioni dei decision-makers. A rispondere dell’accusa di divulgazione non autorizzata di dati personali, per aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016 negli Stati Uniti, è il colosso dei social media Facebook. È di qualche ora fa la notizia che l’amministratore delegato di Cambridge Analytica, Alexander Nix, è stato segretamente filmato da una troupe della rete televisiva britannica “Channel 4” mentre ammetteva alcuni sporchi trucchi usati per favorire i propri clienti; in particolare Nix nel filmato dice di aver offerto mazzette e “belle ragazze” per incastrare uomini politici avversari dei suoi clienti.

Lasciando da parte la strumentalizzazione della femminilità a fini commerciali e le polemiche che stanno salendo in queste ore, dalla vicenda emerge un dato incontrovertibile: il social network fondato da Mark Zukerberg vende i dati dei suoi utenti.

Ma non è forse il segreto di Pulcinella?

“Direi di sì” risponde Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi del digitale sentito dalla redazione de il24.it. “In tutti i corsi che tengo su Facebook chiedo, soprattutto ai ragazzi, di appuntare una frase di Douglas Rushkoff: “Se su Internet un servizio è gratis, il prodotto sei tu”. Bonanomi, che sul suo sito pubblica contenuti inerenti a questi temi, chiarisce che “Questa lampante verità si riferisce alla profilazione di noi utenti a scopo marketing e non. Con il caso Cambridge Analytica si è passato il segno, tant’è che iniziano a saltare delle teste in Facebook”.

Ma all’atto pratico, come può questa “fuga di dati” influenzare l’opinione pubblica e la politica di alcuni stati? Come funziona?

“Nel caso specifico l’autorizzazione che gli utenti davano per raccogliere dati attraverso l’app “thisisyourdigitallife” per scopi accademici è stata disattesa” spiega l’esperto “I dati sono stati venduti alla Cambridge Analytica, azienda di data miningimpegnata nella campagna pro-Trump. Quei dati, informazioni preziosissime su utenti e loro amici, erano usati per influenzare il voto, come solitamente si fa per indirizzare un acquisto. Si tratta di marketing, e qualcuno potrebbe obiettare che non ha senso discriminare tra marketing commerciale e marketing politico: in effetti quando negli anni Novanta studiavo Scienze Politiche ci misuravamo con distribuzione gaussiana del voto, posizionamento dell’offerta politica e strumenti della propaganda, molto simili a quelli del marketing”.

L’Ad di Facebook: Mark Zuckerberg

Facebook però, negli ultimi mesi, modificato l’algoritmo che regola il flusso di contenuti, privilegiando i post degli utenti rispetto a quelli delle pagine, cos’è cambiato?

“Per gli utenti è cambiato poco, per chi gestisce fan page come me sono aumentati mal di testa e frustrazione. La portata organica, gli effetti della comunicazione social non a pagamento, è ormai irrilevante. Ma è un trend iniziato molto tempo fa, da quando i social media manager e le aziende si sono dovuti arrendere all’evidenza:Facebook non è un “free media”, ma un “paid media”. Un tempo tu imprenditore pagavi giornali e altri mezzi di comunicazione per far arrivare il messaggio al tuo cliente, ora devi pagare Zuckerberg e soci.

Qualcuno dice che le guerre di domani si combatteranno sui social, è una semplice suggestione o qualcosa di vero c’è?

“Più che sui social, sul digitale in generale: tant’è che da anni si parla di “digital wars”. Attacchi hacker, boicottaggi online, fake news sono strumenti usati quotidianamente: questo ci deve far capire che ai fucili stiamo sostituendo i bit, basti pensare a quando Cina, Russia e Corea del Nord stanno investendo nei cosiddetti hacker di stato”.

Su questi argomenti, Gianluigi Bonanomi ha scritto, insieme ad altri collaboratori, un libro programmatico intitolato “Manuale per difendersi dalla post-verità. Come combattere bufale e inganni del mondo digitale”.

 

 

 

Il Prontuario per genitori di nativi digitali sul Giornale di Vimercate

Tanti anni fa, precisamente dalla metà degli anni Novanta e per due lustri, ho scritto ogni settimana sulle pagine sportive del Giornale di Vimercate. Nel marzo del 2018 ci sono finito nuovamente, questa volta da intervista: il settimanale brianzolo mi ha intervistato in occasione dell’uscita del mio “Prontuario per genitori di nativi digitali“. Ecco l’intervista (fai clic sull’immagine per ingrandirla):

“Come sopravvivere ai figli 4.0”: Il Giorno del 17 marzo 2018 parla del nostro Prontuario

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Il 17 marzo 2018 il Giorno, storico quotidiano milanese e lombardo, ha dedicato al Prontuario per genitori di nativi digitali, e a un’intervista a noi autori, un’intera pagina. Eccola:

“Dalla Brianza, il libro che aiuta i genitori a gestire figli nativi digitali”: la mia intervista per MBNews

Il quoditiano online MBNews mi ha intervistato in occasione dell’uscita di “Prontuario per genitori di nativi digitali“. Riporto integralmente l’articolo dal titolo “Dalla Brianza, il libro che aiuta i genitori a gestire figli nativi digitali” a firma di Melissa Ceccon:

Qual è l’età giusta per far utilizzare lo smartphone ai propri figli? Mettere le foto dei bambini sui social è davvero pericoloso? Come si fa a capire se l’uso della tecnologia sta diventando un abuso? Il cyberbullismo esiste veramente? Se siete dei genitori, sicuramente, vi sarete posti almeno una di queste domande perché, innegabilmente, nell’ultimo decennio il rapido sviluppo informatico e delle nuove tecnologie è andato a creare una nuova dimensione nei rapporti interpersonali: mamme e papà, dunque, che si relazionano ogni giorni con i proprio figli – ovvero i nativi digitali – cominciano a farsi delle domande. E qualcuno ha pensato di dare tutte le risposte del caso e raccoglierle in un libro: “ Prontuario per genitori di nativi digitali”, edito da Ledizioni e scritto da due brianzoli, Gianluigi Bonanomi di Sulbiate e Fiorenzo Pilla, monzese, che uscirà nelle librerie il 16 marzo.

Il manuale d’uso per convivere serenamente con la tecnologia

Il libro, scritto a quattro mani da Bonanomi e Pilla, nasce da un percorso di incontri e workshop che i due autori hanno portato avanti negli ultimi anni con genitori e scuole: “ negli ultimi due anni ci siamo accorti che, sia nelle scuole che all’interno delle famiglie, sta nascendo una nuova consapevolezza che porta inevitabilmente i genitori a farsi delle domande per capire come è possibile fare un uso consapevole di tutta la tecnologia che abbiamo in casa – spiega Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech, formatore ma soprattutto padre di due bimbe, di 6 e 2 anni – per questo, abbiamo deciso di raccogliere tutte queste domande in un libro creando appunto un prontuario con tutte le risposte utili ai genitori che oggi si trovano a volte spaventati, a volte spaesati, a volte inconsapevoli”.

Un libro, cento risposte: ma qual è la domanda più gettonata?

“C’è un età giusta per dare ai figli un tablet o uno smartphone?”. È questa la domanda che si piazza al primo posto tra i centinaia di dubbi che, ad ogni incontro di formazione, i genitori espongono. “ C’è chi dice 16, chi 10, chi addirittura dice che non esiste un età minima – continua Bonanomi – in realtà c’è e tra l’altro è segnata anche in tutte le informative dei principali social che però quasi nessuno legge: è 13 anni l’età più indicata. Questo non significa però che poi vadano lasciati soli, deve sempre esserci un approccio condiviso tra i genitori e figli”.
Insomma, importantissime rimangono sempre le regole di famiglia, ognuna con le proprie, ma che sono assolutamente utili per crescere dei “nativi digitali” consapevoli. Ad esempio: niente computer o smartphone sul tavolo durante i pasti; mai prima di andare a dormire perché disturbano il sonno e telefoni e tablet di tutta la famiglia spenti durante la notte.

Vamping e Sharenting: i problemi più diffusi

“Ci tengo a sottolineare che con questo libro non si vuole assolutamente demonizzare l’uso della tecnologia, ma cercare semplicemente di far luce su un processo sociale che sta avvenendo nelle vita di tutti e io, come padre, mi metto assolutamente in prima persona – commenta l’autore Bonanomi – non dobbiamo sottovalutare i rischi reali come il vamping (da vampiro, non a caso), cioè l’uso notturno dello smartphone da parte dei ragazzi che rispondono a notifiche e messaggi anche alle due di notte alzandosi poi la mattina stanchi soprattutto mentalmente – spiega- oppure il tanto discusso problema dello sharenting (share=condividere, parents=genitori). Molte mamme e papà sono soliti pubblicare online foto dei propri figli, a volte già a partire dalle ecografie, senza pensare ai reali rischi: innanzitutto una volta online, le immagini sono perse, nel senso che, noi non possiamo più controllarle e possono senza alcuna difficoltà comparire poi sul database di un sito web pedopornografico. Ma soprattutto, non dobbiamo dimenticarci che stiamo fotografano persone che, anche se si tratta dei nostri figli, in futuro potrebbero essere contrariati a trovare online delle loro foto”.

Gli autori e la data di uscita

Insomma, questo è uno di quei libri che oggigiorno sono indispensabili nelle nostre librerie, un po’ come quello delle ricette della nonna. “Prontuario per genitore di nativi digitali” uscirà ufficialmente il 16 marzo, in versione cartacea ma, ovviamente, sarà disponibile anche in digitale.

Gli autori, come detto, due Brianzoli. Da Sulbiate, tutta l’esperienza di Gianluigi Bonanomi giornalista hi-tech e formatore (tiene da anni corsi sulla ricerca del lavoro online). Autore di vari libri e direttore della collana “Fai da tech” per Ledizioni. Arrivano da Monza, invece, le parole di Fabrizio Pilla, Classe 1972, Functional Analysis Manager in SIA S.p.A, ha da tempo integrato la propria professione con una solida esperienza delle dinamiche dell’universo digitale, rivolgendo particolare attenzione alla rivoluzione editoriale dal libro cartaceo all’ebook. Autore di Io Digitale, Social Family e Manuale per difendersi dalla post-verità. E’ stato fondatore dei contenitori Web “Pagine Digitali” e “Nuove Conversazioni” ed è contributor di Web magazine dedicati all’editoria elettronica.

Per leggere le altre recensioni e interviste del Pronuario, fai clic qui.

Radio Number One: l’intervista sul Prontuario per genitori di nativi digitali

Il 3 marzo 2018 la conduttrice Liliana Russo di Radio Number One mi ha intervistato, per la sua rubrica “Tutto Libri“, sul Prontuario per genitori di nativi digitali.

Abbiamo parlato dell’età giusta per dare a un bambino uno smartphone e del falso mito che Facebook sia il social più usato dai ragazzi.

Per scoprire l’età e i social che usano i nostri figli, riascolta la puntata con un clic su Play:

“Genitori, no allo sharenting”: la mia intervista per MI-Tomorrow

Il magazine meneghino MI-Tomorrow mi ha intervistato sul numero del 27 febbraio 2018. Riporto integralmente l’intervista che puoi trovare a questo link. Dopo l’immagine puoi leggerne la trascrizione.

«GENITORI, NO ALLO SHARENTING»

La tecnologia non va demonizzata, ma compresa. È il punto di partenza di Prontuario per genitori di nativi digitali, il libro di Gianluigi Bonanomi e Fiorenzo Pilla scritto per colmare le lacune e raccontare alle famiglie rischi e opportunità dell’era digitale. «Perché i genitori, per la prima volta nella storia, si trovano a dover spiegare ai figli come utilizzare questi strumenti, senza averne le competenze», sottolinea Bonanomi.

Partiamo dal titolo. Perché si parla di nativi digitali?

«Quello dei nativi digitali è un mito in parte da rivedere. I ragazzi non sono così competenti in materia di tecnologia: ciò che manca è la consapevolezza. Perciò è importante che i genitori li affianchino. Ma stare al passo per gli adulti non è semplice, la direzione cambia continuamente».

In che modo?

«Per esempio i genitori spesso credono che il principale profilo social dei figli da tenere sotto controllo sia Facebook. Ma Facebook non viene praticamente utilizzato dalla fascia pre-adolescenziale, che lo percepisce come “vecchio”. I giovanissimi preferiscono social più immediati, come Instagram, Musical.ly o ThisCrush».

Come andrebbe gestita la tecnologia dagli adulti?

«Bisogna partire dalla logica. L’unico errore grosso è quello di proibire la tecnologia ai figli, escludendoli dalle dinamiche sociali. La tecnologia è semplicemente uno strumento, che può essere utilizzato molto bene oppure molto male».

C’è un’età giusta per iniziare?

«Non proprio. L’età minima stabilita per l’accesso alla maggior parte dei social è 13 anni. Anche per l’utilizzo dello smartphone credo sia l’età giusta, ma allo stesso tempo non penso nemmeno che ci siano grossi problemi ad anticiparla leggermente. L’importante è che vengano fissate delle limitazioni e delle regole, condivise da genitori e figli».

Quali potrebbero essere queste regole?

«Spegnere lo smartphone un’ora prima di andare a letto. Non utilizzarlo quando si studia o durante i pasti, perché quello deve rimanere un momento in cui si dialoga. E poi ciò che succede su Whatsapp va condiviso con i genitori. La tecnologia non deve essere motivo di scontro in famiglia, ma di incontro e condivisione».

Quali sono i miti da sfatare?

«Che i ragazzi, con la tecnologia, non comunicano più: non è vero, lo fanno semplicemente in modo diverso. Oppure che in rete non ci sono regole: falso. Valgono le stesse normative della vita reale, come diffamazione o ingiuria. E in più esistono anche regole specifiche per il web, tra cui cyberbullismo o fake news».

Che errori possono commettere i genitori?

«Il più terrificante è lo Sharenting, parola che proviene da share e parenting. I genitori che rovinano la reputazione dei figli, postando continuamente le loro foto sui social. I bambini sono persone che un domani avranno una propria immagine digitale e si troveranno associati a certe foto. Poi può subentrare anche una questione legale, oltre che di opportunità e di buonsenso. Uno studio, ad esempio, conferma che il 50% delle foto trovate nei database dei pedofili proviene direttamente dai genitori».

Mattino Lombardia intervista Gianluigi Bonanomi sul Prontuario per genitori di nativi digitali

Il 28 febbraio 2018, nel corso della trasmissione Mattino Lombardia, la conduttrice Monica Stefinlongo mi ha intervistato sul libro “Prontuario per genitori di nativi digitali“: abbiamo parlato dell’età minima per avere uno smartphone e dei miei corsi di navigazione familiare.

Puoi riascoltare il mio intervento qui:

Per organizzare un’intervista sul libro, contattami.

Job War: l’intervista per Letture.org

Lo scorso 5 febbraio sono stato contattato dalla redazione di Letture.org che mi ha chiesto un’intervista sul libro Job War. Quelle che seguono sono le domande e risposte dell’intervist pubblicata qui.

Dottor Bonanomi, Lei è autore del libro Job War. Strategie e tattiche di ricerca del lavoro nella sfida tra Millennial e Over 40 edito da Ledizioni: la ricerca del lavoro è una guerra?
Job War. Strategie e tattiche di ricerca del lavoro nella sfida tra Millennial e Over 40, Gianluigi BonanomiC’è chi dice che la ricerca del lavoro sia un lavoro. Io e David Buonaventura (il coautore di Job War, nonché ideatore del metodo Colloquio Diretto) l’abbiamo immaginata come una guerra. Da pacifisti, è chiaramente una metafora, anzi una serie di metafore: nel libro parliamo di strategie, tattiche, posizionamento, attacco, rifornimenti e così via.

Come è possibile trovare lavoro ai tempi della crisi e del Web?
In due modi: con il posizionamento – è il lavoro a cercare te – e con la candidatura diretta; meglio se si saltano a piè pari le società di selezione. Nel libro io e David ci siamo divisi i terreni di… scontro. La mia parte è quella che parla della preparazione per la candidatura, con una strategia di posizionamento che dimostri autorevolezza. Quella di David, tramite il suo metodo, riguarda la proposizione diretta al responsabile della selezione.
In gergo guerresco si parla di manovra a tenaglia, ma possiamo immaginare il sistema Job War come un prima e un dopo, una preparazione e una finalizzazione. Servono entrambe le fasi, non puoi persuadere se non hai fatto opera di pre-suasione. Questa espressione l’ho presa a prestito da Robert Cialdini, il guru della persuasione, il cui testo degli anni Ottanta è presente sui comodini di tutti quelli che si occupano di comunicazione e di vendita; prima Cialdini parlava solo delle tecniche di persuasione (ne trattiamo, nel libro), nel 2017 invece è uscito con un testo sulla pre-suasione (sta per “precedente persuasione”): tutta la parte che viene prima, di preparazione o condizionamento.

In che modo è possibile costruire la propria credibilità?
Vi siete cercati con Google? Che cosa salta fuori? Dopo aver guardato il vostro CV per nove secondi – questo dicono le statistiche – i recruiter vogliono sapere chi siete davvero: professionalmente, e allora vanno su LinkedIn; e personalmente, quindi vanno su Facebook o su altri social generalisti. Meglio farsi trovare al meglio, anche con contenuti che dimostrino le vostre competenze e autorevolezza. Il modo migliore per dimostrare la propria credibilità è investire sui contenuti: da ex giornalista che punta forte sul personal branding ne sono profondamente convinto.

Quanto è importante il proprio posizionamento online?
Attualmente mi occupo di formazione, anche sui temi del lavoro, e di marketing, in particolare di content marketing, detto anche inbound marketing. Quel è la differenza tra inbound e outbound?

Faccio un esempio. State cenando in famiglia, squilla il telefono, numero sconosciuto: “Pronto, sono Mario di ChiamateMoleste Srl, la disturbo per chiederle quale operatore telefonico usa attualmente…”. La solita chiamata di uno sconosciuto per vendere qualcosa. Questo, in gergo marketing, si chiama “outbound marketing”, dove “outbound” sta per “in uscita”. In particolare queste chiamate sono definite “a freddo” perché il cliente non ha la più pallida idea di chi lo stia contattando, né perché. Questo tipo di marketing, ancora in uso, non funziona praticamente più.

Immaginate, invece, quest’altro scenario. State cenando in famiglia, mentre discutete con coniuge e figli in merito alle prossime vacanze, nasce la discussione su dove andare in vacanza con il cane. Non ne avete la più pallida idea, allora lo cercate con Google: “campeggi animali ammessi”. Spulciate tra i risultati, trovate l’articolo di un blog che elenca e commenta le migliori soluzioni per famiglie con “amici a quattro zampe”. Il blog è di una catena di camping, trovate un modulo dove lasciare il contatto per essere contattati e ricevere un’offerta. Il giorno dopo vi chiama un addetto e vi dà tutte le informazioni che cercavate. Questo, in gergo marketing, è chiamato “inbound marketing” o “content marketing”. “Inbound” perché, al contrario di outbound, il contatto del cliente è “in entrata”, non più a freddo ma stavolta a caldo. “Content marketing” perché si sfruttano i contenuti per attirare i clienti.
Che cosa c’entrano inbound e outbound quando si parla di ricerca di lavoro? Una tecnica outbound è l’invio del curriculum a un responsabile del personale, una inbound è pubblicare un articolo su LinkedIn in modo da attirare l’attenzione del potenziale datore di lavoro…

In che modo è possibile individuare l’azienda e le persone a cui rivolgersi?
Esistono diversi modi per trovare un’azienda papabile. Posto che due lavori su tre, in Italia, si trovano per conoscenze (e quindi il primo suggerimento è quello di lavorare sul networking, e qui torno ancora a suggerire un investimento su LinkedIn), esiste sempre la possibilità di sfruttare la Rete per trovare delle opportunità di lavoro. Consiglio sempre di attivare delle “job alert”, avvisi di nuove posizioni lavorative aperte, su siti con candidature, come Monster, o motori di ricerca, come Infojobs. Ma prima ancora occorre lavorare direttamente alla fonte, tenendo d’occhio le pagina “Lavora con noi” o, meglio, inviando candidature spontanee. Perché inviare una candidatura se l’azienda non cerca? Perché quando cercherà partirà dal database interno: perché dovrebbe pagare terzi per una offerta pubblica, che gli costa centinaia di euro se non di più, se può risparmiare?

In generale, una volta individuata l’azienda, occorre fare due cose. Verificare che l’azienda sia sana, e per questo non serve una visura camerale: spesso basta una ricerca con Google affiancando il nome della ditta alle parole “crisi”, “sindacati”, “solidarietà” e così via. Seconda cosa: trovare il referente giusto a cui scrivere usando, ancora una volta, LinkedIn: perché scrivere alle risorse umane se possiamo dialogare direttamente con il responsabile di reparto che ha bisogno di voi?

Quali sono i consigli migliori per imporsi nella competizione per il posto di lavoro?
Studiate. Studiare per rafforzare le soft skill visto che, come dimostro nel libro, anche le competenze trasversali si possono allenare. Le soft skill, nell’attuale mercato del lavoro, contano più delle hard skill: una competenza tecnica si può sempre recuperare con un corso, un’attitudine meno.
Ma anche studiate il vostro settore, ambiente, le aziende dove volete andare a lavorare; non avete idea di quante persone si presentino ai colloqui (se si presentano…) senza nemmeno sapere che cosa fa l’azienda.

Altra dritta fondamentale. Un sacco di persone mi domandano come mai mandano centinaia di CV e non trovano mai risposta. Ovvio, rispondo loro: mi stupirei se rispondesse qualcuno. Mandate lo stesso identico CV al pizzicagnolo sotto casa e alla Apple. Non può funzionare. CV e lettera di accompagnamento, ormai una mail, sono strumenti di comunicazione. Ma non serve per parlare di sé: occorre comunicare al datore di lavoro potenziale che voi siete la riposta ai loro problemi. In questo caso sono come lettere di vendita.

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LinkedIn, come scegliere la foto profilo: intervista a Enrico e Piera dello studio Giudicianni&Biffi

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La foto del mio profilo LinkedIn, quella dove sorrido, quella qui sopra, non è un selfie. Me l’ha scattata una professionista, Piera Biffi, dello studio Giudicianni&Biffi di Mezzago, dalle mie parti. Per avere un contributo professionale sulla questione foto profilo di LinkedIn, ho chiesto a Piera ed Enrico dello studio di rispondere ad alcune domande.

Piera ed Enrico, l’immagine del profilo di LinkedIn è sostanzialmente una foto business: quali sono i consigli per fare una foto efficace?

Non tutte le foto business sono uguali e conoscerne l’utilizzo finale è basilare. Il fotografo deve capire qual è soprattutto la mansione svolta, nonché quale immagine si vuole dare di sé o dell’azienda: strettamente professional o più informale? Tassativamente seriosa o più creativa e giocosa?

L’immagine del profilo deve saper rendere immediatamente riconoscibile il ruolo del soggetto e allo stesso tempo trasmettere il tratto distintivo e l’unicità della sua personalità. Di qui la ricerca della miglior “posa”, la location più indicata, la luce più calzante per poter ottenere un risultato che sia in linea con le aspettative e le richieste.

Importante quindi è che sia ben deducibile che la foto sia stata eseguita da un professionista, questo anche a dimostrazione della cura e serietà del soggetto nei confronti delle proprie scelte e nei confronti delle persone alle quali si propone.

Che differenza c’è tra immagine social e ritratto business?

L’immagine del profilo social, a differenza del classico business portrait, richiede inquadrature più limitate, visto il piccolo spazio utile: da preferire quindi sono i primi piani e uno sfondo che non distolga l’attenzione dal soggetto.

Ma si può eventualmente lavorare in post-produzione?

La post produzione (i ritocchi, per intenderci) è necessaria per correggere piccole imperfezioni temporanee, ammorbidire rughe e dare un aspetto più salubre e tonico ma senza esagerazioni. 

Qual è il segreto per fare una buona foto da profilo?

Come per tutte le foto di ritratto, uno fra gli aspetti principali per una buona riuscita è sicuramente l’empatia fra fotografo e soggetto fotografato. Solo in questo modo si riescono a produrre ritratti “emozionali”, in cui il soggetto si riconosca. Importante è riuscire a instaurare un rapporto amichevole che riesca a mettere il committente davvero a proprio agio, stare di fronte ad un obiettivo fotografico è condizione di profondo disagio per molti.

Occorre quindi che il fotografo sia pronto, veloce ed efficace negli scatti che devono essere eseguiti senza tempi morti o pause forzate (qui la preparazione anche tecnica di un professionista fa la differenza) e dove il fotografo riesca sempre a dialogare e interagire rassicurando il soggetto.

Avete dei consigli riguardo l’abbigliamento?

L’abbigliamento deve essere consono al proprio ruolo professionale e alla propria personalità, in ogni caso sempre curato e attento ai dettagli (trucco e parrucco).

Qualche indicazione pratica?

Per ruoli impiegatizi/manageriali giacca e cravatta per l’uomo e tailleur e camicia per la donna sono un obbligo, mentre per ruoli artistici o creativi il casual e informale è consigliato.

Tornando a LinkedIn, consigliate la foto “brandizzata”, dove si veda il logo dell’azienda?

La foto profilo di LinkedIn è talmente piccola che inserire il brand la penalizzerebbe dal punto di vista del riconoscimento del soggetto. Ma se il logo viene inserito con discrezione, il vantaggio è di avere una foto che condivisa porta visibilità all’azienda.

Eccone un esempio, il ritratto business di un amministratore delegato:

Ci potete mostrare altri esempi di foto particolarmente riuscite?

Eccole, ve ne mostriamo tre intere; come nel caso precedente è evidenziato il tondo che mostrerà LinkedIn.

Una segretaria di direzione:

Un filosofo:

E un manager:

 

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LinkedIn e sicurezza informatica: l’intervista a Giancarlo Calzetta

In Rete circola da tempo un acronimo divertente, PEBKAC: “Problem Exists Between Keyboard And Chair”, ossia “Il problema sta fra tastiera e sedia“. Quando si parla di problemi legati alla sicurezza, nove volte su dieci l’anello debole siamo noi. Anche sui social, anche su LinkedIn.
Ho contattato uno dei più grandi esperti di cybersecurity italiani: Giancarlo Calzetta, direttore editoriale di Security Info (www.securityinfo.it) e collaboratore di diverse testate, tradizionali (come Il Sole 24 Ore) e digitali (come Tom’s Hardware).

Gianlcarlo, social e privacy non paiono andare molto d’accordo: come possiamo però giocare in difesa su LinkedIn?

Social Network e privacy non vanno mai d’accordo dal momento che partecipare attivamente a un social network vuol dire mettere in piazza un po’ di fatti propri. Con LinkedIn, se vogliamo, il problema è ancora più importante perché se un utente di Facebook può limitarsi a fare da spettatore, pubblicando nulla di utile sul proprio conto, su LinkedIn ci si iscrive con il preciso intento di farsi trovare e impressionare chi visita il nostro profilo con le nostre competenze e referenze. LinkedIn è una miniera d’oro per i cybercriminali e gli stalker perché tutto quello che pubblichiamo è vero e più accurato possibile. Qualcuno è addirittura tentato di abbellire più del dovuto il proprio profilo pubblicando referenze false, ma così si diventa solo più appetibili per i criminali dal momento che loro sono proprio a caccia di “pesci grossi”.
Inoltre, molte delle informazioni sono direttamente reperibili anche tramite Google e questo significa che il nostro motore di ricerca preferito ha accesso a molte delle informazioni disponibili sui nostri profili. Ricordiamoci che avere una impronta digitale importante è utile per il nostro lavoro, ma ci espone ad attacchi di ogni tipo.

Esiste la possibilità di subire furti di dati o d’identità o truffe, su LinkedIn?

Bisogna vedere cosa si intende per “furti di dati”. Se io attacco un biglietto da visita sopra alla mia porta, posso dire che chi passa può rubarmi i dati? Con LinkedIn funziona più o meno così, ma con una variante importante: gli utenti di LinkedIn vogliono farsi vedere ed espandere il più possibile il proprio network. Così, però, i propri dati vengono sparpagliati per il web e resi disponibili praticamente a tutti.
Tramite una serie di passaggi, un malintenzionato può sfruttare le informazioni trovate su LinkedIn, magari incrociandole con quelle presenti su altri social network, per rubare l’identità di qualcuno e farsi concedere prestiti o, addirittura, concludere delle vendita in nome vostro, intascando il compenso e lasciando l’onere del falso ordine alla società per cui lavora la persona a cui ha rubato l’identità.

Disseminare dati su LinkedIn, inoltre, sta diventando un pericolo anche per gli altri oltre che per se stessi. Per esempio, quando un gruppo di criminali prepara una intrusione informatica, per prima cosa fa un giro su LinkedIn per cercare i fornitori dell’azienda che hanno scelto come bersaglio. Le grandi aziende, infatti, di solito hanno difese ben armate e attaccarle direttamente è molto complesso. I loro fornitori, invece, sono molto meno attenti e rappresentano una porta di ingresso privilegiata verso bersagli complicati.
LinkedIn è anche un vero e proprio paradiso per i venditori di fumo. Chiunque abbia in mente un sistema di marketing piramidale cerca di fare grande uso di questo network per attirare professionisti e utenti attivi in un determinato campo lavorativo. Qui si costruiscono una
“reputazione” di alto livello tramite feedback e raccomandazioni lasciati da complici compiacenti, magari tramite dei falsi profili intestati a personaggi influenti nel settore, e partono proponendo lavori ben retribuiti che fungano da specchietto per le allodole. L’idea è sempre quella di intascare un capitale iniziale per poi sparire nel nulla o abbindolare i malcapitati adducendo scuse o dichiarando (falsi) fallimenti.

Puoi dare una dritta per dormire sonni tranquilli?
No, su Internet non si dorme, altrimenti si cade preda dei malintenzionati. La prima cosa da fare con LinkedIn, ma vale anche per gli altri social, è quella di non aggiungere alla nostra cerchia di
contatti chiunque lo chieda. In primo luogo, i contatti che non conosciamo non portano praticamente mai niente di utile alla nostra professione. In secondo luogo, molti di questi contatti “mai sentiti” sono in realtà profili fasulli creati da chi raccoglie informazioni “a strascico” nella Rete. Evitiamo di fare la fine delle sardine e accettiamo nelle nostre cerchie solo persone fidate. Ricordatevi che se una persona è accettata come contatto conosciuto avrà accesso a tutti i dati che avete condiviso.
In secondo luogo, bisogna sempre tenere gli occhi aperti. Se un collega che ci sembrava d’averci già contattato ci chiede di nuovo di entrare tra i nostri contatti, controlliamo con un messaggio se si tratta davvero di lui. Se non lo è, attenzione: qualcuno ci ha presi di mira e probabilmente sta puntando alla nostra azienda o a qualcuno dei nostri clienti.
Infine, è sempre una buona idea quella di usare un indirizzo email diverso da quello principale per iscriversi a questi servizi. Se vediamo arrivare richieste di lavoro sull’indirizzo usato dai social, solleviamo un sopracciglio e prendiamo il messaggio con le pinze.

 

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