7 citazioni dal libro di Seth Godin “Questo è il marketing”

Tutte le volte che leggo un nuovo libro di Seth Godin devo rimettere mano alle slide dei miei corsi sulla comunicazione e sul digital marketing: nuovi spunti, nuovi punti di vista, nuove frasi a effetto. È successo anche con “Questo è il marketing”, ultima fatica del guru americano de “La mucca viola”. Ho voluto raggruppare qui le sette idee per me più interessanti: in parte confermano e in parte innovano il mio modo di vedere una disciplina che, da qualche anno, tanto mi appassiona.

 

1.

Marketing è l’atto generoso di aiutare persone a risolvere un loro problema. 

Questa è alla base di tutta la comunicazione empatica, centrata (davvero, finalmente) sul cliente; di tutti i piani editoriali che parlano dei problemi e delle esigenze del cliente, non autoreferenziali. Seth Godin fa notare che nella Rete c’è “un miliardo di conversazioni di egoisti: raramente riguardano voi”.

 

2.

Puntate sul minimo mercato sostenibile (smallest viable market) e narrate una storia interessante per quella nicchia.

Devi stare sul mercato non per fare fatturato ma per cambiare la vita di un gruppo di persone. Non si può cambiare tutti, solo qualcuno. Basta capire chi, e come, che visione del mondo ha: occorre lavorare sulle buyer personas.

 

3.

Quello che dite non è tanto importante quanto quello che gli altri dicono di voi. 

Qui c’è il punto nodale della reputazione digitale.

Altra verità incontestabile: la prima ragione per cui qualcuno parla di voi è perché in realtà parla di se stesso. Sono orgogliosi di avervi scelto. Si ritorno al punto 1.

 

4.

La fiducia è scarsa quanto l’attenzione. Tutti sono famosi per 1500 persone. Comunicate solo con coloro che scelgono di ricevere vostre notizie: questo è il permission marketing. L’obiettivo non è massimizzare i vostri numeri sui social media. L’obiettivo essere conosciuti dal minimo pubblico sostenibile. Più di che di pubblicità, avete bisogno di pubbliche relazioni.

 

 

5.

La gente non compra una punta di trapano da 3 millimetri ma un buco da 3 millimetri. Questa celebre frase di Theodore Leavitt, professore di marketing della Harvard Business School, viene completata da Godin: le persone non vogliono nemmeno quel foro, e neanche lo scaffale che vi sarà attaccato, ma la sensazione di vedere tutto in ordine una volta ultimato il lavoro e la reputazione per aver fatto tutto da sé. Per ribadire il concetto: le persone non vogliono ciò che fate, ma ciò che il vostro prodotto fa per loro. Sempre punto 1.

 

 

6.

Tutto ciò che acquistiamo è un buon affare: ecco perché l’abbiamo comprato. Valeva (per noi) più di quello che l’abbiamo pagato, altrimenti non l’avremmo acquistato.

Bisogna vendere valore, e prima ancora bisogna comunicare valore. Se non siete disposti a provare empatia per la persona che proponete di servire, state rubando. Il problema è che non esiste un prodotto o servizio migliore per tutti, ognuno lo percepisce migliore per sé.
Il cibo per cani è studiato per i proprietari di cani. Nessuno sa che cosa pensa o vuole il cane, ed è irrilevante. I padroni comprano le scatolette per i quadrupedi solo perché li fa sentire in un certo modo.

 

7.

Abbassare il prezzo non rende maggiormente degni di fiducia: fa il contrario. Per via della dissonanza cognitiva, quando le persone sono pesantemente coinvolte (anche per via del prezzo), inventano una storia per giustificare l’impegno; e quella storia trasmette fiducia.

Quest’ultimo punto è per me nodale: sono da anni che parlo di come occorre evitare la commoditizzazione. L’ultima volta l’ho fatto per Beretta e puoi risentire lo speech “Comunicare valore” qui:

LinkedIn è più adatto ad aziende B2B o B2C?

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Questa intervista mi è stata fatta dai responsabili di ITER, mia azienda partner per la progetti di formazione business, ed è stata originariamente pubblicata su questo sito.

LinkedIn è più adatto a chi opera in aziende B2B o B2C?

Spesso si dice che LinkedIn risulti ideale per chi opera in un mercato B2B, business to business, mentre gli addetti dei settori B2C devono rivolgersi altrove, per esempio a Facebook. È davvero così? Abbiamo rivolto questa domanda a Gianluigi Bonanomi, formatore sull’uso strategico di LinkedIn e autore del libro “Guida calcistica di LinkedIn”:

Posso fare una premessa, prima di rispondere? Spesso nei miei corsi faccio sempre questa gag: Coca Cola che cos’è, B2B o B2C? Tutti rispondono B2C, qualcuno “entrambi”. Sbagliato: nessuno di noi compra una lattina di Coca Cola ad Atlanta, bensì in bar e supermercati. Al limite, questo lo concedo, è un B2B2C e noi vediamo solo la loro comunicazione B2C, quella che fanno alla GDO o al settore HoReCa non la vediamo.

E questo che cosa c’entra?

Benché non vi siano dubbi sul fatto che LinkedIn sia adatto prevalentemente a una comunicazione B2B (sebbene esistano casi clamorosi di aziende B2C che si muovono benissimo su questo social), quello che emerge dalle ricerche nel campo della comunicazione indica che, attualmente, l’unità primaria della connettività è l’individuo. La persona, non il nucleo familiare, il gruppo di parenti o, appunto, di lavoro.

Quindi?

Chiunque, soprattutto su LinkedIn, si interfaccia con altri individui, in network person-to-person. Mica parlano con aziende, sempre con persone.

Quindi la distinzione B2C-B2C è superata?

Proprio così: quello che conta è la comunicazione, si dice, H2H: da umano a umano. Anche, e soprattutto, su LinkedIn dove, anche se cerchi un’azienda, trovi una persona che la rappresenta. Questo è il motivo per cui un profilo mal gestito o trascurato non fa danni solo al personal branding del dipendente, ma è un boomerang anche per l’azienda.

Puoi fare un esempio?

Senza fare nomi, un’azienda qualche tempo fa mi ha contattato per una consulenza e un corso aziendale per questo motivo: due dipendenti, due commerciali, si stavano sguaiatamente cercando un lavoro grazie a LinkedIn e un cliente non ha gradito. Ha chiamato in ditta, sbottando: “Fermate la commessa che ho appena fatto, prima mi spiegate perché ho tanto l’impressione che i topi stiano abbandonando la nave che affonda…”.

E tu, in questi casi che cosa ci puoi fare?

Beh, il profilo LinkedIn è certamente privato, nessuno può obbligare i dipendenti a metterlo a disposizione dell’azienda. Ma è altrettanto vero che, se citi l’azienda e ne sei dipendente, hai una bella responsabilità. E se mal gestisci il profilo, fai un danno di reputazione non solo a te stesso, ma anche a chi ti paga lo stipendio. Il mio compito è quello di allineare i profili e insegnare anche come usarli strategicamente per portare beneficio a tutti: al singolo e all’azienda.

Per iscriverti al corso ITER, fai clic qui.

L’odio online: l’intervista a Giovanni Ziccardi

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Nella puntata numero 47 del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” il tema era quello dei cosiddetti haters, l’odio online. Per sviscerare il tema ho fatto una chiacchierata con il professor Giovanni Ziccardi.

Chi è Giovanni Ziccardi?

Giovanni Ziccardi è un professore di informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano ed è un autore molto prolifico: ha scritto molti testi con protagonista la Rete. È anche un giornalista: tra le altre cose ha fondato la rivista “Cyberspazio”. L’ho intervistato per il podcast sul tema degli haters perché nel 2016 Giovanni ha scritto il libro di riferimento sull’odio online; si chiama proprio così: “L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete” (vedi L’odio online su Amazon).

L’intervista a Giovanni Ziccardi sull’odio online

Lo spunto per questa intervista mi è venuto mentre ero al cinema. Stavo guardando con mia figlia “Ralph spacca internet”: a un certo punto Ralph diventa una specie di influencer, ma non aveva messo in conto il fatto che sarebbe stato anche bersaglio dei cosiddetti haters. Chi sono gli haters e che cos’è l’hater speech l’ho chiesto a Giovanni Ziccardi.

“Ci sono due accezioni – mi dice Giovanni. – C’è un’idea di odio uscita dalla seconda guerra mondiale e quindi l’odio era tendenzialmente odio razziale, religioso, politico e poi, più o meno alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, odio omofobico. È la paura del diverso. Questa idea di odio è mutata molto con l’avvento delle tecnologie: oggi l’odio viene spesso sollevato anche in discorsi che non riguardano soltanto la politica, la razza, la religione e il sesso, ma anche in discorsi comuni: possono sollevare odio anche una puntata di Masterchef o la finale di Miss Italia, così come un gruppo che parla di alimentazione o vaccini. Quindi definire oggi che cosa sia l’odio online, o meglio l’istigazione all’odio (che è la cosa più grave), non è semplice”.

Ma qual è la differenza tra l’odio attuale e quello tradizionale?

“Sono arrivato alla conclusione, nel mio libro, che oggi qualsiasi discorso, in determinati contesti, può sollevare l’odio online. Non si è più legati alle categorie tradizionali, che restano comunque importanti”.

Qualche indicazioni per i genitori?

“Una prima indicazione deriva da una premessa: nel Nord America c’è, per tradizione e cultura, più attenzione nei riguardi della libertà d’espressione, quindi è più difficile censurare l’odio online: deve essere filtrato se c’è un attacco diretto o un pericolo immediato per il destinatario. È quindi frequente vedere genitori europei che non si spiegano perché alcuni tipi di contenuti siano consentiti o ammessi in piattaforme frequentate dagli adolescenti: la risposta, come detto, è che parliamo di piattaforme nordamericane.
La seconda indicazione è che molti genitori non comprendono l’impatto che le tecnologie hanno nella diffusione dell’odio. In particolare non comprendono la capacità di amplificazione della tecnologia (viralità), la persistenza del dato e la socializzazione dei contenuti.

Spesso la mancanza di dialogo con i figli e la poca comprensione di questi strumenti portano a problemi. In quasi tutti i casi che ho affrontato nel libro, i genitori non avevano la minima idea di come i loro figli e i loro nipoti utilizzassero le tecnologie quotidianamente. Questo è un grosso handicap”.

Per molti le nuove tecnologie hanno peggiorato i fenomeni dell’intolleranza, delle discriminazioni e del bullismo online: è realmente così? La tecnologia è il problema o è semplicemente un amplificatore che ha portato alla ribalta questi fenomeni che già esistevano?

“Nel mio studio ho notato come l’odio in sé, i contenuti d’odio e le espressioni d’odio non siano affatto cambiate negli ultimi negli ultimi anni, o negli ultimi decenni. Ne è cambiata solo l’esposizione e quindi le conseguenze sulla vittima. In generale però il sostenere che sia la tecnologia a generare l’odio è sbagliato, secondo me. D’altro canto, però, non possiamo neanche nascondere il fatto che la tecnologia sia talmente potente che, in mano a ragazzini o bambini, può fare danni”.

Per concludere, come si contrasta l’odio online?

“Nel finale del libro arrivo a una tripartizione dei rimedi:

  1. educazione;
  2. diritto;
  3. tecnologia.Per me occorre infatti ritornare a un’educazione alla legalità, all’affettività, al dialogo con le persone; l’educazione civica digitale, di cui si sente parlare tanto, viene dopo l’educazione civica tradizionale. Chiaramente nei casi più gravi deve intervenire il diritto e quindi la giustizia. Ma tutti noi possiamo usare la tecnologia in positivo: usare dei sistemi di filtro e gli algoritmi, anche dal basso, per controllare l’odio online.

Ascolta l’audio dell’intervista al professor Ziccardi

Ascolta “#47 L’odio online: intervista a Giovanni Ziccardi” su Spreaker.

La navigazione familiare come momento memorabile

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“I giorni indimenticabili della vita d’un uomo sono 5 o 6 in tutto… il resto fa volume”

Questo aforisma di Ennio Flaiano sarebbe stato perfetto sul libro “Momenti che contano” di Chip e Dan Heath (“Momenti che contano” su Amazon). Il testo si chiede semplicemente: perché alcuni momenti si ricordano per sempre? La risposta è molto interessante e schematica. I momenti che contano sono sempre caratterizzati da 4 elementi:

  1. elevazione
  2. intuizione
  3. orgoglio
  4. connessione

Le quattro caratteristiche dei momenti memorabili

Elevazione. Alcuni momenti determinanti della nostra vita si collocano al di sopra della quotidianità. Quasi sempre le esperienze più memorabili si concentrano tra l’adolescenza e i trent’anni, perché è un periodo della vita in cui si sperimenta e si fanno cose per la prima volta (la patente, il primo bacio, la laurea ecc.).

Intuizione. I momenti determinanti ridisegnano la nostra visione del mondo e di noi stessi. In pochi secondi (o minuti) prendiamo coscienza di qualcosa che potrebbe influenzare la nostra vita per decenni. Per esempio i membri di un culto scoprono improvvisamente la verità sul conto del proprio leader.

Orgoglio. I momenti determinanti ci colgono quando diamo il meglio di noi stessi, come quando raggiungiamo un risultato inatteso o abbiamo un exploit di coraggio.

Connessione. I momenti determinanti sono sociali: matrimoni, lauree, battesimi, vacanze, successi lavorativi, discorsi in pubblico, eventi sportivi. La condivisione è fondamentale.

Un’applicazione pratica

Nel libro gli autori spiegano come questi principi possano essere applicati ad attività commerciali per rendere la customer experience indimenticabile. Per esempio un ristorante cinese potrebbe creare elevazione, offrendo un antipasto speciale gratis oppure, prima del pasto, salviette al profumo di gelsomino. Per creare intuizione potrebbe mettere nel menù un piatto che consenta ai clienti di mettersi alla prova, per esempio sulla tolleranza delle spezie: la stessa pietanza può essere assaggiata con cinque livelli di speziatura. Per creare orgoglio potrebbe far assaggiare le pietanze di quattro regioni diverse della Cina, sfidando a riconoscerne la provenienza. Infine per puntare sulla connessione, potrebbe sostituire i biscotti della fortuna con biscotti dell’amicizia: dentro potrebbero trovarsi domande provocatorie per stimolare la conversazione, come per esempio “Qual è stata l’ultima volta in cui ha cantato da solo?”.

La navigazione familiare come momento memorabile

Ho ipotizzato come applicare questi principi ai miei corsi e incontri di navigazione familiare. O come tu puoi rendere le sessioni di navigazioni a casa memorabili.

Elevazione. Visita per la prima volta un sito che consenta di organizzare la gita a un museo: per esempio Google Art Project.

Intuizione. Fare in modo che strumenti semplici di programmazione consentano di dimostrare che tutti siamo potenzialmente dei programmatori. Vedi, per esempio, Scratch.

Orgoglio. Alcuni giochi educativi possono comportare una sfida e la possibilità di raggiungere risultati: Lyrics Training, per esempio, consente di sfidarsi nel riconoscere le parole inglesi delle canzoni durante il karaoke.

Connessione. Il servizio Geni.com permette di costruire online l’albero genealogico della propria famiglia, coinvolgendo anche chi vive lontano.

La puntata di genitorialità e tencologia dedicata al tema

Ascolta “#60 La navigazione familiare come momento memorabile” su Spreaker.

Piantatela di scrivere “case history” al posto di “case study”!

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Qualche tempo fa feci un post su Facebook per pubblicizzare un mio corso. Una signora commentò scrivendo: “Case study!”. E io risposti, tranquillo: “Sì, nel corso parleremo anche di case study!”, ma lei puntualizzò: “No, nella descrizione del corso hai scritto case history, ed è sbagliato”.

Case history ovunque

Sicuro del fatto mio, e pure un po’ permaloso, risposi piccato che si può dire anche case history. Anzi, il mondo del Web e i siti aziendali, sono pieni zeppi delle case history aziendali. Per fare un esempio prendo il sito di Cisco, ma potrei pescarne ovunque (da Enel a Zucchetti):

Che cos’è una case history?

Quella signora che mi riprese aveva ragione: nel mondo anglosassone case history vuol dire tutt’altro. Per esempio il dizionario Collins recita:

A person’s case history is the record of past events or problems that have affected them, especially their medical history.

In pratica se un inglese o un americano visita il tuo sito e vede case history si aspetta che gli racconti delle operazioni all’appendice e del menisco operato l’anno scorso…

Case study o caso di studio

Molte aziende, invece, riportano correttamente la dicitura “case study”, come nel caso di Web ranking:

Il caso di studio, come riportato da Wikipedia, è mutuato dal mondo scientifico anche se poi abbondantemente usato in quello aziendale:

Il caso di studio (oppure caso studio) è un metodo di ricerca utilizzato, nell’ambito di questioni complesse, per estendere l’esperienza o rafforzare ciò che è già noto da precedenti ricerche. Viene impiegato in diverse aree della scienza, in particolare se ne fa ampio uso nelle scienze sociali, e permette di porre enfasi sull’analisi contestuale dettagliata di un numero limitato di eventi o condizioni e le loro relazioni.

Il meme

In un articolo su Medium di Francesca Amendola si riporta questo meme:

Serve un corso sulla comunicazione digitale?

Contattami:

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La puntata di SeiLaTV dedicata a tre miei libri: Prontuario per genitori, LinkedIn e Nerd

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Durante la trasmissione Pomeriggio 216, in onda sul canale SeiLaTV, la conduttrice Barbara Caramelli mi ha intervistato per una puntata speciale dedicata a tre miei libri:

In questa parte di puntata, intitolata “Tutte le opportunità del digitale”, si è parlato del libro “Prontuario per genitori di nativi digitali” (Ledizioni):

Poi è stata la volta della “Guida calcistica di LinkedIn”:

Infine abbiamo parlato del mio libro sulle battute hi-tech (alcine lette in diretta da Barbara), “Anche i nerd nel loro piccolo sghignazzano”:

Queste due immagini del dietro le quinte:

Lo storytelling nel Riepilogo di LinkedIn: 5 tecniche da usare

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Questo articoli sull’uso dell’arte dello storytelling su LinkedIn, in particolare nel riepilogo, è stato pubblicato su Digital4 il 1 aprile 2019.

Digital storytelling e Personal Branding: 5 tecniche da usare nel Riepilogo LinkedIn

Come si possono usare al meglio i duemila caratteri che abbiamo a disposizione nel riepilogo LinkedIn? Prima di ogni cosa bisogna ricordarsi di partire bene e puntare sull’incipit. Obiettivo: catturare l’attenzione

LinkedIn è uno dei migliori strumenti per fare personal branding è certamente LinkedIn. Nel proprio profilo si inseriscono molte informazioni riguardo carriera, skill, corsi e progetti. Ma si può anche raccontare, usando tecniche di storytelling, la propria storia (mi raccomando: in prima persona!). Questa va inserita nella sezione detta Riepilogo, o Summary. Molti trascurano quella sezione, invece è possibile usare proficuamente quei 2.000 caratteri. Per esempio usando le cinque tecniche di storytelling che troverai in questo articolo.

1. Puntare sull’incipit

Dei duemila caratteri a disposizione, solo i primi sono mostrati al visitatore del tuo profilo. Se vuole leggere il resto, deve fare clic su “Visualizza altro”.

Per questo occorre partire con un incipit che catturi l’attenzione. Non certo il banale “C’era una volta”… Come scrive Massimo Petrucci nel suo manuale di scrittura creativa: “L’incipit è il primo battito del nostro racconto e deve immediatamente sedurre il lettore”.
Potresti usare una battuta, a mo’ di ice-breaker, oppure una frase a effetto, come William Arruda, esperto di personal branding e… impenditore:

Pochissimi usano la tecnica di storytelling definita “in media res”. Questa espressione viene da Orazio: si riferiva allo stile epico di Omero; l’autore dell’Iliade e dell’Odissea faceva cominciare il racconto ad avvenimenti già in corso, non partiva dall’inizio. Idea per te: un virgolettato di quell’oratore che ti ha cambiato la vita e la carriera. Si potrebbe anche partire dalla fine e giocarsi il Riepilogo LinkedIn come un insieme di flashback.

2. Gli archetipi

Cristofer Vogler, pescando da Campbell a Jung, ci spiega che “tutti i racconti sono costituiti da alcuni elementi strutturali comuni, che si trovano universalmente nel mito, nelle fiabe, nei sogni e nei film. Essi sono conosciuti come il viaggio dell’eroe”. Senza perdersi in discorsi complessi sull’inconscio collettivo, basti sapere quello che sottolinea Luisa Carrada“I temi del ritorno a casa, del superamento degli ostacoli, della perdita e del ritrovamento, sono comuni anche al giornalismo e in qualche misura anche alla scrittura di impresa. Acquisire un importante contratto non è molto diverso dall’uscire vivi dalla fossa dei leoni e anche un gelido case history può diventare una bella storia a lieto fine”.
Come usare tutto questo in LinkedIn? Raccontami, cavaliere, quale drago hai sconfitto! Eventualmente parlami di mentori, nemici, ricompense e morali. Ecco un esempio di come si può usare questo schema: “La crisi del settore mi ha messo di fronte a un bivio: potevo rimanere aggrappato al mio vecchio mestiere, arrabattandomi e venendo a compromessi, oppure potevo ricominciare tutto daccapo. A me piacciono le sfide.” In pratica: Blockbuster da una parte e Netflix dall’altra. Come hai superato la crisi del 2008? Come stai gestendo la Digital Transformation? Quali paure avevi quando hai mollato il posto fisso?

3. Show, don’t tell

Stephen King, parlando di Annie Wilkes (l’infermiera che tiene prigioniero Paul Sheldon in Misery), scrive nella sua autobiografia On Writing: “Ho cercato di non scrivere mai frasi esplicite come: «Quel giorno Annie era depressa, forse con inclinazioni suicide», oppure: «Quel giorno Annie sembrava particolarmente felice». Se sono io a dovervelo dire, ho perso. Se viceversa vi presento una donna taciturna e dai capelli sporchi che fagocita dolci con accanimento, spingendovi a concludere che Annie è nella fase depressiva di un ciclo maniaco-depressivo, vinco”.

Non dire che sei bravo, simpatico, carismatico. Fallo dire agli altri. Tu limitati a dimostrarlo, per esempio dando i numeri (in senso positivo). Non “Sono un ottimo commerciale” ma “Nel 2018 ho fatto crescere il fatturato della mia azienda del 20%”. I numeri sono, spesso, l’unica cosa che conta. Guarda come ha impostato il suo riepilogo LinkedIn Cristian Zaccardo, ex campione del mondo con l’Italia nel 2006:

4. I cliffhanger

Un buon racconto prevede anche dei colpi di scena. “Il cliffhanger è un espediente narrativo usato in letteratura, nel cinema, nelle serie televisive o nelle opere videoludiche, in cui la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante caratterizzato da una forte suspense” (Wikipedia). Io l’ho usato così sul mio profilo:

5. Il racconto ciclico

La narrazione circolare prevede che la situazione di partenza si ripresenti, un po’ modificata ma sostanzialmente simile, alla fine del racconto. Nel film Sentieri Selvaggi apertura e finale sono praticamente la stessa scena:

Come utilizzare questa tecnica in LinkedIn? Potresti iniziare raccontando che, durante un esame universitario, il tuo professore ti disse, magari con un po’ di strafottenza, che non saresti mai diventato un dirigente di alto livello, uno scrittore, un primario o altro. Invece ce l’hai fatta. Alla fine del racconto puoi prenderti una rivincita, con stile. Non ricorda Davide Vs. Golia?

Il Riepilogo LinkedIn è la parte più difficile da gestire, su LinkedIn. Per tutto il resto puoi seguire il mio videocorso gratuito per sistemare tutto il profilo LinkedIn, 10 pillole da ricevere in posta elettronica.

“I sette tipi di cyberbullismo”: il mio speech per Bayer Italia e Unamsi

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Il 21 marzo 2019, primo giorno di Primavera, sono stato invitato da Bayer Italia e da Unamsi (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione) a tenere uno speech sul cyberbullismo nell’ambito di un evento del ciclo “Conosciamoci Meglio”, organizzato per celebrare i 120 anni di Bayer a Milano.

La conferenza sul cyberbullismo

Nel nuovo Centro Comunicazione Bayer di Viale Certosa, l’evento dal titolo “Bulli da paura. Come difendere i ragazzi dai violenti” ha visto la partecipazione del giornalista Massimo Barberi nel ruolo di moderatore, nonché della dottoressa Francesca Maisano, psicologa Centro disagio Adolescenziale, del capitano Colletti dei Carabinieri di Milano e di Marianna Sala, Presidente di CORECOM Lombardia.

 

Il mio intervento: 7 tipi di cyberbullismo (video)

Durante la serata ho parlato dei dei sette tipi di cyberbullismo (fonte):

1.Flamming (conflitti verbali)

2.Harassment (molestie)

3.Denigration (fake news)

4.Cyberstalking (terrorizzare le vittime)

5.Impersonation (furto di identità)

6.Tricy o Outing (diffusione informazioni carpite)

7.Exclusion (escludere da un gruppo)

In questo video trovi le slide e il mio speech dell’intervento, meno di venti minuti:

La puntata del podcast

Ho inserito questo speech anche all’interno del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“:

Ascolta “#57 I 7 tipi di cyberbullismo: il mio speech per Bayer Italia e Unamsi” su Spreaker.

L’intervista dopo l’evento

Subito dopo l’intervento sul palco, sono stato intervistato da una troupe giornalistica. Ecco l’intervista:

Le immagini dell’evento

Il live tweeting dell’evento

Questi i tweet che sono stati postati durante l’evento (fai clic sulle immagini per ingrandirle):

L’evento sulla stampa

L’evento di Bayer e UNAMSI è stato ripreso da molti siti e blog. Questo è uno stralcio dell’articolo di Affaritaliani.it che riporta la classificazione del cyberbullismo e alcuni consigli per i genitori:

Gianluigi Bonanomi ha esordito spiegando come almeno il 70% dei ragazzi che incontra nel corso della sua attività di formazione sia convinto che il bullismo sia una questione che non riguardi gli adulti e che possa essere comodamente risolta nel gruppo di pari, evidentemente sottovalutandone le conseguenze, anche penali.

[…]

Bonanomi ha evidenziato come si possano distinguere 7 tipologie di cyberbullismo:

1) Flaming: i conflitti verbali attraverso un post e le successive interazioni
2) Harassment: molestie vere e proprie, seppure in maniera “virtuale”
3) Fake news: la denigrazione della vittima attraverso la diffusione di informazioni false, comportamento che oltretutto può integrare i reati di ingiuria e diffamazione
4) Cyber Stalking: comportamenti che mirano a terrorizzare le vittime tenendole sotto controllo anche attraverso l’utilizzo di localizzatori GPS, app per lo spionaggio e altre tecnologie utilizzate in maniera impropria
5) Il furto di identità: è un comportamento che consiste nell’appropriarsi delle foto e dei dati pubblicati dalla vittima per postare a suo nome o comunque per utilizzarli in maniera a lei nociva
6) La diffusione di informazioni carpite: l’esempio più tristemente noto è proprio quello di video e foto realizzate in situazioni intime e inoltrate a conoscenti o comunque rese pubbliche
7) L’esclusione del gruppo: una forma di bullismo particolarmente pesante soprattutto in età adolescenziale, dove l’identificazione coi pari è un elemento fondamentale

Un elenco che certamente può incutere timore nei genitori di bambini e ragazzini che reclamano la possibilità di navigare sullo smartphone o altri device.

Per dar loro una mano, Bonanomi fornisce alcuni consigli pratici: “Suggerirei di prestare molta attenzione al fenomeno dello ‘sharenting’, una crasi tra ‘share’ e ‘parenting’ nata per descrivere la brutta abitudine di molti genitori che, per ottenere qualche like, pubblicano le foto dei propri figli. Io, personalmente, non ho mai postato alcuna foto dei miei figli, perché una volta messe online le foto non sono più di tua proprietà e, soprattutto, non sono più sotto il tuo controllo. Ormai, in media, i bambini ricevono il primo smartphone a otto anni: sta diventando il regalo più gettonato per la prima comunione. Acconsentire o negare? Ci sono delle vie di mezzo. Per esempio si può acquistare un cellulare di basso costo, tenerlo in casa a disposizione di tutti e connetterlo alle stesse chat di WhatsApp o social network al quale accede il bambino, così da monitorare in maniera discreta cosa succede. Poi c’è la ‘navigazione familiare’, un’attività di condivisione dell’esperienza online che propongo spesso nei miei percorsi formativi”.

Personal branding: 4 errori da evitare – Il mio articolo per Digital4

Lo scorso 11 marzo 2019 Digital4 ha pubblicato il mio articolo dal titolo “Personal Branding: quattro errori da evitare“:

Il Personal Branding è oggi uno strumento fondamentale per ogni professionista in cerca di lavoro o desideroso di accrescere la sua rete di conoscenze. Ecco cosa non fare quando si vuole promuovere se stessi nell’era della comunicazione digitale (a tutti i costi), fare Personal Branding è ormai indispensabile per ‘farsi una reputazione’. Accade però che sempre più manager e professionisti si stanno buttando sguaiatamente online, con la foga di occupare spazi che, spesso, poi restano vuoti. O peggio.

Ecco perché, quando si fa Personal Branding, è necessario impostare un’adeguata strategia per mettere in luce i punti di forza, quello che rende unici e comunicare efficacemente quello che si sa fare e come lo si sa fare.

Ma ancora più importante è non fare dei passi falsi. In questo articolo ho raccolto un poker di errori da non fare quando si vuole puntare sul Personal Branding.

1. Fraintendere il Personal Branding

Quando si parla di Personal Branding si fa sovente riferimento a questa celeberrima frase di Jeff Bezos“Il personal brand è quello che le persone rimaste dicono di te quando esci da una stanza”.

Questo esclude quindi l’autoincensamento; nel mondo della comunicazione digitale si può fare propria la regola principale dello storytelling: “show, don’t tell” (vedi “On writing”, la biografia-manuale di Stephen King). Dimostra di essere bravo, non dirlo tu!
Sai quanti “leader di settore” ci sono in Italia? 315.000, secondo Mr. Google.

Post scriptum: vietato esagerare, basta un semplice controllo incrociato per vedere che quei due anni di studio dell’inglese in Inghilterra erano in realtà due settimane a lavare i piatti. Memento: ricorda come è finito chi millantava lauree e master…

2. Non monitorare la propria reputazione online

Il brutto del Web è che tutto resta e tutto è ricercabile: schegge impazzite di conversazioni sbagliate possono perseguitarti per sempre, e raramente il diritto all’oblio garantito da Google è la soluzione. Ma è anche il bello del Web: puoi intercettare qualsiasi comunicazione o conversazione che ti riguardi. Possibilmente in tempo reale. È fondamentale che tu abbia coscienza di quel che si dice di te. A maggior ragione se, per ragioni lavorative, ti esponi: pubblicazioni, eventi pubblici, speech, ruoli di rilievo, news di settore e così via.

Come monitorare? Esistono diversi strumenti per farlo, dai più semplici (fare ego-surfing: cercarsi su Google, o usare degli alert) ai più complessi, come per esempio piattaforme in grado di valutare anche il “sentiment” di quel che si dice, non solo “se” ma “come” si parla di te.

3. Non posizionarsi correttamente

Il panorama business del nostro Paese non solo è saturo di leader di settore, ma è anche costellato di dirigenti e professionisti tutti uguali: un esercito di cloni. Usano tutti gli stessi strumenti, la stessa comunicazione, le stesse frasi fatte (28.500 “persona dinamica” e 5.000 “proattivo/a” su LinkedIn). Che non interessano a nessuno.

Sono decenni che Dale Carnegie spiega che agli altri, di noi, interessa poco: tutti sono interessati solo a se stessi. O parli di loro o parli per niente. Come puoi essere utile agli altri? Quindi: “ho due lauree e un master” NO, ma “aiuto le piccole e medie imprese della Lombardia a esportare in Cina” SÌ.

Quando si fa Personal Branding, per rendere una comunicazione efficace devi differenziarti dai concorrentipuntando sul dare valore. Per almeno due motivi: evitare la commoditizzazione (se siamo tutti uguali, la differenza la farà il prezzo, ovviamente al ribasso) e puntare sulla memorabilità (perché qualcuno dovrebbe notarti, ricordarsi di te e soprattutto sceglierti?).

Un corretto posizionamento, secondo il brand positioning, parte anche da una specializzazione: nella società del terziario avanzato si cercano gli specialisti, non i generalisti. Non ci sono più gli “allevatori di bestiame” ma, tra i tanti, gli “addetti alla fecondazione artificiale della specie suina”. Quando ho smesso di fare il giornalista professionista ho fatto un grosso errore. Il panico da mutuo e la prima figlia in arrivo mi hanno fatto mettere il piede in più scarpe: facevo il giornalista online ma anche il blogger, il social media manager ma anche il formatore sulla comunicazione digitale, per non dire altro. Zac-zac, ho tagliato un po’ di cose, quasi tutto, e ora mi presento solo come formatore.

Se fai troppo, non fai nulla davvero bene. E se fai cose troppo diverse, non sei credibile. Su LinkedIn ho incrociato un tizio che fa l’architetto, il designer, il grafico, il fotografo, il producer musicale e il consulente pensionistico. Uno, nessuno e centomila.

A proposito, la conosci la storia delle lasagne di Colgate? Scoprila in questo video:

4. Non alimentare la comunicazione

Quando ti sei posizionato, con i tuoi bei ‘Riepilogo’ e ‘Headline’ su LinkedIn o nella pagina ‘Chi siamo’ del sito Web, sei al punto di partenza, non di arrivo.

“Non si può non comunicare”: quest’altro celebre assioma di Paul Watzlawick – noto psicologo e filosofo tra i più importanti esponenti dell’approccio sistemico – sta a indicare che la scelta di non comunicare è essa stessa comunicazione. Non usi i social e il Web? Quello che percepisce il pubblico – per esempio clienti o partner – è un silenzio assordante, che può significare tante cose: snobismo o incapacità.

Bene, ma che cosa comunicare? Esistono, nel piano (editoriale) perfetto, tre tipi di contenuti con i quali puoi rimpinguare il tuo blog e le bacheche di LinkedIn, Facebook, Twitter, Instagram o altro: i contenuti WHO, dove parli di te, i contenuti WHAT, dove parli delle tue soluzioni, e infine i contenuti WHY, gli unici che fanno davvero breccia nel pubblico. Non dovresti parlare di te o venderti a tutti i costi: devi parlare del pubblico, di quello che interessa davvero a chi legge: i suoi bisogni, i suoi problemi, i suoi sogni e le sue paure. Tutto il resto è un parlarsi addosso ormai insopportabile da parte di leader di settore senza settore.

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I 12 smartphone del futuro: il nuovo articolo satirico per Agenda Digitale

Ecco i dodici trend del futuro che l’industria degli smartphone non ha ancora avuto il coraggio di svelare, e che invece Agenda Digitale ha avuto l’ardire di rendere pubblici nella mia rubrica satirica.

Povera di idee ormai da anni, l’industria degli smartphone non sa più come stupire (e giustificare prezzi di listino anche a tre zeri). Ultimamente ha presentato al mondo modelli davvero strani: quello che si piega (per lavoratori flessibili?), quello con cinque fotocamere posteriori (per paparazzi?) e quello che ti legge la mano (per chiromanti?). Ecco i dodici trend del futuro che non ha ancora avuto il coraggio di svelare.

1. Lo smartphone RdC. Consegnato insieme alla card del Reddito di Cittadinanza, permette di ricevere chiamate illimitate ma di farle solo ai Navigator dei Centri per l’impiego.

2. Il nuovo telefono Apple: è uguale al modello precedente ma costa il doppio. Per veri brand ambassador della Mela.

3. Il cellulare trapper. La voce viene adulterata automaticamente con l’autotune.

4. Lo smartphone contro il tecnostress. Quando si accorge che esageri con social e giochini, si blocca fino a quando non ti sposti in un prato e ti sdrai (geolocalizzazione e accelerometro controllano le corrette posizione e postura).

5. Il cellulare Tinder. Si possono inserire fino a 10 SIM per gestire tutte le relazioni contemporaneamente.

6. Il telefono per genitori apprensivi (e un po’ nazisti). Va consegnato a tuo figlio: se l’erede non risponde entro il terzo squillo quando lo chiami, parte una scossa elettrica, tipo taser.

7. Il telefono che telefona e basta. Ideato per un target di ottuagenari, promosso con dei banchetti ai margini dei cantieri, al posto del touchscreen ha il disco per la composizione rotante dei numeri. Invece della SIM ha la SIP.

8. Lo smartphone che fa il caffè: purtroppo le dimensioni sono considerevoli perché serviva lo spazio per ospitare le cialde.

9. Il cellulare telemarketing: gestisce in autonomia tutte le chiamate per le nuove offerte imperdibili di operatori telefonici, forex e Sky. Permette di impostare gli insulti predefiniti o simulare una rapina in banca in sottofondo.

10. Il cellulare Ferragnez: si fa i selfie da solo.

11. Il telefono di lusso tempestato di cristalli Swarovski e caldarroste.

12. Lo smartphone analfabeta funzionale: serve solo per condividere fake news, gattini e test sulla personalità.