Pericoli della Rete: la mia intervista per Sei La TV

Il 27 novembre 2018 sono stato invitato alla trasmissione “Sei in salute“, rubrica medica del canale Sei in TV di Bergamo (216 del DDT), per parlare di pericoli della Rete: cyberbullismo, dipendenza, privacy, sicurezza, le sindromi Fomo e Nomofobia e altro ancora.
Ecco la registrazione della trasmissione:

Durante la trasmissione ho parlato anche di fake news:

Smart city: 10 esempi concreti (il mio articolo per Agendadigitale.eu)

Questo articolo sulle Smart City è stato pubblicato su Agendadigitale.eu il 22 novembre 2018.

Dieci esempi concreti di smart city ispirati dal libro “Un new deal digitale” di Bas Boorsma e dallo studio di Assolombarda“Smart cities tra concetto e pratica”. Con la convinzione che la smart city non è un insieme di soluzioni, bensì un approccio diverso su come risolvere i problemi delle comunità e del territorio

Da anni si parla ormai di smart city e il rischio che resti una “buzzword”, solo un concetto di moda, è altissimo. Per evitarlo ho voluto raccogliere in questo articolo dieci esempi concreti: dimostrano che la città non solo è intelligente, ma anche attualissima.

Mi è capitato di leggere l’interessante libro “Un new deal digitale” di Bas Boorsma, tradotto da Donata Delfino con la collaborazione di Raffaele Gareri, presidente dell’associazione “The Smart City Association Italy”. Il testo, corposo e completo, affronta tutti i temi legati alle Smart City, dalla progettazione all’etica, dalla tecnologia alla sociologia, dai soggetti in campo ai rischi. E fa molti esempi concreti legati al concetto di big data, eccone cinque.

  • In India la tecnologia blockchain viene utilizzata per il rilascio del documento di identità, sostituito da un numero di 12 cifre con input biometrici. Il sistema è usato per pagare le tasse, votare e chiedere contributi. Lo SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale italiano, va in questa direzione.
  • La piattaforma Watson di IBM può aiutare un oncologo nel suo lavoro: sfruttando i dati raccolti da 20.000 riviste scientifiche, dà consigli su misura che nessun medico o equipe sarebbe in grado di dare. Il prossimo passo sarà fare le diagnosi partendo dall’analisi del DNA.
  • I big data possono aiutarci nella lotta contro il terrorismo. Per esempio Palantir permette di costruire modelli grafici integrando diverse fonti di informazione (dalle transazioni bancarie di tutto il mondo alla quantità di pioggia caduta in una determinata zona), con strumenti di advanced analysis.
  • Per entrare direttamente in una smart city, parliamo delle strade. In futuro la raccolta dei dati permetterà di accendere la luce quando davvero serve o abbassare i prezzi dei parcheggi in un quartiere, in tempo reale, per ridurre la congestione di altre zone della città.
    Un ottimo esempio è quello di Cisco Kinetic for cities: un software che raccoglie, aggrega e fa convergere dati provenienti da settori come mobilità, rifiuti, illuminazione, ambiente, pubblica sicurezza e acqua, poi li visualizza e ne evidenzia le correlazioni in modo da reagire a moltissimi eventi, anche inattesi, con provvedimenti adeguati.
  • Come sottolineato da Dino Maurizio proprio su questo sito (Quali passi per rendere smart una città con i big data: casi di studio) è molto difficile trovare esempi italiani. Del resto Intel e Juniper Research mettono Singapore, Londra, New York, San Francisco e Chicago al top tra le città più virtuose: nessuna città italiana, e nemmeno europea. Eppure qualcosa, anche da noi, si sta muovendo: per esempio Venezia ha messo a punto un sistema misto di telecamere, sensori laser e infrarossi capaci di contare le persone presenti in città in tempo reale.

Dopo gli esempi ispirati dal libro di Boorsma, altrettanti li prendo da “Smart cities tra concetto e pratica”, studio di Assolombarda.

  • Amsterdeck è un sistema di “water quality monitoring”, ovvero di controllo della qualità dell’acqua della città di Amsterdam.
  • Il progetto MONICA, utile per ridurre l’inquinamento acustico, ha visto tra le città capofila anche Torino. Si stanno sperimentando dal 2017 tecnologie per il controllo e la gestione del rumore e indossabili (wearables) per la sicurezza.
  • Il progetto Zero Traffic Deaths In San Francisco by 2024 consiste nell’applicare a taxi e autobus tecnologie di machine learning, computer vision e robotica per ridurre gli incidenti su strada.
  • Il progetto National Steps Challenge di Singapore utilizza le wearable technologies per migliorare la salute dei cittadini.
  • Il progetto “Unteres Hausfeld” di Vienna permette, tra le altre cose, di ridurre l’utilizzo del cemento e sperimentare altri materiali meno inquinanti.

Che cos’è esattamente una smart city?

Una definizione di smart city. Secondo il report “Smart City Progetti di sviluppo e strumenti di finanziamento” dell’Osservatorio Smart City dell’ANCI, l’associazione nazionale dei Comuni italiani, si può definire Smart City “una città che, secondo una visione strategica e in maniera organica, impiega gli strumenti dell’ICT come supporto innovativo degli ambiti di gestione e nell’erogazione di servizi pubblici, grazie anche all’ausilio di partenariati pubblico-privati, per migliorare la vivibilità dei propri cittadini; utilizza informazioni provenienti dai vari ambiti in tempo reale, e sfrutta risorse sia tangibili (ad es. infrastrutture di trasporto, dell’energia e delle risorse naturali) sia intangibili (capitale umano, istruzione e conoscenza, e capitale intellettuale delle aziende); è capace di adattare se stessa ai bisogni degli utenti, promuovendo il proprio sviluppo sostenibile”.

Potrei continuare all’infinito: gli esempi, anche eclatanti, non mancano. In ogni caso, va ribadito, la smart city non è un insieme di soluzioni, bensì un approccio diverso su come risolvere i problemi di una comunità e di un territorio. Quindi ogni territorio, pur partendo dai casi pratici di altri, deve riflettere sulla propria storia e contesto, e individuare o definire il proprio percorso “smart” che si concretizzerà attraverso proprie soluzioni (magari anche diverse da quelle altrui) costruite secondo nuove logiche di business, partenariato, sostenibilità, inclusione e, in definitiva, secondo modelli di ecosistema.

Challenge letali su Youtube: la testimonianza di Ramon Maj

Martedì 20 novembre non ho tenuto una serata sui pericoli della Rete come tutte le altre. Ho avuto l’onere di intervistare Ramon Maj, il padre di Igor Maj.

La storia di Igor Maj

La notizia, sconvolgente, fu data così dal Corriere della Sera:

Il 6 settembre, giovedì della scorsa settimana, in un appartamento della prima periferia di Milano, viene trovato morto un adolescente, un ragazzo di 14 anni, biondo, col fisico atletico, appassionato di scalate in montagna, come suo padre. Il ragazzo si è soffocato con una corda da roccia, e i carabinieri hanno trasmesso alla Procura per i minorenni notizie e primi accertamenti sul «suicidio», perché quella, all’inizio, era la scena.
È passata una settimana, e la morte di quel ragazzo, per quanto sostiene la sua famiglia, ha una spiegazione diversa dal suicidio. Lo racconterebbe almeno un video, tra le ultime pagine Internet visitate e rimaste memorizzate nella cronologia di navigazione del giovane rocciatore, un video che rientra nella categoria «cose pericolose in Rete» e parla di blackout, o «gioco» del soffocamento, una sorta di sfida che consisterebbe nello sperimentare una carenza di ossigeno, fin quasi allo svenimento.

Le parole del padre di Igor sul Corriere della Sera

A quattordici anni sei un po’ leone e un po’ bambino. Cerchi il brivido della sfida, le prove di coraggio. Poi però vai dalla mamma o dal papà, e ti rannicchi un po’ con loro. […] Nostro figlio era irrequieto e vivace, era bravo a scuola e faceva tanto sport. […] In un momento in cui era da solo a casa ha cercato su youtube due parole: “sfida ragazzi” […]. È partito un video “5 Challenge pericolosissime che gli adolescenti fanno”. “Ci sono moltissimi giochi che diventano virali e di tendenza – diceva la voce – . Senza usare un po’ di testa, si rischia di finire molto male”. Sottinteso: tu che hai la testa, puoi sfidare il limite. Ce la fai. L’ultima sfida era una sorta di “gioco” al soffocamento […] e ha provato convinto di poter controllare tutto con la sua forza e la sua intelligenza. […] È così che è morto Igor, appeso, per colpa di un inganno online. Strangolato da una corda. Da una di quelle che in arrampicata servono per salvarsi la vita. […] Ad Igor non erano “negate” le sfide o le cose strane, però le ragionavamo assieme […], l’ho sempre indirizzato sul come farle e sul non farle da solo e  pensavo (evidentemente sbagliando) che lui avesse capito, che avesse gli strumenti per valutare.”
(Ramon Maj, Corriere della sera di giovedì 11 ottobre 2018)

La challenge black out

La challenge, sfida in inglese, di cui si parla si chiama black out: prevede che i giovani si comprimano la carotide fino a svenire per soffocamento. Una pratica che online raccoglie migliaia di fan, non solo in Italia, e accompagnata persino da centinaia di video-tutorial. In realtà la sfida al soffocamento esiste da decenni (è anche una pratica sessuale), ma la Rete ha reso virale la diffusione di questo “gioco” conosciuto anche con i nomi di pass-out challenge o chocking game.

Challenge su Youtube: che cosa sono?

Che cos’è esattamente una challenge? Va detto che queste sfide non sono tutte pericolose, anzi. Nascono come social challenge innocue: una persona si sfida con un’altra o più persone in giochi molti buffi, come per esempio la whisper challenge, che consiste nel capire il labiale dell’altro mentre si ascolta musica.

Peccato però che alcune challenge siano molto pericolose. Tutti citano la controversa Blue Whale (inizialmente entrata nel nostro Paese come una fake news, come hanno ammesso Le Iene, ma poi diffusasi per emulazione): consiste nel seguire un percorso di prove folli e autolesionistiche fino a buttarsi giù dal tetto di un palazzo. Per alcune settimane sembrava che fossero a decine i casi in Italia, poi l’allarme è rientrato.

Ma sono molte, come segnala Avvenire, le pratiche “estreme” propugnate sul Web e che finiscono con esercitare attrattiva sui ragazzi più fragili, o meno seguiti nelle ore passate davanti a computer e smartphone: si va dal balconing (la pratica di gettarsi da un palazzo all’interno di una piscina o di un altro balcone) alla moda dei selfie sui binari del treno o sulla strada (a volte purtroppo si trasformano in selfie mortali: killfie) fino al knockout (che consiste nel buttare a terra i passanti con un pugno o un calcio dato all’improvviso) e all’eyeballing (buttarsi vodka sugli occhi in cerca di allucinazioni e sballo immediati).

Perché i ragazzi sono attratti dalle challenge? Sono delle specie di riti di iniziazione, spiegano gli psicologi: i ragazzi devono dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri. Devono dimostrare di essere dei duri, di sapere superare i propri limiti, devono sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso, inusuale, da raccontare l’indomani agli amici.

La serata di Carate Brianza

Così l’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo ha presentato l’evento con Ramon Maj:

Martedì 20 novembre 2018 alle ore 21 presso il Cineteatro L’Agorà di Carate Brianza, in via Amedeo Colombo n. 2, si terrà il primo incontro del ciclo La trappola della rete in una rete di trappole in un dialogo tra il giornalista Gianluigi Bonanomi, esperto in cyberbullismo, e Ramon Maj, padre di Igor, il ragazzo 14enne milanese deceduto il 6 settembre 2018 a causa di un “gioco” troppo pericoloso.

L’incontro è aperto a tutti con ingresso libero fino ad esaurimento posti ed è promosso dall’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo di Carate Brianza con l’intento di offrire al territorio un momento di riflessione e di scambio sui temi della genitorialità e dell’educazione, che mai come oggi si pone quale priorità per giovani che hanno di fronte una società che offre pericoli e grandi contraddizioni.

La testimonianza di Ramon Maj

Durante la serata di Carate ho registrato parte dell’intervento del padre di Igor, Ramon. Ne presento qui la registrazione, che è diventata una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“:

 

 

Il mio videocorso gratuito per genitori su Computer Idea

La rivista Computer Idea, per la quale ho scritto per quasi un decennio, ha dedicato il seguente articolo ai miei corsi gratuiti per genitori: quello sulle pillole di igiene digitale e quello sulle bufale online.

Qui il testo dell’articolo:

Corso gratis per genitori

Vorremmo saperne di più su temi come sicurezza informatica, parental control, privacy, monitoraggio del telefono dei nostri figli, ma non sappiamo da dove cominciare e soprattutto abbiamo poco tempo?
Alla pagina https://bit.ly/2NrPEpl troviamo un mini corso gratuito tenuto dall’esperto di comunicazione digitale e social media Gianluigi Bonanomi, per tutti quei genitori che vogliono confrontarsi con i propri figli ed evitare di lasciarli soli di fronte agli schermi, ma si sentono impreparati.
Dieci videopillole di conoscenza che possiamo ricevere comodamente nella nostra casella di posta elettronica,
in dieci giorni. Consigli, riflessioni e strumenti per “l’igiene digitale” di tutta la famiglia, che servono ad affrontare in modo più consapevole, appropriato e senza timori le tematiche legate al mondo digitale che ci riguardano da vicino, ogni giorno. Potremo poi approfondire seguendo il podcast “Genitorialità e tecnologia” che parla di figli, schermi, regole e pericoli della Rete con tanti approfondimenti e interviste a esperti del settore.
Gianluigi Bonanomi è un giornalista professionista specializzato in tematiche hi-tech, autore di 16 libri, creatore di contenuti per agenzie di comunicazione e formatore, prevalentemente tramite il canale online. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Fai da tech”, una collana dedicata al mondo dell’informatica a 360 gradi, di facile lettura. Per muoverci nella giungla delle tecnologie e dei complicati rapporti tra giovani e mondo hi-tech possiamo affidarci al “Prontuario per Genitori di Nativi Digitali”, 4,90 euro in e-book.

Qui trovi l’articolo in formato PDF:
Computer_Idea_N162_articolo_Gianluigi_Bonanomi

Corso sui pericoli della Rete: l’articolo del corriere dei social media

,

Il corriere dei social media ha dedicato, lo scorso 28 ottobre, un articolo al corso che ho tenuto presso Primopiano sui pericoli della Rete. Questo il contenuto dell’articolo:

MILANO: La cooperativa giornalistica Primopiano di Milano ha ospitato sabato scorso il corso del giornalista e formatore Gianluigi Bonanomi. Il corso, al quale hanno partecipato numerosi giornalisti rientrava nel programma di formazione continua per i professionisti del settore che vede la cooperativa  fra i più importanti centri accreditati dall’Ordine dei Giornalisti. Primopiano, infatti, da anni affianca al proprio impegno di creatore di contenuti e informazioni per importanti media del settore radio televisivo anche  la formazione con corsi legati al settore dei social, del content marketing, linkedin, deontologia professionale e video ripresa.

Il corso di Gianluigi Bonanomi dal titolo Web e social, i pericoli della rete“è stato un compendio di educazione digitale per giornalisti, genitori, docenti e studenti. Tutti interessati in un modo o in un altro con il mondo di internet e con i suo miti da sfatare.Fra i temi della mattinata i problemi legati alla dipendenza, alla salvaguardia della reputazione sulla rete e al crescente fenomeno del cyberbullismo, declinato secondo varie tipologie che possono passare attraverso i conflitti verbali ,la denigrazione o ancora l’esclusione sociale che spesso interessa gli studenti.

Gianluigi Bonanomi da tempo ha affiancato il suo ruolo di comunicatore digitale e giornalista a quella di formatore con un occhio di riguardo a i temi  delle nuove tecnologie e la genitorialità. Per questo ha organizzato diversi corsi e seminari, nonchè progetti con le scuole. Suoi due libri sul tema come “Prontuario per genitori di nativi digitali   e “Navigazione familiare”  entrambi editi da Ledizioni.      

Si è inoltre parlato degli aspetti legali legati alla diffamazione, al cyberbullismo e alla pubblicazione di immagini non autorizzate sui social o sui servizi di messaggistica grazie all’intervento dell’avvocato Marisa Maraffino, specializzata in Diritto delle telecomunicazioni, giornalista e docente su temi legati alla deontologia. Luigi Paonessa

[VIDEO] Comunicazione digitale: dieci libri indispensabili (più uno)

Sono moltissimi i testi che si pubblicano ogni anno sulla comunicazione ma solo alcuni sono diventati dei classici o comunque aggiungono qualcosa di davvero sostanziale. Tre le decine, forse centinaia che ho studiato, ne ho scelti 10. Anzi 11 (alla fine del video scoprirai perché). Si parla di personal branding, marketing, neuromarketing, psicologia, Web writing, storytelling, public speaking e altro ancora. Buona visione e buona lettura.

PS: nel video ne cito un altro sui dieci libri che mi hanno cambiato la vita; lo trovi qui:

Guida calcistica di LinkedIn: la mia intervista per MiTomorrow

,

Questa intervista è stata pubblicata su Mitommorrow (cartaceo e Web) il 4 ottobre 2018.

Gianluigi Bonanomi: «Fatevi furbi su LinkedIn»

L’utilità di LinkedIn è innegabile. Ma per molti, il social network impiegato nello sviluppo di contatti professionali nasconde ancora troppi segreti, risulta tanto complicato e poco intuitivo. Come riuscire, dunque, a renderlo a portata di tutti? La risposta la dà Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi della comunicazione digitale, che vive e lavora tra Milano e la Brianza. Dopo anni di corsi sull’uso strategico di LinkedIn, Bonanomi ha capito che serviva un testo che ne spiegasse l’utilizzo. Occorreva però dargli un taglio diverso per rendere lo strumento accessibile a tutti. Serviva una metafora. E qual è la più popolare, in Italia, se non il calcio? È nato così Guida calcistica di LinkedIn, in uscita in tutte le librerie.

Bonanomi, come le è venuta l’idea?
«Ho pensato che esistono tantissimi manuali sul tema, alcuni anche molto buoni. Ma l’impostazione è quasi sempre molto seria e non accattivante. Infatti molti ritengono che LinkedIn sia uno strumento distante da loro. C’era bisogno di renderlo più popolare, pratico. Ho utilizzato il mio approccio tipico, quello del sorriso sulle labbra, per renderlo interessante e coinvolgente».

Da cosa si parte?
«Dal social media marketing. Un ambito, tra l’altro, in cui si utilizzano sempre metafore del mondo militare. E anche il calcio ha le stesse metafore: si parla di bomber, strategie, di attacco e di difesa. Così ho iniziato a ragionarci e fantasticare. E mi sono divertito molto. L’unico problema è che ho attirato l’attenzione di chi si occupa di calcio. Hanno iniziato a seguirmi sui social allenatori e giocatori. Ecco, vorrei dire a tutti che questo libro parla di LinkedIn e non di calcio. Il calcio è una scusa (ride, ndr)».

Ci sveli qualche trucco. Come si usa LinkedIn?
«Devi differenziarti dalla massa, fare qualcosa di diverso da quello che fanno gli altri. Poi su LinkedIn devi scrivere non per te stesso, ma per gli altri. Pensare a come puoi essere utile. Per spiegarlo, ho raccontato la storia di José Mourinho».

Ovvero?
«Mourinho voleva lavorare al Manchester United. Così ha scritto una relazione di 30 pagine in cui analizzava tutti i problemi della squadra nell’ultima stagione e ne proponeva le soluzioni. Risultato? Assunto. È quello che dovremmo fare noi quando cerchiamo un lavoro, facendo intuire che siamo una soluzione, non un problema».

Un altro esempio calcistico?
«Quello di Zlatan Ibrahimović. È conosciuto per essere un personaggio un po’ sopra le righe e non solo per le sue doti balistiche. Ma nella figurina che ho publicato, sorride. Ha capito che nelle foto devi ispirare simpatia e fiducia. È provato da uno studio sui neuroni specchio. La stessa cosa dobbiamo fare con la foto del curriculum: sorridere. Poi ci sono tante storie, come quella di un osservatore del Genoa che si era camuffato da calciatore. Ne ho preso spunto per spiegare come fare a spiare profili altrui senza essere “sgamati”».

È un libro proprio per tutti?
«Certo, anche per figure particolari come i venditori. Si spiega cosa vuol dire fare social selling: bisogna partire dall’autorevolezza. E quindi dai contenuti».

Quali errori commettiamo?
«Su LinkedIn tutti pensano a quali sono le loro competenze, ma nessuno pensa a come farsi trovare. Il segreto è capire cosa cercheranno gli altri. Quindi lavoriamo sull’ottimizzazione dei testi del profilo. Ad esempio, nessuno cercherà mai su LinkedIn “Educazione cinofila”. Meglio scrivere che ci si occupa di “Addestramento cani”. Bisogna ragionare in ottica web».

Perché è importante saper usare questo strumento?
«L’88% dei Recruiter va a cercare online chi sei, indipendentemente dal tuo cv. Quindi devi curare la presenza web, perché ora è diventata la sostanza. E se riesco ad aiutarti, parlando di Maradona, Baggio e Allegri, perché no. Dopotutto, in Italia cosa c’è di più nazional popolare del calcio, dopo la pizza?».

“L’arte di delegare (agli algoritmi)”: il mio articolo per StartUp News

Questo articolo è stato pubblicato su StartUp News il 29 settembre 2018

“Ragazzi, non scherziamo: lo smart working non è lavorare in modo più intelligente. È far lavorare qualcun altro al posto tuo”.

Questa che è solo una battuta (io la chiamo tecnorisata) ha, in un certo senso, un fondo di verità. In questo articolo ti parlerò dell’arte di delegare. E non necessariamente a essere umani.

La matrice di Eisenhower

La prima volta che ho sentito parlare della matrice di Eisenhower ero ancora uno sbarbato, e forse la usavo per decidere se montare prima i Lego o leggere i Topolino. Scherzi a parte, si tratta di uno strumento molto utile per organizzare, quantomeno mentalmente, i propri impegni a seconda di urgenza e importanza. Tra i quattro quadranti della matrice ce n’è uno che riporta le cose urgenti ma non importanti: sono quelle da delegare.

Delegare a chi?

Non sempre puoi delegare a dipendenti e collaboratori. Perché la tua azienda è piccola e agli inizi, come una start-up, o perché sei un libero professionista, come me. Ciononostante esiste sempre la possibilità di delegare a un essere umano, esternalizzare qualche servizio come la segreteria, la contabilità o altri compiti ripetitivi.

Anche in questo caso la tecnologia – Internet in particolare – ci viene in aiuto: esistono servizi online che permettono di delegare alcuni compiti come quelli di segreteria. Un esempio è Mysecretary.com. Un altro esempio? Non ho tempo si sbobinare il contenuto di un video per farne un articolo del mio blog o non sono in grado di creare jingle o fare caricature o altro: basta rivolgersi alla gig economy. Una piattaforma che uso molto è Fiverr.

Delegare a cosa?

Esistono invece molti altri compiti che possono essere automatizzati. Non servono gli umani! In questo caso non occorre tirare in ballo le leggi della robotica di Asimov. Sto solo parlato di task automator, strumenti che permettono di eseguire compiti meccanici e ripetitivi semplicemente impostando evento scatenante (trigger, in gergo), operazioni da fare e piattaforme coinvolte.

Personalmente uso molto Zapier (ma una valida alternativa, e viceversa, è IFTTT): per esempio tutte le volte che qualcuno mi cita in Twitter (senza menzionarmi) mi arriva un alert in email; oppure tutte le volte che qualcuno si iscrive a un mio forum i suoi dati finiscono in un foglio di Google Documenti; tutti gli allegati che arrivano da un certo mittente in mail finiscono direttamente in una cartella di Dropbox. Le app da integrare sono moltissime: da Asana a Slack, da SalesForce a Buffer (altro ottimo strumento per delegare la gestione dei nostri canali social).

L’evento

Parlerò di questi temi il prossimo 21 novembre a Milano, nel corso di un evento organizzato da TeamLeader. A questo indirizzo trovi il programma dell’evento “Word smarter” e il modulo di iscrizione.

Guida calcistica di LinkedIn: la mia intervista per StartUp News

,

Questa intervista è stata pubblicata su StartUp News il 29 settembre 2018.

Guida calcistica di LinkedIn: un modo originale per avvicinarsi al social professionale

Avevamo conosciuto Gianluigi Bonanomi su questo blog per un’intervista dove raccontava la sua “personal disruption”: da giornalista informatico a formazione aziendale. Ora è impegnato nel lancio del suo ultimo libro, la “Guida calcistica di LinkedIn” (19 euro il cartaceo, 6,99 euro l’eBook – Ledizioni). Un titolo che ci ha incuriosito, e di cui gli abbiamo chiesto genesi e qualche chicca.

Ciao Gianluigi, da dove parte questo nuovo progetto?

cover_guida_calcistica_linkedin_gianluigi_bonanomi

Sono anni che tengo corsi sull’uso strategico di LinkedIn a privati, aziende (anche startup!) ed enti pubblici. Ogni volta chiedo quante persone hanno aperto un profilo: tantissime. Poi chiedo a quanti LinkedIn non piace: parecchie. Per quanti LinkedIn non funziona: diversi. Quest’ultimo è un caso tipico di sindrome “volpeuvesca”. Alcuni dei partecipanti mi hanno chiesto di scrivere un libro sul tema, perché le mie slide sono belle ma “non sono la stessa cosa”. Era arrivato il momento di accontentarli, di tradurre in manuale quanto ho imparato in questi anni (insegnare è imparare due volte) ma anche di contribuire a superare lo scetticismo verso un social network – e social media: non serve solo per tessere relazioni, ma anche per pubblicare contenuti – poco amato e molto frainteso.

E per digerire LinkedIn serve il calcio?

Per far digerire qualcosa di indigesto serve la fantasia. Ho pensato a una metafora. Mi serviva un esercizio di pensiero laterale: un accostamento, anche azzardato, per spiegare LinkedIn. E quale tema è più popolare, anzi nazional-popolare, nel nostro Paese, dopo la pizza?

Il calcio!?

Esatto. Qui i miei trascorsi da giornalista sportivo mi hanno aiutato: da ragazzino andavo in giro per i campetti di periferia per raccontare le partitelle che si disputavano sui campi spelacchiati della Brianza.

Il gioco del pallone è esso stesso metafora…

Già! Anni fa lessi il testo del sociologo Alessandro Dal Lago, “Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio”: spiegava che il calcio è sì uno sport, un gioco, ma soprattutto è la rappresentazione della guerra: in generale incanala buona parte della conflittualità della società occidentale. Le squadre sono gli eserciti che si affrontano nella cornice dello stadio, che ha torri e bandiere come un castello. La compagine casalinga deve difendere la porta come un tempo si difendevano le mura della propria città; quella in trasferta deve assediare e conquistare.

La metafora è chiara. Ma che c’entra LinkedIn?

Ho fatto un salto logico: calcio-guerra-business. Il mondo aziendale e in particolare il marketing – e nel libro parlo tanto di social media marketing – usano la metafora della guerra (il libro di Sun Tzu “L’arte della guerra” è più citato nei meeting dei venditori che nelle accademie militari): target, obiettivo, conquistare il mercato, strategie, addestramento della forza vendita, guerrilla marketing e via dicendo. Insomma, sia il marketing che il calcio usano le stesse metafore belliche. Ho solo applicato la proprietà transitiva (era dai tempi delle scuole medie che aspettavo di farlo).

Chiaro. Quindi di cosa tratta, in pratica, il tuo libro?

A partire da elementi calcistici ben noti, nel testo spiego gli usi corretti e quelli inopportuni del social network professionale per eccellenza. Uno strumento, LinkedIn, che sebbene non sia paragonabile al social “generalista” Facebook, conta ora più di 10 milioni di italiani iscritti (e se l’è comprato Microsoft).

Qualche esempio di uso scorretto?

Qualcuno usa LinkedIn solo per cercarsi un lavoro, scambiandolo per Monster e InfoJobs. Qualcun altro lo scambia per Facebook, e racconta la sua vita al di fuori del lavoro (perché loro mica sono schiavi come noi del lavoro: lavorano per vivere!). Altri ancora chiedono contatti solo per vendere o vampirizzare gli altri, invece di capire che alla base del networking c’è il dono, la generosità, la condivisione.

E qualche uso virtuoso?

Ci sono molti che usano LinkedIn da attaccanti, per vendere, ma avendo ben presente che il social selling non vuol dire fare i venditori di enciclopedie porta a porta online. Altri usano questo social, e tengo la metafora del titolo, per fare calciomercato: trovare i candidati. Infine qualcuno lo usa per esibirsi in virtuosismi: la pubblicazione di contenuti di valore (content marketing).

Intrigante questo uso delle metafore calcistiche. Altre?

Per esempio uso le figurine e i falli: mi aiutano a spiegare, in parole povere, foto profilo e cadute di stile.

Perché i fondatori di una startup dovrebbero leggerlo?

Perché un piano di comunicazione digitale (con LinkedIn in primo piano) è fondamentale per acquisire notorietà, posizionarsi e curare la reputazione sul Web. Ma non solo: spesso il business angel, prima di incontrare lo startupper al pitch, ha già guardato online chi è. A partire dal profilo LinkedIn.

Benessere digitale: la soluzione è davvero il digital detox?

Articolo pubblicato il 28 settembre 2018 su Agendadigitale.eu

Ci sono molti buoni motivi per prendersi dei break dalla tecnologia, nella vita privata ma anche in azienda, dove la digitalizzazione ha portato alcuni effetti collaterali come il tecnostress e l’eccessiva frammentazione dei tempi di lavoro. Qualche dato per riflettere e le possibili soluzioni per combattere la dipendenza

Sono poche le persone che soffrono un vera dipendenza da smartphone e internet, a “livello ricovero” per capirci. Ma sono tantissime quelle che iniziato ad avere un vero problema di gestione della tecnologia che le circonda, tanto da aver modificato radicalmente le proprie abitudini di vita, sociali e lavorative per colpa di smartphone e schermi vari.

Si parla sempre più spesso di benessere digitale (digital wellbeing), anche in azienda, fino addirittura arrivare al digital detox, disintossicazione dal digitale. Facciamo il punto della situazione.

I numeri del fenomeno

Nel libro Digital Detox di Alessio Carciofi si citano tantissime statistiche riguardo a questo fenomeno. Segnalo quelle più impressionanti (le altre le trovi qui “Dipendenza da smartphone: 15 statistiche incredibili”):

  • Veniamo interrotti ogni 180 secondi. Le distrazioni consumano il 28% della nostra giornata.
  • Lavoriamo due ore in più per recuperare il tempo perso tra notifiche, gruppi Whatsapp, mail e conferenze call.
  • Il 68% degli italiani guarda lo smartphone anche se non ci sono notifiche.
  • Uno studio Microsoft ha rilevato che, una volta interrotti da una notifica email, i lavoratori impiegano 24 minuti per tornare proficuamente al compito sospeso.
  • Una ricerca Cisco rivela che 3 utenti su 5 trascorrono più tempo libero con lo smartphone che con il proprio coniuge.
  • Nove persone su dieci soffrono della sindrome della vibrazione fantasma (fonte Ansa).
  • Non riusciamo ad allontanarci dallo smartphone per più di 20 centimetri.
  • Negli usa 1000 persone sono rimaste ferite perché camminavano a testa bassa con il cellulare.
  • Tre incidenti stradali su quattro sono causati da distrazione, sempre più per colpa dello smartphone. Guardare il telefono vuol dire distrarsi, e guidare bendati, per 10 secondi, 110 metri.

Le soluzioni proposte dai big del Web

Facebook, Apple e Google godono di grande popolarità, sono tra le aziende più amate del mondo. Fanno sognare, ispirano, migliorano la vita. Ma, se parliamo di benessere digitale, sono sul banco degli imputati. Per questo hanno deciso di prendere la questione di petto e offrire possibili soluzioni al problema.

Per esempio YouTube dà una mano a capire quanto tempo si trascorre online tra i suoi video, grazie a uno strumento disponibile nel menu del proprio account (facilmente raggiungibile da app): monitora quanto tempo è stato impiegato a guardare i video il giorno stesso, quello prima e negli negli ultimi 7 giorni. Si può addirittura impostare anche un limite, chiedere di ricordare di fare una pausa.

E gli altri? Facebook ha messo a punto un contatore che dice quanto tempo passiamo sul social. Lo stesso ha fatto Apple con l’iPhone.

Due app per combattere la dipendenza da smartphone

Oltre alle soluzioni presentate dai big, esistono delle applicazioni specifiche per combattere la dipendenza da smartphone.
La prima è Moment ed è molto interessante perché fa leva su una dimensione social – quindi non più privata – dell’esperienza d’uso e di abuso dello smartphone: è possibile configurare l’applicazione affinché mandi un alert, un avviso, a parenti e amici nel momento in cui si esagera con l’uso.
L’altra app degna di menzione è HabitLab, disponibile anche per Chrome. Partorita dall’università di Stanford è un collettore di molti strumenti per limitare l’uso di servizi e siti popolari: per esempio Amazon per gli acquisti compulsivi e Netflix per il binge watching. In concreto l’app permette di bloccare video virali e i clickbait su Facebook, avverte quando esageriamo o rischiamo di perdere il controllo.

Il digital detox

C’è chi considera le soluzioni sopra esposte troppo blande e chiede un vero e proprio ritorno alla stato di natura per evitare il bournout digitale (esaurimento da tecnologia). O comunque una disintossicazione dalla tecnologia, anche temporanea: il cosiddetto digital detox.

Perché prendersi dei break dalla tecnologia? I motivi sono diversi, secondo il già citato libro di Carciofi:

  • migliorare l’attenzione sul lavoro, dove è richiesta la focalizzazione;
  • avere spazio per sognare (o, perché no, annoiarsi);
  • incontrare persone senza distrazioni (per esempio a pranzo);
  • leggere libri o scrivere un diario;
  • godere della natura;
  • prendersi una pausa dallo stress;
  •  riflettere su se stessi.

Nel libro si propone anche programma del “digital felix” che punta tutto sui concetti di rallentamento, riduzione all’essenziale, riconsiderazione delle priorità e, soprattutto, di un tornare a puntare su se stessi e sul proprio benessere. Anche spirituale.

Il benessere digitale in azienda

Il processo di digitalizzazione nelle aziende, spinto anche da iniziative come Industry 4.0, rischia di portare con sé alcuni effetti collaterali, come il tecnostress e l’eccessiva frammentazione dei tempi di lavoro, che possono tradursi in minor produttività aziendale e insoddisfazione dei lavoratori.

Il tema del benessere digitale in azienda è sempre più sentito, tanto che i corsi sull’argomento vengono tenuti regolarmente per le RSPP (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione).

Quali le soluzioni per il tecnostress in azienda?

Nel corso di un seminario tenuto presso l’Università Bicocca di Milano lo scorso 10 aprile 2018, ho ipotizzato quattro tipi di soluzioni, derivanti dall’incrocio di quattro variabili. Soluzioni tecnologiche o culturali? Soluzioni individuali o collettive?
Ecco i quattro tipi di soluzioni risultanti.

  • Soluzioni tecnologiche individuali: un esempio può essere la tecnica del pomodoro, usare cioè uno stratagemma per concentrarsi ed equilibrare lavoro e pause, ma soprattutto per restare focalizzato e non farsi distrarre da notifiche e alert. In pratica quando si lavora si mette il telefono in pausa.
  • Soluzioni tecnologiche collettive: l’uso di uno strumento come Slack permette, come promette l’azienda (vuole ammazzare le email), di abbattere il numero di messaggi di posta elettronica e lavorare meglio in team.
  • Soluzioni culturali individuali: qui si parla di trucchi di nudging, per esempio impostando lo smartphone su scala di grigi si è molto meno invogliati a usarlo.
  • Soluzioni culturali collettive: stabilire delle policy d’uso di questi strumenti, come per esempio il divieto di inviare email fuori dall’orario di lavoro (cosa peraltro proibita in Francia).

In generale il benessere digitale sarà il grande tema dei prossimi anni. Ora che hai letto questo articolo, ti consiglio di prenderti una pausa: spegni il PC o riponi lo smartphone.