Blogging: una dozzina di idee immutabili by Seth Godin

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Seguii il primo corso sul Web writing nel secolo scorso, esattamente nel 1999 (lo ricordo ancora: erano i giorni del massacro di Columbine). Da allora sono cambiate tante cose, non ultimo l’esplosione del social. Eppure molte altre idee, apprese allora, sono tuttora valide. Lo dimostra il contenuto di questo breve articolo: sono andato a ripescare alcune frasi che avevo letto nel 2005. Quasi 15 anni fa – mentre nasceva YouTube, per intenderci – il guru della comunicazione digitale Seth Godin distribuì sul suo blog l’eBook gratuito “Who’s there”, tra l’altro ancora disponibile sul suo blog a questo indirizzo. In quel piccolo libro trovai una dozzina di concetti che ancora oggi sono alla base del blogging.

Una dozzina di verità sui blog, su chi scrive e su chi legge

Tutte le volte che leggo un libro di Seth Godin devo rimettere mano alle mie slide, ma soprattutto mi segno a parte delle citazioni che non si sa mai, col mio mestiere. Vorrei proportene alcune, a mio avviso molto interessanti.

  1. The amount of noise we’re living with is exploding.

In effetti c’aveva visto giusto: non a caso poi si è parlato di “overload informativo”.

  1. No one cares about you. Almost no one even knows you exist.

Questa citazione me la rigioco ovunque, anche nei corsi LinkedIn. A che pro? Per dire a chiunque, aziende comprese, che occorre smetterla di essere autoreferenziali. Bisogna parlare del lettore, del suo mondo, non di se stessi.

  1. Bloggers are selfless, blog readers are selfish. We are merciless in deleting a blog from our reader if the blogger posts too often about stuff that’s not relevant to us.

Stesso discorso di prima, ma espresso in modo più ficcante: se chi scrive si concentra su sé e chi legge fa altrettanto, si parla di due rette parallele. Che non s’incontrano nemmeno all’infinito!

  1. In a world where there’s a lot of clutter and where everything is good enough, most of the time we just pick the stuff that’s close or cheap or familiar. But when it’s something we care about, we go to enormous lengths to find the very best.

Anche questo tema del “buono quanto basta”, del fatto che Wikipedia e gli MP3 e i film piratati ci hanno abituato a non cercare più l’eccellenza, questo non vale quando il lettore è davvero interessato e motivato: in quel caso la qualità paga.

  1. The blogger is investing time and energy in order to get her ideas out there.

Dare valore: è alla base di tutta la comunicazione digitale.

  1. Use images and tone and design and interface to make your point. Teach people gradually.

Non di sole parole vive un blogger, anzi.

  1. The stuff you’re putting on your marketing site or in your blog or even in your brochures or in your business letters is too long.

Scrivi meno e meglio: là fuori pochi sono disposti a concederti tanto tempo: questo vale soprattutto ora, nell’era del mordi e fuggi.

  1. Figure out which category before you put finger to keyboard!

Qui si trova l’importanza dell’analisi del target, fino ad arrivare – aggiungo io, col senno di poi – alla costruzione delle buyer personas dei lettori.

  1. It’s not who you are, it’s what you say.

 Non importa che tu scriva per il blog di una multinazionale, sulle pagine di un importante sito di informazione o sul tuo blog personale appena nato: è quello che scrivi che conta.

  1. Actually, it doesn’t matter what you say, it matters who you are.

In apparente contraddizione alla verità numero 9, quest’altra dice qualcosa di molto interessante, una sorta di step 2: all’inizio conta quel che dici e non chi sei, poi il blog ti darà credibilità e autorevolezza.

11 The best blogs start conversations, they don’t control them.

Il Web 2.0, rispetto agli strumenti precedenti, ha trasformato chiunque da lettore a spett-attore. Adesso leggi, poi sarà qualcun altro a leggere te.

12 If you care about your personal brand and career and impact, you need a blog.

Il personal branding si costruisce con i contenuti, che portano posizionamento, riconoscibilità, autorevolezza e tanto altro ancora. Che cosa aspetti? Inizia a bloggare: è dal 2005 che Godin ce lo dice.

Da queste regole immutabili, sono partito per creare il corso di Web & social media writing con Corsi Primopiano e in partnership con la Business School del Sole 24 Ore: una giornata di idee, studi scientifici ma soprattutto applicazioni pratiche (quanto scrivere, come scrivere, quali titoli privilegiare, gli strumenti utili). Per informazioni sul corso, che si terrà il 26/9 a MILANO e il 3/10 ROMA, fai clic su Web & Social Writing.

Salvini su TikTok: la mia intervista per Affaritaliani.it

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Il 17 novembre 2019 sono stato intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it in occasione dello sbarco su TikTok di Salvini. Ecco l’articolo.

Perché Salvini ha fatto flop su TikTok? Parola all’esperto Gianluigi Bonanomi

Il “Guru” della comunicazione spiega: “L’inizio è stato un disastro, ma la strada è quella giusta: deve ‘solo’ cambiare stile, adeguandosi al target”

L’ESORDIO DI MATTEO SALVINI SU TIKTOK SI RIVELA UN FLOP – INTERVISTA A GIANLUIGI BONANOMI, “GURU” DELLA COMUNICAZIONE IN RETE E PROFONDO CONOSCITORE DEI CANALI FREQUENTATI DAGLI ADOLESCENTI

Come funziona la strategia di Matteo Salvini sui social? Tutti parlano (a ragione) della capacità di influire sul consenso della “Bestia”, la corpulenta macchina della comunicazione approntata dal leader della Lega e messa sotto la lente di ingrandimento anche dalle ultime puntate di “Report”, a proposito del presunto utilizzo di chatbot e altri strumenti di propaganda.

La comunicazione di Salvini sembrava davvero non sbagliare mai un colpo, fino a quando “il Capitano” non si è imbattuto in Tik Tok, strumento sempre più popolare tra i giovanissimi e ancora sconosciuto a molti adulti.

Salvini ha avuto il merito di essere il primo politico a sbarcarvi, ma molto presto si è imbattuto con una serie di reazioni negative, derivanti dal fatto che per le giovani generazioni vivere in una società multietnica  sembra ormai normale e anche da alcune scelte comunicative che si sono rivelate fallimentari.

Ma perché Salvini ha fatto flop su TikTok? Per esaminare questo curioso fenomeno abbiamo chiesto il parere di Gianluigi Bonanomi, vero e proprio “guru” della Rete. Oltre a essere un formatore richiestissimo dalle aziende (ad esempio per il corretto uso di LinkedIn), tiene interessanti corsi per ragazzi e genitori sui pericoli del Web e le sue competenze cominciano a essere richieste anche in politica, dove i budget sempre più esigui destinati alle campagne elettorali rendono fondamentale usare al meglio l’uso di Internet e dei social.

Gianluigi Bonanomi, partiamo dal principio: perché Salvini è andato su TikTok?

“Sebbene TikTok, ex Musically (con cui si è fuso), sia considerato solo un passatempo per preadolescenti e adolescenti, le cose stanno radicalmente cambiando: un miliardo e mezzo di utenti stanno ingolosendo tanti, a partire dalle aziende che iniziano a stanziare budget di advertising. Finora nessun politico si era azzardato a metterci il naso. Anche perché molti, immagino, non sanno nemmeno che cosa diavolo sia TikTok. Non di certo Salvini, che con la sua Bestia ha dimostrato di aver compreso che per ottenere risultati diversi, in termini di attenzione e partecipazione, occorre fare cose diverse: non solo cartelloni pubblicitari e quarte di copertina, ma advertising sui social e meme.Per rispondere alla domanda: ovviamente Salvini puntava ai minorenni; del resto è, al momento, l’unico personaggio politico che ha delle chance per strapparli all’astensionismo. Sta preparando la strada per il futuro prossimo.”

Come giudicherebbe i primi passi di Salvini su questo social così particolare?

“Direi un disastro. Questa app, dedicata alla musica, al ballo e alla “recitazione” non è adatta ai mini-comizi live di Salvini: contenuti che invece su Facebook sono perfetti e mandano in visibilio orde di quarantenni e gattini. Tra una challenge e un balletto, i ragazzi di TikTok si sono ritrovati un video malfatto del Senatore che stringe mani ai Carabinieri e un altro video, preso da un talk show, con le solite invettive contro gli immigrati. Per non dire del terzo, dove Salvini parla di un albero umbro. Tre contenuti mai visti su TikTok e che non sono piaciuti per niente ai ragazzi. Anzi, spesso mi è capitato di vedere su TikTok contenuti anti-razzisti e sulla tolleranza, e infatti molti commenti sono stati impietosi”.

Cosa insegna questa storia a chi si occupa di politica e comunicazione?

“La morale è sempre quella: canali diversi esigono stili comunicativi e contenuti diversi, perché spesso sono diversi i target e gli obiettivi. Altrimenti che senso avrebbe distinguere tra Facebook, Twitter, LinkedIn e altro? Cerco disperatamente di farlo capire nei corsi e nelle consulenze alle aziende: se ribalti il contenuto di Facebook su Twitter, così com’è e in automatico, non solo stai sbagliando tecnicamente, perché sono canali con regole e grammatiche diverse, ma dimostri di non aver capito che prima si parte dall’analisi del target e poi si crea il contenuto. Non viceversa. Non puoi prendere i contenuti che funzionano su Facebook, dove non si trova un minorenne neanche per sbaglio, e metterlo in un social così particolare, così diverso. È vero che Salvini ha provato a semplificare il messaggio e sclerotizzarlo: il primo video, quello con i Carabinieri, aveva in sottofondo una musica trionfalistica e in sovraimpressione scritte sull’onore, ma ribadisco: una ragazzina dodicenne, che ha appena finito di vedere una sfida, challenge, di scarpette, come può prendere un contenuto del genere?Ultimo esempio: il quarto video vede Salvini che canta Vasco Rossi. Ai tredicenni pazzi per ‘Carote, carote, solo carote’ che cosa può importare una canzone di un quasi settantenne? In ogni caso la strada è giusta. Basterebbe cambiare stile”.

Corsi LinkedIn gratis: gli appuntamenti con Federmanager Bergamo

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Federmanager Bergamo organizza un percorso di formazione gratuito sull’uso strategico di LinkedIn. Ecco date e temi:

  • GIOVEDÌ 21 NOVEMBRE, Introduzione a LinkedIn: LinkedIn è il social network per eccellenza, ormai usato in Italia da oltre 12 milioni di professionisti. Ma a che cosa serve? Se pensi che serva solo a cercarsi un lavoro, lo stai usando al 30% delle possibilità. In questo primo incontro vedrai anche come impostare correttamente lo strumento, prima di farne un uso strategico.
  • GIOVEDÌ 28 NOVEMBRE Uso strategico del profilo con il metodo LinkedIn10C (ideato dal docente)
    Il metodo LinkedIn10C è stato ideato come percorso per fare un uso strategico di LinkedIn. Si parte con il posizionamento, definendo “mission” e keyword per farsi trovare, quindi si lavora prevalentemente sull’autorevolezza. Non serve generare traffico sul profilo se poi chi arriva non si fida di te, se il profilo non “converte”.
  • GIOVEDÌ 5 DICEMBRE LinkedIn Content Strategy: che cosa e come pubblicare su LinkedIn
    Dopo aver compreso come si usa lo strumento e come impostare strategicamente il profilo, occorre usare LinkedIn anche come un “social media”: devi pubblicare. Che differenza c’è tra post e Pulse e, soprattutto, come si realizzano un piano editoriale e contenuti efficaci?
  • GIOVEDÌ 12 DICEMBRE Social Selling: overview delle potenzialità di targhetizzazione con LinkedIn Sales Navigator Social selling non vuol dire vendere online, ma creare le condizioni che porteranno, se si lavora bene di relazioni, a raggiungere i propri obiettivi. Ma molto più prosaicamente LinkedIn è anche uno strumento di scouting e targhetizzazione: vedrai che cosa è e a che cosa serve il Sales Navigator.

Ne ha parlato anche il sito di informazione Bergamonews:

Il ciclo di incontri, articolato in quattro sessioni (dalle 17 alle 20), verterà invece sull’“Utilizzo strategico di LinkedIn”.
Si inizierà giovedì 21 novembre, con un’introduzione ad un corretto approccio al social network. Nei successivi tre appuntamenti si approfondiranno alcuni aspetti specifici della piattaforma: il 28 novembre è previsto un focus sul ‘Metodo Linkedin 10C’ (ideato dallo stesso relatore), oltre che sul concetto di ‘autorevolezza editoriale’; il 5 dicembre verrà affrontato il concetto della LinkedIn Content Strategy; il 12 dicembre, infine, si parlerà di Social Selling e verranno esplorate le potenzialità derivanti da un ottimale posizionamento all’interno del network.

Docente delle quattro sessioni sarà Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech oltre che formatore sui temi digital.
“Sono particolarmente soddisfatta della ‘risposta’ ricevuta dai nostri iscritti, a questa sollecitazione” commenta Bambina Colombo, Presidente di Federmanager Bergamo. “Nel giro di pochi giorni entrambi gli incontri sono andati sold out. E abbiamo associati in lista d’attesa. Segno che abbiamo individuato due nuovi filoni, al di là di quelli assicurativo, previdenziale e sanitario, che stanno loro a cuore e che, finalmente, la questione dell’aggiornamento professionale continuo viene percepita come imprescindibile oltre che indispensabile”.

“Un tema su cui una realtà come la nostra, seconda a livello lombardo e settima in ambito nazionale, deve prestare costante attenzione e su cui deve ‘spingere’ perché, solo facendo crescere i profili degli associati, la nostra categoria potrà essere sempre meglio riconosciuta quale importante elemento sociale del Paese” conclude la leader dei Dirigenti d’impresa bergamaschi.

Qui si trova il modulo di iscrizione ai seminari sull’uso strategico di LinkedIn.

“Content marketing e social selling per assicutatori”: la testimonianza di Roberto Muzzi

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Sabato 26 ottobre 2019 si è tenuto a Bologna il primo corso “Content marketing e social selling per assicutatori” (con crediti IVASS) con questo programma:

8.45 – 9.00 Registrazione dei partecipanti
9.00 – 9.30 Presentazione del relatore e degli obiettivi del corso
9.30 – 11.00 Social selling: dalla definizione di social selling a come aumentare il social selling index
11.00 – 11.30 Question Time & Coffe Break
11.30 – 13.00 Ottimizzazione del profilo in ottica social selling con il metodo LinkedIn10C
13.00 – 14.00 Pausa pranzo libera
14.00 – 16.00 Inbound marketing: come e cosa pubblicare su LinkedIn, tecniche di persuasione
(i 6 principi di Cialdini su LinkedIn)
16.00 – 16.30 Question Time & Coffee Break
16.30 – 18.30 Fare social selling con LinkedIn Sales Navigator: teoria e pratica

Per maggiori info visita il sito di Parliamo di assicurazioni.

Questa è la testimonianza di Roberto Muzzi, esperto di risk management, al termine del corso:

“Come la nuvola ha cambiato le nostre vite”: speech per Itancia [slide]

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Il 6 e 7 novembre 2019 ho partecipato al “Cloud event” di Itancia, multinazionale francese che si occupa di IT, sia in qualità di speaker che di “master of ceremony”. Ecco le slide del mio intervento, intitolato “Come il cloud ha cambiato le nostre vite digitali”:

come_cloud_cambia_vita_digitali_gianluigi_bonanomi_Itancia

La recensione della “Guida calcistica di LinkedIn” sull’Almanacco del CNR

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L’almanacco del CNR (Mensile a cura dell’Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche), a firma Alessia Cosseddu, ha recensito la Guida calcistica di LinkedIn:

Fare goal con i social

Il social network professionale LinkedIn è un ottimo strumento per promuovere il proprio brand, per curare il networking, la comunicazione digitale e il posizionamento online, ma a molti risulta poco immediato e complicato tanto da spingerlo o abbandonarlo o, peggio, a usarlo in modo controproducente. Tuttavia rimane una piattaforma molto utilizzata che sta prendendo sempre più piede: ha compiuto sedici anni e ha undici milioni di iscritti in Italia (560 milioni nel mondo). Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore, tiene da anni corsi su questo social network e, per venire incontro a chi gli chiedeva di riportare i contenuti dei suoi corsi “in forma scritta”, ha deciso di pubblicare il manuale “Guida calcistica di LinkedIn”.

Il libro è suddiviso in tre parti: allenamento, difesa e attacco. Ogni sezione è formata da una parte introduttiva, di carattere teorico o strategico, arricchita da interviste a esperti del social network professionale e della comunicazione, da approfondimenti (indicati col simbolo della lampadina) e proposte di allenamenti (col simbolo del pallone). Fornendo le indicazioni su come utilizzare al meglio questa piattaforma, sistemare il profilo e usarlo in modo strategico per raggiungere i propri obiettivi.

“Mi serviva un esercizio di pensiero laterale: un accostamento, anche azzardato, per spiegare LinkedkIn. E quale tema è più popolare, anzi nazional-popolare, nel nostro Paese, dopo la pizza? Il calcio!”, spiega l’autore. La metafora calcistica la troviamo anche nella descrizione di come viene utilizzato LinkedIn: qualcuno lo usa solo per cercarsi un lavoro (scambiandolo per Monster e INfojobs) e qualcun altro lo usa da “attaccante”, per vendere; altri per costruire uno “spirito di squadra”, fare networking; parecchi per fare “calciomercato”, trovare i candidati; infine qualcuno per “esibirsi in virtuosismi”, la pubblicazione di contenuti di valore (content marketing).

LinkedIn: ecco le 12 peggiori headline di sempre [articolo per Agendadigitale]

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LinkedIn: ecco le 12 peggiori headline di sempre

(articolo pubblicato su Agendadigitale il 18 ottobre 2019)

La headline è la parte più importante, vista e utile del profilo LinkedIn. Se ben fatta può aiutare le persone a capire quello che puoi fare per loro. Non molti curano questa sezione del profilo, ma qualcuno esagera in senso contrario. Vediamo dodici esempi da non seguire.

Nei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn spiego che la headline, in pratica quel testo che accompagna il nome e che solitamente contiene il proprio “job title”, è la parte più importante, vista e utile del profilo. Se ben fatta può aiutare le persone a capire non tanto chi sei e che cosa hai fatto, ma quello che puoi fare per loro. Per esempio una headline “Junior Account Assistant” non ha molto senso, mentre “Assistente virtuale – Aiuto imprenditori e professionisti ad alleggerire il carico di lavoro” (esiste davvero) può generare opportunità di business.

Non molti curano questa sezione del profilo, ma qualcuno esagera in senso contrario. Qui ho raccolto le 12 headline peggiori che mi è capito di vedere su LinkedIn. Finora.

Quella che ha voglia di lavorare. Ma tantaaaaa!

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Quello che fa la “supercazzola”

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Il beato

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Il pensionato

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Quello che si insulta da solo

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Il mancato terrorista

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Il libero comunista

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Quello che aspetta la cassa integrazione

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Il calciatore mancato

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 E il mancato biografo…

Quello che cerca aiuto

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E quello che aiuto non lo cerca più

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Preciso che tutti i profili sono veri e online, ho evitato i fake palesi. Se hai trovato su LinkedIn qualche headline peggiore di questa, ti prego di segnalarla nei commenti. Il mio sogno è quello , un giorno, di aggiornare il mio job title con “Stupid LinkedIn headlines hunter”.

[Articolo per Digital4] Personal branding: come promuoversi con lo schema “P.E.S.O.”

Personal branding: come promuoversi con lo schema “P.E.S.O.”. L’esempio di “C’era una volta a Hollywood”

I canali che usa un brand per comunicare e promuoversi rientrano in quattro categorie: paid, earned, shared e owned. Prendendo spunto dal noto film di Tarantino, ecco come usare una strategia di marketing per promuovere se stessi

(articolo pubblicato su Digital4 il 15 ottobre 2019)

Qualche giorno fa è uscito anche in Italia l’ultimo film di Quentin Tarantino: “C’era una volta a Hollywood”. Come lo stanno promuovendo? I canali sono sostanzialmente quattro e ricalcano uno schema che, nel marketing, è ben noto: si chiama P.E.S.O. anche se non ha nulla a che fare con la bilancia. Ecco come usare lo stesso schema per il proprio personal branding.

Che cos’è lo schema P.E.S.O.?

I canali che usa un brand per comunicare e promuoversi rientrano in queste quattro categorie:

  • Paid
  • Earned
  • Shared
  • Owned

Vado con ordine.

I canali paid, a pagamento, sono quelli dove occorre investire un budget per arrivare al proprio pubblico. Possono essere digitali o tradizionali: dalle campagne di sponsorizzazione su Facebook e LinkedIn alla pubblicità radiofonica. Nel caso del film di Tarantino l’esempio è uno spot radiofonico o questo cartellone stradale.

I canali earned, contrariamente a quanto avviene con quelli paid, sono gratuiti perché la visibilità si acquisisce grazie alle pubbliche relazioni. Per esempio un articolo o un’intervista, ovviamente non a pagamento (i publiredazionali rientrerebbero nella categoria precedente), come nel caso di questo pezzo di Style del Corriere.

Personal Branding

I canali shared sono i social, dove i fan aiutano la comunicazione del brand condividendone i contenuti. Per esempio, sempre nel caso del film, il trailer su Facebook circola spontaneamente tra gli appassionati e non.

Infine i canali owned, per me i più importanti, sono quelli proprietari. Per esempio il sito Web (meglio se con tanto di blog incluso). Chiaramente la Warner ha aperto uno spazio online, sul suo sito, per il film.

Va detto che c’è chi, come Forrester nel 2009, limitava le categorie a tre: paid, earned e owned, perché era troppo presto per puntare forte sui social. Ma la sostanza cambia poco. Piuttosto vale la pena fare un’altra valutazione: Pier Luca Santoro su Datamediahub, in particolare nell’articolo “L’evoluzione dei Media: da Paid, Owned & Earned a Rented, Endorsed & Boosted”, spiega: «I media sono sempre più rented, endorsed e boosted. I rented media sono in media nei quali siamo, appunto, ‘in affitto’, come, in caso di dubbi, conferma il recente cambio di algoritmo di Facebook e le relative implicazioni per i brand. I boosted media sono quelli ‘pompati’, spinti oltre che attraverso i paid media tradizionali grazie a social e native advertising. Infine, gli endorsed media sono quelli dove, sia a pagamento che in maniera invece gratuita, i brand, le aziende vengono citate positivamente».

Come usare lo schema P.E.S.O. per il personal branding?

Da tempo sto organizzando la mia comunicazione personale, intesa quella professionale, con questo schema. Al centro della mia strategia, coerente con lo schema “hub & spoke” di Hubspot, ho messo il mio sito Web Gianluigibonanomi.com. Anzi, il mio logo è proprio l’indirizzo del sito.

Unitamente al canale proprietario, uso molto i social, in particolare LinkedIn e Facebook (in entrambi i casi con profilo personale e pagina aziendale), anche se non disdegno InstagramYouTube e – con sempre minor convinzione – Twitter. Tutte le volte che un corsista mi lascia un recensione positiva o condivide un contenuto, mi sta dando visibilità… “shared”. Invece quando, per esempio a seguito dell’uscita di un libro o di un evento pubblico, un giornale o una radio o un canale televisivo mi intervistano, si parla di visibilità guyadagnata, “earned”, non a pagamento. La carta di credito invece la uso, di tanto in tanto, per fare campagne per spingere i contenuti, per esempio il mio videocorso gratuito sul personal branding.
Qui sto parlando solo di canali e visibilità, se vuoi di touchpoint con il pubblico: chiaramente al centro di tutto ci stanno i contenuti, senza i quali non c’è nulla da sponsorizzare, promuovere e condividere.

Segnalazioni LinkedIn: esempi, obiettivi e come riceverle [articolo per Digital4]

LinkedIn recommendation: esempi, obiettivi e come riceverle (articolo pubblicato su Digital4)

La segnalazione, o referenza, è una testimonianza fondamentale per certificare la tua professionalità. Ma è anche qualcosa in più. Ecco come dovresti chiederla e cosa ci deve essere scritto.

ianluigi è un bravo formatore”. Questa attestazione di stima, soprattutto per chi ha un ego importante e vorace come il mio, fa certamente piacere. Il problema è che non serve a granché. La segnalazione o referenza – LinkedIn la chiama “recommendation” ma non è il caso, dalle nostre parti, tradurla come “raccomandazione” – dovrebbe invece servire ad altro.

Gli obiettivi della LinkedIn recommendation

Esistono solo due modi per dimostrare che tutto quello che racconti in LinkedIn (esperienze, skill, risultati, relazioni) è vero, come previsto dal mio metodo LinkedIn10C:

  1. lo dimostri con i fatti e i numeri, dai prove oggettive (certificazioni, bilanci, articoli sulla stampa, ecc.);
  2. lo dice qualcuno che non sia tu. Soprattutto se lo dicono in tanti, si innesca quello che Cialdini chiamava “riprova sociale”: vox populi…

In quest’ottica la segnalazione da parte di professionisti, che ci mettono la faccia (nonché il ruolo e il nome dell’azienda), è determinante.
Ho scritto un altro articolo per approfondire il tema: LinkedIn, 5 motivi per i quali dovresti chiedere le segnalazioni.

A chi chiedere la segnalazione LinkedIn?

A chi chiedere quindi la segnalazione? Molti utenti che incontro nei miei corsi, una volta capita l’importanza di rafforzare quell’aspetto di LinkedIn, si danno di gomito e dicono: “dai che la scambiamo a vicenda”. Sembrano quelle scimmie che si spulciano a vicenda. Cementificano il loro rapporto ma non ottengono altri obiettivi.

Invece bisognerebbe partire proprio dagli obiettivi. Qual è il tuo scopo? Trovarti un lavoro: allora chiedi la segnalazione all’ex capo (non c’è nulla di peggio che vedere a un colloquio di lavoro il candidato che denigra l’ex capo davanti a quello potenziale) mentre se cerchi clienti, va da sé, saranno quelli già acquisiti a dover lanciare un messaggio straordinario: non solo ti hanno pagato, ma sono rimasti talmente soddisfatti dal tuo lavoro che hanno deciso di testimoniarlo, mettendoci la faccia.

Lo schema della segnalazione LinkedIn

Che cosa ci dovrebbe essere scritto, quindi, nella segnalazione, se “è bravo” è tabù? Sai come si scrive un case study (mi raccomando, non ti venga in mente di usare l’espressione case history)? Questo è lo schema:

  • Individuare il problema
  • Descrivere le azioni intraprese per risolverlo
  • Quali i risultati ottenuti?
  • La valutazione del risultato
  • La valutazione dei risultati ottenuti da colleghi e superiori
  • Le ricadute sul business o sulle modalità organizzative/operative
  • La replicabilità in un altro contesto

Bene, ruba lo stesso schema. In copywriting si parla, più semplicemente, di schema PAS:

  • problema
  • agitazione
  • soluzione

In ogni caso la segnalazione deve partire dal problema che hai risolto, con risultati certificati da chi ti ha commissionato il lavoro. In questo modo puoi usare la segnalazione per persuadere altri che hanno lo stesso problema.

Due esempi di LinkedIn recommendation

Voglio riportarti due delle segnalazioni che ho raccolto su LinkedIn in questi anni di formazione.

Per quanto mi faccia piacere il complimento della prima riga, quello che conta davvero è che l’azienda in questione aveva un grosso problema di customer care online (e di reputazione digitale) e il progetto che ho lanciato è stato molto apprezzato.

Ancora meglio qui:

In questa multinazionale, l’HR manager parla di un innovativo percorso di personal branding aziendale, ovviamente già proposto ad altre realtà simili.

Come chiedere (tecnicamente) una segnalazione

Richiedere una segnalazione LinkedIn è molto semplice. Basta andare sul tuo profilo, scorrere fino alla sezione Segnalazioni e fare clic su “Chiedi una segnalazione”. Qui inserisci il nome della persona scelta, a patto che sia un tuo collegamento.

Puoi ottenere la stessa cosa anche partendo dal profilo della persona stessa (dal menu dei messaggi, scegli “Richiedi una segnalazione”).

Per completare la richiesta occorre compilare i campi Rapporto professionale e Posizione lavorativa in quel periodo. Infine, cosa molto importante, devi inserire un messaggio personalizzato nella richiesta modificando il testo preimpostato presente nel campo del messaggio. Spesso è meglio chiedere la segnalazione di persona, prima.

Vuoi seguire un corso gratuito su LinkedIn?

Il profilo LinkedIn rappresenta un ottimo biglietto da visita online, soprattutto per chi non ha un sito, e un’enorme opportunità per trovare o cambiare lavoro, fare rete e trovare clienti. A patto che il profilo sia completo, efficace ed ottimizzato. Per sistemare il profilo ho messo a punto un videocorso gratuito: ti basteranno 10 videopillole, una ventina di minuti in tutto, per sistemare il tuo profilo. Fai clic qui per iscriverti: Videocorso LinkedIn gratis.

Podcast: che cosa sono e come ascoltarli [articolo per Digital4]

In Italia sono 2,7 milioni gli ascoltatori abituali di podcast, negli Stati Uniti si aggirano intorno a 76,4 milioni: numeri importanti, non straordinari, ma in netta crescita. Ecco cosa c’è da sapere per ascoltarli e scoprirne di nuovi.

[articolo pubblicato il 12 settembre 2019 su Digital4]

podcast, sulla bocca di tutti, non sono nati oggi: già nel 2005 “podcasting” fu eletta parola dell’anno dal dizionario statunitense New Oxford. Ma possiamo affermare che solo ultimamente sia esplosa la podcast-mania. In Italia sono 2,7 milioni gli ascoltatori abituali di podcast (fonte: Engage), 76,4 milioni negli Stati Uniti (fonte: eMarketer): numeri importanti, non straordinari, ma in netta crescita.
Quando scrivo podcast, va messo in chiaro, non parlo solo di chi ascolta La Zanzara o lo Zoo di 105 il giorno dopo: per i puristi quello non è podcasting, ma distribuzione online e on demand di una trasmissione radio.
In questo articolo vedrai che cos’è un podcast, perché il fenomeno sta facendo il botto ora e come ascoltarli e scoprirne di nuovi.

Indice degli argomenti

Il ritorno della voce

Il futuro, dietro l’angolo, urla a gran… voce. Questa facile previsione è conseguenza di un paio di dati. Primo: home o voice assistant, come Alexa e Google Home, sono già nelle case del 13% degli italiani (fonte: Sole24Ore). Secondo: entro il 2020 il 50% delle ricerche online sarà vocale (fonte: Repubblica). Insomma, non solo parliamo sempre più con la tecnologia, ma la ascoltiamo invece di guardarla.

Facciamo un passo indietro. A un certo punto, nel secolo scorso, molti erano convinti che la televisione avrebbe ucciso la radio (e non solo i The Buggles, autori della mitica “Video killed the radio stars”) ma evidentemente non è andata così: in Italia, nel 2018, ci sono stati oltre 34 milioni di ascoltatori radio. Del resto ascoltare la radio è più comodo, versatile, piacevole: possiamo farlo mentre guidiamo, stiriamo, corriamo al parco e così via.

La stessa cosa sta succedendo online: belli i video su YouTube o le trasmissioni in streaming, ma vuoi mettere poter scaricare e ascoltare la puntata di un podcast quando siamo sotto WiFi per goderne ovunque, anche in galleria quando la radio non prende? Si parla di fruizione asincrona.
Senza considerare, inoltre, che ricerche scientifiche hanno evidenziato come le storie raccontate, rispetto a quelle viste, provocano “risposte fisiologiche più forti, tra cui frequenze cardiache più elevate, maggiore attività elettrodermica e temperature corporee più elevate”. Ascoltare è più coinvolgente che guardare: motivo per il quale spesso un libro ci piace di più della sua trasposizione cinematografica.

Che cos’è un podcast?

Il podcast è una trasmissione “radio” diffusa via Internet, scaricabile e archiviabile in un lettore MP3 o sullo smartphone. Ma che cosa vuol dire, letteralmente, la parola podcast? L’origine della parola si deve a Ben Hammersley, giornalista BBC, che nel 2004 scrisse un articolo per the Guardian intitolato “Audble revolution” sul nuovo fenomeno dei file audio in formato MP3, coniando, appunto, il termine podcast.
Letteralmente podcast sta per “Personal Option Digital Casting” e deriva dall’unione “iPod” (il leggendario lettore multimediale di Apple) con “Broadcast”, vale a dire la trasmissione di informazioni a un insieme di riceventi non prestabilito. Qual è, quindi, la differenza tra podcasting e streaming? Nel primo caso la fruizione è libera, asincrona, nel secondo la trasmissione è “live”, in tempo reale.
Detto in parole povere, i podcast sono episodi audio caricati online che possono essere ascoltati grazie un client. Il software riceve automaticamente le nuove puntate. Come? Il vettore su cui queste viaggiano e vengono distribuiti i contenuti audio è un feed RSS, come per i siti Web. L’utente si “abbona” a un podcast e riceve automaticamente le nuove puntate, che può decidere di scaricare automaticamente, per esempio quando è sotto WiFi.

Come ascoltare un podcast

I client per ascoltare si chiamano “podcatcher”. Eccone alcuni:

– Banshee

– Overcast

– Podbean

– Podwalk

– Stitcher

Questi sono tutti app e servizi gratuiti. Ne esistono anche a pagamento, come Audible di Amazon.

Sei modi +1 per trovare podcast da ascoltare

Concetti, infrastrutture e strumenti sono importanti, ma quel che conta davvero sono i contenuti: dove e come scoprire quali seguire? Le vie sono principalmente sei.

1. Audiocast

Audiocast, da 10 anni, è uno dei punti di riferimento in Italia.

2. Spreaker

Spreaker, la piattaforma numero uno in Italia per la produzione di podcast, permette anche la discovery dei contenuti, grazie alla sezione Explore.

3. Spotify

Sebbene Spotify sia la app numero uno per ascoltare la musica in streaming, è anche un miniera di podcast.

4. Le piattaforme mobile di Google e Apple

I podcast sono raccolti nelle piattaforme ufficiali, con relativa app per smartphone, di Google e Apple:
– Per utenti Android: Google Podcast su Google Play Musica;
– Per utenti Apple: iTunes Podcast.

5. Listen Notes

Listen Notes si presenta come il miglior motore di ricerca di podcast. Ordina i risultati per data o rilevanza e permette di filtrarli anche per categoria, lingua, regione, durata e altro ancora.

6. Le classifiche

Chartable fornisce le classifiche dei podcast più ascoltati in tutto il mondo anglosassone.

In realtà ci sarebbe anche un settimo modo, più analogico, per scoprirne di nuovi e magari entrare in questo mondo da producer: partecipare al festival del podcasting che si terrà a Milano il prossimo 12 ottobre 2019.

Il mio podcast

Oltre un anno fa decisi di lanciare il mio podcast: il tema, a me molto caro e tutt’ora scoperto, era quello dell’uso consapevole della tecnologia in famiglia. Ci sentiamo su “Genitorialità e tecnologia”?

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