Podcast: che cosa sono e come ascoltarli [articolo per Digital4]

In Italia sono 2,7 milioni gli ascoltatori abituali di podcast, negli Stati Uniti si aggirano intorno a 76,4 milioni: numeri importanti, non straordinari, ma in netta crescita. Ecco cosa c’è da sapere per ascoltarli e scoprirne di nuovi.

[articolo pubblicato il 12 settembre 2019 su Digital4]

podcast, sulla bocca di tutti, non sono nati oggi: già nel 2005 “podcasting” fu eletta parola dell’anno dal dizionario statunitense New Oxford. Ma possiamo affermare che solo ultimamente sia esplosa la podcast-mania. In Italia sono 2,7 milioni gli ascoltatori abituali di podcast (fonte: Engage), 76,4 milioni negli Stati Uniti (fonte: eMarketer): numeri importanti, non straordinari, ma in netta crescita.
Quando scrivo podcast, va messo in chiaro, non parlo solo di chi ascolta La Zanzara o lo Zoo di 105 il giorno dopo: per i puristi quello non è podcasting, ma distribuzione online e on demand di una trasmissione radio.
In questo articolo vedrai che cos’è un podcast, perché il fenomeno sta facendo il botto ora e come ascoltarli e scoprirne di nuovi.

Indice degli argomenti

Il ritorno della voce

Il futuro, dietro l’angolo, urla a gran… voce. Questa facile previsione è conseguenza di un paio di dati. Primo: home o voice assistant, come Alexa e Google Home, sono già nelle case del 13% degli italiani (fonte: Sole24Ore). Secondo: entro il 2020 il 50% delle ricerche online sarà vocale (fonte: Repubblica). Insomma, non solo parliamo sempre più con la tecnologia, ma la ascoltiamo invece di guardarla.

Facciamo un passo indietro. A un certo punto, nel secolo scorso, molti erano convinti che la televisione avrebbe ucciso la radio (e non solo i The Buggles, autori della mitica “Video killed the radio stars”) ma evidentemente non è andata così: in Italia, nel 2018, ci sono stati oltre 34 milioni di ascoltatori radio. Del resto ascoltare la radio è più comodo, versatile, piacevole: possiamo farlo mentre guidiamo, stiriamo, corriamo al parco e così via.

La stessa cosa sta succedendo online: belli i video su YouTube o le trasmissioni in streaming, ma vuoi mettere poter scaricare e ascoltare la puntata di un podcast quando siamo sotto WiFi per goderne ovunque, anche in galleria quando la radio non prende? Si parla di fruizione asincrona.
Senza considerare, inoltre, che ricerche scientifiche hanno evidenziato come le storie raccontate, rispetto a quelle viste, provocano “risposte fisiologiche più forti, tra cui frequenze cardiache più elevate, maggiore attività elettrodermica e temperature corporee più elevate”. Ascoltare è più coinvolgente che guardare: motivo per il quale spesso un libro ci piace di più della sua trasposizione cinematografica.

Che cos’è un podcast?

Il podcast è una trasmissione “radio” diffusa via Internet, scaricabile e archiviabile in un lettore MP3 o sullo smartphone. Ma che cosa vuol dire, letteralmente, la parola podcast? L’origine della parola si deve a Ben Hammersley, giornalista BBC, che nel 2004 scrisse un articolo per the Guardian intitolato “Audble revolution” sul nuovo fenomeno dei file audio in formato MP3, coniando, appunto, il termine podcast.
Letteralmente podcast sta per “Personal Option Digital Casting” e deriva dall’unione “iPod” (il leggendario lettore multimediale di Apple) con “Broadcast”, vale a dire la trasmissione di informazioni a un insieme di riceventi non prestabilito. Qual è, quindi, la differenza tra podcasting e streaming? Nel primo caso la fruizione è libera, asincrona, nel secondo la trasmissione è “live”, in tempo reale.
Detto in parole povere, i podcast sono episodi audio caricati online che possono essere ascoltati grazie un client. Il software riceve automaticamente le nuove puntate. Come? Il vettore su cui queste viaggiano e vengono distribuiti i contenuti audio è un feed RSS, come per i siti Web. L’utente si “abbona” a un podcast e riceve automaticamente le nuove puntate, che può decidere di scaricare automaticamente, per esempio quando è sotto WiFi.

Come ascoltare un podcast

I client per ascoltare si chiamano “podcatcher”. Eccone alcuni:

– Banshee

– Overcast

– Podbean

– Podwalk

– Stitcher

Questi sono tutti app e servizi gratuiti. Ne esistono anche a pagamento, come Audible di Amazon.

Sei modi +1 per trovare podcast da ascoltare

Concetti, infrastrutture e strumenti sono importanti, ma quel che conta davvero sono i contenuti: dove e come scoprire quali seguire? Le vie sono principalmente sei.

1. Audiocast

Audiocast, da 10 anni, è uno dei punti di riferimento in Italia.

2. Spreaker

Spreaker, la piattaforma numero uno in Italia per la produzione di podcast, permette anche la discovery dei contenuti, grazie alla sezione Explore.

3. Spotify

Sebbene Spotify sia la app numero uno per ascoltare la musica in streaming, è anche un miniera di podcast.

4. Le piattaforme mobile di Google e Apple

I podcast sono raccolti nelle piattaforme ufficiali, con relativa app per smartphone, di Google e Apple:
– Per utenti Android: Google Podcast su Google Play Musica;
– Per utenti Apple: iTunes Podcast.

5. Listen Notes

Listen Notes si presenta come il miglior motore di ricerca di podcast. Ordina i risultati per data o rilevanza e permette di filtrarli anche per categoria, lingua, regione, durata e altro ancora.

6. Le classifiche

Chartable fornisce le classifiche dei podcast più ascoltati in tutto il mondo anglosassone.

In realtà ci sarebbe anche un settimo modo, più analogico, per scoprirne di nuovi e magari entrare in questo mondo da producer: partecipare al festival del podcasting che si terrà a Milano il prossimo 12 ottobre 2019.

Il mio podcast

Oltre un anno fa decisi di lanciare il mio podcast: il tema, a me molto caro e tutt’ora scoperto, era quello dell’uso consapevole della tecnologia in famiglia. Ci sentiamo su “Genitorialità e tecnologia”?

Risultati immagini per genitorialità e tecnologia

Quanto durano i contenuti online?

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In questo video parlo della bella infografica che sta alle mie spalle:

Ecco l’infografica:

La rivincita degli utonti: le 10 migliori prodezze degli anti-nerd [articolo per Agenda Digitale]

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Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 19 luglio 2019

L’utonto è l’anti-nerd: quella persona che usa la tecnologia suo malgrado; per ignoranza o negligenza, non solo non riesce a capirla, ma la piega (a volte fisicamente…) alle proprie esigenze. Una carrellata sulle principali tipologie e sulle dieci migliori “utontate” in circolazione

Qualche giorno fa ho scritto, su queste pagine, un articolo sull’intelligenza artificiale non troppo intelligente: “Altro che AI: ecco dieci esempi di stupidità digitale”. Molti lettori mi han scritto che si sono divertiti e che ho elencato le prove definitive della superiore intelligenza umana. Fermi un attimo: forse è il caso che leggiate anche questi dieci esempi di performance di utenti informatici, meglio noti come “utonti”.

Chi sono gli utonti?

Il termine “Utonto” è un semplice gioco di parole (a volte dispregiativo, altre affettuoso): è l’utente-tonto. Esiste un’espressione analoga anche in inglese: “luser”; anche in questo caso è il mix di “loser” (sfigato) e “user” (utente).

L’utonto è quella persona che usa la tecnologia suo malgrado; per ignoranza o negligenza, non solo non riesce a capirla, ma la piega (a volte fisicamente…) alle proprie esigenze. È l’anti-nerd, il contrario dello smanettone. Però non è un luddista: figuriamoci – risponde – è sempre stato interista/milanista! Per dirla con Flaiano, l’utonto ha poche idee, ma confuse.

Ci sono tanti tipi di utonto: uno spettacolo d’arte varia.

C’è l’utonto che fa tenerezza, perché proprio non ci arriva: è quello a cui spieghiamo, per l’ennesima volta, che per fare un doppio clic col mouse bisogna essere un po’ più scattanti, e non fare clic-pausa-clic. Quello che risponde alle e-mail di spam (il 12% degli utenti-utonti lo fa! Cosa scrive? “Thanks, size doesn’t matter”?). Che per inviare un’immagine via posta elettronica la stampa e poi la “scanna”. Che per ruotare un’immagine non occorre piegare di novanta gradi il monitor.

Poi c’è quello che fa arrabbiare, soprattutto i responsabili IT delle aziende e i centralinisti dei servizi di assistenza. Quante volte il nostro indirizzo email è stato diffuso impropriamente perché l’utente scrive a centinaia di persone mettendo tutti i destinatari nel campo “CC:” invece che in copia nascosta? E quante volte abbiamo ricevuto messaggi urlati, TUTTI IN MAIUSCOLO? Quante altre volte abbiamo fatto fatica a leggere un’email con un oggetto lunghissimo e il corpo con scritto solo “Ciao”? L’utonto non conosce la netiquette, le buone maniere informatiche (niente bon ton, è già tanto se ha il TomTom).

Ma soprattutto c’è l’utonto che fa ridere, perché le spara davvero grosse. Con tutta la buona volontà, come si fa a non sbellicarsi di fronte a qualcuno che chiede dei “DVD prescrivibili” (dal medico?), la “licenzia Windows” (per giustificato motivo?) o un “CD RON” (“Non abbiam bisogno di parole!”)? Utonto è anche quell’ex premier che diceva di cercare con Gogol (evidentemente trovava ispirazione nella drammaturgia russa: ecco perché andava sempre da Putin). È anche quello che ha paura di perdere tutte le icone perché deve sostituire il monitor, o quello che chiede gli orari di apertura di un sito di shopping online, o quello che si chiedeva come fa un floppy disk, se è quadrato, a girare. Una risata li (ci) seppellirà.

Ecco allora a voi 10 esempi di “utontate”, tratti dall’eBook Utonti.

Il porta-tazza

Partiamo con uno dei migliori classici dell’utontologia, una storia vera (?!?) di un SysOp (operatore di sistema) Novell NetWire.

Cliente: “Salve, è il supporto tecnico?”.

Tecnico: “Sì, come posso aiutarla?”.

C.: “Il porta-tazza del mio PC si è rotto e sono ancora in garanzia”.

T.: “Mi scusi, ma lei ha detto porta-tazza?”.

C.: “Si, è sul frontale del mio computer”.

T.: “Perdoni se le sembro un po’ perplesso, ma è perché lo sono. Lo ha ricevuto come parte di una promozione, in qualche fiera? Come le è arrivato questo porta-tazza? Ha qualche marchio inciso sopra?”.

C.: “È arrivato insieme al computer; non so nulla di nessuna promozione. C’è solo scritto ‘4X’ sopra”…

[fonte]

“Inviare” un fax

L’utonto non riusciva a spedire un fax con il computer. Dopo 40 minuti di chiarimenti, si scopre che aveva messo il foglio davanti al monitor e premeva il tasto INVIO.

Le etichette dei dischetti

Un tecnico di Compaq riceve una chiamata da un utonto che si lamenta del fatto che il sistema non legge i suoi file di word processing dai suoi vecchi dischetti da 5 pollici e un quarto (gli antenati dei floppy da tre e mezzo). Dopo aver appurato che non sono stati sottoposti a campi magnetici o fonti di calore, si scopre che il cliente ha messo le etichette sui dischi, poi li ha arrotolati nella macchina per scrivere per poter scrivere sulle etichette.

Insert (another) disk!

Un cliente parla con il supporto tecnico di Lotus:

– Ho inserito il primo disco. Tutto OK. Poi ho inserito il secondo, e lì sono iniziati i problemi… Ma il terzo non sono proprio riuscito a farcelo entrare!

Il computer non vedente

L’utonto chiama l’assistenza tecnica lamentandosi che il computer continua a non vedere la stampante anche dopo aver girato il monitor verso la stampante.

E.T. come Extra-televisori

Sentita in un negozio di TV:

– Avete un decoder extraterrestre?

La lettera scalata

Un’utonta dice al tecnico informatico che ha un piccolo problema con Office. Non riesce ad allineare correttamente i paragrafi di una lettera. Il tecnico chiede di mostrargli un documento, per mostrarle come si fa. L’utonta apre il file Excel con la lettera scritta nella cella A1, allargata fino a coprire l’intero monitor. Il tecnico, stupito, chiede come mai non usi Word. Lei non sa cosa sia Word: la prima volta che ha aperto un documento Office era in Excel…

T come Tiscali

M’immagino la scena. L’utonto, al telefono con il servizio clienti di Tiscali, sta appuntando l’indirizzo dove spedire la lettera. L’operatore cerca di ripetere più volte il nome della località “Sa Illetta”, ma non c’è niente da fare. Deve ricorrere allo spelling…

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[Fonte]

Il fungo

Tra le tante cose che facevo nella redazione di Computer Idea, c’era anche la gestione della posta (lo so che ve lo state chiedendo: sì, la gente scrive davvero alle riviste di informatica).

Tra le tante, ve ne voglio raccontare una. Un lettore scrive che ha uno strano problema: ogni giorno, alle sei di sera, gli cresce un fungo sul monitor.

Scusi – gli rispondo – credo di non aver capito, ci deve essere un errore di battitura. Qual è il suo problema?

Lui ripete che ogni sera appare un fungo sul monitor, in basso a destra.

Solitamente avrei cestinato la mail, come tante altre. Ma il caso mi interessava. Rispondo al lettore che non sono un micologo, di spiegarsi meglio.

Dice che, vicino all’orologio di Windows, ogni sera appare questo fungo.

Confortato dall’idea che si trattasse, con tutta probabilità, di un’icona e non di un vero e proprio fungo sulla scocca del monitor, chiedo di inviarmi uno screenshot.

Ovviamente devo spiegargli come si cattura una schermata.

Poi questa, finalmente, arriva. Il mistero è svelato: un antivirus (Avira nel caso, anche se in realtà si tratterebbe di un ombrello…), scaduta la licenza, chiedeva l’aggiornamento.

10 Can che abbaia…

In un negozio di informatica:

– Scusi, avete un Rottweiler?

Dopo diversi minuti di indagini il commesso ha capito che l’utonto intendeva “router wireless”.

Come fare l’analisi SWOT della tua carriera [Articolo DIGITAL4]

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[Questo  articolo è stato pubblicato su Digital4 il 17 luglio 2019]

La compilazione della matrice SWOT permette di tirare le somme sulla situazione professionale. Ecco cosa fare per comprendere il posizionamento sul mercato del lavoro e sulla propria employability

Per costruire un personal branding efficace bisogna partire da sé stessi, non da modelli prefabbricati e cuciti sulla pelle altrui: ecco perchè è utile fare l’analisi SWOT della carriera. Si tratta di analizzare i propri trascorsi, i punti di forza, quelli di debolezza, il mercato. In Rete si trova un articolo dove si fa l’analisi SWOT della scelta, da parte dell’Inter, di puntare sul giovane Stramaccioni nel 2012: fra i punti di forza la preparazione tecnica e la capacità di inventare soluzioni innovative, come debolezza l’inesperienza (non aveva mai allenato in serie A), come opportunità il rinnovamento della squadra dopo gli anni turbolenti del dopo Mourinho e come minaccia una possibile crisi di rigetto dei tifosi ai primi passi falsi.

Che cos’è l’impiegabilità?

In un eBook che lessi qualche anno fa (Career Swot Analysis: ripensare il proprio futuro – Whitepaper Mida), Gian Piero Sciglio usava la matrice SWOT per fare l’analisi della carriera. Proponeva anzitutto un concetto molto interessante: quello di impiegabilità. Per spiegarlo usava una citazione di Claudio Meyer, Senior Advisor di Egon Zehnder: «Il vero problema non è avere un lavoro, ma essere appetibile sul mercato del lavoro. C’è gente che oggi lavora, ma non è impiegabile nel futuro».

Ma come si passa dall’obiettivo “impiego” a quello di “impiegabilità”? Occorre prendere in considerazione due dimensioni: quella interna, che ha a che fare con la propria storia professionale e con i propri interessi, e quella esterna, che concerne il mercato del lavoro.

Il ruolo del networking

L’aspetto più delicato è “interno” e riguarda il networking. Tante persone hanno un bel network, ma interno all’azienda per la quale lavorano. Appena però sono fuori dall’azienda, quanto vale quel network? Questo nonostante il fatto che tutti sappiano che in Italia lo strumento principale per trovare lavoro sono le conoscenze! E qui LinkedIn diventa determinante, come ho spiegato nel mio libro “Guida calcistica di LinkedIn”.

Altro tasto dolente è quello della formazione, con le skill riguardanti digital e social da una parte (si parla di “digital fluency”) e l’inglese dall’altra a fare da padroni.

La storia professionale

Sciglio parla poi di uno snodo della riflessione sul proprio posizionamento professionale, quello in cui le persone ragionano sulla propria storia:

1. individuare i principali “lavori” svolti, nella stessa azienda o in aziende diverse;

2. riassumere le principali attività, responsabilità del periodo;

3. focalizzare gli apprendimenti significativi di ciascuna fase;

4. riscoprire i momenti di maggior soddisfazione, le cose che è stato proprio bello fare;

5. pensare una metafora che sia una buona espressione di ciascun periodo.

Tutto questo per individuare il fil rouge, il filo conduttore del proprio percorso in ottica occupabilità. Ma soprattutto contribuisce a comprendere quello che qualcuno chiama USP: ciò che ti rende unico.

Il valore sul mercato del lavoro

Un altro momento di riflessione è quello in cui si ragiona sulla propria employability, impiegabilità, grazie a tre domande chiave:

1. Da cosa dipende, per settore e per famiglia professionale, il valore sul mercato del lavoro?

2. Come viene considerato, al momento, il valore sul mercato del lavoro, e perché?

3. Negli ultimi tre anni, è diminuito o aumentato, e perché?

La risposta a queste domande, non facili, può farti capire se deve suonare un campanello di allarme, se necessiti di ricollocarti, formarti o trovare il modo di renderti indispensabile per l’attuale datore di lavoro.

Le opportunità dei nuovi mercati

Finora ho parlato di dimensione interna. Per quanto riguarda la dimensione esterna, vale a dire il mercato del lavoro, le riflessioni vanno fatte settore per settore. In linea generale comunque le grandi aziende tendono a tagliare, le start-up (almeno quelle che superano il periodo neonatale) invece sono in espansione. Tanti lavori sono sacrificati sull’altare delle nuove tecnologie, ma Internet e la robotica produrranno certamente nuove opportunità.

L’analisi SWOT della carriera

Fatte queste considerazioni Sciglio propone la matrice SWOT della carriera:

La compilazione di questa matrice SWOT permette di tirare le somme sulla propria situazione professionale. Faccio un gioco: applico l’analisi SWOT al mio caso. Punto di forza interno: poliedricità nella creazione di contenuti; punto di debolezza interno: poca specializzazione; opportunità del contesto: sempre più aziende si stanno accorgendo di quanto siano fondamentali i contenuti e la formazione sulla comunicazione digitale; minacce dal contesto: alta competitività.

Com’è la tua SWOT?

DINOSAURI E PERSONAL BRANDING, DALLA STAMPA AL DIGITALE [la mia intervista per 4Graph]

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Questo articolo, con annessa intervista, mi è stato dedicato da 4Graph.it il 15 luglio 2019.

DINOSAURI E PERSONAL BRANDING, DALLA STAMPA AL DIGITALE

Gianluigi Bonanomi, autore di numerosi libri dedicati alla tecnologia e al modo migliore di utilizzarla, si definisce “digitale per formazione”, e infatti i corsi di formazione che tiene ad aziende e istituzioni rappresentano una buona parte della sua giornata lavorativa.

Abbiamo assistito ad alcuni dei suoi corsi, e speriamo non ce ne vorrà se sveliamo qui quella che è una delle sue classiche frasi di presentazione: “All’inizio della mia carriera scrivevo di tecnologia su testate cartaceee. Erano i primi anni 2000, e ogni giorno che passava mi sembrava sempre più di assomigliare ai dinosauri che pascolavano tranquilli, o anche agitati è indifferente, commentando saggiamente fra loro quella luce bizzarra che vedevano muoversi nel cielo. In effetti, poco dopo il meteorite mi cadde davvero sulla testa: la casa editrice per cui lavoravo ebbe delle vicissitudini molto sgradevoli e mi ritrovai, come si dice, a spasso. Ecco, quella è stata la mia fortuna”.

Una delle doti di Gianluigi Bonanomi, come avete visto, è la capacità di affabulare, di raccontare storie ai suoi ascoltatori legandole a eventi che coinvolgono concretamente la loro vita, parlando spesso anche della sua.

Di questa dote ha fatto uno dei cardini dell’attività di formatore, o meglio della promozione di questa attività. Mettendo a frutto la sua abilità nella scrittura ha saputo coniugare editoria e digitale, realizzando una serie di libri che aiutano a comprendere meglio il mondo dei social e che, nello stesso momento, aiutano a costruire il suo “personal branding”.

“I libri e la carta non sono morti, anzi. Dopo un periodo in cui non è che stessero proprio benissimo, gli strumenti cartacei stanno vivendo una nuova stagione interessante. Io per esempio in questi anni ho pubblicato almeno una decina di libri a stampa con diversi editori, e la loro presenza sugli scaffali delle librerie ha contribuito a diffondere la mia notorietà fra i due tipi di pubblico in cui si divide la mia attività di formatore, che rappresenta ormai il mio core business. Per il pubblico business tengo corsi su linkedin, sul content marketing, su come parlare in pubblico mentre al pubblico “consumer” mi rivolgo con pubblicazioni e corsi legati agli argomenti che più impattano sulla loro vita quotidiana”.

Così accanto a titoli come “Job War”, “Vivere nella Nuvola”“Il Guru di Google” ha pubblicato testi che sono diventati un must per le istituzioni pubbliche che prenotano con mesi di anticipo le conferenze di Gianluigi Bonanomi.

“Con la casa editrice Ledizioni ho pubblicato due volumi che sono sempre molto richiesti alla fine delle serate che tengo nelle biblioteche e nelle scuole (li trovate sul tavolo all’ingresso della sala e firmo anche le copie… voi però potete ordinarli anche online, non mi offendo). Uno si intitola “Navigazione Familiare”, l’altro “Prontuario per genitori di nativi digitali.”

Particolarmente interessante per chi si trovi a gestire figli preadolescenti e adolescenti, “Navigazione Familiare”, che propone un approccio capace di scardinare i conflitti che spesso sono innescati dalla presenza invasiva delle nuove tecnologie in famiglia con un trucco semplice: la condivisione.

“I divieti non portano a niente se non ad altri conflitti magari anche più forti. Nel mio libro e nelle mie conferenza sostengo che stabilire regole condivise fra genitori e figli, trascorrere insieme i momenti in rete parlando delle esperienze che vi si possono fare, mettere in atto strategie di sicurezza capace di difendere i più piccoli possono portare alla costruzione di un futuro migliore e più consapevole per i nativi digitali. E a meno rotture di scatole per i genitori.”

Gianluigi Bonanomi è così, professionale e sarcastico, e anche questa sua dote di pungente ironia è stata messa a frutto in due libri: “Utonti – rassegna tragicomica di utenti informatici che proprio non ce la fanno” e “Anche i nerd nel loro piccolo sghignazzano”.

“In questo libro ho raccolto alcune battute che mi sorgono spontanee quando mi trovo a interagire con la rete, con i suoi utenti, con la seriosità di certi modi di intendere il lavoro e l’impegno che spesso portano a ridicoli scivoloni sulle proverbiali bucce di banana. Ogni giorno pubblico sulla mia pagina Facebook un meme tratto da questo libro, e devo dire che sono sempre molto seguiti.”

Ne pubblichiamo alcuni nella gallery, mentre salutiamo Gianluigi Bonanomi, che ci tiene a precisare che lui dei dinosauri si preoccupa ancora: “Da qualche anno tengo ai miei colleghi giornalisti dei corsi di formazione al digitale. I corsi sono organizzati da Primopiano, ente formatore accreditato dall’Ordine dei Giornalisti per la formazione professionale della categoria. A loro parlo di branded content, di newsletter e di altre cose che ci aiutano a tenere d’occhio se per caso stanno arrivando altri meteoriti.”.

Bambini e schermi: quali limiti? [Il mio articolo per Gengle Magazine]

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Nell’ultimo numero di Gengle Magazine ho scritto un articolo su bambini e schermi, problemi e consigli dei pediatri:

Ne riporto uno stralcio:

Ecco le indicazioni dei pediatri divise per fascia d’età.

Da zero a due anni

Uno studio recente evidenzia che il 20% dei bambini usa uno smartphone per la prima volta durante il primo anno di vita. Eppure i neonati, fino a due anni, non dovrebbero usare questi strumenti.

Da tre a cinque anni

I bambini fino a cinque anni dovrebbero usare schermi vari meno di un’ora al giorno.

Da cinque a otto anni

I bambini tra i cinque e gli otto anni dovrebbero usare i device digitali al massimo per due ore al giorno.

Mai gli schermi dovrebbero essere usati durante i pasti e un’ora prima di andare a dormire: questo vale per tutti, genitori compresi.
Chiaramente, aggiungono i medici, non bisogna parlare solo di quantità, ma anche di qualità. I bambini dovrebbero essere esposti o interagire solo con contenuti di alta qualità (e ne esistono!) ma soprattutto dovrebbero farlo in compagnia dei genitori. Mamme e papà dovrebbero scegliere app e contenuti, ma soprattutto dovrebbero essere un modello per i propri figli, dato che i piccoli sono grandi imitatori. In ogni caso gli schermi non dovrebbero mai essere usati come pacificatori o “baby sitter”.

Dall’analfabetismo funzionale a quello digitale

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Il compianto Tullio De Mauro ci ha spiegato che cos’è l’analfabetismo funzionale. Con questa espressione si intente qualcuno che sa leggere e scrivere – non è un analfabeta tout court – ma è incapace di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Un analfabeta – dice l’OCSE – è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace…

“di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”

Di esempi, sui social, ne abbiamo a bizzeffe, ogni giorno. Qualche tempo fa ha fatto discutere la reazione della social media manager dell’account Facebook “INPS per la famiglia”, che rispose così a un’utente:

Anche se apparentemente autonomo, un analfabeta funzionale non comprende molte delle cose che gli accadono: non capisce i termini di una polizza o di un contratto, il senso di un articolo, non sa riassumere un testo né di interpretare un grafico.

Che cos’è l’analfabetismo digitale?

Nel bel libro “Figli virtuali” (Erikson Live), Annalisa D’Errico e Michele Zizza propongono un percorso educativo alla tutela e alla complicità nella famiglia digitale. Nel primo capitolo si occupano proprio di analfabetismo. E si chiedono: in quanti hanno studiato le regole di utilizzo di Facebook? Pochi lo hanno fatto, ma sono documenti fondamentali. Molti non sanno comprendere nemmeno messaggi WhatsApp e mail. L’analfabetismo digitale (digital illiteracy) ha caratteristiche simili a quello funzionale, ma riguarda l’utilizzo dei mezzi informatici e delle strutture digitali annesse.
Gli autori non pongono solo il problema, ma propongono una soluzione per genitori che si sentono meno competenti e capaci rispetto a nativi digitali e Millennials: la resilienza. Per resilienza s’intende la capacità di reagire con forza e determinazione ad avversità, complicazioni, difficoltà che la vita pone ogni giorno. Nel caso specifico la resilienza serve per affrontare la situazione, superare l’impasse iniziale e iniziare a lavorare sui dispositivi, senza aver paura di sbagliare. Può anche essere l’occasione per aprire un fronte di dialogo con i figli!

10 esempi di stupidità digitale: il mio articolo satirico per Agenda Digitale

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Nota: questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 21 giugno 2019.

Altro che AI: ecco dieci esempi di stupidità digitale

Dieci casi esemplificativi di come l’intelligenza artificiale ogni tanto riesca a fare concorrenza alla più prosaica stupidità umana

on si fa altro che parlare di intelligenza artificialerobot che ci ruberanno il lavorochatbot che superano il test di Touring, auto che guidano da sole e droni che giocano alla guerra o a fare i postini volanti: pare di vivere il mondo immaginato da Asimov molti anni fa. Ora che ci viviamo in mezzo, però, ci rendiamo conto che l’intelligenza artificiale ogni tanto fa concorrenza alla più prosaica stupidità umana. Ecco dieci esempi.

Google Photos

Nel 2015 Google Photos aggiunse una funzione per etichettare automaticamente le foto in base al contenuto. Peccato che non riuscì a distinguere un afroamericano da un gorilla. Apriti cielo: Big G peggio del Ku Klux Klan!

Uomo o statua?

Google ha sviluppato anche un’innovativa tecnologia di sfocatura per non rendere riconoscibili i volti identificabili nelle immagini di Street View. Qualche tempo fa non riusciva nemmeno a riconoscere gli umani dalle statue. Un passo avanti rispetto alla storia dei gorilla.

Call to action…estreme

Nei miei corsi sul Web writing suggerisco sempre di mettere una call to action alla fine di ogni testo: così però mi pare definitiva, forse l’AI dovrebbe ingaggiare un’intelligenza traduttrice professionista.

Congratulazioni, Gino!

LinkedIn, come qualsiasi altro social, guadagna se rimaniamo all’interno dello piattaforma: per questo cerca di tirarci dentro ovunque siamo, per esempio inviandoci tonnellate di mail. Invia anche messaggi sugli anniversari lavorativi dei contatti. Una volta mi è arrivata una mail con scritto:

“Fai anche tu i complimenti a Gino che è da due anni nella posizione di: in cerca di lavoro”.

Forse avrei dovuto congratularmi per il reddito di cittadinanza.

Attenti al loop

Vogliamo parlare dell’errore ricorsivo? Attenzione al pericolo loop!
(fonte)

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Arma letame

Il robot aspirapolvere e la pupù del cane: un’arma… letame.
(fonte)

Foto panoramiche dell’orrore

Vogliamo parlare delle foto panoramiche che rivelano presenze sataniche?
(fonte)

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Assistenti robotici troppo zelanti

Atsushi Nishiguchi è un uomo d’affari giapponese che qualche tempo fa prese alloggio presso l’hotel Henn-na di Sasebo, il primo interamente gestito da umanoidi. Ma passò una notte da incubo. L’uomo russava e la sua assistente robotica interpretava il ronfo come una domanda incomprensibile. L’androide continuava a chiedere all’ospite: “Ripeta la domanda per favore”. Alla fine l’umano risolse chiamando un altro umano, nella sede centrale.

(fonte)

Alexa hot

Un bambino chiese ad Alexa di suonare la sua canzone preferita: “Digger, Digger”. Alexa capì tutt’altro: in risposta propose una stazione per il porno, aggiungendo le chiavi di ricerca pollastrella, amatoriale e ragazza sexy. Ecco il video:

La parabola di Tay

Nel 2016 Microsoft lanciò su Twitter il profilo di un bot con l’identità di una adolescente di nome Tay. Il software di AI avrebbe dovuto far evolvere il chatbot Tay sulla base delle interazioni con gli umani. Dopo alcune ore di interazione, con qualche troll e burlone, la personalità artificiale di Tay era diventata quella di una ninfomane nazista.

(fonte)

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5 strumenti per creare il tuo podcast

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I podcast esistono da tanti anni, ma solo ultimamente sono esplosi (si stima li usino 14 milioni di italiani). Perché? Per lo stesso motivo per il quale la televisione non ha ucciso la radio, alla faccia dei The Buggles!

La radio si ascolta anche quando non puoi prestare attenzione con gli occhi, addirittura il podcast è on demand e lo puoi ascoltare quando preferisci: io, per esempio, mentre corro al mattino.

Per creare un podcast uso Spreaker: un’ottima app italiana, apprezzatissima a livello internazionale. È così ben fatta che c’è chi la usa per creare una sorta di propria radio privata via web.

La caratteristica più entusiasmante di Spreaker è la condivisione automatica delle puntate su tante piattaforme: da Google Podcast ad iTunes (Apple podcasts), fino a Spotify e perfino YouTube (il video è creato in automatico tenendo fissa l’immagine della puntata). Per raccogliere tutti questi canali in un’unica pagina uso Gopod.me: https://gopod.me/1377532934.

La versione gratuita di Spreaker offre cinque ore di archiviazione e live podcast sino alla durata di 15 minuti. Con la versione On-Air Talent, quella che uso io, ho 100 ore di archiviazione e live podcast da 45 minuti. Esitono anche versioni a pagamento con più opzioni.

Nell’aprile del 2018 ho creato il mio primo podcast, l’unico in Italia sull’uso consapevole della tecnologia in famiglia: Genitorialità e tecnologia (www.gianluigibonanomi.com/podcast): ogni lunedì pubblico informazioni, aggiornamenti, approfondimenti e interviste sul tema.

 

Gli strumenti per la gestione dell’audio

L’elemento che apprezzo di più nell’app Spreaker è che mi permetta di creare un podcast senza che debba acquistare nulla: è sufficiente lo smartphone, ormai una protesi per me. Spesso le puntate di Genitorialità e tecnologia si basano su interviste telefoniche: per questo uso la app Call recorder per registrare tutte le telefonate, in ingresso e in uscita: poi converto il file audio risultante, in formato ARM, con il gratuito Online Audio Converter (https://online-audio-converter.com) per ottenere un MP3. Per editare i file audio uso il mitico Audacity (gratis e open source).

Va detto che il microfono integrato nei dispositivi mobili non è dei migliori, non foss’altro per le sue dimensioni. Quindi, se si desidera una qualità audio migliore, è il caso di pensare a un microfono esterno. Ne ho comprati due: uno da tavolo, USB, da usare con il PC; e un lavalier, detto anche “clip mic” perché si attacca con una piccola clip alla cravatta o al bavero: ne ho comprato una versione con jack audio per usarlo direttamente con il microfono (online si trovano a costi ridicoli).

Il personal branding con il metodo 10 C

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Il 3 giugno 2019 sono stato invitato a Genova dall’associazione ISA – IANUA Students Association per un convegno sul personal branding. Ho registrato un video per mostrare le slide dell’intervento, con il mio commento:

Alcune foto dell’evento:

Se vuoi contattarmi per uno speech sul personal branding, scrivimi!