Pagina aziendale di LinkedIn: 4 tattiche per acquisire follower (senza spendere un euro in advertising)

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Aprire una pagina LinkedIn aziendale è questione di pochi minuti: basta inserire nome, settore, descrizione e pochi altri dettagli ed è fatta. Il problema si presenta dopo: come fare a farla crescere? Acquisire nuovi follower è un problema comune. In questo articolo ho raccolto quattro tattiche che suggerisco durante i miei corsi di uso strategico di LinkedIn per le aziende.

1. L’invito manuale

A volte mi capita di analizzare pagine di aziende con decine di dipendenti e solo una manciata di follower. Assurdo: nemmeno i dipendenti dell’azienda la seguono su LinkedIn, perché dovrebbero farlo gli altri? Il responsabile della comunicazione dovrebbe inviare una bella mail a tutti i dipendenti e collaboratori e chiedere loro, gentilmente, di fare clic sul pulsante Follow, oltre ad agganciare la pagina aziendale sul proprio profilo, in corrispondenza della posizione lavorativa. Anzi, i dipendenti dovrebbero essere i primi brand ambassador online dell’azienda: dovrebbero interagire con i contenuti della pagina.
Tra l’altro dovresti inserire il link alla pagina aziendale in tutte le comunicazioni, digitali e non. Per esempio sulla carta intestata, nella firma delle email, un bel QR code su un roll-up esposto nello stand della fiera e così via.

2. Creare il badge

La seconda mossa da fare è quella di far conoscere il più possibile la pagina. Il consiglio è quello di creare il badge da inserire nel sito, sul blog e così via. Non sto parlando del badge dei profili personali, proprio di quello della pagina aziendale. Occorre usare il “Follow Company Plugin Generator” che si trova a questo indirizzo. Compila i campi (pagina, lingua, formato) e fai clic su “Get code”.
Appare così:

3. L’ottimizzazione delle parole chiave

Fai in modo che la pagina aziendale sia trovata nelle ricerche interne a LinkedIn. Anche in questo caso, come per i profili personali, si deve fare un ragionamento in ottica SEO, una ottimizzazione delle parole chiave anche pensando alla coda lunga. In concreto, inserisci parole chiave specifiche nelle sezioni Chi siamo e Settori di competenza. La stessa cosa si può fare nelle pagine Vetrina, spazi che offrono la possibilità di dare dettagli sui tuoi prodotti e servizi.

[UPDATE DEL GIUGNO 2019]

4. Invitare i tuoi contatti direttamente dalla pagina

Dal giugno 2019 è possibile, dagli strumenti di amministrazione della pagina, invitare direttamente i (tuoi) collegamenti a seguire la propria pagina. Puoi invitare solo una volta ciascun collegamento a seguire la tua pagina.

Se invece vuoi pagare…

Esiste anche la possibilità di fare un investimento, ossia di far partire delle campagne di sponsorizzazione con l’aggiunta del pulsante Follow alla pagina LinkedIn aziendale.

Se vuoi informazioni sui miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn in azienda, scrivimi.

Bufale online: che cos’è la legge di Brandolini?

Sull’autorevole rivista Nature, Phil Williamson ha scritto:

Most researchers who have tried to engage online with ill-informed journalists or pseudoscientists will be miliar with Brandolini’s law (also known as the Bullshit Asymmetry Principle): the amount of energy needed to refute bullshit is an order of magnitude bigger than that needed to produce it. Is it really worth taking the time and effort to challenge, correct and clarify articles that claim to be about science but in most cases seem to represent a political ideology?

In parole povere la legge di Brandolini, che in realtà ha un altro nome meno elegante (che ti svelo nel prossimo paragrafo), dice che lo sforzo richiesto per sbugiardare una bufala online è notevolmente maggiore rispetto allo sforzo per crearla.

Williamson chiude con una domanda: vale la pena affrontare la sfida, prendersi la briga di lottare contro la disinformazione soprattutto in un Paese come il nostro, pieno zeppo di analfabeti funzionali (vedi qui un approfondimento) e di persone che vivono dentro la loro bolla di conferma? La risposta, per Williamson e per molti altri, è sì. Anche se gli sforzi non sono ripagati immediatamente, e la fatica è tanta, ma qualcuno, da qualche parte, leggerà la verità. E allora ne sarà valsa la pena.

La genesi della legge di Brandolini

Tornando alla legge di Brandolini, qual è la sua genesi? La legge, che recita testualmente “L’ammontare di energia necessaria a confutare una ca**ata è di un ordine di magnitudine superiore a quella necessaria a produrla”, è opera di Alberto Brandolini (qui il suo account Twitter), programmatore italiano, che nel 2013 diventò virale sul Web americano proprio con questo “principio di asimmetria della ca**ata.

A quanto pare, Brandolini fu ispirato dalla lettura di Daniel Kahneman, economista e psicologo vincitore di un premio Nobel. Dopo aver letto il suo bestseller “Pensieri lenti e veloci”, leggenda narra che Brandolini mise a punta la sua legge dopo aver guardato un dibattito tra Silvio Berlusconi e Marco Travaglio.

Ripercorrendo gli insegnamenti della psicologia del pensiero e dei processi decisionali si può sostenere che, per una persona che abbia già un certo tipo di credenze, sia molto facile cadere nella trappola di una notizia falsa che rafforza le stesse credenze (in gergo si parla di “confirmation bias”; qui altri nove bias che favoriscono le fake news). Esempio tipico: chi crede che gli immigrati siano pericolosi non farà altro che cercare notizie a conferma di questa ipotesi. E quando una notizia falsa (“un immigrato ha stuprato una donna”) viene smentita, molto difficilmente crede a tale smentita, o comunque le credenze non verranno modificate (“se anche non fosse successo stavolta, comunque succede continuamente”).

Per approfondire il tema delle fake news

Puoi acquistare il libro che ho scritto con altri tre colleghi sulle bufale online direttamente su Amazon:

Brand journalism: la mia lezione all’Università di Pavia (+ slide)

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Lo scorso lunedì 5 marzo 2018 sono stato invitato da Marco Camisani Calzolari (volto noto di Uno Mattina e Striscia la notizia, ma anche docente universitario) a tenere una lecture durante il suo corso di Business digital communication alla Facoltà di Scienze Politiche di Pavia.

Qui di seguito metto a disposizione le slide che ho usato durante la lezione:

brandjournalism_gianluigi_bonanomi_scienze_politiche_pavia

Per approfondire i temi del brand journalism puoi seguire i miei corsi presso Primopiano di Milano.

Riepilogo di LinkedIn: un esempio

La parte più difficile dei miei workshop sull’uso strategico di LinkedIn – dopo aver individuato keyword, skill e tutto il resto – è la stesura del Riepilogo, in inglese Summary. I miei corsisti trovano difficile raccontarsi o quantomeno organizzare la storia della loro carriera. E spesso mi chiedono di vedere degli esempi. Buone pratiche ve ne sono molte in giro, ma preferisco mostrare il mio Riepilogo LinkedIn come esempio per giustificare alcune mie scelte e mostrare uno schema replicabile.

Riepilogo LinkedIn: prendi a esempio il mio

Il mio riepilogo, a oggi (marzo 2018), è questo:

Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita. È stata la mia grande fortuna.

Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutti i contenuti che creo: articoli online, post per blog, piani editoriali per social media, corsi per professionisti e aziende, speech per convegni ma soprattutto libri ed eBook.

Queste passioni mi hanno travolto quando ancora ero uno sbarbato (da allora però porto la barba). A 16 anni ho iniziato a scrivere per un settimanale locale: giravo col motorino per i campetti di calcio di periferia.

Dopo la tesi sulle relazioni online, ho iniziato a scrivere di tecnologia per una diffusissima rivista informatica (Computer Idea). Peccato che, dopo 10 anni, avevo una professione ma non più un lavoro: scrivere di tecnologia sulla carta era un mestiere destinato all’estinzione.

Dovevo reinventarmi. Sebbene nel frattempo quello tecnologico fosse diventato un settore main-stream, avevo un problema di “personal branding”. Allora ho iniziato a scrivere libri ed eBook per diversi editori (Hoepli, Fag, Informant) e ho ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni. Un testo gratuito è stato scaricato quasi 100.000 volte. La realizzazione di contenuti per le aziende mi ha portato poi a collaborare con diverse agenzie di comunicazione (Business Press, EffettoDomino, Sangalli M&C).

Negli ultimi quattro anni ho formato più di 2.000 persone. Faccio formazione sui temi hi-tech per giornalisti presso PrimoPiano, con crediti formativi. Tengo corsi anche su altri temi: Web writing, tecnologia e genitorialità, comunicazione aziendale, ricerca del lavoro online. Nel 2017 ho cofondato la società Four S.r.l., che si occupa anche di formazione aziendale su sicurezza, primo soccorso, uso defibrillatori e altro ancora.

Scrivimi per i corsi ► info@gianluigibonanomi.com

Storytelling: cliffhanger e “man in hole”

Eccone l’analisi. Parto dall’inizio. La frase seguente…

Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita

… potrebbe sembrare un autogol. Ma come, racconti un fallimento? Parli del momento peggiore della tua carriera? Sì, per due motivi.

Primo motivo: è una questione di storytelling. Kurt Vonnegut, celebre autore di “Mattatoio N. 5”, spiegò che esistono alcuni schemi ricorrenti nelle storie, e uno di questi si chiama “Man in hole”.

La storia dell’eroe deve raccontare di un suo momento di difficoltà, di come l’ha superato e di come ne è uscito rafforzato.

Se vuoi scoprire quali sono le tecniche di storytelling da usare nel tuo Riepilogo, leggi questo articolo:

Qui trovi un video su LinkedIn e storytelling:

L’importanza dell’incipit

L’incipit fa la differenza. LinkedIn mostra solo le prime due righe del Riepilogo di LinkedIn. Per leggerlo tutto occorre fare clic su “Visualizza altro”.

Se non si cattura l’attenzione con quello che sta, in gergo, “above the fold” (espressione derivata dal mondo della carta stampata: in un giornale piegato si vede solo quello che sta nella prima pagina in alto), nessuno leggerà il resto. Per questo, alla frase riportata prima, ho aggiunto un piccolo colpo di scena, in termini narrativi “cliffhanger”:

Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita. È stata la mia grande fortuna.

Partire dal perché

Come afferma Simon Sinek, per una presentazione business efficace non bisogna dire che cosa si fa o come lo si fa, ma perché (qui lo spiego nel dettaglio). Se dimostro che amo il mio lavoro, a parità di competenze con un competitor, sceglierai me:

Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutti i contenuti che creo.

Nel prosieguo del Riepilogo quello che faccio è inserire due elementi fondamentali: keyword e numeri. Le keyword sono frutto di un’ottimazione SEO del profilo (leggi qui l’articolo sulla coda lunga in LinkedIn): ho inserito una serie di chiavi di ricerca per le quali voglio essere trovato in LinkedIn:

articoli online, post per blog, piani editoriali per social media, corsi per professionisti e aziende, speech per convegni ma soprattutto libri ed eBook.

L’importanza dei numeri

Anche i numeri sono fondamentali. Danno una misura di quello che comunichi, ma soprattutto danno sostanza ad affermazioni che altrimenti resterebbero aria fritta. Non dico “mi occupo di comunicazione digitale”, bensì “mi occupo di comunicazione digitale da 25 anni”. Non che so (genericamente) creare contenuti virali, ma:

Un testo gratuito è stato scaricato quasi 100.000 volte.

Non che faccio il formatore, piuttosto:

Negli ultimi quattro anni ho formato più di 2.000 persone.

La stima che hai appena letto è largamente per difetto, ma in questo caso meglio essere modesti. Anche perché, e qui la domanda arriva sempre, non stiamo facendo i fenomeni. Occorre fotografare la propria carriera, senza… dare i numeri!

La call to action finale

Il riepilogo si dovrebbe concludere con una call to action (detta anche CTA), una chiamata all’azione:

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Il libro “Guida calcistica di LinkedIn”

Ho scritto un libro su LinkedIn un po’ sui generis, usando le metafore calcistiche (attacco, difesa, falli, figurine, tifosi e altro) per spiegare come usare in modo efficace e strategico il proprio profilo LinkedIn. Vi trovi anche molte indicazioni sul riepilogo.

10 mestieri che perderemo per colpa della tecnologia

“Il nostro futuro” è un libro illuminante. Scritto da Alec Ross, docente ed esperto di tecnologia nonché ex consigliere del dipartimento di Stato per l’Innovazione con Hillary Clinton, il testo ci spiega come affrontare il mondo nei prossimi vent’anni.


Nel primo capitolo Ross parla di robotica, affermando una verità dolorosa: la scelta tra impiegare umani o macchine è una questione di spese. Il lavoro umano comporta basse “capex” (capital expenditure, spese di capitale), perché l’uomo non va costruito, ma altre “opex” (operational expenditure, spese operative), per i salari (persino in Oriente, in Cina, ormai). Per il lavoro dei robot la situazione è diametralmente opposta: i costi di capitale anticipati sono altissimi, ma quelli operativi sono minimi, e in via di ulteriore diminuzione.
Questa situazione porterà a una perdita di mestieri, che in futuro vedranno gli umani completamente rimpiazzati dai robot. Ne propongo dieci (con video esemplificativi), in alcuni casi il trend è già in atto.

1. Autotrasportatore (e tassista)

2. Chirurgo

3. Addetto alle pulizie

4. Cameriere

5. Badante

6. Receptionist

7. Barista

8. Postino/fattorino

9. Soldato

10. Giornalista

A proposito di quest’ultimo caso, che mi riguarda da vicino, va detto che in mezzo mondo già alcuni articoli, tipicamente di carattere finanziario o sportivo, sono scritti da algoritmi (vedi il caso del Washington Post). È uno dei motivi per cui mi sono dato ad altro, prima che fosse troppo tardi…

Trovi il libro di Ross su Amazon:

GDPR, 10 cose da sapere sul nuovo regolamento europeo sulla privacy

L’adozione del nuovo regolamento europeo che sostituirà, fra pochi mesi, le precedenti leggi sulla privacy porterà un incremento dei compiti relativi al trattamento dei dati da parte delle aziende. Ecco le 10 cose da tenere presenti.

  1. Che cosa vuol dire GDPR?

Dietro la sigla GDPR si celano le parole General Data Protection Regulation, ovvero Regolamento Generale per la Protezione dei Dati. Ma il vero obiettivo della normativa non è la protezione dei dati in sé, quanto la protezione dei diritti dei proprietari dei dati. E per proprietario non si intende l’azienda che ha raccolto e memorizzato i dati stessi, ma la persona fisica cui quei dati si riferiscono.

  1. Quando entrerà in vigore la GDPR?

25 maggio 2018: questa data apparentemente innocua pare essere diventata lo spauracchio degli IT manager di tutta Europa. La ragione è semplice: essa segnerà la definitiva entrata in vigore del nuovo regolamento continentale per il trattamento dei dati, la famosa GDPR o in termini tecnici il Regolamento UE 2016/679.

  1. Che cosa fa la GDPR?

La GDPR, in pratica, mette in atto tutta una serie di norme concernenti il modo in cui un’azienda (pubblica o privata) raccoglie dati sui cittadini (clienti, pazienti, o altro), il modo in cui li deve conservare per far sì che le informazioni non vengano divulgate oltre il necessario o senza permesso, le modalità con cui i proprietari dei dati possono accedere alle informazioni che li riguardano per verificarle, modificarle o richiederne la cancellazione, e le regole da seguire nel caso si rilevi un’intrusione o un danneggiamento dei dati registrati.

  1. Sono previste sanzioni?

Il nuovo regolamento fissa sanzioni pesantissime per chi, in un modo o nell’altro, non rispetta la normativa. Rispetto alle norme precedentemente in vigore, tipo la direttiva 95/46 (legge sulla privacy), si deve registrare per prima cosa una maggiore organicità delle regole, e secondariamente questo cambio di prospettiva per cui la GDPR mette effettivamente al primo posto l’interesse delle persone cui i dati si riferiscono. Tanto che, per esempio, le mille scappatoie presenti nella legge sulla privacy riguardo al consenso al trattamento sono state praticamente tutte chiuse. Chi per esempio provasse a contattare (anche via email) una persona che non ha dato il permesso esplicito di essere raggiunta, rischia multe salatissime.

  1. Come saranno trattati i dati sensibili?

Se con la nuova normativa tutti i dati personali sono considerati sensibili, i dati sanitari lo sono in modo speciale, tanto che sono previste ulteriori restrizioni per il loro utilizzo, legate all’estrema confidenzialità. I dati sanitari, per fare un esempio “scottante”, si potranno usare solo per finalità connesse alla salute (cura), per la supervisione del sistema sanitario nazionale (governo) e per la ricerca purché di pubblico interesse. Inoltre, i singoli governi possono introdurre ulteriori limitazioni o condizioni particolari per il trattamento.

  1. Ci sono anche i vantaggi?

Detta così, l’introduzione della GDPR sembra essere solo una grande fonte di grattacapi per ogni azienda, pubblica o privata, che raccolga, memorizzi e utilizzi dati relativi a persone. In realtà, si tratta anche di una grande opportunità da cogliere. La natura stessa del regolamento, infatti, incoraggia una riprogettazione completa delle basi dati aziendali, che vanno ripensate in modo da assicurare la privacy “by design” e “by default”, ovvero direttamente in fase di progetto e non facoltativa. E questo permetterebbe, per esempio, di riorganizzare in modo coerente i tanti database che spesso in azienda sono cresciuti in modo disordinato e indipendente uno dall’altro, con il risultato di rendere difficile il confronto fra i dati e l’utilizzo combinato dei database stessi, riducendo nettamente l’efficacia di questi strumenti. Inoltre, potrebbe essere l’occasione buona per “pulire” database che sono in produzione da tempo e che, molto probabilmente, conterranno una elevata percentuale di dati obsoleti, incompleti, mal codificati o semplicemente sbagliati.
Una progettazione di questo tipo avrà dei vantaggi anche in termini di sicurezza.

  1. Le sfide a breve: le priorità per le aziende

In attesa che si concretizzino i vantaggi promessi dalla GDPR, le aziende sono alle prese con i compiti fondamentali per arrivare all’implementazione corretta del regolamento a fine maggio. Il garante della privacy, in particolare, ha individuato già diversi mesi fa tre priorità per le pubbliche amministrazioni: selezionare una persona per il ruolo di Responsabile della protezione dei dati personali (DPO, Data Protection Officer), implementare le procedure interne per istituire i registri dei trattamenti, e definire le procedure relative alla rilevazione, registrazione e comunicazione agli interessati di eventuali violazioni dei dati.

  1. Chi è il Data Protection Officer?

Fra le altre cose, come visto nel punto precedente, la GDPR definisce anche una serie di figure precise che si occupano della gestione dei dati in azienda. E se nella maggior parte dei casi si tratta di dare un nome nuovo a figure preesistenti, come “data controller” e “data processor”, la direttiva introduce anche una new entry nell’organico. Si tratta della figura del Data Protection Officer, probabilmente una delle novità più rilevanti della GDPR. Di fatto, è una persona che può essere sia interna che esterna all’azienda – un consulente per esempio- e il cui compito è quello di vigilare perché siano poste in essere correttamente tutte le procedure tecniche e amministrative che garantiscono il corretto trattamento dei dati secondo la direttiva europea.

  1. Quali sono gli incarichi principali del DPO?

Il Data Protection Officer è, come visto, una figura operativa e di controllo, che avrà quattro incarichi principali. Dovrà informare il personale che si occupa dei dati sulle disposizioni della GDPR, controllare che le normative stesse vengano attuate correttamente, fare da ponte fra i responsabili del trattamento dati e il Garante della Privacy, e assicurarsi che le norme siano rispettate in modo da scongiurare il pericolo di sanzioni. Il fatto che il ruolo sia a cavallo fra l’amministrativo e l’operativo, e soprattutto che richieda solide competenze sia in tema di legge (deve conoscere a fondo la direttiva e i suoi corollari, le leggi sulla privacy eccetera), sia in tema di gestione operativa dati e cybersecurity, fa sì che ci siano pochi professionisti in grado di ricoprire il ruolo. Anche se vari organismi in Europa si sono mossi tempestivamente per organizzare la formazione e la certificazione di figure adatte al compito di DPO, non è difficile prevedere un periodo iniziale di scarsa disponibilità di personale adeguato, cosa che costringerà molte aziende a ricorrere a consulenti esterni o, nel caso di pubbliche amministrazioni, a consorziarsi per condividere un DPO fra varie organizzazioni.

L’importante, comunque, è evitare che la nuova figura venga di fatto svuotata come è successo all’attuale “responsabile del trattamento dati”, indicato come referente dalla legge sulla privacy, che spesso è ridotto a essere poco più che una semplice firma su un foglio.

10. Per approfondire ulteriormente

Il posto migliore dove reperire informazioni sulla GDPR è certamente il sito del Garante della privacy. Trovate tutte le informazioni sul nuovo regolamento sul sito www.garanteprivacy.it/regolamentoue.

Bar cardioprotetto: la mia presentazione del progetto di Four S.r.l.

Lo scorso 5 febbraio 2018 la mia società di formazione Four S.r.l., in collaborazione con “Ristopiù” Lombardia, ha inaugurato a Varedo, in via Monte tre croci, il progetto Bar Cardioprotetto. Un’iniziativa ambiziosa, che ho raccontato così (citazione dall’articolo di Mbnews dedicato all’evento):

“Un’anteprima del progetto  che nasce dalla volontà di garantire la sicurezza nei luoghi pubblici”.

I dati parlano chiaro e sono preoccupanti.

“Se cerchiamo su Google le parole infarto e bar troveremo 580 mila risultati”.

Dati alla mano, insomma, che il Ceo di Four S.r.l. Mirko Damasco ha confermato:

“Ogni anno muoiono di arresto cardiaco 75 mila persone. 200 al giorno. Una, ogni 7 minuti e l’84% dei decessi, viene constatato sul territorio. Numeri importanti. Numeri che riempirebbero uno stadio intero”.

 

Questi alcuni passaggi dell’intervista a Damasco:

Dati. Ancora numeri: tra quelle 73 mila persone che muoiono per arresto cardiaco, 14 mila subiscono un decesso proprio nei luoghi pubblici. “L’arresto cardiaco e il soffocamento – spiega Damasco – sono le uniche due emergenze per le quali non ci è dato aspettare un’ambulanza. E i decessi, soprattutto in Italia, avvengono proprio per l’impreparazione delle persone”. Del resto, non sapere come agire, in caso di emergenza, diventa davvero una questione di vita o di morte.

La presenza di un defibrillatore all’interno dei locali, è quindi essenziale, in modo preventivo, per salvare delle vite. Non solo agli avventori degli stessi, ma anche a tutti quei cittadini che si trovano nei pressi . “La presenza di un defibrillatore, unitamente alla preparazione tecnica, può portare ad un incremento della sopravvivenza pari al + 75%” – continua Damasco.

Se di vantaggi si parla. Si intendano anche quelli economici. Chi si dota di un defibrillatore, infatti,  può ottenere uno sconto INAIL fino al 28%. Ma la presenza di strumenti tecnici, tuttavia, non è assolutamente necessaria se, spiega Damasco, “alla base non c’è una preparazione teorica”. Oltre all’impreparazione, però, c’è un altro motivo per il quale spesso si tarda a prestare soccorso. Attoniti si guarda. Non si agisce. La paura, che diventa quindi un deterrente. A testimoniarlo è Mirko Damasco. “L’aspetto legale è una delle componenti più importanti su cui va fatta informazione. La paura di conseguenze legali – spiega il relatore – diventa il motivo per il quale si guarda, ma non si interviene”. A fugare ogni paura, fortunatamente, interviene la legge. Nello specifico il codice penale cui all’articolo 54, per lo stato di necessità dichiara: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Questo, infine, il video della mia presentazione:

Indagine Kaspersky Lab: il 70% dei genitori condivide foto e video dei figli online

Una recente indagine di Kaspersky Lab ha indagato quante informazioni personali siano diventate di dominio pubblico: la ricerca ha rivelato che la maggior parte delle persone intervistate (93%) condivide le proprie informazioni online e di queste il 70% condivide foto e video dei propri figli.
In modo preoccupante, quasi la metà (44%) degli utenti non prende in considerazione il fatto che le informazioni personali condivise su Internet, una volta diventate di dominio pubblico, possono sfuggire al controllo dei loro proprietari. Una persona su cinque ammette di condividere dati sensibili con persone che non conosce bene e con estranei, limitando così la possibilità di controllare il loro uso futuro.
Inoltre, sempre secondo una ricerca di Kaspersky Lab, i social media, nati come modo per rimanere in contatto con gli amici e condividere ricordi piacevoli, diventano spesso fonte di frustrazione. La caccia ai “like” gioca un ruolo centrale in questo processo, poiché la maggior parte delle persone si sente abbattuta o arrabbiata quando non riceve tutti i “mi piace” che si aspettava per un post e il 42% afferma di essere geloso quando i propri amici ne ricevono di più. Inoltre, l’indagine evidenzia che le persone provano invidia quando vedono, sui social, che la vita degli amici appare migliore della propria.
In un sondaggio su un campione di 16.750 utenti in tutto il mondo, Kaspersky Lab ha rilevato la frustrazione nei confronti dei social media. Le persone, spesso, dopo aver passato del tempo sulle diverse piattaforme, provano sentimenti negativi, che superano gli effetti positivi che i social dovrebbero generare.
Ad esempio, il 59% si è sentito triste dopo aver visto i post di amici a una festa a cui non era stato invitato e il 45% ha rivelato che le foto delle vacanze degli amici hanno avuto conseguenze negative sul proprio umore. Inoltre, il 37% ha anche ammesso che riguardare vecchi post e ricordare momenti felici li ha lasciati con la sensazione che il passato fosse meglio del presente.
L’unico motivo per cui gli utenti non decidono di abbandonare i social media è la paura di perdere i contatti coi propri amici e i propri ricordi online, come le foto e, se il primo problema potrebbe essere più difficile da risolvere, Kaspersky Lab sta lavorando a una soluzione per aiutare gli utenti a salvare i propri ricordi digitali.

LinkedIn, come scegliere la foto profilo: intervista a Enrico e Piera dello studio Giudicianni&Biffi

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La foto del mio profilo LinkedIn, quella dove sorrido, quella qui sopra, non è un selfie. Me l’ha scattata una professionista, Piera Biffi, dello studio Giudicianni&Biffi di Mezzago, dalle mie parti. Per avere un contributo professionale sulla questione foto profilo di LinkedIn, ho chiesto a Piera ed Enrico dello studio di rispondere ad alcune domande.

Piera ed Enrico, l’immagine del profilo di LinkedIn è sostanzialmente una foto business: quali sono i consigli per fare una foto efficace?

Non tutte le foto business sono uguali e conoscerne l’utilizzo finale è basilare. Il fotografo deve capire qual è soprattutto la mansione svolta, nonché quale immagine si vuole dare di sé o dell’azienda: strettamente professional o più informale? Tassativamente seriosa o più creativa e giocosa?

L’immagine del profilo deve saper rendere immediatamente riconoscibile il ruolo del soggetto e allo stesso tempo trasmettere il tratto distintivo e l’unicità della sua personalità. Di qui la ricerca della miglior “posa”, la location più indicata, la luce più calzante per poter ottenere un risultato che sia in linea con le aspettative e le richieste.

Importante quindi è che sia ben deducibile che la foto sia stata eseguita da un professionista, questo anche a dimostrazione della cura e serietà del soggetto nei confronti delle proprie scelte e nei confronti delle persone alle quali si propone.

Che differenza c’è tra immagine social e ritratto business?

L’immagine del profilo social, a differenza del classico business portrait, richiede inquadrature più limitate, visto il piccolo spazio utile: da preferire quindi sono i primi piani e uno sfondo che non distolga l’attenzione dal soggetto.

Ma si può eventualmente lavorare in post-produzione?

La post produzione (i ritocchi, per intenderci) è necessaria per correggere piccole imperfezioni temporanee, ammorbidire rughe e dare un aspetto più salubre e tonico ma senza esagerazioni. 

Qual è il segreto per fare una buona foto da profilo?

Come per tutte le foto di ritratto, uno fra gli aspetti principali per una buona riuscita è sicuramente l’empatia fra fotografo e soggetto fotografato. Solo in questo modo si riescono a produrre ritratti “emozionali”, in cui il soggetto si riconosca. Importante è riuscire a instaurare un rapporto amichevole che riesca a mettere il committente davvero a proprio agio, stare di fronte ad un obiettivo fotografico è condizione di profondo disagio per molti.

Occorre quindi che il fotografo sia pronto, veloce ed efficace negli scatti che devono essere eseguiti senza tempi morti o pause forzate (qui la preparazione anche tecnica di un professionista fa la differenza) e dove il fotografo riesca sempre a dialogare e interagire rassicurando il soggetto.

Avete dei consigli riguardo l’abbigliamento?

L’abbigliamento deve essere consono al proprio ruolo professionale e alla propria personalità, in ogni caso sempre curato e attento ai dettagli (trucco e parrucco).

Qualche indicazione pratica?

Per ruoli impiegatizi/manageriali giacca e cravatta per l’uomo e tailleur e camicia per la donna sono un obbligo, mentre per ruoli artistici o creativi il casual e informale è consigliato.

Tornando a LinkedIn, consigliate la foto “brandizzata”, dove si veda il logo dell’azienda?

La foto profilo di LinkedIn è talmente piccola che inserire il brand la penalizzerebbe dal punto di vista del riconoscimento del soggetto. Ma se il logo viene inserito con discrezione, il vantaggio è di avere una foto che condivisa porta visibilità all’azienda.

Eccone un esempio, il ritratto business di un amministratore delegato:

Ci potete mostrare altri esempi di foto particolarmente riuscite?

Eccole, ve ne mostriamo tre intere; come nel caso precedente è evidenziato il tondo che mostrerà LinkedIn.

Una segretaria di direzione:

Un filosofo:

E un manager:

 

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Social recruiter: 10 cose che devi sapere se vuoi fare questo mestiere

Quando ho intervistato il social recruiter Osvaldo Danzi (leggi qui), tra una risposta e l’altra ha citato il libro “Social recruiter” di Martini e Zanella, edito da FrancoAngeli. Allora l’ho letto.

Un buon testo, completo, che fa il punto della situazione su una nuova professione – quella del selezionatore votato al Web e ai social – in forte ascesa. Ho capito che se vuoi fare questo nuovo mestiere, devi sapere le seguenti dieci cose.

  1. Se tutto il mondo va sui social, anche il recruiter non può fare altrimenti. Una delle autrici lavora per Adecco e giustamente cita uno dei maggiori studi su Internet e ricerca del lavoro: vale a dire Work Trends Study. Tra le altre cose si scopre che i lavoratori usano i social anche per tenersi in contatto con i recruiter.
  2. Nell’era di TripAdvidsor, dove ci fidiamo più delle recensioni di altri utenti come noi e non della comunicazione istituzionale, anche le aziende sono state travolte dalla cosiddetta “peer review”. È il caso, per esempio, di Glassdoor. Ma guarda anche l’italiano Sopo. Per questo i responsabili del personale devono puntare sulla employee advocacy: devono coinvolgere i dipendenti in attività che possano farli sentire parte di una community, addirittura di una famiglia.
  3. I social non vengono utilizzati solo per pubblicare offerte, come fossero job board. Servono soprattutto per controllare le informazioni sui candidati, confrontandole con quelle riportate sul CV, nonché per attirarli e infine per contattarli direttamente. I social permettono anche di scoprire il lato umano dei candidati, le competenze trasversali (come quelle comunicative), la loro rete, i loro veri interessi.
  4. I social non servono solo per intercettare i candidati attivi, ma soprattutto per scovare quelli passivi: quelli che non stanno cercando un lavoro.
  5. Non solo LinkedIn, moltissimi recruiter usano anche gli altri social. Facebook prima di tutti, ma anche Twitter, Instagram e Pinterest, oppure YouTube. Microsoft, per esempio, usa l’account Instagram Microsoftlife per fare employer branding.
  6. Per employer branding si intende “la reputazione di un’organizzazione nel suo ruolo di potenziale datore di lavoro”.
  7. Pure i sistemi di messaggistica fanno la loro parte. Cisco, in questo post sul blog ufficiale, spiega come usa Snapchat per raccontare l’azienda e attrarre candidati (soprattutto giovani). WhatsApp può essere un modo efficace per tenere contatti informali con i candidati.
  8. I recruiter devono usare la Rete, e i social in particolare, anche per fare personal branding. Posizionarsi, condividere contenuti di qualità, attirare “personalmente” i candidati.
  9. I recruiter devono lavorare anche moltissimo sul networking. Non quello dei candidati, il proprio.
  10. Se il social recruiter è colui che riceve, legge e cataloga curriculum e domande inviate a seguito di posizioni lavorative aperte, esistono altre figure della filiera della ricerca dei lavoratori. Per esempio c’è il sourcer, che svolge la ricerca “creativa” di candidati qualificati per posizioni aperte o programmate, spesso andando a caccia di candidati passivi. Poi c’è l’HR manager, funzione che si occupa per prima cosa di diffondere la cultura aziendale, le competenze e i modelli organizzativi. Infine esiste anche il consulente per la ricollocazione, un professionista ingaggiato dalle aziende quando, per ragioni organizzative, si devono ridurre gli organici.

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