Bufale online: come smascherare un video fake

Se per le foto esistono molti strumenti che permettono di smascherare i falsi – e ne ho parlato diffusamente nell’articolo Bufale on-line: come scoprire se una foto è falsa – per i video le cose si complicano. Eppure uno strumento online e gratuito c’è, si chiama YouTube DataViewer ed è stato messo a punto da Amnesty International, l’organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo.

DataViewer estrare tutti i dati possibili sul video, compresa la data di prima pubblicazione. Inoltre confronta le anteprime con quanto trovato in Rete: in pratica questo strumento analizza i fotogrammi generati per l’anteprima e, accanto a ognuno, mette a disposizione un link che consente di avviare la ricerca con Google Images. In pratica, quindi, il meccanismo di controllo è simile a quello che abbiamo visto per le foto.

Per controllare i metadati dei video si può usare anche un software gratuito chiamato MovieScanner: per ciascun video sono mostrate informazioni quali aspect radio, risoluzione, dimensione, formato, codec audio e video, canali audio, lingua e lingue disponibili per i sottotitoli. Ancor meglio è JPEGSnoop che, a dispetto del nome, non serve per ricavare i metadata solo delle foto, ma anche dei video.

 

NOTA: Questo testo fa parte del libro Manuale per difendersi dalla post-verità, scritto a otto mani con Pilla, Dolce e Giacomello ed edito da Ledizioni. Il volume, inserito nella mia collana “Fai da tech“, parla di bufale online. In particolare ho curato la parte su come riconoscere le news false su Internet e sui social e un’intervista a Ermes Maiolica (che potete leggere qui). Per acquistare il libro, fate clic sul link qui sotto:

Come trovo clienti con Google

Come trovo clienti con Google

Quando faccio alcuni corsi come quello sull’uso strategico dei social network o sul brand journalism, spiego anche come sfruttare la Rete a scopo commerciale, per fare l’unica cosa che vogliono tutte le aziende del mondo: trovare clienti.

Durante uno degli ultimi corsi un signore ha alzato la mano e mi ha detto: “Non sei il primo formatore che sento parlare di questi temi. Ma, scusami, sono un po’ scettico. Non hai idea di quanti consulenti e docenti ho incontrato in vita mia che insegnavano come fare soldi e poi erano senza una lira. Tu, che ci stai spiegando come trovare clienti con il Web, trovi clienti con il Web?”.

Passato il primo momento di smarrimento – il tono non era dei più concilianti – ho abbandonato per un momento le slide con la lezione e sono andato alla lavagna. Ho scritto tre cose:

domanda consapevole specifica

– domanda consapevole generica

– domanda inconsapevole.

Poi ho detto: “Ora vi mostro, praticamente, come trovo clienti con Google io”.

Ho spiegato che ormai faccio solo il formatore, vendo corsi. Ho preso a esempio un mio corso: quello sui pericoli della Rete che organizzo per scuole, associazioni di genitori o per tutti. Chi vuole seguire un mio corso e mi conosce, per esempio perché mi ha visto a un evento pubblico, mi cercherà. E dove cercano tutti? Sui motori di ricerca, in particolare su Google (oltre il 90% degli italiani usa Google per le ricerche). Se cercano “Gianluigi Bonanomi” (ricordo che le virgolette servono per circoscrivere i risultati a quelli che contengono entrambe le parole), ecco che cosa trovano:

Chi ha questa domanda consapevole specifica in testa, finisce sul mio sito, dove può curiosare tra i miei libri e articoli, ma soprattutto vi trova i miei corsi. Tra questi anche il corso sui pericoli della Rete. Potrebbe cercare anche “Bonanomi corso pericoli rete”: ancora meglio.

Dopo questo primo scenario ideale, c’è invece un caso più frequente: quello della domanda consapevole generica. Qualcuno sta cercando un corso sui pericoli della Rete ma non sa che li faccio (anche) io. Quindi la query di ricerca sarà: “corso pericoli della Rete”.

Anche in questo caso, per fortuna, al primo posto della SERP (acronimo che sta pagina dei risultati del motore di ricerca) ci sono io, indirettamente, con un corso che tengo con l’associazione Salvagente.

Terzo scenario, il più complicato. Il cliente non sa di esserlo. La domanda c’è ma è inconsapevole. È potenziale. Che cosa significa? Che le persone stanno cercando qualcosa su Google e non sanno che il loro problema ha una soluzione. Esempio concreto, sempre riferito al mio caso: uno dei maggiori problemi dei genitori è l’uso dello smartphone da parte dei figli; per esempio si chiedono se i loro (giovani) figli possano usare o meno WhatApp. Quindi potrebbero cercare su Google la frase “età minima uso WhatsApp”.

Dopo il primo risultato, che ovviamente corrisponde al sito di WhatsApp, e un risultato di Giunti Scuola, dove la risposta riportato è oltretutto sbagliata (quantomeno non aggiornata, si legge infatti che l’età minima sarebbe di 16 anni, e non è più così da un pezzo), si trova il mio sito, un mio articolo dove parlo proprio di quel tema e dove, in coda, come “chiamata all’azione” (la cosiddetta call to action), ho piazzato l’invito a informarsi sui miei corsi inerenti i pericoli della Rete. La domanda inconsapevole può essere facilmente intercettata anche usando i social network, per esempio sponsorizzando un post in modo che venga visualizzato da chi potrebbe essere interessato un corso sui pericoli della Rete.
Ecco come uso Google per trovare clienti.

Se vuoi organizzare un corso sull’uso strategico della Rete e dei social per trovare clienti, scrivimi.

 

Geopolitica: due motivi per cui vale la pena studiarla

Ho un appuntamento in centro Milano con un cliente, ma ho dieci minuti da attendere. E davanti a me c’è una libreria. È più forte di me, sono un orso davanti al miele. Entro in trance, gironzolo senza un obiettivo, noto un paio di testi che sì, boh, forse, poi mi capita tra le mani un libro di Tim Marshall, giornalista esperto di politica internazionale, dal titolo “Le 10 mappe che spiegano il mondo”. La geografia non è mai stata il mio forte, ma ho studi di politica internazionale alle spalle. Lo compro, lo apro, lo divoro in qualche ora.

Perché mai, direte voi, uno che si occupa di comunicazione e tecnologia dovrebbe leggere, e invitare tutti a farlo, un testo sulla geopolitica? Bella domanda, provo a rispondere dando non un solo motivo, ma due.

1. Bisogna studiare, sempre. E sempre di più. La leggenda narra che lo straricco investitore Warren Buffett (che vi stia simpatico o meno, poco importa), in risposta alla classica domanda sul segreto del suo successo, rispose semplicemente: leggere. Pare lui legga 500 pagine al giorno. Tutti i grandi leader, tutti i grandi manager sono, spesso, avidi lettori.
Ma leggere solo quello che riguarda il tuo settore non è una buona strategia: avere curiosità per il mondo – e nel caso della geopolica è proprio il mondo il soggetto – è un ottimo modo per allargare i propri orizzonti e, non è da escludere, avere anche spunti, grazie a un po’ di pensiero laterale, utili nella propria professione. Inutile ribadire che lo è a maggior ragione per chi, come me, fa il formatore e lo scrittore.

2. Sono un libero professionista e il mio metodo di vendita si chiama networking (in realtà anche la formazione è un ottimo strumento di vendita, proprio perché porta ad ampliare la mia rete). Ci sono delle regole per essere un buon networker: tra queste anche l’essere un abile conversatore (oltre a un abile ascoltatore). Sto cercando di diventarlo. E ho capito che non bisogna parlare di se stessi (Dale Carnegie si rivolterebbe nella tomba) né del proprio business. Bisogna saper conversare di tutto. Anche del derby, di Sanremo, di Belen? Beh, meglio tirar fuori al momento giusto una frase arguta sul perché la Corea del Nord lancia i missili sul Giappone, perché la Cina investe in Africa o in Centro America, perché il surriscaldamento globale sta aprendo nuove dispute (economiche e politiche) al Polo Nord o perché tanti, tra cui Napoleone e Hitler, hanno provato a invadere la Russia da Occidente e nessuno ci è mai riuscito. Tutto questo, e molto altro, è molto ben spiegato nel libro di Marshall.

Insomma, la materia è fondamentale per capire come “gira il mondo” e il suo studio può portare benefici concreti. Il libro, poi, merita. Se vuoi acquistarlo, fai clic sul link Amazon qui sotto:

I giustizieri della Rete

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Qualche anno fa rimasi impressionato dalla vicenda di Oscar Giannino. Alle elezioni politiche del 2013 il giornalista dandy (lo incontrai a un evento giornalistico e mi colpirono, per fortuna solo metaforicamente, delle scarpe con borchie) si presentò alla guida del movimento “Fare per fermare il declino”. A pochi giorni dal voto, però, il suo compagno di partito, l’economista Luigi Zingales, denunciò dei falsi nel suo curriculum. Tra gli studi di Giannino spiccava un master alla Booth University di Chicago, quella dove insegna Zingales. Ma il professore scoprì che alla Booth University Giannino non ha mai messo piede. Anzi, Oscar non era nemmeno laureato.

La carriera politica di Giannino finì lì. Iniziò, in compenso, una sorta di processo pubblico, i mass media si avventarono sul suo cadavere politico; ma è in Rete, sui social, che iniziò il massacro popolare. Riporto, per decenza, uno dei commenti simpatici:

Una vera gogna, come sempre più spesso accade online. Sono tantissimi i casi di persone messe in croce sul Web, senza alcun processo ma con conseguenze ben peggiori.

Recentemente mi sono imbattuto in un libro proprio su questo tema. Si tratta de “I giustizieri della Rete” di Jon Ronson. L’autore britannico, in un testo scritto molto bene e che consiglio, parla del lato oscuro di Twitter e Facebook; dalla quarta di copertina:

“Spesso [i social] alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso”.

Tra i casi citati c’è quello, notissimo, di Justine Sacco.


Per questo tweet di cattivo gusto (tradotto: “Sto andando in Africa, spero di non prendermi l’AIDS. Scherzavo: sono bianca!”) ha perso il lavoro. E la faccia.
La vicenda: nel dicembre 2013 Justine aveva preso un aereo per raggiungere Città del Capo, in Sudafrica, per visitare la sua famiglia. Prima di imbarcarsi aveva creato quel tweet. Nonostante i suoi pochi follower, il messaggio fu ritwittato (condiviso) da un giornalista e divenne virale, al suo arrivo in Sudafrica le crollò il mondo addosso. Come si legge su IlPost.it:

“Sacco fu presa in giro e insultata per giorni. A causa di quel tweet perse il suo lavoro da capo delle pubbliche relazioni della IAC, una grande società con sede a New York che possiede più di una trentina di società web molto conosciute tra cui Vimeo, Match.com, Daily Beast e Ask.com”.

La beffa: anche un professionista della comunicazione online è rimasta schiacciata dalla comunicazione online.

Il libro parla di tante storie del genere, tutte centrate su vergogna, reputazione e facile giustizialismo. Per esempio si racconta la storia di Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è inventato, in un libro, una citazione di Bob Dylan; scherzetto che gli ha fatto saltare la carriera.

Tra gli altri c’è anche un predicatore finito in una lista di frequentatori di prostitute, ma anche il caso clamoroso di Max Mosley. Nel 2008 l’ex capo della Formula 1 venne coinvolto in un clamoroso scandalo sessuale scatenato dal quotidiano inglese News of the World. Il giornale pubblicò alcuni fotogrammi tratti da un video nel quale Mosley prendeva parte ad un’orgia di tipo sadomasochistico con alcune prostitute in uniformi naziste ed in divise che ricalcano quelle che indossavano gli internati nei lager. La notizia è che Mosley pare essere l’unico, tra i protagonisti del libro, ad aver superato la gogna mediatica online in modo (quasi) indolore.

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Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde

Nel 2013 il Gruppo di Ricerca sui Nuovi Media del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, coordinata da Marco Gui, con la collaborazione di OssCom, mise a punto l’Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde. Si tratta di una ricerca svolta su un campione di 2.327 studenti delle seconde superiori in Lombardia, e analizzava le dotazioni tecnologiche, l’uso dei nuovi media e le competenze digitali degli studenti. Puoi leggere l’intera indagine qui:

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Che cos’è il diritto all’oblio?

Il 5 marzo 2010 lo spagnolo Costeja González, nella foto, si rivolse al garante della privacy spagnolo per presentare un reclamo contro La Vanguardia Ediciones, che pubblica un quotidiano di larga diffusione, nonché contro Google Spain. Il reclamo era fondato sul fatto che, cercando il nome di González in Google, si ottenevano link verso due articoli del quotidiano che parlavano del pignoramento della sua casa, 16 anni prima. González non voleva che comparissero più i suoi dati, visto che la questione era risolta da anni. Il tribunale stabilì che il quotidiano aveva agito correttamente mentre il motore di ricerca doveva accontentare González. L’intero testo della sentenza è disponibile in PDF qui:

corte-giust-131-12

Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea (C-131/12 del 13 maggio 2014), a seguito di questa vicenda, ha disposto che in alcuni casi si può chiedere ai motori di ricerca di rimuovere dei risultati, se sussistono rilevanti motivi legati alla privacy. Google non ha potuto esimersi dal rispettare la legge: dopo due settimane dalla sentenza aprì la possibilità ai cittadini europei di poter inviare, con un modulo su Internet (questo il link), la richiesta di rimuovere link inadeguati a loro riferiti. Tuttavia Big G specifica a chiare lettere:

A fronte di una tale richiesta, effettueremo un bilanciamento tra il diritto alla privacy della persona e il diritto di rendere accessibili le informazioni e l’interesse pubblico a trovarle. Nel valutare la richiesta considereremo se i risultati includono informazioni obsolete sul richiedente e se le informazioni sono di interesse pubblico. Ad esempio, potremmo decidere di non rimuovere determinate informazioni che riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di persone che ricoprono incarichi nell’amministrazione pubblica.

Per la cronaca: nei primi cinque mesi Google esaminò più di mezzo milione di siti.

Da giornalista a brand journalist: come reinventarsi e creare contenuti per le aziende

Ho rilasciato questa intervista al blog NonSoloWork il 28 maggio 2017.

Ho conosciuto Gianluigi Bonanomi a un corso per blogger: parlava della scrittura online, di come rendere i testi efficaci e di come scrivere titoli, come dice lui, “che spaccano”. Abbiamo parlato, abbiamo scoperto di avere un sacco di cose in comune, per esempio la “mission” di aiutare le aziende a comunicare meglio, poi ho scoperto che è un giornalista. Un giornalista hi-tech, ma pur sempre un giornalista.
Qualcosa non quadrava: in una logica consolidata i giornalisti stanno in redazione, non in azienda. Ho deciso quindi di indagare, gli ho fatto qualche domanda per capire meglio di che cosa stiamo parlando.

Gianluigi, so che sei un giornalista ma lavori anche come consulente aziendale. Come si conciliano le due cose?

Ciao Paola, anzitutto ti ringrazio per avermi ospitato sul tuo blog. La domanda è assai complessa, perché riguarda la crisi di un settore, quello del giornalismo cartaceo, che pare non conoscere fine. Non mi dilungo su questo tema, ma i numeri sono impietosi: i nove maggiori gruppi editoriali italiani hanno perso un terzo del fatturato e otto freelance su 10 ricavano meno di 10.000 euro lordi all’anno per il loro lavoro. Perché? Ecco la risposta: dieci anni fa c’erano 40.000 edicole, ora sono meno di 30.000, una su quattro è saltata, le altre potrebbero fare la fine delle cabine telefoniche. Lo sapevi che esistono già algoritmi e robot che scrivono articoli al posto degli umani, per ora in tema di analisi finanziaria e sport?

Quindi i giornalisti come si pagano il mutuo?

Qui sta il punto. Quando faccio formazione per i colleghi giornalisti, che comunque continuano ad aver bisogno dei “crediti formativi”, spingo verso il “brand journalism”: fare i giornalisti in azienda.

Intendi fare il giornalista che scrive la storia dell’azienda o del fondatore?

Non proprio. Parlo di adattarsi a lavorare a braccetto col reparto marketing per scrivere contenuti utili, ma utili sul serio. Tutte le aziende hanno un disperato bisogno di comunicare (anche “non comunicare” è un modo di comunicare!). Qualcuno può storcere il naso, chiamarle “markette 2.0” o più elegantemente publiredazionali. Tu l’hai chiamato “pagarsi il mutuo”.

Ma in concreto che cosa può fare il giornalista in azienda?

Raccontare l’azienda, quindi fare branding (anche sui social), oppure fare quello che vogliono tutte le aziende del mondo: trovare clienti! La lead generation, di questi tempi, punta sempre meno sulle tecniche outbound, le cosiddette chiamate a freddo, e sempre più sull’inbound marketing, il content marketing: è il cliente che va dall’azienda, perché ha trovato online qualcosa, per esempio un articolo o un eBook, che gli interessa, che gli ha risolto un problema.

Ma queste cose non sono competenza dell’ufficio marketing e comunicazione?

Certo, ma il reparto marketing e comunicazione scriverebbe un articolo, un eBook o farebbe un’intervista come un giornalista? Credo che l’esperienza del giornalista nel “cavare il sangue dalle rape”, dimostrando che ogni azienda può essere un editore, ma soprattutto l’approccio di strategia dei contenuti, con il cosiddetto piano editoriale, siano dei plus che nessun’altra figura professionale può dare.

Qual è il primo consiglio che vuoi dare per un giornalista che vuole fare questo salto e diventare un brand journalist?

Quello di seguire uno dei miei corsi! Scherzi a parte, il segreto è sfruttare il network creato durante gli anni della professione. Per esempio proporsi alle agenzie di PR per supportarle nella creazione di contenuti per i loro clienti. In pratica il giornalista deve essere un camaleonte: oggi blogger, domani social media manager, dopodomani un uomo del marketing e così via. Sembrano mestieri diversi, in realtà al centro c’è sempre il contenuto.
In ogni caso bisogna studiare, esplorare, imparare nuovi modi di comunicare, nuovi strumenti. Non è possibile che un giornalista non sappia fare un tweet, usare un hashtag su Instagram o ignorare l’esistenza dei Pulse su LinkedIn. Un giornalista del nuovo millennio deve avere tra le skill i social, la SEO e il content marketing, come minimo. Se vuole pagarsi il mutuo, come dici tu, non deve più rincorrere editori che pagano tre euro a pezzo. Quello non è più un lavoro, ma un hobby. Fare il brand journalist è un lavoro.

Per chiedermi informazioni sui corsi di brand journalism, scrivimi!

 

WhatsApp: è cambiata l’età minima per usarlo


L’età minima per usare i social network è 13 anni. Non si tratta di un’età legale che abbia senso in Italia: è imposta dalle aziende americane che erogano i servizi. Fino a qualche tempo fa, però, c’era una discrepanza tra i vari Facebook e Instagram da una parte (13 anni) e WhatsApp dall’altra (16 anni), nonostante siano tutti parte della grande famiglia di Zuckerberg (vedi notizia). Non perché WhatsApp non sia un social, tutt’altro: nei gruppi si fa tutto quello che si può fare in qualsiasi social come condividere, commentare, discutere in gruppo e così via. Il motivo era un altro: Whats App richiedeva l’uso di una SIM, che in Italia non può essere intestata a un minore di 15 anni (dai 12 anni se accompagnati da un genitore, vedi per esempio modulo Tim).

Molti organi di informazione online riportano ancora la vecchia età minima, vedi per esempio Corriere della Sera (il pezzo è del 2015):

Eppure le cose sono recentemente cambiate. Preparando del materiale per uno dei corsi che tengo nelle scuole medie, ho voluto fare una verifica direttamente alla fonte. Mi sono collegato al sito di WhatsApp e, in particolare, ho spulciato nella pagina delle informazioni legali, che trovi qui: www.whatsapp.com/legal/?l=it.

Vi si legge, testualmente:

L’utente deve avere almeno 13 anni per utilizzare i Servizi (o età superiore necessaria nella sua nazione affinché sia autorizzato a usare i nostri Servizi senza il consenso dei genitori)

Quindi 13 anni, non più 16, con il consenso dei genitori. Vi si aggiunge inoltre:

ove l’utente non abbia l’età richiesta per poter accettare i Termini nella sua nazione, il suo genitore o il suo tutore devono accettarli a suo nome

 

Per ulteriori dettagli o per chiedermi di organizzare un corso sull’uso consapevole della tecnologia nella tua scuola, biblioteca, associazione di genitori, scrivimi.

 

Internet delle Cose: 10 esempi incredibili (ma veri)

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Grazie all’“Internet delle cose”, forno e frigo potranno comunicare tra loro. Per sparlare della lavatrice.

Chiamata IoT, Internet of Things, Internet delle Cose o come ti pare, la notizia è che tu, essere umano connesso alla Rete, sarai in minoranza. La gran parte degli oggetti che ci circonda, o che ci stanno addosso, saranno collegati a Internet e tra loro. D’accordo, un vecchio white paper di Cisco aveva toppato: diceva che 50 miliardi di oggetti più o meno intelligenti sarebbero stati connessi già dal 2015. Eppure il trend è chiaro, e lo racconta benissimo un bel libro che ho letto di recente: “Come usare al meglio l’Internet della Cose” (Tecniche Nuove), scritto da Martina Casani – esperta di marketing B2B, cloud, sharing economy e ovviamente IoT – e Marcello Majonchi – esperto IoT di Microsoft.
Il libro è ben scritto, approfondito ma soprattutto riporta un sacco di esempi interessanti. Ne ho scelti 10, per dimostrare che, numeri a parte, l’IoT è già una realtà consolidata.

1. La coda delle mucche è IoT

Moocall è un gadget irlandese che avvisa gli allevatori quando le mucche iniziano il travaglio. Si aggancia alla coda della mucca.

2. La macchina del caffè connessa

Grazie alla piattaforma Plat.One di Abo.Data e alla Cloud Azure di Microsoft si è sviluppata una soluzione che permette di monitorare le macchine del caffè a uso professionale con una serie di vantaggi sotto il profilo della qualità, della manutenzione predittiva e dell’accesso a nuove informazioni di marketing. A questo proposito, è possibile monitorare, a livello mondiale e in tempo reale, il consumo di determinati prodotti in determinate aree geografiche o in determinati orari.

3. Il copri-materasso intelligente

Prodotto di una start-up italiana, Eight è il coprimaterasso “intelligente” che analizza i dati del nostro sonno (temperatura, frequenza respiratoria, battito cardiaco…) e ci rimanda via app i consigli su come dormire meglio.

4. La valigia connessa

Bluesmart è la prima valigia intelligente del mondo: si pesa da sola, conosce la propria posizione, ricarica smartphone e tablet e si sblocca con un’app.

5. Il caschetto che previene gli incidenti sul lavoro

Nel settore ingegneristico, l’azienda O’Rourke ha adottato caschetti intelligenti che controllano la temperatora e la frequenza cardiaca dei portatori così come la temperatura e esterna e l’umidità.

6. Il sofà intelligente

Lift-Bit è un sistema di arredo modulare e riconfigurabile con il movimento delle mani e via app. Sfrutta Internet delle cose per consentire agli sgabelli esagonali imbottiti, che si alzano e si abbassano a comando digitale, di assumere varie forme. Lift-Bit può avere la funzione di poltrona, sedia, divano, chaise longue o letto.

7. Il lampione smart

La startup rumena Flashnet ha sviluppato un sistema che permette di gestire in modo più efficiente l’illuminazione pubblica. Attraverso un modulo connesso a una rete wireless e montato su un lampione, per esempio, il sistema permette di accendere e spegnere la luce o regolarne l’intensità da remoto. Il dispositivo può anche memorizzare una pianificazione automatizzata per l’illuminazione, in modo che non ci siano malfunzionamenti se si interrompe il collegamento wireless.

8. Giacche da sci interattive

Sui capi DKB vi è un sensore che garantisce l’autenticità e dà ai consumatori, tramite app, anche le istruzioni per l’uso e la manutenzione. Tutto questo consente anche di aprire un canale di comunicazione e marketing diretto.

9. Smart wine

Wenda è un dispositivo elettronico che può essere inserito sia sul collo della bottiglia di vino per un monitoraggio uno-a-uno, che posizionato all’interno del pallet, così da controllare una spedizione intera. Ma soprattutto il dispositivo comunica le caratteristiche del vino.

10. Maiali col tag

L’Azienda Agricola Ca’ Lumaco è specializzata nell’allevamento dei suini che vivono allo stato brado, nel bosco, in uno spazio di circa 18 ettari, cibandosi di ghiande e castagne e altri prodotti provenienti da agricolture biologiche. La soluzione tecnologica adottata consente di tracciare i suini all’interno dell’azienda grazie a un tag RFID auricolare, dove è memorizzato un codice che identifica univocamente l’animale. Dall’altro, grazie a un sistema di videocamere installate in sala parto, il sistema si integra a un sistema di videosorveglianza che consente un controllo da remoto dei capi nei vari box. Su un display sinottico l’operatore può verificare in tempo reale la situazione dei capi nel macello, le presenze in sala parto e le altre immagini provenienti dalle videocamere, con un notevole risparmio di tempo e un significativo aumento dell’efficienza generale.

Nel libro di Casani e Majonchi, M&Ms, trovi moltissimi altri esempi, insieme ad analisi, studi, scenario attuale e future o ogni altra implicazione dell’IoT. Puoi acquistare il libro su Amazon:

Cercare lavoro: come sfruttare le leggi del marketing

Il marketing, come qualsiasi disciplina umana, ha delle regole. Discutibili, “deperibili”, forzate se volete, ma delle regole ci sono. Prendete per esempio le 22 immutabili leggi del marketing di Al Ries e Jack Trout: è vero che si tratta di un testo con le rughe, ma alcune verità possono essere riconosciute ancora come attuali. La mia sfida, qui, è quella di applicare alcune di quelle leggi (cinque o sei su 22) alla ricerca del lavoro, come se il prodotto o servizio da piazzare sul mercato fossi tu.

  1. La legge della leadership e della categoria

Questa legge è per molti spiazzante: è preferibile essere i primi e non i migliori. Eppure molti continuano a puntare sulla qualità del prodotto, sul confronto con i competitor, sul benchmarking e non sul posizionamento – parola per me chiave. Per dire: chi si ricorda il nome del secondo aviatore che ha fatto la traversata dell’Atlantico?

Come tradurre questo in campo lavorativo? Se non puoi essere il primo di una categoria, inventatene una nuova in cui diventarlo. Nel 1934 Joseph Lamberth pubblicò il primo libro sul cake design e creò un metodo, che si chiama “metodo Lamberth”.

  1. La legge della focalizzazione 

L’essenza del marketing è restringere la focalizzazione: non puoi rappresentare una cosa specifica se insegui tutto. C’è un vecchio modo di dire inglese che recita: “Jack of all trades and master of none”, che si può tradurre con “esperto di tutto, maestro di niente”. Sempre più persone invece perdono la focalizzazione e disperdono le energie su più fronti, tanto che la studiosa canadese Emilie Wapnick ha coniato il termine “multipotenziale” proprio per indicare una persona con molti interessi e occupazioni creative. È una persona che posta di fronte alla domanda: “Che cosa vuoi fare da grande?”, prova disagio. È una persona che si appassiona per un periodo a una determinata attività, illudendosi per un momento di aver trovato la propria vocazione, fin quando la parabola si consuma e la noia sopraggiunge. Puoi guardare la conferenza Ted di Emilie e questo indirizzo: bit.ly/Wapnick.

  1. Legge del sacrificio

Questa legge si lega alla precedente: bisogna rinunciare a qualcosa per ottenere qualcosa. Il mondo del lavoro, così come quello degli affari, è popolato da grandi generalisti altamente diversificati e piccoli specialisti estremamente focalizzati. Il generalista di solito è debole, la nicchia spesso vince. Parliamo anche di mercato: chi l’ha detto che devi risultare interessante per tutti? Coca-cola stravinceva e allora Pepsi si è concentrata sui giovani: si parlava infatti di Pepsi generation.

  1. La legge della sincerità

Se ammetti una qualità negativa, il cliente potenziale ne riconoscerà una positiva. Ammettere un problema va contro la natura umana e aziendale. Uno dei modi più efficaci per entrare nella testa del cliente potenziale è invece ammettere un fatto negativo e trasformarlo in qualcosa di positivo. Avis, per esempio, era la numero due nel mercato del noleggio auto. L’ha ammesso e ha trasformato questo handicap in un punto di forza: è vero, siamo in numeri due ma proprio per questo ci metteremo ancora più impegno.

 

  1. La legge dell’imprevedibilità.

Non è possibile prevedere il futuro, ma occorre farsi un’idea di quali saranno le tendenze del mercato, in modo da trarre profitto dal cambiamento. Altro errore è pensare che il futuro sarà una replica del presente. La soluzione per gestire l’imprevedibilità? La flessibilità e la formazione continua: lavori che oggi paiono ormai consolidata, come il social media manager e il brand reputation manager, dieci anni fa non esistevano e, chissà, fra dieci anni non esisteranno più.

EXTRA La legge del fallimento. Il fallimento va messo in conto, va accettato. E, all’americana, va visto come un’opportunità.

Puoi acquistare il libro di Al Ries e Jack Trout qui: