“I sette tipi di cyberbullismo”: il mio speech per Bayer Italia e Unamsi

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Il 21 marzo 2019, primo giorno di Primavera, sono stato invitato da Bayer Italia e da Unamsi (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione) a tenere uno speech sul cyberbullismo nell’ambito di un evento del ciclo “Conosciamoci Meglio”, organizzato per celebrare i 120 anni di Bayer a Milano.

La conferenza sul cyberbullismo

Nel nuovo Centro Comunicazione Bayer di Viale Certosa, l’evento dal titolo “Bulli da paura. Come difendere i ragazzi dai violenti” ha visto la partecipazione del giornalista Massimo Barberi nel ruolo di moderatore, nonché della dottoressa Francesca Maisano, psicologa Centro disagio Adolescenziale, del capitano Colletti dei Carabinieri di Milano e di Marianna Sala, Presidente di CORECOM Lombardia.

 

Il mio intervento: 7 tipi di cyberbullismo (video)

Durante la serata ho parlato dei dei sette tipi di cyberbullismo (fonte):

1.Flamming (conflitti verbali)

2.Harassment (molestie)

3.Denigration (fake news)

4.Cyberstalking (terrorizzare le vittime)

5.Impersonation (furto di identità)

6.Tricy o Outing (diffusione informazioni carpite)

7.Exclusion (escludere da un gruppo)

In questo video trovi le slide e il mio speech dell’intervento, meno di venti minuti:

Le immagini dell’evento

Il live tweeting dell’evento

Questi i tweet che sono stati postati durante l’evento (fai clic sulle immagini per ingrandirle):

Personal branding: 4 errori da evitare – Il mio articolo per Digital4

Lo scorso 11 marzo 2019 Digital4 ha pubblicato il mio articolo dal titolo “Personal Branding: quattro errori da evitare“:

Il Personal Branding è oggi uno strumento fondamentale per ogni professionista in cerca di lavoro o desideroso di accrescere la sua rete di conoscenze. Ecco cosa non fare quando si vuole promuovere se stessi

ell’era della comunicazione digitale (a tutti i costi), fare Personal Branding è ormai indispensabile per ‘farsi una reputazione’. Accade però che sempre più manager e professionisti si stanno buttando sguaiatamente online, con la foga di occupare spazi che, spesso, poi restano vuoti. O peggio.

Ecco perchè quando si fa Personal Branding è necessario impostare un’adeguata strategia per mettere in luce i punti di forza, quello che rende unici e comunicare efficacemente quello che si sa fare e come lo si sa fare.

Ma ancora più importante è non fare dei passi falsi. In questo articolo ho raccolto un poker di errori da non fare quando si vuole puntare sul Personal Branding.

Indice degli argomenti

 

1. Fraintendere il Personal Branding

Quando si parla di Personal Branding si fa sovente riferimento a questa celeberrima frase di Jeff Bezos“Il personal brand è quello che le persone rimaste dicono di te quando esci da una stanza”.

Questo esclude quindi l’autoincensamento; nel mondo della comunicazione digitale si può fare propria la regola principale dello storytelling: “show, don’t tell” (vedi “On writing”, la biografia-manuale di Stephen King). Dimostra di essere bravo, non dirlo tu!
Sai quanti “leader di settore” ci sono in Italia? 315.000, secondo Mr. Google.

Post scriptum: vietato esagerare, basta un semplice controllo incrociato per vedere che quei due anni di studio dell’inglese in Inghilterra erano in realtà due settimane a lavare i piatti. Memento: ricorda come è finito chi millantava lauree e master…

2. Non monitorare la propria reputazione online

Il brutto del Web è che tutto resta e tutto è ricercabile: schegge impazzite di conversazioni sbagliate possono perseguitarti per sempre, e raramente il diritto all’oblio garantito da Google è la soluzione. Ma è anche il bello del Web: puoi intercettare qualsiasi comunicazione o conversazione che ti riguardi. Possibilmente in tempo reale. È fondamentale che tu abbia coscienza di quel che si dice di te. A maggior ragione se, per ragioni lavorative, ti esponi: pubblicazioni, eventi pubblici, speech, ruoli di rilievo, news di settore e così via.

Come monitorare? Esistono diversi strumenti per farlo, dai più semplici (fare ego-surfing: cercarsi su Google, o usare degli alert) ai più complessi, come per esempio piattaforme in grado di valutare anche il “sentiment” di quel che si dice, non solo “se” ma “come” si parla di te.

3. Non posizionarsi correttamente

Il panorama business del nostro Paese non solo è saturo di leader di settore, ma è anche costellato di dirigenti e professionisti tutti uguali: un esercito di cloni. Usano tutti gli stessi strumenti, la stessa comunicazione, le stesse frasi fatte (28.500 “persona dinamica” e 5.000 “proattivo/a” su LinkedIn). Che non interessano a nessuno.

Sono decenni che Dale Carnegie spiega che agli altri, di noi, interessa poco: tutti sono interessati solo a se stessi. O parli di loro o parli per niente. Come puoi essere utile agli altri? Quindi: “ho due lauree e un master” NO, ma “aiuto le piccole e medie imprese della Lombardia a esportare in Cina” SÌ.

Quando si fa Personal Branding, per rendere una comunicazione efficace devi differenziarti dai concorrentipuntando sul dare valore. Per almeno due motivi: evitare la commoditizzazione (se siamo tutti uguali, la differenza la farà il prezzo, ovviamente al ribasso) e puntare sulla memorabilità (perché qualcuno dovrebbe notarti, ricordarsi di te e soprattutto sceglierti?).

Un corretto posizionamento, secondo il brand positioning, parte anche da una specializzazione: nella società del terziario avanzato si cercano gli specialisti, non i generalisti. Non ci sono più gli “allevatori di bestiame” ma, tra i tanti, gli “addetti alla fecondazione artificiale della specie suina”. Quando ho smesso di fare il giornalista professionista ho fatto un grosso errore. Il panico da mutuo e la prima figlia in arrivo mi hanno fatto mettere il piede in più scarpe: facevo il giornalista online ma anche il blogger, il social media manager ma anche il formatore sulla comunicazione digitale, per non dire altro. Zac-zac, ho tagliato un po’ di cose, quasi tutto, e ora mi presento solo come formatore.

Se fai troppo, non fai nulla davvero bene. E se fai cose troppo diverse, non sei credibile. Su LinkedIn ho incrociato un tizio che fa l’architetto, il designer, il grafico, il fotografo, il producer musicale e il consulente pensionistico. Uno, nessuno e centomila.

A proposito, la conosci la storia delle lasagne di Colgate? Scoprila in questo video:

4. Non alimentare la comunicazione

Quando ti sei posizionato, con i tuoi bei ‘Riepilogo’ e ‘Headline’ su LinkedIn o nella pagina ‘Chi siamo’ del sito Web, sei al punto di partenza, non di arrivo.

“Non si può non comunicare”: quest’altro celebre assioma di Paul Watzlawick – noto psicologo e filosofo tra i più importanti esponenti dell’approccio sistemico – sta a indicare che la scelta di non comunicare è essa stessa comunicazione. Non usi i social e il Web? Quello che percepisce il pubblico – per esempio clienti o partner – è un silenzio assordante, che può significare tante cose: snobismo o incapacità.

Bene, ma che cosa comunicare? Esistono, nel piano (editoriale) perfetto, tre tipi di contenuti con i quali puoi rimpinguare il tuo blog e le bacheche di LinkedIn, Facebook, Twitter, Instagram o altro: i contenuti WHO, dove parli di te, i contenuti WHAT, dove parli delle tue soluzioni, e infine i contenuti WHY, gli unici che fanno davvero breccia nel pubblico. Non dovresti parlare di te o venderti a tutti i costi: devi parlare del pubblico, di quello che interessa davvero a chi legge: i suoi bisogni, i suoi problemi, i suoi sogni e le sue paure. Tutto il resto è un parlarsi addosso ormai insopportabile da parte di leader di settore senza settore.

Se vuoi seguire un corso gratuito sul Personal Branding, ti aspetto sul sito gianluigibonanomi.com.

 

I 12 smartphone del futuro: il nuovo articolo satirico per Agenda Digitale

Ecco i dodici trend del futuro che l’industria degli smartphone non ha ancora avuto il coraggio di svelare, e che invece Agenda Digitale ha avuto l’ardire di rendere pubblici nella mia rubrica satirica.

Povera di idee ormai da anni, l’industria degli smartphone non sa più come stupire (e giustificare prezzi di listino anche a tre zeri). Ultimamente ha presentato al mondo modelli davvero strani: quello che si piega (per lavoratori flessibili?), quello con cinque fotocamere posteriori (per paparazzi?) e quello che ti legge la mano (per chiromanti?). Ecco i dodici trend del futuro che non ha ancora avuto il coraggio di svelare.

1. Lo smartphone RdC. Consegnato insieme alla card del Reddito di Cittadinanza, permette di ricevere chiamate illimitate ma di farle solo ai Navigator dei Centri per l’impiego.

2. Il nuovo telefono Apple: è uguale al modello precedente ma costa il doppio. Per veri brand ambassador della Mela.

3. Il cellulare trapper. La voce viene adulterata automaticamente con l’autotune.

4. Lo smartphone contro il tecnostress. Quando si accorge che esageri con social e giochini, si blocca fino a quando non ti sposti in un prato e ti sdrai (geolocalizzazione e accelerometro controllano le corrette posizione e postura).

5. Il cellulare Tinder. Si possono inserire fino a 10 SIM per gestire tutte le relazioni contemporaneamente.

6. Il telefono per genitori apprensivi (e un po’ nazisti). Va consegnato a tuo figlio: se l’erede non risponde entro il terzo squillo quando lo chiami, parte una scossa elettrica, tipo taser.

7. Il telefono che telefona e basta. Ideato per un target di ottuagenari, promosso con dei banchetti ai margini dei cantieri, al posto del touchscreen ha il disco per la composizione rotante dei numeri. Invece della SIM ha la SIP.

8. Lo smartphone che fa il caffè: purtroppo le dimensioni sono considerevoli perché serviva lo spazio per ospitare le cialde.

9. Il cellulare telemarketing: gestisce in autonomia tutte le chiamate per le nuove offerte imperdibili di operatori telefonici, forex e Sky. Permette di impostare gli insulti predefiniti o simulare una rapina in banca in sottofondo.

10. Il cellulare Ferragnez: si fa i selfie da solo.

11. Il telefono di lusso tempestato di cristalli Swarovski e caldarroste.

12. Lo smartphone analfabeta funzionale: serve solo per condividere fake news, gattini e test sulla personalità.

LinkedIn per assicuratori: il mio primo articolo per “Parliamo di assicurazioni”

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Nessuna descrizione della foto disponibile.Parliamo di Assicurazioni è un blog lanciato da Luisa Rosini e Pietro Cantù Rajnoldi che ha lo scopo di aiutare chi lavora nel mondo assicurativo a usare in modo utile e consapevole il Web. Dal febbraio 2019 collaboro al progetto con contenuti e progetti di formazione. Questo è il mio primo articolo per il blog.

LinkedIn per assicuratori, costruisci il tuo profilo con il metodo LINKEDIN10C

LinkedIn è una risorsa anche per gli assicuratori, infatti è il social network professionale per eccellenza (quante persone conoscete che usano le alternative Xing o Plaxo?) e ormai conta oltre 12 milioni di italiani iscritti. Migliaia di questi lavorano nel mondo assicurativo.

Perché un assicuratore, un broker, un perito, un consulente dovrebbero usare LinkedIn? I motivi sono sostanzialmente tre:

  1. Personal branding. Costruire una solida reputazione online, grazie al posizionamento e all’autorevolezza,
    è indispensabile dal momento che datori di lavoro e clienti ti cercheranno prima di incontrarti.
  2. Social selling. Usare questo strumento per vendere i propri servizi è ormai indispensabile, sempre comprendendo che non si vende una polizza a qualcuno che ti ha appena concesso il collegamento. Quello equivale a una vendita a freddo.
  3. Networking. Le migliori opportunità vengono dalla rete dei legami deboli. LinkedIn può far crescere a dismisura questa rete.

In questo articolo vedrai come costruire un profilo solido, renderti autorevole, farti trovare e ampliare la tua rete.

Linkedin per assicuratori, il metodo LinkedIn10C

Dopo cinque anni di corsi LinkedIn tenuti in mezza Italia, anche per agenzie di assicurazioni e agenti, ho messo a punto un metodo di lavoro originale. Si tratta del metodo LINKEDIN10C.

Metodo LINKEDIN 10C per Assicuratori

Ecco come questo metodo può risultare utile anche per gli assicuratori:

1C – CHI SEI: nella headline e nel Riepilogo di LinkedIn occorre esplicitare il tuo ruolo. Si parte da un job title, che LinkedIn chiama headline. Il mio è “Formatore sulla comunicazione digitale”. Il tuo potrebbe essere “Consulente assicurativo di micromercato”. Attenzione: “Assicuratore” e basta, non ha alcun senso.

2C – COSA FAI: spesso il job title non è sufficiente. Quali problemi risolvi? Esempi: “gestione della liquidità”
o “stime assicurative e giudiziali”.

3C – PER CHI: il target è fondamentale. Quando visito il tuo profilo, capisco subito se mi puoi essere utile? A me importa solo di me stesso, a tutti importa solo di se stessi, non di te. Puoi risolvere il mio problema? Esempio: “Broker di assicurazione per artigiani e commercianti”.

4C – COME: qual è il tuo elemento differenziante? Perché dovrei scegliere te e non i concorrenti? Che cosa ti distingue dagli altri? L’esperienza? I risultati ottenuti? Se invece la risposta è il prezzo, hai un grosso problema (sei una commodity, tipo la benzina).

5C – CHIAVI DI RICERCA: il posizionamento si completa con un’ottimizzazione SEO (search engine optimization) del tuo profilo per fare in modo che quello che scrivi possa essere trovato da chi usa il motore di ricerca interno di LinkedIn. “Assicuratore” non è una keyword, “rischi professionali avvocati” sì.

6C – COMPETENZE: per completare il tuo profilo devi inserire anche hard skill e soft skill. Contrariamente a quanto si pensi, sono le competenze trasversali e personali, quindi le soft skill, quelle più interessanti. “Microsoft Office”? Levala pure.

7C – CONFERME: Robert Cialdini ci ha raccontato che uno dei sistemi di persuasione più efficaci si chiama “riprova sociale”. Nell’era di Tripadvisor (a proposito, conosci http://insurvisor.com?), devi raccogliere referenze e conferme dai tuoi contatti.

8C – CASE STUDY: pochissimi usano la sezione Progetti del profilo LinkedIn. Puoi raccontare un cosiddetto “case study”, caso di successo, se il cliente acconsente.

9C – CONCRETEZZA: puoi scrivere tante belle parole, ma l’unica cosa che conta nel mondo del business, alla fine, sono i risultati. Devi… dare i numeri.

10C – CONDIVISIONE: dopo aver sistemato tutto il profilo, completate quindi le fasi di posizionamento e autorevolezza, occorre iniziare a usare LinkedIn non come un social network, ma come social media: devi condividere, puntare sui contenuti, per fare content marketing. Un’avvertenza: piantala di parlare di te, parla di quello che interessa davvero al tuo cliente, vale a dire i suoi problemi, bisogni, sogni e paure.

Come far fallire il profilo LinkedIn: il mio articolo per Agenda Digitale

Lo scorso 26 febbraio 2019 la testata Agenda Digitale ha pubblicato il mio primo articolo dal titolo “Come far fallire il proprio profilo LinkedIn in cinque semplici mosse“. Eccolo.

Come far fallire il proprio profilo LinkedIn in cinque semplici mosse

a anni tengo corsi sull’uso strategico di LinkedIn in tutta Italia. Per contrastare l’“uso tragico” che se ne fa. E nel corso della mia ormai lunga esperienza ho visto cose che voi utenti Facebook e follower Twitter non potreste immaginarvi: foto da influencer (senza follower), summary con frasi alla Maradona (gente che parla di sé in terza persona), curriculum che si confondono con fedine penali (o anamnesi), network da sociopatici (un collegamento solo: la madre) e tanto altro.

Nelle prossime righe condenso cinque semplici accorgimenti per affossare definitivamente il tuo profilo LinkedIn personale. Perché lasciarlo vivacchiare così? Tanto vale farla finita.

Un’immagine vale più di mille parolacce

Stai per caricare come immagine del profilo la fototessera della patente. Quella dove sembri un cadavere. Aspetta un attimo, se vuoi respingere definitivamente eventuali contatti buoni, compreso il cliente che ha budget (figura mitologica) o il datore di lavoro che vuole riempirti di buoni pasto da 5 e 29, fai una di queste tre cose.

  • Non inserire la foto. Consigliatissimo per i latitanti.
  • Indossa occhiali da sole. Ideale se ti chiami Leonardo Del Vecchio.
  • Inserisci un’immagine a figura intera. Perfetta per mostrare l’ultimo tatuaggio alla Fabrizio Corona che hai fatto sul malleolo.

Puoi anche fare tutte e tre queste cose contemporaneamente. Ma non saresti il primo.

Skill…er

Nell’elenco delle tue skill – soft, hard e porn (uno ha davvero inserito “sesso” tra le competenze LinkedIn) – fai come quei manager a cinque o sei zeri che, non avendo mai sistemato le competenze, si trovano come skill più confermata “Microsoft Office”. È sempre importante mostrare di essere cintura nera di tabelle Pivot e “cerca verticale”! Non fa niente se nemmeno Bill Gates ha inserito Word ed Excel tra le sue skill.

Dettonondetto

Se vuoi che il tuo profilo si tenga in equilibrio tra il detto e il non detto (molto affascinante), non completarlo. Per esempio: non inserire tutte le tue posizioni lavorative: del resto, se fai il commercialista, a chi importa il fatto che in un’altra vita facevi il gelataio, anche se avevi inventato il gelato blu al gusto di Viagra? In questo modo, quando i selezionatori vedranno un buco, o una voragine, inizieranno a pensare a che cosa diavolo facevi in quegli anni in contumacia. Il ministro senza portafoglio? Il visagista delle dive? Il pentito sotto copertura?
Se invece sei stato in galera, scrivilo: “Galeotto senior presso San Vittore Headquarter”.

Italian horror story

Bello lo storytelling, ma siamo sicuri che vada usato anche nella sezione contatti? Un Riepilogo LinkedIn ben scritto pompa di più, ma se vuoi (letteralmente) massacrare il tuo profilo, fai così: lasciati ispirare dal manuale di scrittura/biografia “On writing” di Stephen King e inserisci omicidi, bestie sataniche e scenari post-apocalittici nel racconto della tua vita professionale. Ne risulterà certamente un racconto colorato. Di rosso.

L’introspezione

LinkedIn è il social network professionale per eccellenza. Anche se una volta ho conosciuto un tizio che usava solo Xing: ma si metteva i sandali con i calzottoni bianchi di spugna, e ci siamo capiti. Anche se si parla solo di business, conviene infarcire il tuo profilo di fatti tuoi:danno quel tocco personale in più. La gente non vede l’ora di leggere – tra un video pirupiru di Montemagno e la supercazzola di quello che vuole convincerti a fare un funnel anche per prendere il sole – il racconto dettagliato della tua ultima colonscopia. Anzi, l’esame era così interessante, ma soprattutto dalla morale arguta (“ogni tanto serve un po’ di introspezione”), che conviene inserirla nella sezione Progetti.

In ogni caso, mi raccomando, scrivi senza esitazione che lavori o hai fondato l’“azienda leader di settore”. Su Google se ne trovano solo 40.000 in Italia. Manca solo la tua.

Il mio speech “Comunicare valore” per Beretta Armi (25 febbraio 2019)

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Lo scorso 25 febbraio 2019 sono stato invitato da Beretta (azienda con 500 anni di storia!) a tenere uno speech, per agenti e clienti nello splendido scenario del poligono per tiro al piattello Trap Concaverde di Lonato, sul tema “Comunicare valore“.

Queste un paio di immagini dell’evento:

Qui trovi il video con il mio speech e le mie slide:

Il corso sulla ricerca del lavoro a Bernareggio

Sabato 23 febbraio ho tenuto un corso sulla ricerca del lavoro online presso il Comune di Bernareggio (MB). Questo il resocondo di Merateonline:

L’importanza della ricerca del lavoro, messa in pratica con il buon uso delle nuove tecnologie. Questo l’argomento oggetto del primo dei quattro incontri formativi a Bernareggio, incentrati sulle opportunità del digitale e patrocinati dal comune, con la collaborazione dell’associazione Pinamonte. Una lezione particolare quella di sabato mattina all’auditorium Europa, con un esperto del settore d’eccezione, il giornalista hi-tech, scrittore e formatore Gianluigi Bonanomi. “Oggi, con gli strumenti a disposizione, non è più giustificata l’ignoranza di chi cerca lavoro alla cieca. Allo stesso tempo, restare fuori dal campo della ricerca del lavoro per 10-15 anni può essere rischioso in un periodo dove tutto sta cambiando velocemente”.
Gianluigi Bonanomi con l’assessore alle Politiche Sociali Jamila Abouri
La premessa doverosa di Bonanomi è partita dalla constatazione che cercare lavoro, se fatto bene, è già di per sé un lavoro. Ma perché è così importante tenere aperto anche il canale della ricerca online? Per diverse ragioni. Intanto per potersi autocandidare facilmente in qualsiasi momento. Uno strumento, quello dell’invio del curriculum online con l’autopresentazione, estremamente utile perché sempre consultabile in un archivio, anche qualora in quel momento non risultino aperte posizioni nell’azienda in questione. E poi perché alle stesse aziende costa meno consultare i cv in archivio piuttosto che dover pagare appositamente i motori di ricerca o le varie agenzie interinali, che sono mosse da logiche profittevoli. Inoltre, statisticamente l’autocandidatura è la modalità di ricerca lavorativa che ha più successo, posto che anche le stesse agenzie del lavoro, così come strutturate oggi, danno basse percentuali di successo.
Ci sono poi modi e modi per compilare il curriculum. “Inviare mille candidature tutte uguali a committenti di settori diversi non ha obiettivamente senso – ha spiegato Bonanomi – per assurdo per ogni profilo di candidato si potrebbero compilare tre o quattro curriculum diversi a seconda dell’ambito dell’azienda, riadattandoli ogni volta e ricordando il loro scopo comunicativo. Nel curriculum devo essere in grado di raccontare in maniera semplice la mia professione, cercando di soddisfare le prerogative del profilo ricercato. L’autoincensamento, ad esempio, non funziona”. Tanti, ancora, i consigli dispensati da Bonanomi per la redazione di un curriculum il più completo possibile, non solo sui contenuti, ma anche a livello formale, un aspetto non secondario, eppure spesso trascurato. Dai grassetti, per mettere in sovraimpressione le competenze, all’utilizzo dei font senza le cosiddette grazie, per rendere la presentazione più professionale. Fino alla sottolineatura delle competenze trasversali nel bagaglio, che alcuni datori potrebbero tenere più in considerazione rispetto alle competenze specifiche, in quanto testimoni di maggiore versatilità. In quanto ai social, oggi anche Facebook dà la possibilità alle aziende di inserire inserzioni a pagamento per potenziali assunzioni. Insomma, tanta carne al fuoco per un argomento senza dubbio di grande attualità, con la carrellata sui motori di ricerca, le app e i siti più accreditati per la ricerca del lavoro online a completare una lezione, per i presenti, spendibile fin da subito.

 

Diritto d’autore: le dieci novità (semiserie) della riforma Ue

Questo è il mio primo articolo satirico realizzato per Agenda Digitale e pubblicato qui.

Ecco le dieci novità più eclatanti con cui dovremo fare i conti dopo l’approvazione della nuova direttiva Ue sul Copyright (spoiler: si fa per ridere, eh!)

l 13 febbraio Parlamento, Consiglio europeo e Commissione hanno raggiunto un accordo sulla cosiddetta “direttiva sul copyright”.

Ecco le 10 cose che cambieranno.

  • I giornalisti potranno decidere se chiedere un indennizzo a Google, Facebook e YouTube o continuare a percepire il reddito di cittadinanza.
  • Si possono condividere foto di gattini su Facebook, ma i gattini non possono condividere le nostre foto. Per placare le proteste degli animalisti, d’ora in poi sarà il contrario.
  • In Italia si pubblicano oltre 60.000 libri all’anno, ma la metà non vende nemmeno una copia. Dopo le proteste della Siae, d’ora in poi gli autori saranno obbligati a comprare almeno una copia del loro libro.
  • I giornalisti che pubblicano i comunicati stampa con il copia e incolla saranno obbligati a leggere i loro articoli.
  • Le istituzioni corrono ai ripari: non se la sentono più di definire “opera dell’ingegno” l’ultimo libro di Corona.
  • Par condicio: d’ora in poi sarà possibile consultare Google News solo dopo aver dato una sbirciata al Televideo (e compilazione della relativa autocertificazione).
  • Sarà prevista una tassa per i link. Sovrattassa per chi condivide senza leggere l’articolo.
  • Le fake news saranno ricompensate con diritti d’autore negativi.
  • La cagnolina di Chiara Ferragni, che ha 300k follower, percepirà un centesimo ogni volta che finirà nelle slide dei formatori sul social media marketing.
  • La Siae continuerà a esistere. Ma solo nei nostri peggiori incubi.

Metodo LINKEDIN10C: che cos’è e come funziona?

Dopo cinque anni di corsi LinkedIn tenuti in mezza Italia, per aziende B2B e B2C, per privati e per enti pubblici, ho messo a punto un metodo di lavoro originale. Si tratta del metodo LINKEDIN10C. Eccolo qui rappresentato:

Te lo racconto nel dettaglio.

1C – CHI SEI: nella headline e nel Riepilogo di LinkedIn esplicitare il tuo ruolo. Benché tanti motivatori insistano sul fatto che noi non siamo il nostro lavoro, LinkedIn è un social network professionale. Si parte da un job title. Il mio è “Formatore sulla comunicazione digitale”.

2C – COSA FAI: spesso il job title non è sufficiente. “Head of innovation” (su LinkedIn ce ne sono migliaia) non racconta che cosa fai in pratica. Quali problemi risolvi?

3C – PER CHI: il target è fondamentale. Quando visito il tuo profilo, capisco subito se mi puoi essere utile? A me importa solo di me stesso, a tutti imposta solo di se stessi, non di te. Puoi risolvere il mio problema? Esempio: “Aiuto le PMI lombarde a esportare i loro prodotti in Cina”.

4C – COME: qual è il tuo elemento differenziante? Qualcuno parla di USP, unique selling proposition, oppure value proposition. Insomma: perché dovrei scegliere te e non i concorrenti? Se la risposta è il prezzo, hai un grosso problema.

Le prime 4C contribuiscono a esplicitare la tua mission, che è il modo in cui concretamente realizzi la tua vision (fatta di obiettivi, valori e idea del futuro).

5C – CHIAVI DI RICERCA: il posizionamento si completa con un’ottimizzazione del tuo profilo per fare in modo che quello che scrivi possa essere trovato da chi usa il motore di ricerca interno di LinkedIn. Esempio: se sei un Webmaster puoi riempire il tuo profilo di keyword come WordPress, MySQL, PHP, Javascript e così via… peccato che il pasticciere che vuole vendere i cannoncini alla crema online cercherà “Progettazione e realizzazione siti Web”.

6C – COMPETENZE: per completare il tuo profilo devi inserire anche hard skill e soft skill. Contrariamente a quanto si pensi, sono le competenze trasversali e personali, quindi le soft skill, quelle più interessanti. Esempi: problem solving, team building, negoziazione, ecc.

7C – CONFERME: Robert Cialdini ci ha raccontato che uno dei sistemi di persuasione più efficaci si chiama “riprova sociale”. Nell’era di Tripadvisor e delle recensioni online, devi raccogliere referenze e conferme dai tuoi contatti. Ma devi farlo strategicamente (se cerchi lavoro servono elogi dal tuo ex capo).

8C – CASE STUDY: pochissimi usano la sezione Progetti del profilo LinkedIn. Grave errore.

9C – CONCRETEZZA: puoi scrivere tante belle parole, ma l’unica cosa che conta nel mondo del business, alla fine, sono i risultati. Devi… dare i numeri.

10C – CONDIVISIONE: dopo aver sistemato tutto il profilo, completate quindi le fasi di posizionamento e autorevolezza, occorre iniziare a usare LinkedIn non come un social network, ma come social media: devi condividere, puntare sui contenuti, per fare content marketing. I contenuti generano interesse e, soprattutto, relazioni. Progetta un piano editoriale e inizia a pubblicare!

Per scegliere le informazioni giuste da inserire nel profilo LinkedIn e scoprire qual è l’UNDICESIMA C, puoi partecipare a uno dei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn, durante il quale uso un eserciziario, per sperimentare live il nuovo metodo LINKEDIN10C. Se sei interessato scrivimi: