Piantatela di scrivere “case history” al posto di “case study”!

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Qualche tempo fa feci un post su Facebook per pubblicizzare un mio corso. Una signora commentò scrivendo: “Case study!”. E io risposti, tranquillo: “Sì, nel corso parleremo anche di case study!”, ma lei puntualizzò: “No, nella descrizione del corso hai scritto case history, ed è sbagliato”.

Case history ovunque

Sicuro del fatto mio, e pure un po’ permaloso, risposi piccato che si può dire anche case history. Anzi, il mondo del Web e i siti aziendali, sono pieni zeppi delle case history aziendali. Per fare un esempio prendo il sito di Cisco, ma potrei pescarne ovunque (da Enel a Zucchetti):

Che cos’è una case history?

Quella signora che mi riprese aveva ragione: nel mondo anglosassone case history vuol dire tutt’altro. Per esempio il dizionario Collins recita:

A person’s case history is the record of past events or problems that have affected them, especially their medical history.

In pratica se un inglese o un americano visita il tuo sito e vede case history si aspetta che gli racconti delle operazioni all’appendice e del menisco operato l’anno scorso…

Case study o caso di studio

Molte aziende, invece, riportano correttamente la dicitura “case study”, come nel caso di Web ranking:

Il caso di studio, come riportato da Wikipedia, è mutuato dal mondo scientifico anche se poi abbondantemente usato in quello aziendale:

Il caso di studio (oppure caso studio) è un metodo di ricerca utilizzato, nell’ambito di questioni complesse, per estendere l’esperienza o rafforzare ciò che è già noto da precedenti ricerche. Viene impiegato in diverse aree della scienza, in particolare se ne fa ampio uso nelle scienze sociali, e permette di porre enfasi sull’analisi contestuale dettagliata di un numero limitato di eventi o condizioni e le loro relazioni.

Il meme

In un articolo su Medium di Francesca Amendola si riporta questo meme:

Serve un corso sulla comunicazione digitale?

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La puntata di SeiLaTV dedicata a tre miei libri: Prontuario per genitori, LinkedIn e Nerd

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Durante la trasmissione Pomeriggio 216, in onda sul canale SeiLaTV, la conduttrice Barbara Caramelli mi ha intervistato per una puntata speciale dedicata a tre miei libri:

In questa parte di puntata, intitolata “Tutte le opportunità del digitale”, si è parlato del libro “Prontuario per genitori di nativi digitali” (Ledizioni):

Poi è stata la volta della “Guida calcistica di LinkedIn”:

Infine abbiamo parlato del mio libro sulle battute hi-tech (alcine lette in diretta da Barbara), “Anche i nerd nel loro piccolo sghignazzano”:

Queste due immagini del dietro le quinte:

Lo storytelling nel Riepilogo di LinkedIn: 5 tecniche da usare

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Questo articoli sull’uso dell’arte dello storytelling su LinkedIn, in particolare nel riepilogo, è stato pubblicato su Digital4 il 1 aprile 2019.

Digital storytelling e Personal Branding: 5 tecniche da usare nel Riepilogo LinkedIn

Come si possono usare al meglio i duemila caratteri che abbiamo a disposizione nel riepilogo LinkedIn? Prima di ogni cosa bisogna ricordarsi di partire bene e puntare sull’incipit. Obiettivo: catturare l’attenzione

LinkedIn è uno dei migliori strumenti per fare personal branding è certamente LinkedIn. Nel proprio profilo si inseriscono molte informazioni riguardo carriera, skill, corsi e progetti. Ma si può anche raccontare, usando tecniche di storytelling, la propria storia (mi raccomando: in prima persona!). Questa va inserita nella sezione detta Riepilogo, o Summary. Molti trascurano quella sezione, invece è possibile usare proficuamente quei 2.000 caratteri. Per esempio usando le cinque tecniche di storytelling che troverai in questo articolo.

1. Puntare sull’incipit

Dei duemila caratteri a disposizione, solo i primi sono mostrati al visitatore del tuo profilo. Se vuole leggere il resto, deve fare clic su “Visualizza altro”.

Per questo occorre partire con un incipit che catturi l’attenzione. Non certo il banale “C’era una volta”… Come scrive Massimo Petrucci nel suo manuale di scrittura creativa: “L’incipit è il primo battito del nostro racconto e deve immediatamente sedurre il lettore”.
Potresti usare una battuta, a mo’ di ice-breaker, oppure una frase a effetto, come William Arruda, esperto di personal branding e… impenditore:

Pochissimi usano la tecnica di storytelling definita “in media res”. Questa espressione viene da Orazio: si riferiva allo stile epico di Omero; l’autore dell’Iliade e dell’Odissea faceva cominciare il racconto ad avvenimenti già in corso, non partiva dall’inizio. Idea per te: un virgolettato di quell’oratore che ti ha cambiato la vita e la carriera. Si potrebbe anche partire dalla fine e giocarsi il Riepilogo LinkedIn come un insieme di flashback.

2. Gli archetipi

Cristofer Vogler, pescando da Campbell a Jung, ci spiega che “tutti i racconti sono costituiti da alcuni elementi strutturali comuni, che si trovano universalmente nel mito, nelle fiabe, nei sogni e nei film. Essi sono conosciuti come il viaggio dell’eroe”. Senza perdersi in discorsi complessi sull’inconscio collettivo, basti sapere quello che sottolinea Luisa Carrada“I temi del ritorno a casa, del superamento degli ostacoli, della perdita e del ritrovamento, sono comuni anche al giornalismo e in qualche misura anche alla scrittura di impresa. Acquisire un importante contratto non è molto diverso dall’uscire vivi dalla fossa dei leoni e anche un gelido case history può diventare una bella storia a lieto fine”.
Come usare tutto questo in LinkedIn? Raccontami, cavaliere, quale drago hai sconfitto! Eventualmente parlami di mentori, nemici, ricompense e morali. Ecco un esempio di come si può usare questo schema: “La crisi del settore mi ha messo di fronte a un bivio: potevo rimanere aggrappato al mio vecchio mestiere, arrabattandomi e venendo a compromessi, oppure potevo ricominciare tutto daccapo. A me piacciono le sfide.” In pratica: Blockbuster da una parte e Netflix dall’altra. Come hai superato la crisi del 2008? Come stai gestendo la Digital Transformation? Quali paure avevi quando hai mollato il posto fisso?

3. Show, don’t tell

Stephen King, parlando di Annie Wilkes (l’infermiera che tiene prigioniero Paul Sheldon in Misery), scrive nella sua autobiografia On Writing: “Ho cercato di non scrivere mai frasi esplicite come: «Quel giorno Annie era depressa, forse con inclinazioni suicide», oppure: «Quel giorno Annie sembrava particolarmente felice». Se sono io a dovervelo dire, ho perso. Se viceversa vi presento una donna taciturna e dai capelli sporchi che fagocita dolci con accanimento, spingendovi a concludere che Annie è nella fase depressiva di un ciclo maniaco-depressivo, vinco”.

Non dire che sei bravo, simpatico, carismatico. Fallo dire agli altri. Tu limitati a dimostrarlo, per esempio dando i numeri (in senso positivo). Non “Sono un ottimo commerciale” ma “Nel 2018 ho fatto crescere il fatturato della mia azienda del 20%”. I numeri sono, spesso, l’unica cosa che conta. Guarda come ha impostato il suo riepilogo LinkedIn Cristian Zaccardo, ex campione del mondo con l’Italia nel 2006:

4. I cliffhanger

Un buon racconto prevede anche dei colpi di scena. “Il cliffhanger è un espediente narrativo usato in letteratura, nel cinema, nelle serie televisive o nelle opere videoludiche, in cui la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante caratterizzato da una forte suspense” (Wikipedia). Io l’ho usato così sul mio profilo:

5. Il racconto ciclico

La narrazione circolare prevede che la situazione di partenza si ripresenti, un po’ modificata ma sostanzialmente simile, alla fine del racconto. Nel film Sentieri Selvaggi apertura e finale sono praticamente la stessa scena:

Come utilizzare questa tecnica in LinkedIn? Potresti iniziare raccontando che, durante un esame universitario, il tuo professore ti disse, magari con un po’ di strafottenza, che non saresti mai diventato un dirigente di alto livello, uno scrittore, un primario o altro. Invece ce l’hai fatta. Alla fine del racconto puoi prenderti una rivincita, con stile. Non ricorda Davide Vs. Golia?

Il Riepilogo LinkedIn è la parte più difficile da gestire, su LinkedIn. Per tutto il resto puoi seguire il mio videocorso gratuito per sistemare tutto il profilo LinkedIn, 10 pillole da ricevere in posta elettronica.

“I sette tipi di cyberbullismo”: il mio speech per Bayer Italia e Unamsi

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Il 21 marzo 2019, primo giorno di Primavera, sono stato invitato da Bayer Italia e da Unamsi (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione) a tenere uno speech sul cyberbullismo nell’ambito di un evento del ciclo “Conosciamoci Meglio”, organizzato per celebrare i 120 anni di Bayer a Milano.

La conferenza sul cyberbullismo

Nel nuovo Centro Comunicazione Bayer di Viale Certosa, l’evento dal titolo “Bulli da paura. Come difendere i ragazzi dai violenti” ha visto la partecipazione del giornalista Massimo Barberi nel ruolo di moderatore, nonché della dottoressa Francesca Maisano, psicologa Centro disagio Adolescenziale, del capitano Colletti dei Carabinieri di Milano e di Marianna Sala, Presidente di CORECOM Lombardia.

 

Il mio intervento: 7 tipi di cyberbullismo (video)

Durante la serata ho parlato dei dei sette tipi di cyberbullismo (fonte):

1.Flamming (conflitti verbali)

2.Harassment (molestie)

3.Denigration (fake news)

4.Cyberstalking (terrorizzare le vittime)

5.Impersonation (furto di identità)

6.Tricy o Outing (diffusione informazioni carpite)

7.Exclusion (escludere da un gruppo)

In questo video trovi le slide e il mio speech dell’intervento, meno di venti minuti:

La puntata del podcast

Ho inserito questo speech anche all’interno del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“:

Ascolta “#57 I 7 tipi di cyberbullismo: il mio speech per Bayer Italia e Unamsi” su Spreaker.

L’intervista dopo l’evento

Subito dopo l’intervento sul palco, sono stato intervistato da una troupe giornalistica. Ecco l’intervista:

Le immagini dell’evento

Il live tweeting dell’evento

Questi i tweet che sono stati postati durante l’evento (fai clic sulle immagini per ingrandirle):

L’evento sulla stampa

L’evento di Bayer e UNAMSI è stato ripreso da molti siti e blog. Questo è uno stralcio dell’articolo di Affaritaliani.it che riporta la classificazione del cyberbullismo e alcuni consigli per i genitori:

Gianluigi Bonanomi ha esordito spiegando come almeno il 70% dei ragazzi che incontra nel corso della sua attività di formazione sia convinto che il bullismo sia una questione che non riguardi gli adulti e che possa essere comodamente risolta nel gruppo di pari, evidentemente sottovalutandone le conseguenze, anche penali.

[…]

Bonanomi ha evidenziato come si possano distinguere 7 tipologie di cyberbullismo:

1) Flaming: i conflitti verbali attraverso un post e le successive interazioni
2) Harassment: molestie vere e proprie, seppure in maniera “virtuale”
3) Fake news: la denigrazione della vittima attraverso la diffusione di informazioni false, comportamento che oltretutto può integrare i reati di ingiuria e diffamazione
4) Cyber Stalking: comportamenti che mirano a terrorizzare le vittime tenendole sotto controllo anche attraverso l’utilizzo di localizzatori GPS, app per lo spionaggio e altre tecnologie utilizzate in maniera impropria
5) Il furto di identità: è un comportamento che consiste nell’appropriarsi delle foto e dei dati pubblicati dalla vittima per postare a suo nome o comunque per utilizzarli in maniera a lei nociva
6) La diffusione di informazioni carpite: l’esempio più tristemente noto è proprio quello di video e foto realizzate in situazioni intime e inoltrate a conoscenti o comunque rese pubbliche
7) L’esclusione del gruppo: una forma di bullismo particolarmente pesante soprattutto in età adolescenziale, dove l’identificazione coi pari è un elemento fondamentale

Un elenco che certamente può incutere timore nei genitori di bambini e ragazzini che reclamano la possibilità di navigare sullo smartphone o altri device.

Per dar loro una mano, Bonanomi fornisce alcuni consigli pratici: “Suggerirei di prestare molta attenzione al fenomeno dello ‘sharenting’, una crasi tra ‘share’ e ‘parenting’ nata per descrivere la brutta abitudine di molti genitori che, per ottenere qualche like, pubblicano le foto dei propri figli. Io, personalmente, non ho mai postato alcuna foto dei miei figli, perché una volta messe online le foto non sono più di tua proprietà e, soprattutto, non sono più sotto il tuo controllo. Ormai, in media, i bambini ricevono il primo smartphone a otto anni: sta diventando il regalo più gettonato per la prima comunione. Acconsentire o negare? Ci sono delle vie di mezzo. Per esempio si può acquistare un cellulare di basso costo, tenerlo in casa a disposizione di tutti e connetterlo alle stesse chat di WhatsApp o social network al quale accede il bambino, così da monitorare in maniera discreta cosa succede. Poi c’è la ‘navigazione familiare’, un’attività di condivisione dell’esperienza online che propongo spesso nei miei percorsi formativi”.

Personal branding: 4 errori da evitare – Il mio articolo per Digital4

Lo scorso 11 marzo 2019 Digital4 ha pubblicato il mio articolo dal titolo “Personal Branding: quattro errori da evitare“:

Il Personal Branding è oggi uno strumento fondamentale per ogni professionista in cerca di lavoro o desideroso di accrescere la sua rete di conoscenze. Ecco cosa non fare quando si vuole promuovere se stessi nell’era della comunicazione digitale (a tutti i costi), fare Personal Branding è ormai indispensabile per ‘farsi una reputazione’. Accade però che sempre più manager e professionisti si stanno buttando sguaiatamente online, con la foga di occupare spazi che, spesso, poi restano vuoti. O peggio.

Ecco perché, quando si fa Personal Branding, è necessario impostare un’adeguata strategia per mettere in luce i punti di forza, quello che rende unici e comunicare efficacemente quello che si sa fare e come lo si sa fare.

Ma ancora più importante è non fare dei passi falsi. In questo articolo ho raccolto un poker di errori da non fare quando si vuole puntare sul Personal Branding.

1. Fraintendere il Personal Branding

Quando si parla di Personal Branding si fa sovente riferimento a questa celeberrima frase di Jeff Bezos“Il personal brand è quello che le persone rimaste dicono di te quando esci da una stanza”.

Questo esclude quindi l’autoincensamento; nel mondo della comunicazione digitale si può fare propria la regola principale dello storytelling: “show, don’t tell” (vedi “On writing”, la biografia-manuale di Stephen King). Dimostra di essere bravo, non dirlo tu!
Sai quanti “leader di settore” ci sono in Italia? 315.000, secondo Mr. Google.

Post scriptum: vietato esagerare, basta un semplice controllo incrociato per vedere che quei due anni di studio dell’inglese in Inghilterra erano in realtà due settimane a lavare i piatti. Memento: ricorda come è finito chi millantava lauree e master…

2. Non monitorare la propria reputazione online

Il brutto del Web è che tutto resta e tutto è ricercabile: schegge impazzite di conversazioni sbagliate possono perseguitarti per sempre, e raramente il diritto all’oblio garantito da Google è la soluzione. Ma è anche il bello del Web: puoi intercettare qualsiasi comunicazione o conversazione che ti riguardi. Possibilmente in tempo reale. È fondamentale che tu abbia coscienza di quel che si dice di te. A maggior ragione se, per ragioni lavorative, ti esponi: pubblicazioni, eventi pubblici, speech, ruoli di rilievo, news di settore e così via.

Come monitorare? Esistono diversi strumenti per farlo, dai più semplici (fare ego-surfing: cercarsi su Google, o usare degli alert) ai più complessi, come per esempio piattaforme in grado di valutare anche il “sentiment” di quel che si dice, non solo “se” ma “come” si parla di te.

3. Non posizionarsi correttamente

Il panorama business del nostro Paese non solo è saturo di leader di settore, ma è anche costellato di dirigenti e professionisti tutti uguali: un esercito di cloni. Usano tutti gli stessi strumenti, la stessa comunicazione, le stesse frasi fatte (28.500 “persona dinamica” e 5.000 “proattivo/a” su LinkedIn). Che non interessano a nessuno.

Sono decenni che Dale Carnegie spiega che agli altri, di noi, interessa poco: tutti sono interessati solo a se stessi. O parli di loro o parli per niente. Come puoi essere utile agli altri? Quindi: “ho due lauree e un master” NO, ma “aiuto le piccole e medie imprese della Lombardia a esportare in Cina” SÌ.

Quando si fa Personal Branding, per rendere una comunicazione efficace devi differenziarti dai concorrentipuntando sul dare valore. Per almeno due motivi: evitare la commoditizzazione (se siamo tutti uguali, la differenza la farà il prezzo, ovviamente al ribasso) e puntare sulla memorabilità (perché qualcuno dovrebbe notarti, ricordarsi di te e soprattutto sceglierti?).

Un corretto posizionamento, secondo il brand positioning, parte anche da una specializzazione: nella società del terziario avanzato si cercano gli specialisti, non i generalisti. Non ci sono più gli “allevatori di bestiame” ma, tra i tanti, gli “addetti alla fecondazione artificiale della specie suina”. Quando ho smesso di fare il giornalista professionista ho fatto un grosso errore. Il panico da mutuo e la prima figlia in arrivo mi hanno fatto mettere il piede in più scarpe: facevo il giornalista online ma anche il blogger, il social media manager ma anche il formatore sulla comunicazione digitale, per non dire altro. Zac-zac, ho tagliato un po’ di cose, quasi tutto, e ora mi presento solo come formatore.

Se fai troppo, non fai nulla davvero bene. E se fai cose troppo diverse, non sei credibile. Su LinkedIn ho incrociato un tizio che fa l’architetto, il designer, il grafico, il fotografo, il producer musicale e il consulente pensionistico. Uno, nessuno e centomila.

A proposito, la conosci la storia delle lasagne di Colgate? Scoprila in questo video:

4. Non alimentare la comunicazione

Quando ti sei posizionato, con i tuoi bei ‘Riepilogo’ e ‘Headline’ su LinkedIn o nella pagina ‘Chi siamo’ del sito Web, sei al punto di partenza, non di arrivo.

“Non si può non comunicare”: quest’altro celebre assioma di Paul Watzlawick – noto psicologo e filosofo tra i più importanti esponenti dell’approccio sistemico – sta a indicare che la scelta di non comunicare è essa stessa comunicazione. Non usi i social e il Web? Quello che percepisce il pubblico – per esempio clienti o partner – è un silenzio assordante, che può significare tante cose: snobismo o incapacità.

Bene, ma che cosa comunicare? Esistono, nel piano (editoriale) perfetto, tre tipi di contenuti con i quali puoi rimpinguare il tuo blog e le bacheche di LinkedIn, Facebook, Twitter, Instagram o altro: i contenuti WHO, dove parli di te, i contenuti WHAT, dove parli delle tue soluzioni, e infine i contenuti WHY, gli unici che fanno davvero breccia nel pubblico. Non dovresti parlare di te o venderti a tutti i costi: devi parlare del pubblico, di quello che interessa davvero a chi legge: i suoi bisogni, i suoi problemi, i suoi sogni e le sue paure. Tutto il resto è un parlarsi addosso ormai insopportabile da parte di leader di settore senza settore.

Se vuoi seguire un corso gratuito sul Personal Branding, ti aspetto sul sito gianluigibonanomi.com.

 

I 12 smartphone del futuro: il nuovo articolo satirico per Agenda Digitale

Ecco i dodici trend del futuro che l’industria degli smartphone non ha ancora avuto il coraggio di svelare, e che invece Agenda Digitale ha avuto l’ardire di rendere pubblici nella mia rubrica satirica.

Povera di idee ormai da anni, l’industria degli smartphone non sa più come stupire (e giustificare prezzi di listino anche a tre zeri). Ultimamente ha presentato al mondo modelli davvero strani: quello che si piega (per lavoratori flessibili?), quello con cinque fotocamere posteriori (per paparazzi?) e quello che ti legge la mano (per chiromanti?). Ecco i dodici trend del futuro che non ha ancora avuto il coraggio di svelare.

1. Lo smartphone RdC. Consegnato insieme alla card del Reddito di Cittadinanza, permette di ricevere chiamate illimitate ma di farle solo ai Navigator dei Centri per l’impiego.

2. Il nuovo telefono Apple: è uguale al modello precedente ma costa il doppio. Per veri brand ambassador della Mela.

3. Il cellulare trapper. La voce viene adulterata automaticamente con l’autotune.

4. Lo smartphone contro il tecnostress. Quando si accorge che esageri con social e giochini, si blocca fino a quando non ti sposti in un prato e ti sdrai (geolocalizzazione e accelerometro controllano le corrette posizione e postura).

5. Il cellulare Tinder. Si possono inserire fino a 10 SIM per gestire tutte le relazioni contemporaneamente.

6. Il telefono per genitori apprensivi (e un po’ nazisti). Va consegnato a tuo figlio: se l’erede non risponde entro il terzo squillo quando lo chiami, parte una scossa elettrica, tipo taser.

7. Il telefono che telefona e basta. Ideato per un target di ottuagenari, promosso con dei banchetti ai margini dei cantieri, al posto del touchscreen ha il disco per la composizione rotante dei numeri. Invece della SIM ha la SIP.

8. Lo smartphone che fa il caffè: purtroppo le dimensioni sono considerevoli perché serviva lo spazio per ospitare le cialde.

9. Il cellulare telemarketing: gestisce in autonomia tutte le chiamate per le nuove offerte imperdibili di operatori telefonici, forex e Sky. Permette di impostare gli insulti predefiniti o simulare una rapina in banca in sottofondo.

10. Il cellulare Ferragnez: si fa i selfie da solo.

11. Il telefono di lusso tempestato di cristalli Swarovski e caldarroste.

12. Lo smartphone analfabeta funzionale: serve solo per condividere fake news, gattini e test sulla personalità.

LinkedIn per assicuratori: il mio primo articolo per “Parliamo di assicurazioni”

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Nessuna descrizione della foto disponibile.Parliamo di Assicurazioni è un blog lanciato da Luisa Rosini e Pietro Cantù Rajnoldi che ha lo scopo di aiutare chi lavora nel mondo assicurativo a usare in modo utile e consapevole il Web. Dal febbraio 2019 collaboro al progetto con contenuti e progetti di formazione. Questo è il mio primo articolo per il blog.

LinkedIn per assicuratori, costruisci il tuo profilo con il metodo LINKEDIN10C

LinkedIn è una risorsa anche per gli assicuratori, infatti è il social network professionale per eccellenza (quante persone conoscete che usano le alternative Xing o Plaxo?) e ormai conta oltre 12 milioni di italiani iscritti. Migliaia di questi lavorano nel mondo assicurativo.

Perché un assicuratore, un broker, un perito, un consulente dovrebbero usare LinkedIn? I motivi sono sostanzialmente tre:

  1. Personal branding. Costruire una solida reputazione online, grazie al posizionamento e all’autorevolezza,
    è indispensabile dal momento che datori di lavoro e clienti ti cercheranno prima di incontrarti.
  2. Social selling. Usare questo strumento per vendere i propri servizi è ormai indispensabile, sempre comprendendo che non si vende una polizza a qualcuno che ti ha appena concesso il collegamento. Quello equivale a una vendita a freddo.
  3. Networking. Le migliori opportunità vengono dalla rete dei legami deboli. LinkedIn può far crescere a dismisura questa rete.

In questo articolo vedrai come costruire un profilo solido, renderti autorevole, farti trovare e ampliare la tua rete.

Linkedin per assicuratori, il metodo LinkedIn10C

Dopo cinque anni di corsi LinkedIn tenuti in mezza Italia, anche per agenzie di assicurazioni e agenti, ho messo a punto un metodo di lavoro originale. Si tratta del metodo LINKEDIN10C.

Metodo LINKEDIN 10C per Assicuratori

Ecco come questo metodo può risultare utile anche per gli assicuratori:

1C – CHI SEI: nella headline e nel Riepilogo di LinkedIn occorre esplicitare il tuo ruolo. Si parte da un job title, che LinkedIn chiama headline. Il mio è “Formatore sulla comunicazione digitale”. Il tuo potrebbe essere “Consulente assicurativo di micromercato”. Attenzione: “Assicuratore” e basta, non ha alcun senso.

2C – COSA FAI: spesso il job title non è sufficiente. Quali problemi risolvi? Esempi: “gestione della liquidità”
o “stime assicurative e giudiziali”.

3C – PER CHI: il target è fondamentale. Quando visito il tuo profilo, capisco subito se mi puoi essere utile? A me importa solo di me stesso, a tutti importa solo di se stessi, non di te. Puoi risolvere il mio problema? Esempio: “Broker di assicurazione per artigiani e commercianti”.

4C – COME: qual è il tuo elemento differenziante? Perché dovrei scegliere te e non i concorrenti? Che cosa ti distingue dagli altri? L’esperienza? I risultati ottenuti? Se invece la risposta è il prezzo, hai un grosso problema (sei una commodity, tipo la benzina).

5C – CHIAVI DI RICERCA: il posizionamento si completa con un’ottimizzazione SEO (search engine optimization) del tuo profilo per fare in modo che quello che scrivi possa essere trovato da chi usa il motore di ricerca interno di LinkedIn. “Assicuratore” non è una keyword, “rischi professionali avvocati” sì.

6C – COMPETENZE: per completare il tuo profilo devi inserire anche hard skill e soft skill. Contrariamente a quanto si pensi, sono le competenze trasversali e personali, quindi le soft skill, quelle più interessanti. “Microsoft Office”? Levala pure.

7C – CONFERME: Robert Cialdini ci ha raccontato che uno dei sistemi di persuasione più efficaci si chiama “riprova sociale”. Nell’era di Tripadvisor (a proposito, conosci http://insurvisor.com?), devi raccogliere referenze e conferme dai tuoi contatti.

8C – CASE STUDY: pochissimi usano la sezione Progetti del profilo LinkedIn. Puoi raccontare un cosiddetto “case study”, caso di successo, se il cliente acconsente.

9C – CONCRETEZZA: puoi scrivere tante belle parole, ma l’unica cosa che conta nel mondo del business, alla fine, sono i risultati. Devi… dare i numeri.

10C – CONDIVISIONE: dopo aver sistemato tutto il profilo, completate quindi le fasi di posizionamento e autorevolezza, occorre iniziare a usare LinkedIn non come un social network, ma come social media: devi condividere, puntare sui contenuti, per fare content marketing. Un’avvertenza: piantala di parlare di te, parla di quello che interessa davvero al tuo cliente, vale a dire i suoi problemi, bisogni, sogni e paure.

Come far fallire il profilo LinkedIn: il mio articolo per Agenda Digitale

Lo scorso 26 febbraio 2019 la testata Agenda Digitale ha pubblicato il mio primo articolo dal titolo “Come far fallire il proprio profilo LinkedIn in cinque semplici mosse“. Eccolo.

Come far fallire il proprio profilo LinkedIn in cinque semplici mosse

a anni tengo corsi sull’uso strategico di LinkedIn in tutta Italia. Per contrastare l’“uso tragico” che se ne fa. E nel corso della mia ormai lunga esperienza ho visto cose che voi utenti Facebook e follower Twitter non potreste immaginarvi: foto da influencer (senza follower), summary con frasi alla Maradona (gente che parla di sé in terza persona), curriculum che si confondono con fedine penali (o anamnesi), network da sociopatici (un collegamento solo: la madre) e tanto altro.

Nelle prossime righe condenso cinque semplici accorgimenti per affossare definitivamente il tuo profilo LinkedIn personale. Perché lasciarlo vivacchiare così? Tanto vale farla finita.

Un’immagine vale più di mille parolacce

Stai per caricare come immagine del profilo la fototessera della patente. Quella dove sembri un cadavere. Aspetta un attimo, se vuoi respingere definitivamente eventuali contatti buoni, compreso il cliente che ha budget (figura mitologica) o il datore di lavoro che vuole riempirti di buoni pasto da 5 e 29, fai una di queste tre cose.

  • Non inserire la foto. Consigliatissimo per i latitanti.
  • Indossa occhiali da sole. Ideale se ti chiami Leonardo Del Vecchio.
  • Inserisci un’immagine a figura intera. Perfetta per mostrare l’ultimo tatuaggio alla Fabrizio Corona che hai fatto sul malleolo.

Puoi anche fare tutte e tre queste cose contemporaneamente. Ma non saresti il primo.

Skill…er

Nell’elenco delle tue skill – soft, hard e porn (uno ha davvero inserito “sesso” tra le competenze LinkedIn) – fai come quei manager a cinque o sei zeri che, non avendo mai sistemato le competenze, si trovano come skill più confermata “Microsoft Office”. È sempre importante mostrare di essere cintura nera di tabelle Pivot e “cerca verticale”! Non fa niente se nemmeno Bill Gates ha inserito Word ed Excel tra le sue skill.

Dettonondetto

Se vuoi che il tuo profilo si tenga in equilibrio tra il detto e il non detto (molto affascinante), non completarlo. Per esempio: non inserire tutte le tue posizioni lavorative: del resto, se fai il commercialista, a chi importa il fatto che in un’altra vita facevi il gelataio, anche se avevi inventato il gelato blu al gusto di Viagra? In questo modo, quando i selezionatori vedranno un buco, o una voragine, inizieranno a pensare a che cosa diavolo facevi in quegli anni in contumacia. Il ministro senza portafoglio? Il visagista delle dive? Il pentito sotto copertura?
Se invece sei stato in galera, scrivilo: “Galeotto senior presso San Vittore Headquarter”.

Italian horror story

Bello lo storytelling, ma siamo sicuri che vada usato anche nella sezione contatti? Un Riepilogo LinkedIn ben scritto pompa di più, ma se vuoi (letteralmente) massacrare il tuo profilo, fai così: lasciati ispirare dal manuale di scrittura/biografia “On writing” di Stephen King e inserisci omicidi, bestie sataniche e scenari post-apocalittici nel racconto della tua vita professionale. Ne risulterà certamente un racconto colorato. Di rosso.

L’introspezione

LinkedIn è il social network professionale per eccellenza. Anche se una volta ho conosciuto un tizio che usava solo Xing: ma si metteva i sandali con i calzottoni bianchi di spugna, e ci siamo capiti. Anche se si parla solo di business, conviene infarcire il tuo profilo di fatti tuoi:danno quel tocco personale in più. La gente non vede l’ora di leggere – tra un video pirupiru di Montemagno e la supercazzola di quello che vuole convincerti a fare un funnel anche per prendere il sole – il racconto dettagliato della tua ultima colonscopia. Anzi, l’esame era così interessante, ma soprattutto dalla morale arguta (“ogni tanto serve un po’ di introspezione”), che conviene inserirla nella sezione Progetti.

In ogni caso, mi raccomando, scrivi senza esitazione che lavori o hai fondato l’“azienda leader di settore”. Su Google se ne trovano solo 40.000 in Italia. Manca solo la tua.

Il mio speech “Comunicare valore” per Beretta Armi (25 febbraio 2019)

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Lo scorso 25 febbraio 2019 sono stato invitato da Beretta (azienda con 500 anni di storia!) a tenere uno speech, per agenti e clienti nello splendido scenario del poligono per tiro al piattello Trap Concaverde di Lonato, sul tema “Comunicare valore“.

Queste un paio di immagini dell’evento:

Qui trovi il video con il mio speech e le mie slide: