Chief Content Officer: chi è e cosa fa?

I C-level, in azienda, sono quelli che contano, dal CEO in giù (per fare due esempi: CFO, il direttore amministrativo, o CMO, direttore marketing). La C, infatti, sta per chief=capo. Da qualche tempo negli Usa, molto meno da noi, si è diffuso il ruolo del CCO, a volte conosciuto come Chief Content Officer (qui trovi una intera rivista dedicata al ruolo), altre come Chief Communication Officer. Ma chi è e, soprattutto, che cosa fa?

Perché serve un CCO?

Nel rapporto intitolato The New CCO si spiega come la definizione di questa nuova figura sia la conseguenza di tre fenomeni recenti:

  1. la destinazione delle risorse disponibili appare sempre più orientata al coinvolgimento diretto degli stakeholder in un dialogo su questioni e contenuti di specifico interesse dell’organizzazione, anche se spesso di impatto più allargato (+30% negli ultimi 5 anni);
  2. con sempre maggiore intensità il CCO si trova a lavorare in stretto contatto con altre funzioni direttive dell’impresa, assumendo co-responsabilità con il CIO, il CMO, CFO, CRO e via dicendo, su questioni come la diversità, la cultura organizzativa, il marketing, la promozione e la creazione di sistemi digitali;
  3. la sfida del coinvolgimento continuativo degli stakeholder richiede al CCO esperienza nel progettare, produrre, alimentare piattaforme e spazi di dialogo e coinvolgimento con gli altri (reali e digitali); nonché nozioni avanzate di strategia digitale e capacità di analisi dei comportamenti e delle dinamiche culturali.

Che cosa fa un CCO?

Il CCO è il responsabile dei contenuti. Che cosa fa? Questa nuova figura, una delle più promettenti per il futuro, deve fornire le linee guida editoriali, assicurandosi che i contenuti mantengano coerenza e significato nel mix di formati e canali attraverso i quali sono veicolati (PR, social media, search).

La job description di questo ruolo prevede questi oneri:

  • controllare che tutti i contenuti siano di qualità e coerenti con il brand (corporate identity, storytelling e tone of voice);
  • creare una content strategy (piano editoriale) e verificare che sia compatibile con le attività di marketing tradizionali;
  • supervisionare i creatori di contenuti (stabilendo precisi workflow);
  • verificare usabilità ed efficacia dei contenuti su tutte le piattaforme (omnicanalità);
  • analizzare l’efficacia delle campagne (reportistica);

Queste invece le skill richieste: linguistiche, creazione di contenuti (non solo testuali) e gestionali/manageriali.

Il futuro del CCO

Mike Buckley, ex Facebook, spiega in questo breve video qual è il futuro di questo ruolo (interessanti il riferimento alla crescente importanza dei dati, all’internazionalizzazione e agli stakeholder):

Il percorso di formazione

La formazione di una figura così strategica richiede un percorso articolato con l’approfondimento di diverse discipline legate al mondo del digitale a 360 gradi. Queste le materie di un eventuale master:

  • Digital marketing e inbound marketing
  • Online advertising
  • SEO e Web writing
  • Produzione multimediale
  • Event marketing
  • Social media marketing
  • Social media customer service
  • Online reputation management
  • Data analysis
  • Diritto della Rete
  • Team leadership
  • Public speaking e comunicazione aziendale

Un esempio italiano

Esistono diversi professionisti italiani che, su LinkedIn, usano l’espressione “Chief Communication Officer” nella headline. È il caso, per esempio, di Giorgia Camandona, CCO di Italiaonline. Nel suo profilo si legge:

A diretto riporto dell’Amministatore Delegato, ha la responsabilità della funzione Corporate Image and Communication, con il compito di assicurare per il Gruppo le attività di comunicazione esterna, interna, istituzionale e dei brand, lo sviluppo della Intranet, i rapporti con i media, la pianificazione media e la gestione degli eventi.

Perché i social network provocano dipendenza?

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Sempre più persone si lamentano del fatto che non riescono a staccarsi dai social network, tant’è che si parla sempre più spesso di dipendenza (o di sindromi come la FOMO). Ho scoperto, leggendo un gran bel libro intitolato “Catturare i clienti (hooked)” che è perfettamente normale: questi servizi, e in particolare le loro interfacce, sono studiate appositamente per influenzare i comportamenti e le abitudini degli utenti, facendo leva sulle loro emozioni. In questo post racconto come ci riescono.

Come fanno i social ad “agganciare” gli utenti?

Nel libro di Nir Eyal, esperto di psicologia del consumatore, si svela qual è la formula magica per agganciare (da “hook”, gancio) gli utenti:

TRIGGER + AZIONE + RICOMPENSA VARIABILE + INVESTIMENTO

Il trigger, o innesco, è l’elemento che aziona il comportamento. I trigger possono essere esterni o interni. Di solito si usano prima i trigger esterni, per esempio un messaggio di posta elettronica o l’icona dell’app sul telefono. Una serie di clic porta a ganci successivi, e gli utenti cominciano a formare associazioni con trigger interni, che si innestano su comportamenti ed emozioni già esistenti. Le persone, per esempio, associano Facebook al bisogno di connessione sociale.

Il trigger porta a un’azione, un comportamento che l’utente fa perché si aspetta una ricompensa. Restando nell’ambito dei social network, il semplice clic su un’immagine interessante che appare nel newsfeed di Facebook porta, per esempio, su Pinterest.

L’azione, come anticipato, deve procurare a una ricompensa. Che però, in questo modello del gancio, deve essere variabile. L’utente non sa esattamente che cosa aspettarsi (contenuti interessanti o noiosi, un selfie dell’amata o i soliti gattini?) e questa imprevedibilità acuisce il desiderio.

Per spiegare il concetto Eyal fa un esempio curioso. Ogni volta che apriamo il frigo si accende una luce: non è per niente eccitante. E se ogni volta che aprissimo il frigo apparisse una leccornia diversa?

Scientificamente parlando, le ricompense variabili sono strumenti perché i livelli di dopamina hanno un picco quando il cervello si aspetta una ricompensa. Basta l’attesa. Ecco perché slot machine e lotterie sono micidiali.

La quarta fase del modello del gancio è quello dell’investimento. L’utente deve compiere un po’ di lavoro: se spende un po’ di tempo ed energie nel servizio online, per esempio in un social (con contenuti, like, follow), sarà più probabile che voglia ripercorrere nuovamente il ciclo del gancio in futuro. Questo si chiama Effetto IKEA.

Il caso Instagram

Instagram è un esempio perfetto di come il modello del gancio funziona. La componente fondamentale del successo di Instagram è quella di far tornare ogni giorno milioni di utenti che bramano qualcosa. Che cosa? Partiamo dall’inizio del ciclo.

I trigger di Instagram sono esterni ed interni: un esempio di quello interno è un consiglio di un amico oppure vedere la app tra le più scaricare dell’App Store, mentre quello interno è l’illusione che solo scattando una foto e postandola sul social si sta vivendo davvero quel momento, e non si perderà il ricordo. Altri trigger sono le notifiche delle attività degli amici. Più si usa l’app più si creano trigger interni.
La ricompensa è variabile: ogni volta che ci si collega non si sa che immagini si troveranno e ogni volta che si posta non si sa quanti like si riceveranno. L’investimento? Seguire gli altri e, soprattutto, continuare a condividere.

Il libro su Amazon

La recensione di “Guida calcistica di Linkedin” su Inside marketing

Il magazine online Inside Marketing ha recensito, a firma Virginia Dara, il mio libro “Guida calcistica di LinkedIn“. Ecco il testo.

Guida calcistica di Linkedin

Come usare LinkedIn in maniera efficace e cosa rende performante la propria presenza? Le risposte di Bonanomi in Guida calcistica di Linkedin.

È il social forse più incompreso e meno sfruttato al pieno delle sue potenzialità e ciò non può che cozzare con una pratica, invece sempre più in voga, come quella del social recruiting. Se guide, manuali e saggi su come si usa LinkedIn così abbondano, la Guida calcistica di Linkedin” di Gianluigi Bonanomi (edito da Ledizioni) ha il vantaggio di utilizzare linguaggio e metafore semplici e immediati, in Italia soprattutto, come quelli del calcio. Schemi, azioni tecniche, un buon coaching possono aiutare, infatti, a vincere la partita definitiva della stagione tanto quanto a rendere completa, efficace e, perché no, poco dispendiosa in termini di tempo e di energia la propria presenza su LinkedIn.

LA GUIDA COMPLETA ED ESPANSA SU COME USARE LINKEDIN

C’è un mantra, del resto, ben noto agli addetti di settore: per gestire la propria presenza sul social professionale per eccellenza bastano nove minuti al giorno. Tantissimi se si considera il numero di profili che giacciono abbandonati e mai aggiornati dal momento in cui sono stati aperti; davvero molto pochi invece se comprese del tutto le potenzialità dello strumento. Nove minuti che presuppongono, a ogni modo, un investimento di tempo iniziale considerevole nel dare forma completa al proprio profilo LinkedIn. Nella sua Guida calcistica così Bonanomi fornisce consigli, esempi pratici, piccoli segreti e una panoramica completa anche sulle funzionalità meno note di casa LinkedIn a uso e consumo tanto dell’utente che si sia appena iscritto alla piattaforma, quanto di chi abbia già un profilo LinkedIn da tempo ma voglia renderlo davvero performante. Dall’opportunità o meno di utilizzare il proprio nome completo alla scelta dell’immagine di profilo giusta – che, a proposito di metafore calcistiche, è la figurina Panini del social recruiting – e passando per l’importanza di personalizzare il link al proprio profilo – oggi buon sostituto dei biglietti da visita – e, ancora, di scegliere il giusto job title o scrivere un buon riepilogo delle proprie esperienze lavorative, insomma, chi si stia chiedendo come usare LinkedIn con ogni probabilità troverà nel testo delle buone risposte. Risposte che in qualche caso hanno la forma di un aneddoto, in altri quella di un esempio concreto, di una analisi reale di un profilo LinkedIn di successo o al contrario non ottimizzato o ancora quella di un’intervista con esperti di settore, di un approfondimento tematico, ecc. A distinguere “Guida calcistica di Linkedin” da manuali e testi simili, insomma, è proprio l’abbondanza di materiali e strumenti messi a disposizione del lettore: ci sono persino approfondimenti e aggiornamenti fruibili direttamente online e tramite QR code, qualche volta a discapito della chiarezza e della linearità anche visiva del testo.

OLTRE I TECNICISMI: COME USARE LINKEDIN PER UNA COMUNICAZIONE HUMAN TO HUMAN

A un lettore che non abbia particolare familiarità con teorie di marketing e studi sui media potrebbe suonare strana, certo, in un testo di auto-aiuto per imparare come usare LinkedIn la presenza di concetti tecnici e di settore come coda lunga, modello hub&spoke, analisi SWOT, comunicazione a cipolla, unique selling point, social selling. Perché mai, del resto, chi si occupi di traduzioni dall’uzbeko e intenda trovare clienti attraverso LinkedIn dovrebbe prima di tutto imparare come comunicare al meglio le proprie skill, posizionarsi rispetto a certe parole chiave, attirare clienti attraverso la giusta strategia di contenuti e via di questo passo? Al di là delle singole considerazioni puntuali, pure fornite nella “Guida calcistica“, c’è una ragione di base: le persone amano parlare di sé ed è quello che fanno sempre, in qualsiasi contesto e con qualsiasi azione; anche chi fa recruiting, così, quando presta attenzione alla formazione, alle esperienze pregresse del candidato sta in realtà raccontando qualcosa di sé, di un suo problema da risolvere che è molto più pragmaticamente la vacancy in questione; la quadratura del cerchio sta allora, per chi è alla ricerca di un impiego o per chi vuole semplicemente andare avanti nel suo path di carriera, nel riuscire a raccontar di sé e della propria storia professionale come soluzione ideale a questo stesso problema. Qualcuno direbbe, insomma, che non basta imparare a fare personal branding – o come usare LinkedIn per farlo – ma servirebbe saper fare personal branding storytelling. Non esiste altra forma di comunicazione, del resto, che non sia human to human.

“LinkedIn: show, don’t tell”: la mia intervista per “I grandi vini”

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I grandi vini“, rivista che da 10 anni si pone l’obiettivo di raccontare l’eccellenza enogastronomica del nostro Paese, nel numero 105 del novembre 2018 mi ha intervistato sul tema LinkedIn.
Dopo l’uscita del libro “Guida calcistica di LinkedIn“, la giornalista Elisa Berti mi ha fatto una serie di domande su LinkedIn e di come il mondo dell’enologia (dal sommelier al negoziante, dal produttore all’oste) può sfruttare questo social network professionale.
Nell’intervista si parla di uso strategico di LinkedIn, di ottimizzazione del profilo, di uso personale ed aziendale ed altro ancora. Puoi leggere l’intervista in PDF qui:

I_Grandi_Vini_Intervista_Gianluigi_Bonanomi_LinkedIn

Le cinque intelligenze necessarie per vivere bene in tempi di robot e fake news

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 12 dicembre 2018

Una panoramica sui cinque tipi di intelligenza necessari per stare bene in un mondo sempre più ipertecnologico e globalizzato. Una tesi dello psicologo americano Howard Gardner resa ancora più attuale dalle ultime vicende

Le intelligenze che i nostri figli dovranno coltivare per stare bene al mondo sono cinque: intelligenza disciplinare, sintetica, creativa, rispettosa ed etica.

E’ questa la tesi sostenuta nel libro “Cinque chiavi per il futuro”, dello psicologo americano Howard Gardner, docente di cognitivismo e pedagogia alla facoltà di scienze dell’educazione all’Università di Harvard.

Un libro del 2006, ma la lezione è ancora più attuale adesso, in tempi in cui a dominare il dibattito (culturale e politico) sono i rapporti tra lavoro e automazione, etica e intelligenza artificiale; informazione, propaganda e fake news.

Le cinque chiavi per il futuro

Leggendo i libri di Gardner si scoprono molte cose ma, quella che mi preme sottolineare qui, è che ognuno di noi possiede più tipi di intelligenza e che quando ci si chiede quale sia la migliore educazione per i figli in questa società ipertecnologica e globalizzata, spesso ci si danno risposte sbagliate, perché si pensa, prevalentemente alla tecnologia. Invece occorre spostare il focus sulle persone e, appunto, le loro intelligenze. Di seguito una panoramica sui cinque tipi di intelligenza delineati da Gardner.

L’intelligenza disciplinare

Occorrono fino a 10 anni per padroneggiare una disciplina. E quindi per svolgere in modo impeccabile un mestiere. In futuro sarà sempre più importante governare una disciplina, altrimenti si rischia di soccombere in un mondo dove i mestieri meno qualificati saranno appannaggio di intelligenze artificiali e robot. Pensa alla programmazione: in futuro o programmi o sarai programmato, diceva Douglas Rushkoff.

L’autore distingue tra materia e disciplina. Chi studia medicina impara a memoria tutti i nomi delle ossa del corpo umano, sta studiando la materia. Ma per apprendere la disciplina dovrà uscire dagli schemi che trova nei libri di testo e, coltivando il pensiero scientifico, ragionare su cause ed effetti, trovare soluzioni mai affrontate prima. Con la consapevolezza che ogni opinione scientifica può essere ribaltata alla luce di nuove scoperte.

Nell’era dei motori di ricerca è più importante saper cercare e valutare le fonti, che imparare a memoria (se non per allenare la capacità mnemonica).

L’intelligenza sintetica

In un mondo caratterizzato dall’overload informativo (qualcuno lo chiama infobesità) una delle capacità più importanti – una delle intelligenze da sviluppare – è quella di comprendere e sintetizzare.Non solo raccogliere le informazioni da fonti diverse, ma anche combinarle in modo che abbiano senso per sé e per gli altri. Questa capacità di sintesi era preziosa anche in passato (l’autore cita la Bibbia, le tassonomie, proverbi e aforismi, modelli e leggi universali come l’inconscio di Freud o la mano invisibile di Adam Smith) ma ora diventa una questione di sopravvivenza.

L’intelligenza creativa

Ci sarà sempre più bisogno di innovazione, di chi propone nuove idee, pone interrogativi inconsueti, inventa nuovi modi di pensare e fornisce risposte inaspettate. Una pacchia per chi possiede la capacità di pensiero laterale. Una necessità per chi vuole vivere in un mondo dove computer e robot saranno sempre più sofisticati.

L’intelligenza rispettosa

L’intelligenza rispettosa registra e accoglie con favore le diversità che esistono tra i singoli individui e tra le comunità umane, si sforza di capire i diversi e operare efficacemente con loro. In un mondo in cui tutti sono interconnessi, l’intolleranza e l’assenza di rispetto soluzioni non sono più concepibili.

L’intelligenza etica

Rispetto all’intelligenza rispettosa, si muove a un livello più astratto. Ha a cuore il proprio bene ma anche quello della collettività, capisce che si può lavorare per un fine che trascende l’interesse egoistico.

Perché proprio queste cinque

L’autore sceglie queste 5 intelligenze, ma ce ne sarebbero molte altre: per esempio l’intelligenza tecnologica, digitale, mercantile, democratica, flessibile, emotiva, strategica e spirituale. Ma sono quelle cinque, a detta di Gardner, sono quelle più utili per vivere in un mondo governato da tecnologia e globalizzazione. Del resto gli individui che non hanno al proprio attivo una formazione in una o più discipline non saranno capaci di affermarsi in nessuna posizione impegnativa, e saranno relegati a compiti più “banali”. Gli individui che non hanno capacità di sintesi saranno travolti dalla mole delle informazioni e non sapranno compiere scelte sensate nella sfera privata e professionale. Gli individui che non hanno capacità creative saranno sostituiti dai computer. Quelli che non hanno rispetto, non saranno degni di rispetto altrui: avveleneranno i luoghi di lavoro e gli spazi comuni. Infine in assenza di etica torneremo a un mondo darwiniano dove il bene comune non esiste. Non voglio nemmeno immaginare un mondo del genere.

Pericoli della Rete: la mia intervista per Sei La TV

Il 27 novembre 2018 sono stato invitato alla trasmissione “Sei in salute“, rubrica medica del canale Sei in TV di Bergamo (216 del DDT), per parlare di pericoli della Rete: cyberbullismo, dipendenza, privacy, sicurezza, le sindromi Fomo e Nomofobia e altro ancora.
Ecco la registrazione della trasmissione:

Durante la trasmissione ho parlato anche di fake news:

Smart city: 10 esempi concreti (il mio articolo per Agendadigitale.eu)

Questo articolo sulle Smart City è stato pubblicato su Agendadigitale.eu il 22 novembre 2018.

Dieci esempi concreti di smart city ispirati dal libro “Un new deal digitale” di Bas Boorsma e dallo studio di Assolombarda“Smart cities tra concetto e pratica”. Con la convinzione che la smart city non è un insieme di soluzioni, bensì un approccio diverso su come risolvere i problemi delle comunità e del territorio

Da anni si parla ormai di smart city e il rischio che resti una “buzzword”, solo un concetto di moda, è altissimo. Per evitarlo ho voluto raccogliere in questo articolo dieci esempi concreti: dimostrano che la città non solo è intelligente, ma anche attualissima.

Mi è capitato di leggere l’interessante libro “Un new deal digitale” di Bas Boorsma, tradotto da Donata Delfino con la collaborazione di Raffaele Gareri, presidente dell’associazione “The Smart City Association Italy”. Il testo, corposo e completo, affronta tutti i temi legati alle Smart City, dalla progettazione all’etica, dalla tecnologia alla sociologia, dai soggetti in campo ai rischi. E fa molti esempi concreti legati al concetto di big data, eccone cinque.

  • In India la tecnologia blockchain viene utilizzata per il rilascio del documento di identità, sostituito da un numero di 12 cifre con input biometrici. Il sistema è usato per pagare le tasse, votare e chiedere contributi. Lo SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale italiano, va in questa direzione.
  • La piattaforma Watson di IBM può aiutare un oncologo nel suo lavoro: sfruttando i dati raccolti da 20.000 riviste scientifiche, dà consigli su misura che nessun medico o equipe sarebbe in grado di dare. Il prossimo passo sarà fare le diagnosi partendo dall’analisi del DNA.
  • I big data possono aiutarci nella lotta contro il terrorismo. Per esempio Palantir permette di costruire modelli grafici integrando diverse fonti di informazione (dalle transazioni bancarie di tutto il mondo alla quantità di pioggia caduta in una determinata zona), con strumenti di advanced analysis.
  • Per entrare direttamente in una smart city, parliamo delle strade. In futuro la raccolta dei dati permetterà di accendere la luce quando davvero serve o abbassare i prezzi dei parcheggi in un quartiere, in tempo reale, per ridurre la congestione di altre zone della città.
    Un ottimo esempio è quello di Cisco Kinetic for cities: un software che raccoglie, aggrega e fa convergere dati provenienti da settori come mobilità, rifiuti, illuminazione, ambiente, pubblica sicurezza e acqua, poi li visualizza e ne evidenzia le correlazioni in modo da reagire a moltissimi eventi, anche inattesi, con provvedimenti adeguati.
  • Come sottolineato da Dino Maurizio proprio su questo sito (Quali passi per rendere smart una città con i big data: casi di studio) è molto difficile trovare esempi italiani. Del resto Intel e Juniper Research mettono Singapore, Londra, New York, San Francisco e Chicago al top tra le città più virtuose: nessuna città italiana, e nemmeno europea. Eppure qualcosa, anche da noi, si sta muovendo: per esempio Venezia ha messo a punto un sistema misto di telecamere, sensori laser e infrarossi capaci di contare le persone presenti in città in tempo reale.

Dopo gli esempi ispirati dal libro di Boorsma, altrettanti li prendo da “Smart cities tra concetto e pratica”, studio di Assolombarda.

  • Amsterdeck è un sistema di “water quality monitoring”, ovvero di controllo della qualità dell’acqua della città di Amsterdam.
  • Il progetto MONICA, utile per ridurre l’inquinamento acustico, ha visto tra le città capofila anche Torino. Si stanno sperimentando dal 2017 tecnologie per il controllo e la gestione del rumore e indossabili (wearables) per la sicurezza.
  • Il progetto Zero Traffic Deaths In San Francisco by 2024 consiste nell’applicare a taxi e autobus tecnologie di machine learning, computer vision e robotica per ridurre gli incidenti su strada.
  • Il progetto National Steps Challenge di Singapore utilizza le wearable technologies per migliorare la salute dei cittadini.
  • Il progetto “Unteres Hausfeld” di Vienna permette, tra le altre cose, di ridurre l’utilizzo del cemento e sperimentare altri materiali meno inquinanti.

Che cos’è esattamente una smart city?

Una definizione di smart city. Secondo il report “Smart City Progetti di sviluppo e strumenti di finanziamento” dell’Osservatorio Smart City dell’ANCI, l’associazione nazionale dei Comuni italiani, si può definire Smart City “una città che, secondo una visione strategica e in maniera organica, impiega gli strumenti dell’ICT come supporto innovativo degli ambiti di gestione e nell’erogazione di servizi pubblici, grazie anche all’ausilio di partenariati pubblico-privati, per migliorare la vivibilità dei propri cittadini; utilizza informazioni provenienti dai vari ambiti in tempo reale, e sfrutta risorse sia tangibili (ad es. infrastrutture di trasporto, dell’energia e delle risorse naturali) sia intangibili (capitale umano, istruzione e conoscenza, e capitale intellettuale delle aziende); è capace di adattare se stessa ai bisogni degli utenti, promuovendo il proprio sviluppo sostenibile”.

Potrei continuare all’infinito: gli esempi, anche eclatanti, non mancano. In ogni caso, va ribadito, la smart city non è un insieme di soluzioni, bensì un approccio diverso su come risolvere i problemi di una comunità e di un territorio. Quindi ogni territorio, pur partendo dai casi pratici di altri, deve riflettere sulla propria storia e contesto, e individuare o definire il proprio percorso “smart” che si concretizzerà attraverso proprie soluzioni (magari anche diverse da quelle altrui) costruite secondo nuove logiche di business, partenariato, sostenibilità, inclusione e, in definitiva, secondo modelli di ecosistema.

Challenge letali su Youtube: la testimonianza di Ramon Maj

Martedì 20 novembre non ho tenuto una serata sui pericoli della Rete come tutte le altre. Ho avuto l’onere di intervistare Ramon Maj, il padre di Igor Maj.

La storia di Igor Maj

La notizia, sconvolgente, fu data così dal Corriere della Sera:

Il 6 settembre, giovedì della scorsa settimana, in un appartamento della prima periferia di Milano, viene trovato morto un adolescente, un ragazzo di 14 anni, biondo, col fisico atletico, appassionato di scalate in montagna, come suo padre. Il ragazzo si è soffocato con una corda da roccia, e i carabinieri hanno trasmesso alla Procura per i minorenni notizie e primi accertamenti sul «suicidio», perché quella, all’inizio, era la scena.
È passata una settimana, e la morte di quel ragazzo, per quanto sostiene la sua famiglia, ha una spiegazione diversa dal suicidio. Lo racconterebbe almeno un video, tra le ultime pagine Internet visitate e rimaste memorizzate nella cronologia di navigazione del giovane rocciatore, un video che rientra nella categoria «cose pericolose in Rete» e parla di blackout, o «gioco» del soffocamento, una sorta di sfida che consisterebbe nello sperimentare una carenza di ossigeno, fin quasi allo svenimento.

Le parole del padre di Igor sul Corriere della Sera

A quattordici anni sei un po’ leone e un po’ bambino. Cerchi il brivido della sfida, le prove di coraggio. Poi però vai dalla mamma o dal papà, e ti rannicchi un po’ con loro. […] Nostro figlio era irrequieto e vivace, era bravo a scuola e faceva tanto sport. […] In un momento in cui era da solo a casa ha cercato su youtube due parole: “sfida ragazzi” […]. È partito un video “5 Challenge pericolosissime che gli adolescenti fanno”. “Ci sono moltissimi giochi che diventano virali e di tendenza – diceva la voce – . Senza usare un po’ di testa, si rischia di finire molto male”. Sottinteso: tu che hai la testa, puoi sfidare il limite. Ce la fai. L’ultima sfida era una sorta di “gioco” al soffocamento […] e ha provato convinto di poter controllare tutto con la sua forza e la sua intelligenza. […] È così che è morto Igor, appeso, per colpa di un inganno online. Strangolato da una corda. Da una di quelle che in arrampicata servono per salvarsi la vita. […] Ad Igor non erano “negate” le sfide o le cose strane, però le ragionavamo assieme […], l’ho sempre indirizzato sul come farle e sul non farle da solo e  pensavo (evidentemente sbagliando) che lui avesse capito, che avesse gli strumenti per valutare.”
(Ramon Maj, Corriere della sera di giovedì 11 ottobre 2018)

La challenge black out

La challenge, sfida in inglese, di cui si parla si chiama black out: prevede che i giovani si comprimano la carotide fino a svenire per soffocamento. Una pratica che online raccoglie migliaia di fan, non solo in Italia, e accompagnata persino da centinaia di video-tutorial. In realtà la sfida al soffocamento esiste da decenni (è anche una pratica sessuale), ma la Rete ha reso virale la diffusione di questo “gioco” conosciuto anche con i nomi di pass-out challenge o chocking game.

Challenge su Youtube: che cosa sono?

Che cos’è esattamente una challenge? Va detto che queste sfide non sono tutte pericolose, anzi. Nascono come social challenge innocue: una persona si sfida con un’altra o più persone in giochi molti buffi, come per esempio la whisper challenge, che consiste nel capire il labiale dell’altro mentre si ascolta musica.

Peccato però che alcune challenge siano molto pericolose. Tutti citano la controversa Blue Whale (inizialmente entrata nel nostro Paese come una fake news, come hanno ammesso Le Iene, ma poi diffusasi per emulazione): consiste nel seguire un percorso di prove folli e autolesionistiche fino a buttarsi giù dal tetto di un palazzo. Per alcune settimane sembrava che fossero a decine i casi in Italia, poi l’allarme è rientrato.

Ma sono molte, come segnala Avvenire, le pratiche “estreme” propugnate sul Web e che finiscono con esercitare attrattiva sui ragazzi più fragili, o meno seguiti nelle ore passate davanti a computer e smartphone: si va dal balconing (la pratica di gettarsi da un palazzo all’interno di una piscina o di un altro balcone) alla moda dei selfie sui binari del treno o sulla strada (a volte purtroppo si trasformano in selfie mortali: killfie) fino al knockout (che consiste nel buttare a terra i passanti con un pugno o un calcio dato all’improvviso) e all’eyeballing (buttarsi vodka sugli occhi in cerca di allucinazioni e sballo immediati).

Perché i ragazzi sono attratti dalle challenge? Sono delle specie di riti di iniziazione, spiegano gli psicologi: i ragazzi devono dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri. Devono dimostrare di essere dei duri, di sapere superare i propri limiti, devono sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso, inusuale, da raccontare l’indomani agli amici.

La serata di Carate Brianza

Così l’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo ha presentato l’evento con Ramon Maj:

Martedì 20 novembre 2018 alle ore 21 presso il Cineteatro L’Agorà di Carate Brianza, in via Amedeo Colombo n. 2, si terrà il primo incontro del ciclo La trappola della rete in una rete di trappole in un dialogo tra il giornalista Gianluigi Bonanomi, esperto in cyberbullismo, e Ramon Maj, padre di Igor, il ragazzo 14enne milanese deceduto il 6 settembre 2018 a causa di un “gioco” troppo pericoloso.

L’incontro è aperto a tutti con ingresso libero fino ad esaurimento posti ed è promosso dall’Associazione genitori e dall’Istituto parrocchiale Vescovi Valtorta e Colombo di Carate Brianza con l’intento di offrire al territorio un momento di riflessione e di scambio sui temi della genitorialità e dell’educazione, che mai come oggi si pone quale priorità per giovani che hanno di fronte una società che offre pericoli e grandi contraddizioni.

La testimonianza di Ramon Maj

Durante la serata di Carate ho registrato parte dell’intervento del padre di Igor, Ramon. Ne presento qui la registrazione, che è diventata una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“:

 

 

Il mio videocorso gratuito per genitori su Computer Idea

La rivista Computer Idea, per la quale ho scritto per quasi un decennio, ha dedicato il seguente articolo ai miei corsi gratuiti per genitori: quello sulle pillole di igiene digitale e quello sulle bufale online.

Qui il testo dell’articolo:

Corso gratis per genitori

Vorremmo saperne di più su temi come sicurezza informatica, parental control, privacy, monitoraggio del telefono dei nostri figli, ma non sappiamo da dove cominciare e soprattutto abbiamo poco tempo?
Alla pagina https://bit.ly/2NrPEpl troviamo un mini corso gratuito tenuto dall’esperto di comunicazione digitale e social media Gianluigi Bonanomi, per tutti quei genitori che vogliono confrontarsi con i propri figli ed evitare di lasciarli soli di fronte agli schermi, ma si sentono impreparati.
Dieci videopillole di conoscenza che possiamo ricevere comodamente nella nostra casella di posta elettronica,
in dieci giorni. Consigli, riflessioni e strumenti per “l’igiene digitale” di tutta la famiglia, che servono ad affrontare in modo più consapevole, appropriato e senza timori le tematiche legate al mondo digitale che ci riguardano da vicino, ogni giorno. Potremo poi approfondire seguendo il podcast “Genitorialità e tecnologia” che parla di figli, schermi, regole e pericoli della Rete con tanti approfondimenti e interviste a esperti del settore.
Gianluigi Bonanomi è un giornalista professionista specializzato in tematiche hi-tech, autore di 16 libri, creatore di contenuti per agenzie di comunicazione e formatore, prevalentemente tramite il canale online. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Fai da tech”, una collana dedicata al mondo dell’informatica a 360 gradi, di facile lettura. Per muoverci nella giungla delle tecnologie e dei complicati rapporti tra giovani e mondo hi-tech possiamo affidarci al “Prontuario per Genitori di Nativi Digitali”, 4,90 euro in e-book.

Qui trovi l’articolo in formato PDF:
Computer_Idea_N162_articolo_Gianluigi_Bonanomi

Corso sui pericoli della Rete: l’articolo del corriere dei social media

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Il corriere dei social media ha dedicato, lo scorso 28 ottobre, un articolo al corso che ho tenuto presso Primopiano sui pericoli della Rete. Questo il contenuto dell’articolo:

MILANO: La cooperativa giornalistica Primopiano di Milano ha ospitato sabato scorso il corso del giornalista e formatore Gianluigi Bonanomi. Il corso, al quale hanno partecipato numerosi giornalisti rientrava nel programma di formazione continua per i professionisti del settore che vede la cooperativa  fra i più importanti centri accreditati dall’Ordine dei Giornalisti. Primopiano, infatti, da anni affianca al proprio impegno di creatore di contenuti e informazioni per importanti media del settore radio televisivo anche  la formazione con corsi legati al settore dei social, del content marketing, linkedin, deontologia professionale e video ripresa.

Il corso di Gianluigi Bonanomi dal titolo Web e social, i pericoli della rete“è stato un compendio di educazione digitale per giornalisti, genitori, docenti e studenti. Tutti interessati in un modo o in un altro con il mondo di internet e con i suo miti da sfatare.Fra i temi della mattinata i problemi legati alla dipendenza, alla salvaguardia della reputazione sulla rete e al crescente fenomeno del cyberbullismo, declinato secondo varie tipologie che possono passare attraverso i conflitti verbali ,la denigrazione o ancora l’esclusione sociale che spesso interessa gli studenti.

Gianluigi Bonanomi da tempo ha affiancato il suo ruolo di comunicatore digitale e giornalista a quella di formatore con un occhio di riguardo a i temi  delle nuove tecnologie e la genitorialità. Per questo ha organizzato diversi corsi e seminari, nonchè progetti con le scuole. Suoi due libri sul tema come “Prontuario per genitori di nativi digitali   e “Navigazione familiare”  entrambi editi da Ledizioni.      

Si è inoltre parlato degli aspetti legali legati alla diffamazione, al cyberbullismo e alla pubblicazione di immagini non autorizzate sui social o sui servizi di messaggistica grazie all’intervento dell’avvocato Marisa Maraffino, specializzata in Diritto delle telecomunicazioni, giornalista e docente su temi legati alla deontologia. Luigi Paonessa