Genitori e tecnologia: la mia intervista per Radio Punto

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Sabato 26 gennaio 2019 sono stato ospite di Radio Punto, storica emittente dell’alto milanese, per uno speciale sull’uso consapevole della tecnologia in famiglia.
Un’ora di show (musica compresa) durante il quale la dj Laura Defendi mi ha rivolto diverse domande e abbiamo trattato molti temi: nativi digitali, regole d’uso in famiglia, rischi e opportunità, sharenting, privacy e social, reputazione online e altro ancora.

L’annuncio su Twitter

L’intervista su YouTube

Puoi ascoltare l’intera puntata qui:

La mia intervista per TRV38 sullo sharenting

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Durante la trasmissione Tadà della rete televisiva toscana RTV38 è stato mostrato un mio intervento in esterna dove spiego che cos’è lo sharenting e i tre motivi per i quali foto e video delle mie figlie non si trovano online. Ecco qui la trasmissione (il mio intervento è al minuto 1’18’’):

Le regole d’uso della tecnologia in famiglia: la mia intervista per Gengle

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Progetto di alternanza scuola-lavoro del Pasoli: la mia intervista

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Il progetto “Scuola, lavoro e competenze cambiano insieme”, finanziato dal Fondo Sociale Europeo e dalla Regione Veneto, sviluppato in collaborazione con Fineco, Isre, Iusve e Omi, si è svolto presso l’Istituto Tecnico Economico “Aldo Pasoli” di Verona. Scopo del progetto è stato quello di sviluppare, nell’ambiente scolastico, nuove metodologie di insegnamento e di apprendimento, finalizzate a sviluppare le competenze trasversali che possono aiutare i giovani a inserirsi nel mercato del lavoro. Dopo una prima fase, con la formazione di un gruppo di insegnanti sulle tematiche della comunicazione digitale, è arrivato il bello.

Un vero progetto di alternanza scuola-lavoro

Dopo il lavoro con gli insegnanti, ho iniziato a lavorare con i ragazzi di una delle tre squadre. Infatti sono state costituite tre squadre di studenti, accompagnate ognuna da due insegnanti e da un esperto/docente universitario: ognuna di esse ha avuto il compito di realizzare un prodotto digitale su commessa di una ditta locale – Cantina Zeni, Tenuta Pojana e Malga Vazzo.

A me è capitato il gruppo che doveva lavorare con la malga. Durante un incontro con la proprietaria, ho chiesto ai ragazzi di raccoglierne le esigenze in termini di comunicazione e marketing. Le esigenze erano sostanzialmente tre: una nuova immagine (brochure), un’analisi del posizionamento Web e la costruzione di un database di contatti per fare azioni di marketing.

Poi sono iniziati i lavori. Abbiamo creato tre gruppi:

– uno per lavorare sulla brochure;

– uno per fare l’analisi del posizionamento Web e social;

– uno per creare un eBook da usare come lead magnet.

Il lavoro più impegnativo e interessante è stato quello editoriale. L’eBook ha l’obiettivo di raccogliere i migliori itinerari escursionistici da fare partendo dalla malga, per raccogliere i contatti di turisti (a fronte del download occorre lasciare il contatto), al fine di fare poi attività di direct marketing tramite newsletter.

In questo video è spiegato il progetto (trovi la mia intervista al minuto 4’36’’):

Tre videocorsi gratuiti per cercare lavoro online

Un tempo la ricerca del lavoro non era cerchiare un’offerta sul giornale e mandare un curriculum. A maggior ragione ora non è solo premere un pulsante di fianco a un’offerta online e aspettare che qualcosa accada. Anche perché, spesso, non succede nulla. Vedi il mio articolo “Curriculum: ecco perché ne mandi centinaia e non ti risponde nessuno“.

La ricerca del lavoro ai tempi del Web si fa in tre fasi:

– preparazione;

– relazioni;

– ricerca e candidatura.

La preparazione

Nella prima fase occorre curare il proprio posizionamento. Questa parola, di derivazione pubblicitaria, indica, “nel lancio pubblicitario di un prodotto, la connessione motivata che si deve stabilire fra questo e il bisogno del consumatore”. Interessante: è esattamente il contrario di quello che fa chi cerca un lavoro. Solitamente l’attenzione è rivolta a sé, a come presentarsi al meglio, e mai a chi cerca, vale a dire colui che ha un problema e che potrebbe vederci come la soluzione.
Posizionamento, in ambito personale, vuole dire lavorare sul proprio “personal branding”. Anche questa espressione, di derivazione marketing, è rigettata da chi pensa che sia roba solo per VIP o liberi professionisti. Sbagliato: si tratta invece di un lavoro sulla propria comunicazione per comunicare valori, autorevolezza, competenza.
Il primo videocorso gratuito che ti propongo è proprio sul personal branding: 5 videopillole, poco più di mezz’ora in tutto, da ricevere quotidianamente in posta elettronica. Fai clic su questa immagine per iscriverti:

Le relazioni

Un altro strumento strordinario per posizionamento e personal branding è LinkedIn. Il social professionale per eccellenza, però, è sia un social media (utile per pubblicare contenuti e quindi dimostrarsi competenti e autorevoli) ma soprattutto un social network, leva indispensabile per costruire una rete professionale. Sia chiaro: il networking non si fa online, LinkedIn è solo un acceleratore per incontrare le persone e creare opportunità (due lavori su tre si trovano sfruttando la rete dei legami deboli).
Posizionamento e networking su LinkedIn, però, si possono fare solo se il profilo è sistemato a regola d’arte, altrimenti nessuno ti trova o, peggio, ti trovano e scappano. In questo videocorso di 10 videopillole, da ricevere comodamente in posta, trovi tutti gli strumenti per sistemare il profilo e farti trovare. Fai clic su questa immagine per iscriverti:

Ricerca e candidatura

Dopo aver sistemato il posizionamento e aver costruito una buona rete di relazioni, arriva la parte operativa: la ricerca del lavoro. Prima però scoprirai come si cerca, e soprattutto come si trova lavoro in Italia. Poi imparerai a gestire i vari social e la tua reputazione online per evitare che ti scartino prima ancora di arrivare al colloquio. Infine vedrai quali sono le truffe più comuni legate alla ricerca del lavoro online. Per seguire il corso non serve iscriversi, trovi tutto in un pagina con un clic su questa immagine:

Chief Content Officer: chi è e cosa fa?

I C-level, in azienda, sono quelli che contano, dal CEO in giù (per fare due esempi: CFO, il direttore amministrativo, o CMO, direttore marketing). La C, infatti, sta per chief=capo. Da qualche tempo negli Usa, molto meno da noi, si è diffuso il ruolo del CCO, a volte conosciuto come Chief Content Officer (qui trovi una intera rivista dedicata al ruolo), altre come Chief Communication Officer. Ma chi è e, soprattutto, che cosa fa?

Perché serve un CCO?

Nel rapporto intitolato The New CCO si spiega come la definizione di questa nuova figura sia la conseguenza di tre fenomeni recenti:

  1. la destinazione delle risorse disponibili appare sempre più orientata al coinvolgimento diretto degli stakeholder in un dialogo su questioni e contenuti di specifico interesse dell’organizzazione, anche se spesso di impatto più allargato (+30% negli ultimi 5 anni);
  2. con sempre maggiore intensità il CCO si trova a lavorare in stretto contatto con altre funzioni direttive dell’impresa, assumendo co-responsabilità con il CIO, il CMO, CFO, CRO e via dicendo, su questioni come la diversità, la cultura organizzativa, il marketing, la promozione e la creazione di sistemi digitali;
  3. la sfida del coinvolgimento continuativo degli stakeholder richiede al CCO esperienza nel progettare, produrre, alimentare piattaforme e spazi di dialogo e coinvolgimento con gli altri (reali e digitali); nonché nozioni avanzate di strategia digitale e capacità di analisi dei comportamenti e delle dinamiche culturali.

Che cosa fa un CCO?

Il CCO è il responsabile dei contenuti. Che cosa fa? Questa nuova figura, una delle più promettenti per il futuro, deve fornire le linee guida editoriali, assicurandosi che i contenuti mantengano coerenza e significato nel mix di formati e canali attraverso i quali sono veicolati (PR, social media, search).

La job description di questo ruolo prevede questi oneri:

  • controllare che tutti i contenuti siano di qualità e coerenti con il brand (corporate identity, storytelling e tone of voice);
  • creare una content strategy (piano editoriale) e verificare che sia compatibile con le attività di marketing tradizionali;
  • supervisionare i creatori di contenuti (stabilendo precisi workflow);
  • verificare usabilità ed efficacia dei contenuti su tutte le piattaforme (omnicanalità);
  • analizzare l’efficacia delle campagne (reportistica);

Queste invece le skill richieste: linguistiche, creazione di contenuti (non solo testuali) e gestionali/manageriali.

Il futuro del CCO

Mike Buckley, ex Facebook, spiega in questo breve video qual è il futuro di questo ruolo (interessanti il riferimento alla crescente importanza dei dati, all’internazionalizzazione e agli stakeholder):

Il percorso di formazione

La formazione di una figura così strategica richiede un percorso articolato con l’approfondimento di diverse discipline legate al mondo del digitale a 360 gradi. Queste le materie di un eventuale master:

  • Digital marketing e inbound marketing
  • Online advertising
  • SEO e Web writing
  • Produzione multimediale
  • Event marketing
  • Social media marketing
  • Social media customer service
  • Online reputation management
  • Data analysis
  • Diritto della Rete
  • Team leadership
  • Public speaking e comunicazione aziendale

Un esempio italiano

Esistono diversi professionisti italiani che, su LinkedIn, usano l’espressione “Chief Communication Officer” nella headline. È il caso, per esempio, di Giorgia Camandona, CCO di Italiaonline. Nel suo profilo si legge:

A diretto riporto dell’Amministatore Delegato, ha la responsabilità della funzione Corporate Image and Communication, con il compito di assicurare per il Gruppo le attività di comunicazione esterna, interna, istituzionale e dei brand, lo sviluppo della Intranet, i rapporti con i media, la pianificazione media e la gestione degli eventi.

Perché i social network provocano dipendenza?

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Sempre più persone si lamentano del fatto che non riescono a staccarsi dai social network, tant’è che si parla sempre più spesso di dipendenza (o di sindromi come la FOMO). Ho scoperto, leggendo un gran bel libro intitolato “Catturare i clienti (hooked)” che è perfettamente normale: questi servizi, e in particolare le loro interfacce, sono studiate appositamente per influenzare i comportamenti e le abitudini degli utenti, facendo leva sulle loro emozioni. In questo post racconto come ci riescono.

Come fanno i social ad “agganciare” gli utenti?

Nel libro di Nir Eyal, esperto di psicologia del consumatore, si svela qual è la formula magica per agganciare (da “hook”, gancio) gli utenti:

TRIGGER + AZIONE + RICOMPENSA VARIABILE + INVESTIMENTO

Il trigger, o innesco, è l’elemento che aziona il comportamento. I trigger possono essere esterni o interni. Di solito si usano prima i trigger esterni, per esempio un messaggio di posta elettronica o l’icona dell’app sul telefono. Una serie di clic porta a ganci successivi, e gli utenti cominciano a formare associazioni con trigger interni, che si innestano su comportamenti ed emozioni già esistenti. Le persone, per esempio, associano Facebook al bisogno di connessione sociale.

Il trigger porta a un’azione, un comportamento che l’utente fa perché si aspetta una ricompensa. Restando nell’ambito dei social network, il semplice clic su un’immagine interessante che appare nel newsfeed di Facebook porta, per esempio, su Pinterest.

L’azione, come anticipato, deve procurare a una ricompensa. Che però, in questo modello del gancio, deve essere variabile. L’utente non sa esattamente che cosa aspettarsi (contenuti interessanti o noiosi, un selfie dell’amata o i soliti gattini?) e questa imprevedibilità acuisce il desiderio.

Per spiegare il concetto Eyal fa un esempio curioso. Ogni volta che apriamo il frigo si accende una luce: non è per niente eccitante. E se ogni volta che aprissimo il frigo apparisse una leccornia diversa?

Scientificamente parlando, le ricompense variabili sono strumenti perché i livelli di dopamina hanno un picco quando il cervello si aspetta una ricompensa. Basta l’attesa. Ecco perché slot machine e lotterie sono micidiali.

La quarta fase del modello del gancio è quello dell’investimento. L’utente deve compiere un po’ di lavoro: se spende un po’ di tempo ed energie nel servizio online, per esempio in un social (con contenuti, like, follow), sarà più probabile che voglia ripercorrere nuovamente il ciclo del gancio in futuro. Questo si chiama Effetto IKEA.

Il caso Instagram

Instagram è un esempio perfetto di come il modello del gancio funziona. La componente fondamentale del successo di Instagram è quella di far tornare ogni giorno milioni di utenti che bramano qualcosa. Che cosa? Partiamo dall’inizio del ciclo.

I trigger di Instagram sono esterni ed interni: un esempio di quello interno è un consiglio di un amico oppure vedere la app tra le più scaricare dell’App Store, mentre quello interno è l’illusione che solo scattando una foto e postandola sul social si sta vivendo davvero quel momento, e non si perderà il ricordo. Altri trigger sono le notifiche delle attività degli amici. Più si usa l’app più si creano trigger interni.
La ricompensa è variabile: ogni volta che ci si collega non si sa che immagini si troveranno e ogni volta che si posta non si sa quanti like si riceveranno. L’investimento? Seguire gli altri e, soprattutto, continuare a condividere.

Il libro su Amazon

La recensione di “Guida calcistica di Linkedin” su Inside marketing

Il magazine online Inside Marketing ha recensito, a firma Virginia Dara, il mio libro “Guida calcistica di LinkedIn“. Ecco il testo.

Guida calcistica di Linkedin

Come usare LinkedIn in maniera efficace e cosa rende performante la propria presenza? Le risposte di Bonanomi in Guida calcistica di Linkedin.

È il social forse più incompreso e meno sfruttato al pieno delle sue potenzialità e ciò non può che cozzare con una pratica, invece sempre più in voga, come quella del social recruiting. Se guide, manuali e saggi su come si usa LinkedIn così abbondano, la Guida calcistica di Linkedin” di Gianluigi Bonanomi (edito da Ledizioni) ha il vantaggio di utilizzare linguaggio e metafore semplici e immediati, in Italia soprattutto, come quelli del calcio. Schemi, azioni tecniche, un buon coaching possono aiutare, infatti, a vincere la partita definitiva della stagione tanto quanto a rendere completa, efficace e, perché no, poco dispendiosa in termini di tempo e di energia la propria presenza su LinkedIn.

LA GUIDA COMPLETA ED ESPANSA SU COME USARE LINKEDIN

C’è un mantra, del resto, ben noto agli addetti di settore: per gestire la propria presenza sul social professionale per eccellenza bastano nove minuti al giorno. Tantissimi se si considera il numero di profili che giacciono abbandonati e mai aggiornati dal momento in cui sono stati aperti; davvero molto pochi invece se comprese del tutto le potenzialità dello strumento. Nove minuti che presuppongono, a ogni modo, un investimento di tempo iniziale considerevole nel dare forma completa al proprio profilo LinkedIn. Nella sua Guida calcistica così Bonanomi fornisce consigli, esempi pratici, piccoli segreti e una panoramica completa anche sulle funzionalità meno note di casa LinkedIn a uso e consumo tanto dell’utente che si sia appena iscritto alla piattaforma, quanto di chi abbia già un profilo LinkedIn da tempo ma voglia renderlo davvero performante. Dall’opportunità o meno di utilizzare il proprio nome completo alla scelta dell’immagine di profilo giusta – che, a proposito di metafore calcistiche, è la figurina Panini del social recruiting – e passando per l’importanza di personalizzare il link al proprio profilo – oggi buon sostituto dei biglietti da visita – e, ancora, di scegliere il giusto job title o scrivere un buon riepilogo delle proprie esperienze lavorative, insomma, chi si stia chiedendo come usare LinkedIn con ogni probabilità troverà nel testo delle buone risposte. Risposte che in qualche caso hanno la forma di un aneddoto, in altri quella di un esempio concreto, di una analisi reale di un profilo LinkedIn di successo o al contrario non ottimizzato o ancora quella di un’intervista con esperti di settore, di un approfondimento tematico, ecc. A distinguere “Guida calcistica di Linkedin” da manuali e testi simili, insomma, è proprio l’abbondanza di materiali e strumenti messi a disposizione del lettore: ci sono persino approfondimenti e aggiornamenti fruibili direttamente online e tramite QR code, qualche volta a discapito della chiarezza e della linearità anche visiva del testo.

OLTRE I TECNICISMI: COME USARE LINKEDIN PER UNA COMUNICAZIONE HUMAN TO HUMAN

A un lettore che non abbia particolare familiarità con teorie di marketing e studi sui media potrebbe suonare strana, certo, in un testo di auto-aiuto per imparare come usare LinkedIn la presenza di concetti tecnici e di settore come coda lunga, modello hub&spoke, analisi SWOT, comunicazione a cipolla, unique selling point, social selling. Perché mai, del resto, chi si occupi di traduzioni dall’uzbeko e intenda trovare clienti attraverso LinkedIn dovrebbe prima di tutto imparare come comunicare al meglio le proprie skill, posizionarsi rispetto a certe parole chiave, attirare clienti attraverso la giusta strategia di contenuti e via di questo passo? Al di là delle singole considerazioni puntuali, pure fornite nella “Guida calcistica“, c’è una ragione di base: le persone amano parlare di sé ed è quello che fanno sempre, in qualsiasi contesto e con qualsiasi azione; anche chi fa recruiting, così, quando presta attenzione alla formazione, alle esperienze pregresse del candidato sta in realtà raccontando qualcosa di sé, di un suo problema da risolvere che è molto più pragmaticamente la vacancy in questione; la quadratura del cerchio sta allora, per chi è alla ricerca di un impiego o per chi vuole semplicemente andare avanti nel suo path di carriera, nel riuscire a raccontar di sé e della propria storia professionale come soluzione ideale a questo stesso problema. Qualcuno direbbe, insomma, che non basta imparare a fare personal branding – o come usare LinkedIn per farlo – ma servirebbe saper fare personal branding storytelling. Non esiste altra forma di comunicazione, del resto, che non sia human to human.

“LinkedIn: show, don’t tell”: la mia intervista per “I grandi vini”

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I grandi vini“, rivista che da 10 anni si pone l’obiettivo di raccontare l’eccellenza enogastronomica del nostro Paese, nel numero 105 del novembre 2018 mi ha intervistato sul tema LinkedIn.
Dopo l’uscita del libro “Guida calcistica di LinkedIn“, la giornalista Elisa Berti mi ha fatto una serie di domande su LinkedIn e di come il mondo dell’enologia (dal sommelier al negoziante, dal produttore all’oste) può sfruttare questo social network professionale.
Nell’intervista si parla di uso strategico di LinkedIn, di ottimizzazione del profilo, di uso personale ed aziendale ed altro ancora. Puoi leggere l’intervista in PDF qui:

I_Grandi_Vini_Intervista_Gianluigi_Bonanomi_LinkedIn

Le cinque intelligenze necessarie per vivere bene in tempi di robot e fake news

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 12 dicembre 2018

Una panoramica sui cinque tipi di intelligenza necessari per stare bene in un mondo sempre più ipertecnologico e globalizzato. Una tesi dello psicologo americano Howard Gardner resa ancora più attuale dalle ultime vicende

Le intelligenze che i nostri figli dovranno coltivare per stare bene al mondo sono cinque: intelligenza disciplinare, sintetica, creativa, rispettosa ed etica.

E’ questa la tesi sostenuta nel libro “Cinque chiavi per il futuro”, dello psicologo americano Howard Gardner, docente di cognitivismo e pedagogia alla facoltà di scienze dell’educazione all’Università di Harvard.

Un libro del 2006, ma la lezione è ancora più attuale adesso, in tempi in cui a dominare il dibattito (culturale e politico) sono i rapporti tra lavoro e automazione, etica e intelligenza artificiale; informazione, propaganda e fake news.

Le cinque chiavi per il futuro

Leggendo i libri di Gardner si scoprono molte cose ma, quella che mi preme sottolineare qui, è che ognuno di noi possiede più tipi di intelligenza e che quando ci si chiede quale sia la migliore educazione per i figli in questa società ipertecnologica e globalizzata, spesso ci si danno risposte sbagliate, perché si pensa, prevalentemente alla tecnologia. Invece occorre spostare il focus sulle persone e, appunto, le loro intelligenze. Di seguito una panoramica sui cinque tipi di intelligenza delineati da Gardner.

L’intelligenza disciplinare

Occorrono fino a 10 anni per padroneggiare una disciplina. E quindi per svolgere in modo impeccabile un mestiere. In futuro sarà sempre più importante governare una disciplina, altrimenti si rischia di soccombere in un mondo dove i mestieri meno qualificati saranno appannaggio di intelligenze artificiali e robot. Pensa alla programmazione: in futuro o programmi o sarai programmato, diceva Douglas Rushkoff.

L’autore distingue tra materia e disciplina. Chi studia medicina impara a memoria tutti i nomi delle ossa del corpo umano, sta studiando la materia. Ma per apprendere la disciplina dovrà uscire dagli schemi che trova nei libri di testo e, coltivando il pensiero scientifico, ragionare su cause ed effetti, trovare soluzioni mai affrontate prima. Con la consapevolezza che ogni opinione scientifica può essere ribaltata alla luce di nuove scoperte.

Nell’era dei motori di ricerca è più importante saper cercare e valutare le fonti, che imparare a memoria (se non per allenare la capacità mnemonica).

L’intelligenza sintetica

In un mondo caratterizzato dall’overload informativo (qualcuno lo chiama infobesità) una delle capacità più importanti – una delle intelligenze da sviluppare – è quella di comprendere e sintetizzare.Non solo raccogliere le informazioni da fonti diverse, ma anche combinarle in modo che abbiano senso per sé e per gli altri. Questa capacità di sintesi era preziosa anche in passato (l’autore cita la Bibbia, le tassonomie, proverbi e aforismi, modelli e leggi universali come l’inconscio di Freud o la mano invisibile di Adam Smith) ma ora diventa una questione di sopravvivenza.

L’intelligenza creativa

Ci sarà sempre più bisogno di innovazione, di chi propone nuove idee, pone interrogativi inconsueti, inventa nuovi modi di pensare e fornisce risposte inaspettate. Una pacchia per chi possiede la capacità di pensiero laterale. Una necessità per chi vuole vivere in un mondo dove computer e robot saranno sempre più sofisticati.

L’intelligenza rispettosa

L’intelligenza rispettosa registra e accoglie con favore le diversità che esistono tra i singoli individui e tra le comunità umane, si sforza di capire i diversi e operare efficacemente con loro. In un mondo in cui tutti sono interconnessi, l’intolleranza e l’assenza di rispetto soluzioni non sono più concepibili.

L’intelligenza etica

Rispetto all’intelligenza rispettosa, si muove a un livello più astratto. Ha a cuore il proprio bene ma anche quello della collettività, capisce che si può lavorare per un fine che trascende l’interesse egoistico.

Perché proprio queste cinque

L’autore sceglie queste 5 intelligenze, ma ce ne sarebbero molte altre: per esempio l’intelligenza tecnologica, digitale, mercantile, democratica, flessibile, emotiva, strategica e spirituale. Ma sono quelle cinque, a detta di Gardner, sono quelle più utili per vivere in un mondo governato da tecnologia e globalizzazione. Del resto gli individui che non hanno al proprio attivo una formazione in una o più discipline non saranno capaci di affermarsi in nessuna posizione impegnativa, e saranno relegati a compiti più “banali”. Gli individui che non hanno capacità di sintesi saranno travolti dalla mole delle informazioni e non sapranno compiere scelte sensate nella sfera privata e professionale. Gli individui che non hanno capacità creative saranno sostituiti dai computer. Quelli che non hanno rispetto, non saranno degni di rispetto altrui: avveleneranno i luoghi di lavoro e gli spazi comuni. Infine in assenza di etica torneremo a un mondo darwiniano dove il bene comune non esiste. Non voglio nemmeno immaginare un mondo del genere.