Digital storytelling, ecco perché avremo sempre bisogno di storie

Questo articolo è stato pubblicato su Agendadigitale il 5 settembre 2018

Le storie servono all’essere umano, da sveglio e mentre dorme, per dare ordine all’esistenza o simulare le azioni per prepararsi alla vita adulta. Ecco dieci importanti insegnamenti che si posso trarre dal libro “L’istinto di narrare. Come le storie di hanno reso umani” di Jonathan Gottschall

In un mondo digitale dove siamo sommersi da informazioni e dati, la soluzione per vincere la guerra dell’attenzione di utenti e lettori è lo storytelling, o meglio il digital storytelling. Per comprendere perché le storie non sono puro intrattenimento, ma uno strumento di sopravvivenza fondamentale, ho deciso di studiare il bel libro “L’istinto di narrare. Come le storie di hanno reso umani” di Jonathan Gottschall (un suo Ted sullo storytelling).

In questo post riassumo i dieci insegnamenti più importanti che ho tratto dal libro e che possono giustificare ogni strategia di comunicazione digitale basata sulle storie: spunti di varia natura, che affondano le loro radici nella biologia, nella psicologia evoluzionistica, nella letteratura e nella storia. Scoprirai perché gli umani hanno bisogno delle storie, e come tutto sia narrazione: dai giochi infantili ai sogni, dalla Storia alle teorie del complotto, fino alla religione e alla scienza.

Dio creò l’uomo perché gli piacciono le storie

Abbiamo, noi umani, come specie, una vera dipendenza dalle storie. Nel libro ho ritrovato questa bella citazione di Elie Wiesel:

Dio creò l’uomo perché gli piacciono le storie

La funzione narrativa è solitamente considerata un intrattenimento per evadere dalla realtà. Ma se questa teoria fosse vera, sarebbe lecito aspettarsi solo storie a lieto fine. Tutto dovrebbe andare bene, i buoni non dovrebbero mai soffrire. Non è così. Le storie migliori, e più utili, sono invece centrate sui problemi e sul conflitto: minacce, morte, disperazione, Sturm und drang. Anche l’intrattenimento leggero è organizzato intorno ai problemi, e i lettori rimangono inchiodati a immaginare come andrà a finire. Anche perché è un modo di vivere situazioni difficili senza subirne le conseguenze: è l’eroe a patire al posto nostro. Possiamo amare, condannare, perdonare, sperare, sognare odiare senza correre nessuno dei rischi che queste emozioni normalmente implicano.

Secondo i teorici dell’evoluzione le storie costituiscono un modo per esercitarsi a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale, sono come simulatori. Anche perché, guardando o leggendo storie conflittuali, è come se le vivessimo, grazie ai neuroni specchioche ci fanno provare vera empatia per i protagonisti delle storie.

Le opere di narrativa sono più potenti delle opere di non fiction per influenzare le persone. Questo perché quando leggiamo opere non-fiction, i cosiddetti saggi, alziamo gli scudi, siamo critici e scettici. Ma quando siamo assorbiti da una storia, abbassiamo la nostra guardia intellettuale, siamo toccati emotivamente e questo pare lasciarci senza difese.

Fino a che punto siamo dipendenti dalle storie

Siamo talmente dipendenti dalle storie che le costruiamo continuamente, anche quando non avrebbe alcun senso. Allo stesso modo vediamo volti nelle nuvole o il volto di Gesù su un toast mezzo carbonizzato. Si parla di effetto Kulešov:

Nei primi anni ’20 del Novecento il regista sovietico Kulešov realizzò un breve filmato con inquadrature fisse: un cadavere in una bara, una ragazza avvenente e un piatto di minestra. Fece procedere tutte e tre queste scene dall’immagine del volto di un attore. Poi studiò le reazioni del pubblico. Quando veniva mostrato quel volto prima della minestra, l’attore sembrava esprimere fame; quando veniva mostrato prima del cadavere, pareva addolorato; quando veniva mostrato prima della ragazza, il suo volto pareva segnato dal desiderio sessuale. In realtà l’attore non interpretava alcuna emozione. Dopo ogni inquadratura, Kulešov aveva semplicemente inserito la sequenza identica di un attore che fissava impassibile la telecamera. Non c’era fame, né tristezza e tantomeno libidine sul volto dell’attore: erano tutte emozioni viste unicamente dal pubblico. L’esercizio dimostra fino a che punto non vogliamo stare senza una storia, e con quanta avidità lavoriamo per imporre una struttura narrativa a un montaggio privo di significato.

bambini di tutto il mondo adorano le storie

bambini di tutto il mondo adorano le storie e, verso i due anni, iniziano a dare forma ai loro mondi inventati. Le storie sono talmente fondamentali nell’esistenza infantile da essere in sostanza l’elemento che la definisce. La presenza del gioco in numerose specie animali ha un motivo preciso: giocare aiuta i giovani a simulare le azioni per prepararsi alla vita adulta. I bambini che giocano stanno allenando il corpo e il cervello per le sfide che affronteranno da grandi: stanno costruendo intelligenza sociale ed emozionale. Anche gli adulti sono molto simili a Peter Pan: si lasciano alle spalle automobiline e travestimenti, ma non abbandonano mai la finzione; cambiano solo il modo di praticarla. Romanzi, sogni, film e fantasticherie sono province dell’Isola che non c’è. E servono anche per darci un senso comune e un senso morale: la finzione narrativa esprime sempre un forte senso etico. Se i buoni fanno del male è sempre per una buona causa.

Anche i sogni sono storie

Anche quando il nostro corpo dorme, la mente sta sveglia tutta la notte, narrando storie a se stessa con i sogni. I sogni sono storie (e non simboli come vuole la tradizione freudiana): i ricercatori, parlando di sogni, non possono fare a meno di ricorrere al lessico dei corsi di scrittura: trama, prima, personaggi, scena, ambientazione, punto di vista, prospettiva.

Non smettiamo di sognare nemmeno di giorno. La mente, ogni qualvolta non è assorbita da un compito che richiede concentrazione, scivola immancabilmente nelle sue divagazioni. Alcuni studi dicono che un sogno diurno dura in media 14 secondi e ne produciamo 2000 al giorno. Trascorriamo la metà delle nostre ore di veglia, un terzo dell’esistenza, elaborando fantasie.

Le storie vendono, anche online

Le storie vendono, anche online. Basta considerare il wrestling, un insieme di sceneggiate. Ma anche negli altri sport come la boxe, dove invece gli scontri sono veri, i promoter hanno capito che gli incontri non attirano l’interesse dei tifosi a meno che non si punti su personalità sopra le righe, con intrighi e retroscena.
Le storie sono alla base anche della pubblicità. Uno spot non dice che un detersivo funziona bene, lo mostra attraverso la storia di una mamma indaffarata, dei bambini scavezzacollo e un trionfo di bucato bianco smagliante. Chi vende sicurezza stimola le nostre paure per indurci ad acquistare allarmi domestici, ci fa vedere scene di donne e bambini impotenti salvati, grazie a un particolare dispositivo, dall’intrusione di inquietanti sconosciuti. I gioiellieri mostrano storie in cui gli aspiranti fidanzati possono conquistare l’amore dell’amata. Non a caso molte aziende, al centro della propria comunicazione digitale, ora puntino sulle Stories di Instagram.

Anche la Storia è fatta di storie

Anche la Storia è fatta di storie, gli storici sono dei narratori. Qualcuno dice che alcuni fatti storici siano in realtà miti: vedi la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Allo stesso modo la politica è fatta di narrazioni, così come i processi e il giornalismo.
Le opere di finzione possono influenzare la Storia. Per esempio l’autore cita, tra gli altri, il caso de “La capanna dello zio Tom“: opera di finzione che però ha avuto un grande impatto per quanto riguarda la percezione della condizione degli schiavi, del razzismo, della guerra civile americana.

Tutte le tradizioni religiose si fondano su narrazioni

Tutte le tradizioni religiose si fondano su narrazioni. Preti e sciamani di tutto il mondo sanno da sempre ciò che la psicologia ha in seguito confermato: se vuoi che un messaggio penetri nella mente umana, inseriscilo in una storia. La religione è l’espressione massima del dominio della narrazione sulle nostre menti.

Le tendenze religiose sono un adattamento evoluzionistico, un effetto collaterale dell’evoluzione, o una qualche combinazione delle due cose. La più comune spiegazione secolare della religione è che gli umani inventano gli dei per conferire ordine e senso all’esistenza, trovare risposte per le grandi domande senza risposta. Perché sono qui? Chi mi ha fatto? Dove va il sole di notte? Perché partorire è doloroso? Che fine farò una volta morto? Ci serve la religione perché per natura aborriamo l’inspiegabile. Gli esseri umani evocano divinità, spiriti e spiritelli per colmare un vuoto, una mancanza di spiegazione.

David S. Wilson sottolinea che la religione è un’esigenza di carattere evoluzionistico: le società religiose hanno sconfitto grandemente i gruppi che, non avendo credenze comuni, erano più deboli, meno coesi, regolati e motivati. Gustav Jager disse che la religione può considerarsi un’arma nella lotta darwiniana per la sopravvivenza.

Anche la scienza è una grande narrazione

8. Non solo la religione, ma anche la scienza è una grande narrazione che emerge sempre dal bisogno di spiegare il mondo. Il carattere narrativo della scienza è evidente quando, per esempio, si tratta di indagare le origini dell’universo, della vita, dell’attitudine stessa a raccontare storie.

Il fascino delle teorie del complotto

Le teorie del complotto sono storie finzionali, a cui alcune persone credono con convinzione. I fautori delle teorie cospiratorie collegano dati reali e dati immaginari in una versione della realtà coerente ed emotivamente gratificante. Queste storie esercitano una presa fortissima sull’immaginazione umana: affascinano perché raccontano storie avvincenti, con la classica struttura basata su un problema e una netta definizione dei buoni e dei cattivi. C’è sempre un cattivo, e i cattivi si possono sconfiggere.

Le ipotesi cospiratorie sono riflesso del bisogno compulsivo della mente narrante di avere esperienze dotate di senso. Le teorie del complotto offrono risposte definitive un grande mistero della condizione umana: perché nel mondo ci sono tante brutture? Forniscono niente meno che una soluzione al problema del Male. Le teorie complottistiche sono sempre consolatorie, nella loro semplicità.

Il rischio di “diabete mentale”

Le storie stanno diventando una debolezza? Si può delineare un’analogia fra tra la fame di storie e la fame di cibo. La tendenza ad alimentarsi in eccesso è stata utile ai nostri antenati, quanto la scarsità di cibo era un problema all’ordine del giorno. Ma oggi noi moderni sedentari stiamo affogando nei grassi e negli zuccheri. Allo stesso modo consumare tante storie era fondamentale per i nostri antenati, oggi il nostro mondo è invaso da libri, lettori MP3, televisori e smartphone: le storie sono onnipresenti e abbiamo, nei romanzi rosa e nei reality show, qualcosa che è l’equivalente narrativo dei bomboloni fritti alla crema, scrive l’autore. Gottschall parla di rischio di “diabete mentale”.

Il vero rischio non è che in futuro le storie svaniscano dalla nostra vita, ma che ne assumano il controllo totale. Come ci mettiamo a dieta di cibo, dobbiamo evitare di abbuffarci di storie. O quantomeno scegliere quelle migliori, soprattutto online e nell’era dell’overload informativo.

L’uomo avrà sempre bisogno di storie

Il digitale sta cambiando radicalmente il nostro modo di fruire delle storie. Se proviamo a spiegare a un Millennial che un tempo, per vedere un film, dovevamo aspettarne la programmazione nei palinsesti televisivi, magari mesi dopo, oppure prendere l’auto e andare ad affittarlo da un Blockbuster, ci guarderà perplessi. È abituato alla soddisfazione immediata di qualsiasi desiderio, grazie allo streaming. Nell’era di Netflix si parla anche di “binge watching”, l’abitudine di divorarsi intere serie di seguito, un episodio dopo l’altro. Il digitale ha portato anche altre innovazioni impensabili fino a qualche tempo fa: possiamo mettere in pausa una diretta oppure possiamo iniziare a vedere un film sulla TV e finirlo sullo smartphone mentre siamo in coda alla Posta. Ma tutto questo non sposta di una virgola la questione di fondo: l’uomo ha e sempre avrà bisogno di storie.

Il Maestro Roberto segnala il mio corso sulle bufale

Il Maestro Roberto, all’anagrafe Roberto Sconocchini, ha dedicato un post del suo seguitissimo blog al mio videocorso gratuito sulle bufale online.

Chi è il maestro Roberto?

Roberto Sconocchini, insegnante elementare in ruolo dal 1991 che risiede in provincia di Ancona, è un’autorità nel campo dell’uso dell’informatica nell’insegnamento. Dal 2014 fa parte del team “Tecnologie nello zainetto” per promuovere iniziative di aggiornamento sulle risorse didattiche digitali. Ha un blog seguitissimo, Maestro Roberto, dove raccoglie risorse e spunti sull’insegnamento e la Rete.
Lo scorso 26 agosto ha dedicato un articolo al mio videocorso sulle fake news.

Che cosa ha scritto del mio corso il Maestro Roberto?

Ecco il post che il Maestro Roberto ha dedicato al mio corso sulle bufale online:

Il fenomeno delle bufale sta rappresentando un problema di dimensioni mondiali, capace di incidere in maniera significativa in ogni settore della vita di ciascun individuo.

Dalla politica all’economia, dalla sanità al costume, gli effetti delle fake-news rappresentano lo scotto più pesante che stiamo pagando per aver accesso libero all’universo delle informazioni. Una realtà in cui diventa opportuno disporre delle conoscenze adeguate per poter difendersi dalle “post-verità”.

Gianluigi Bonanomi, giornalista e formatore che lavora molto con scuole e genitori sulla Media education, ha realizzato un videocorso, accessibile gratuitamente, che guida al riconoscimento delle fake news e rappresenta una sorta di vademecum alla scoperta degli strumenti necessari (siti, app, trucchi) per combattere bufale e inganni del mondo digitale.

Per accedere al videocorso su come difendersi dalle bufalecliccate qui

 

Guarda il mio videocorso sulle bufale

Per guardare il videocorso gratuito sulle bufale fai clic qui oppure sull’immagine qui sotto:

Protezione dello smartphone dei bambini: l’intervista a Giancarlo Calzetta

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Durante le serate informative sui pericoli della Rete, prima o poi la domanda sulla sicurezza arriva. Come posso controllare quello che fa mio figlio con lo smartphone? Quali strumenti di parental control suggerisci? Si possono prendere virus?

Ho deciso di girare queste domande a chi si occupa professionalmente di cybersecurity, un giornalista informatico (che lavora per Tom’s Hardware, anche nello spin-off Security.info, e Sole24Ore) tra i più noti e apprezzati in Italia: Giancarlo Calzetta.

Controllare lo smartphone dei bambini?

Lo smartphone è oggi il principale strumento con cui i ragazzi accedono a Internet, usato quotidianamente per andare online dal 97% dei ragazzi di 15-17 e dal 51% dei bambini di 9-10 (dati EuKids Online, vedi tabella sopra).

Molti genitori mi chiedono se esistono strumenti per evitare o limitare i danni. Secondo Calzetta sugli store online si trovano diverse applicazioni per il controllo degli smartphone. Sono app di “parental control”, controllo parentale, e sono davvero tantissime: Giancarlo cita le suite di Norton, Gdata e Kaspersky (qui alcuni consigli proprio di Kaspersky sulla questione smartphone e bambini).

Protezione smartphone dei bambini: non fare le cose di nascosto

Il suggerimento numero 1 di Giancarlo, però, è quello di non fare le cose di nascosto. Questo può costituire un problema non tanto tecnico, ma di relazione, di fiducia. Occorre invece spiegare al figlio perché è necessario proteggersi e come farlo. Non sempre i genitori sono competenti dal punto di vista tecnologico, ma le competenze che servono non sono tecniche. Bisogna fare i genitori: affiancare i ragazzi, senza sotterfugi.

Configurare uno smartphone per farlo usare ai bambini

Sul sito di Tom’s Hardware, dove scrive anche Giancarlo, si trova una esauriente guida su come impostare uno smartphone, nel caso specifico Android, per l’uso da parte dei ragazzi. Dopo aver creato un nuovo utente per il minore, si legge nel pezzo, occorre accedere a Google Play per assicurarsi che mostri solo contenuti adatti ai bambini. Nell’articolo, che si trova a questo link, è spiegato tutto passo a passo.

Quali sono i maggiori pericoli per i minori online?

Sempre secondo i dati EuKids Online, “cresce il numero di ragazzi e ragazze di 9-17 anni che hanno fatto qualche esperienza su Internet che li ha turbati o fatti sentire a disagio (13%). Cresce soprattutto fra i bambini di 9-10 anni, passando dal 3% registrato nel 2013 al 13% del 2017”. Fra i rischi continuano a crescere i contenuti inappropriati (soprattutto quelli legati all’ostilità e al razzismo), l’hate speech, l’esposizione a contenuti pornografici e il sexting, oltre ovviamente a cyberbullismo e dipendenza.

Nell’intervista Giancarlo punta i riflettori prevalentemente sulla questione privacy e sulle informazioni che i bambini e ragazzi pubblicano online. In particolare la loro esposizione sui social. “Occorre spiegare che cosa mettere su Instagram e che cosa no” sottolinea Calzetta. Ecco alcuni suoi suggerimenti:

– Impostare il profilo privato.

– Mai rispondere agli sconosciuti.

– Si aggiungono solo amici che si conoscono fisicamente.

– I ragazzi non devono postare proprie foto sui social.

In effetti è più un lavoro da genitori che da tecnico o smanettone.

Come tracciare l’uso che il ragazzo fa dello smartphone?

La maggior parte delle app di parental control prevede anche una funzionalità di tracciamento dell’attività con lo smartphone del ragazzo. Molto utile per permettergli di rendersi conto di quanto e come usa lo strumento. Del resto spesso i minori, e non solo loro, perdono la cognizione del tempo, davanti a uno schermo. Esistono però anche app specifiche per fare questo, e Giancarlo suggerisce di provare Screentime.

Questione sicurezza: si possono prendere i virus sullo smartphone?

Ultima domanda: serve installare un antivirus sullo smartphone del figlio? La risposta è: assolutamente sì. Sebbene gli antivirus per PC e Mac siano potenti, installare una suite di sicurezza sul telefonico (anche su iPhone!) può certamente aiutare a evitare alcuni problemi. Non basta “stare attenti” quando si naviga, questo il monito di Giancarlo.

Ascolta qui l’intervista a Giancarlo Calzetta

Tutte le interviste del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” possono essere ascoltate gratuitamente su Spreaker o direttamente su questo sito. Basta un clic su Play qui sotto. Buon ascolto.

Ascolta “#19 Protezione dello smartphone dei bambini: l’intervista a Giancarlo Calzetta” su Spreaker.

Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi

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L’intervista a Rachele Zinzocchi

Che cosa si intende per educazione civica digitale? L’ho chiesto a Rachele Zinzocchi, professionista del digitale e animatrice del laboratorio di digital education. Qui trovi la presentazione del progetto:

L’educazione civica digitale

Nel corso dell’intervista Rachele ha tenuto a sottolineare che digital education si traduce appunto con “educazione civica digitale”, intesa come utilizzo responsabile e consapevole delle nuove tecnologie, della Rete e dei social. Abbiamo parlato di privacy, di sicurezza, del rischio violenza ma anche di questioni più filosofiche (Rachele è laureata in filosofia!) come per esempio il tradimento della promessa originaria di Facebook di connettere il mondo: il rischio invece è disconnettersi completamente.

Telegram e i ragazzi

Rachele è anche l’autrice di un libro su Telegram che si intitola “Telegram perché”. Ne ho approfittato quindi per chiederle se i ragazzi, in fuga da strumenti “vecchi” come i blog e Facebook, stanno approdando anche lì. La sua risposta è stata: sì. Perché si tratta di uno strumento nuovo, versatile ma soprattutto sicuro (i messaggi sono davvero blindati, non come su WhatsApp). Forse troppo sicuro: il rischio è che la possibilità di scambiare immagini che si autodistruggono, come inizialmente prometteva SnapChat, porti al diffondersi del sexting e del revenge porn. Rachele ha poi citato due canali Telegram meritevoli: quello per la diffusione della divina commedia e quello della Pastorale Giovanile di Molfetta. Suggerisce di seguire anche ilsito del suo mentore per quanto riguarda Telegram: bot di Piersoft.

Come contattare Rachele

Rachele Zinzocchi Telegram

Puoi trovare Rachele ovviamente su Telegram. La sua mail è rachelezinzocchi@gmail.com e il numero di telefono 392/9856823. Questo invece il link al gruppo Facebook sulla digital education.

 

Ascolta l’intervista qui

Puoi ascoltare la puntata 17 del podcast Genitorialità e tecnologia, con l’intervista a Rachele sull’educazione civica digitale, direttamente qui oppure su Spreaker:

Ascolta “#17 Educazione civica digitale: l’intervista a Rachele Zinzocchi” su Spreaker.

Come convincere gli altri con i feedback positivi

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Come convincere gli altri, come influenzarne il comportamento? Secondo la neuroscienziata Tali Sharot, autrice dell’interessante “La scienza della persuasione” (Feltrinelli), una delle possibili risposte è questa: con i feedback positivi.

Convincere i medici a lavarsi le mani con i feedback positivi

La media delle persone che rispettano l’igiene delle mani nei centri medici (ma lo stesso vale nel mondo della ristorazione) viaggia intorno al 38%. Agghiacciante!
Come convincere i medici a lavarsi le mani? Non basta la sorveglianza, non basta nemmeno ricordare i danni da mancata igiene. Sharot racconta invece di un esperimento della New York State University del 2008. In un ospedale fu messa una lavagna luminosa: ogni volta che qualcuno si lavava le mani, si dava un’immediata segnalazione dell’avanzare dell’esperimento, un feedback positivo. Il rispetto dell’igiene è passato dal 10% al 90%. Perché il trucco della lavagna luminosa ha funzionato?

Dolore e piacere: bastone e carota

Bentham scrisse:

La natura ha posto il genere umano sotto il dominio di due supremi padroni: il dolore e il piacere. Spetta ad essi soltanto indicare quel che dovremmo fare, come anche determinare quel che faremo.

Il piacere – un’emozione positiva – si può ottenere da una varietà di stimoli e situazioni, come ricompense materiali, affetto, riconoscimento, ammirazione, speranza. Siamo motivati altrettanto a evitare il dolore, sia fisico che emotivo. Cerchiamo di sfuggire alla malattia, ai prepotenti che ci opprimono; vogliamo evitare la perdita di una persona cara e di qualsiasi cosa possediamo.

Quando cerchiamo di spingere altri ad agire, quindi, spesso offriamo una ricompensa o minacciamo una perdita: il classico gioco “bastone e carota”. Promettere al dipendente una promozione se resta a lavorare di più è una carota. Minacciare il figlio di una punizione se non finisce i compiti è un bastone.

Nel caso citato dei medici, invece di usare un bastone (per esempio le statistiche sui decessi causati da infezioni in sala operatoria) si è scelta una strategia positiva. Tra l’altro, non c’è bisogno di continuare a usare feedback positivi, perché i comportamenti virtuosi presto diventano abitudini.

Avvicinamento ed evitamento: Go e no go

Tali Sharot scrive, a proposito di piacere e dolore:

La legge dell’avvicinamento e dell’evitamento dice che ci avviciniamo alle persone, agli oggetti e agli eventi che pensiamo ci facciano bene ed evitiamo quelli che ci possono fare male. Compiamo azioni che ci portano più vicini a un pezzo di torta, a una persona cara o a una promozione e ci teniamo a distanza da qualcosa a cui siamo allergici, da una relazione negativa o un progetto fallimentare.

Semplice: ci muoviamo verso il piacere e ci allontaniamo dal dolore. Di solito è una tattica efficace. In alcuni casi, però, per avere quello che vogliamo devi allontanartene. Caso tipico: lasci un partner dubbioso affinché capisca quanto ti ama.

Il nostro cervello è fatto in modo tale che l’aspettativa di una ricompensa non solo innesca il movimento di avvicinamento, ma è più probabile che in generale produca un’azione. Il timore di una perdita è più probabile che generi inazione. Ecco perché il feedback positivo ha funzionato per il personale medico che non voleva lavarsi le mani, piuttosto che il tentativo di instillare il timore di una malattia. Siamo fatti in modo che l’aspettativa di “cosa buone” spinga all’azione (GO) e quella di “cose negative” induca a stare fermi (NO GO).

Se vuoi che qualcuno agisca rapidamente, prometti una ricompensa che generi un’aspettativa di piacere. Funziona molto meglio che minacciare una punizione, che genera un’aspettativa di dolore. Se vuoi motivare il team a lavorare di più, dai un riconoscimento settimanale per il dipendente più produttivo. Se vuoi convincere il tuo bambino a mettere in ordine la camera, innesca la reazione Go del cervello: non minacciarlo di proibirgli il dolcetto, ma spiegagli che potrebbe trovare il giocattolo tanto amato, e da qualche tempo disperso, sotto a quel casino. A tua figlia che non vuole mettere il cappotto, non dirle che si ammalerà ma falle immaginare quanto starà bene con quel capo addosso. A tuo figlio che non vuole studiare non dire che sarà un disoccupato ma digli che, se si impegnerà, troverà un bel lavoro. E ancora: per convincere qualcuno a continuare ad andare in palestra non devi fargli notare la pancia che cresce o i pericoli di disturbi cardiaci: fagli i complimenti per i risultati dopo i primi giorni di sforzi. Al contrario, quindi, se vuoi che qualcuno NON faccia qualcosa (NO GO), allora conviene minacciare conseguenze negative per provocare l’immediata paralisi.

Il libro della Sharot

Il libro “La scienza della persuasione” racconta moltissimi esperimenti e approfondisce tanti altri temi, come il potere delle storie, delle emozioni, della curiosità e dell’influenza sociale. Puoi acquistare il libro direttamente su Amazon:

Smartphone in ferie: intervista allo sharing daddy Facchini

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Si definisce lo “sharing daddy”, ma tiene molto all’uso consapevole della tecnologia in famiglia e all’uso virtuoso di smartphone e schermi per stimolare la creatività dei ragazzi, senza danneggiarli o metterli in imbarazzo. All’anagrafe è Francesco Facchini e di mestiere fa il formatore sul tema del mobile journalism (è da anni che non usa un PC, ci tiene a sottolineare).
Ho intervistato Francesco per questa nuova puntata del podcast, mentre girava per le vie di Milano e proprio alla vigilia della partenza per le vacanze con il figlio, lo sharing kid. Mi ha raccontato di come userà lo smartphone con il ragazzo di sei anni durante il soggiorno in Slovenia, per esempio creando dei filmati con una app che si chiama Stop Motion Studio (qui disponibile per iOS). Poi ha dato alcune dritte per l’uso corretto e virtuoso della tecnologia in famiglia: un suo suggerimento, tra gli altri, è quello di creare uno scrigno digitale delle creazioni e dei file riguardanti i figli, senza condividerli (è contro quindi allo sharenting), e di consegnarli ai ragazzi quando avranno l’età per creare una loro identità digitale. Dal punto di vista degli strumenti, oltre a Stop Motion, ha suggerito di creare delle storie, girare i video e montarli usando iMovie in ambiente Apple e KineMaster in ambiente Android.
Per seguire Francesco puoi collegarti al suo sito personale sul mobile journalism, a Sharing Daddy oppure sostenere la sua attività professionale su Patreon.

Ascolta l’intervista direttamente qui:
Ascolta “#16 Come usare lo smartphone in vacanza: intervista allo sharing daddy Francesco Facchini” su Spreaker.

Foto profilo di LinkedIn: le 10 peggiori

La foto profilo di LinkedIn contribuisce alla prima impressione che gli altri si fanno di te; come diceva il pluricitato Oscar Wilde:

Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

Peccato che sul social professionale alcuni sottovalutino questa cosa, e scelgano foto terrificanti. Prima di mostrarti le dieci peggiori, ti racconto come dovresti scegliere l’immagine.

Come dovrebbe essere una buona foto profilo di LinkedIn?

Bastano 100 millisecondi, un decimo di secondo, per farsi un’idea su qualcuno. Esistono delle regole per scegliere l’immagine giusta di LinkedIn. Prima di tutto, se l’obiettivo è quello di farti riconoscere, il volto dovrebbe occupare almeno il 70% della superficie dell’immagine. Secondo: lo sfondo dovrebbe essere omogeneo, altrimenti chi guarda si concentrerà sull’auto che si vede dietro o peggio sui bagnanti inquadrati. La foto dovrebbe anche essere un’immagine recente, non un reperto vintage: quando qualcuno ti incontra di persona, dovrebbe riconoscerti subito; pazienza per i chili in più e i capelli in meno (anche se mi è capitato di vedere anche il contrario). Un tizio una volta mi ha fatto notare che, siccome l’unica volta che è stato immortalato da un fotografo era al matrimonio, usava come foto profilo quella con il gessato e i chicchi di riso incastrati nelle sopracciglia. Ultima indicazione, che devi prendere senza sorbirti il pippone sui neuroni specchio, è: sorridi!
Per ulteriori indicazioni leggi questo articolo:

La galleria degli orrori

Qui di seguito troverai le peggiori foto profilo che ho scovato sul LinkedIn. Spiccano quello con la foto da pirla, l’impiegata che mette in mostra le sue qualità, quello che nasconde la faccia, la foto di coppia, l’anonymous, Babbo Natale e altri ancora.
Fai clic sulle immagini per ingrandirle.

 

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La seconda puntata di Genitori Tech per Mumadvisor sullo sharenting

Sharenting è l’unione di due parole inglesi: “share”, condivisione, e “parenting”, genitorialità. Si tratta, in pratica, dell’abitudine dei genitori di condividere sui propri profili social notizie e sopratutto foto e video dei propri figli. Una vera emergenza: per questo ho deciso di spiegare in questa seconda puntata del videoblog “Genitori Tech” di Mumadvisor, i tre motivi per i quali le foto delle sue bambine non sono online. Buona visione:

Il Principio di Pareto applicato al content marketing

ll principio 80/20, ideato dall’economista Vilfredo Pareto, è illuminante: in pratica la regola è che l’80% dei risultati dipende dal 20% dei fattori (a volte si parla di 60/40 o addirittura di 90/10). È una regola universale, valida nei campi più disparati. Per spiegarlo in parole povere durante i miei corsi faccio questi esempi:
– usi il 20% dei tuoi vestiti l’80% delle volte;
– usi il 20% delle app installate sullo smartphone l’80% del tempo;
– il 20% dei tuoi clienti generano l’80% del fatturato.
Corollario a quest’ultima affermazione: se hai 30 clienti avrai la tentazione di trattare tutti allo stesso modo; eppure quasi certamente il 20% del business viene da uno solo di essi.
In questo articolo racconto come applicare questo principio al content marketing.

Una struttura ricorsiva

Ho recentemente letto il libro di Perry Marshall, “Il principio 80/20 per vendite e marketing”, che dà un ulteriore contributo alla discussione sul principio di Pareto. Marshall ha fatto una scoperta fondamentale: il principio 80/20 ha una natura frattale, si può applicare all’infinito. Se il 20% dei tuoi sforzi produce lo 80% dei risultati, all’interno di quel 20% ci sarà un altro 20% che produce l’80% dell’80% iniziale. In pratica: concentrati sul 4% del tuo investimento, economico e di tempo, per produrre il 64% dei risultati totali.

Puoi acquistare il libro su Amazon:

Il principio di Pareto applicato al content marketing

Il content marketing, detto anche inbound marketing, è il contrario dell’outbound marketing (telemarketing a freddo, invio di newsletter e DEM a contatti non profilati) e prevede la creazione e condivisione di contenuti editoriali (articoli, eBook, infografiche ecc.) al fine di acquisire clienti. Lo strumento principale per fare content marketing, per mia esperienza, è il blog.

Come si applica il principio di Pareto al blog? Il 20 delle keyword scelte per costruirci attorno gli articoli genererà l’80% del traffico. Come si scelgono quindi le keyword giuste, quelle vincenti? Personalmente uso diversi strumenti per l’individuazione delle parole chiave (ma il 20% di questi li uso nell’80% dei casi!) e non intendo necessariamente Google Adwords. Uno dei miei strumenti preferiti è Ubersuggest. Nel prossimo paragrafo vedrai come funziona.

Come funziona Ubersuggest?

Ubersuggest è uno strumento SEO, ideale quindi per l’ottimizzazione di articoli e siti affinché piacciano a Google (passami l’espressione). Più precisamente è definito un Google Suggest Scraper perché permette di elencare e organizzare tutti i consigli di Google presi dai suggerimenti di ricerca. In pratica individua le query che gli utenti hanno inserito in merito a una ricerca, quindi soprattutto le chiavi secondarie. Usarlo è assai semplice: nella schermata principale basta inserire keyword e lingua, poi premere “Look up”.

Come lo uso io? Se voglio scrivere un articolo su LinkedIn, scopro che molti cercano “Riepilogo LinkedIn”, e ancora più in dettaglio cercano “Riepilogo LinkedIn un esempio”. E infatti ho creato un articolo con quel titolo che mi sta dando molte soddisfazioni.


Perché puoi usare Ubersuggest per applicare il principio di Pareto alla ricerca delle keyword? Perché lo strumento restituisce anche i volumi delle ricerche, anzi puoi proprio ordinare le keyword per volumi. Devi concentrarti solo sulle parole chiave che genereranno più traffico: trova quel 20% di parole chiave che contano davvero.

 

Che cos’è la dieta mediale? L’intervista a Marco Gui

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La quindicesima puntata del podcast “Genitorialità e tecnologia” è dedicata all’intervista con il professor Marco Gui (nella foto sopra), ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca. Ho intervistato Marco perché si occupa di sociologia dei media ed è un grande esperto di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Tra l’altro è l’autore di uno dei libri più interessanti che ho letto sul tema: “A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita”.

Il problema

Come si evince dall’intervista, breve (una decina di minuti in tutto) ma intensa, il tema del libro è la sovrabbondanza comunicativa permanente. In particolare Gui sostiene che l’obesità e la sovrabbondanza comunicativa colpiscano le fasce con meno risorse socio-culturali, quindi toccano chi ha meno strumenti per difendersi. Data l’analogia tra cibo e tecnologia, si parla quindi di dieta mediale.

Nel corso della puntata Gui ha precisato che le vere dipendenze (IAD, Smartphone addiction e dipendenza dai videogiochi) sono rare, ma sempre più spesso si verifica un sovra-consumo, un uso disfunzionale della Rete, che si associa a diversi problemi: di tipo relazionale, di rendimento nello studio o sul lavoro, di qualità del sonno o della capacità di godersi in modo rilassante momenti di svago.

I rimedi

Quali i rimedi? Gui suggerisce, soprattutto ai genitori, di avere un strategia nell’uso dei media, in modo da usare consapevolmente tutti gli schermi che ci circondano ma soprattutto per essere un esempio per i ragazzi. Prima di tutto occorre analizzare l’uso che si fa della tecnologia. Per questo possono essere utili strumenti come RescueTime.

L’intervista

Per ascoltare la puntata del podcast fai clic su Play qui:

Ascolta “#15 A dieta di media in famiglia: l’intervista a Marco Gui” su Spreaker.

Per contattare Marco puoi visitare la sua pagina sul sito dell’Università Bicocca, scrivergli a marco.gui@unimib.it oppure visitare il sito del suo progetto sul benessere digitale.

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