[VIDEO] La reputazione su Web e social: il mio speech per Gengle @ Studio Cleary Gottlieb

,

Lo studio legale Cleary Gottlieb, insieme all’associazione Gengle e all’associazione Icaro ce l’ha fatta Onlus, ha organizzato una serie di seminari sull’uso consapevole della Rete per genitori.
Sono stato coinvolto nella seconda serata (14 maggio 2019), dedicata alla reputazione digitale, durante la quale ho condiviso il palco con l’avvocato Eva Reggiani e con l’avvocato Patrizia Chiussi. Ho concentrato l’intervento sulle conseguenze delle pubblicazioni sconsiderate da parte dei ragazzi, ma anche da parte dei genitori (sharenting).

Qui trovi il mio intervento della durata di 20 minuti, con tanto di slide:

Per ulteriori informazioni su questi temi segui il mio podcast “Genitorialità e tecnologia”.

Tecnologia in famiglia: la mia intervista per TG2 Weekend

, , ,

Sabato 18 maggio 2019 è andata in onda, all’interno di TG2 Weekend, la mia intervista con Simona Burattini. Abbiamo parlato della tecnologia in famiglia, ecco il filmato:

Per approfondire i temi accennati, puoi ascoltare le puntate del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” o leggere gli articoli che trovi nella sezione Genitori Tech di questo sito.

Come trovare i veri perché dei clienti? Il mio articolo per Digital4

Questo articolo è stato pubblicato su Digital4.

Quali sono i motivi (reali) che spingono i clienti a comprare? Il metodo ideato da Sakichi Toyoda per la Toyota Motor Corporation elenca i 5 perché che spiegano come i bisogni più intimi siano legati alle nostre scelte.

Nell’ultimo libro di Seth Godin, ricco di suggerimenti (che ho raccolto nell’articolo 7 citazioni dal libro di Seth Godin “Questo è il marketing”), ho trovato in particolare uno spunto interessante su quello che motiva davvero un acquirente. Prima di vederlo, e di illustrare un metodo per trovare le cause profonde, serve un passo indietro.

La punta del trapano di Levitt

Theodore Levittprofessore di marketing dell’Harvard Business School, ha affermato: «La gente non vuole comprare un trapano con una punta da 6 mm. Vuole un foro da 6 mm». In pratica quello che si evince è che la punta da trapano è solo una funzionalità, un mezzo per raggiungere un fine. Quale? Ciò che le persone vogliono veramente, sosteneva Levitt, è il foro che realizzeranno con la punta.

Nessuno vuole davvero un foro, né lo scaffale

Secondo Seth Godin, però, la visione di Levitt è limitata, anzi sbagliata. «Nessuno vuole un foro», scrive: al di là della frase che potrebbe attirare facili e puerili battute, in effetti il trapano serve per fare un foro per montare a parete uno scaffale.
Ma Seth Godin non si ferma qui: «Quello che vogliono è la sensazione che provano nel momento in cui vedono come tutto è ordinato quando ripongono le loro cose sullo scaffale agganciato al muro, ora che c’è un foro da 6 millimetri». Spingendosi oltre, ancora più in profondità, forse i clienti non vogliono solo quella sensazione di ordine, e quindi di sicurezza, ma qualcosa che riguarda i loro più intimi desideri: vogliono anche la soddisfazione di sapere che l’hanno fatto da soli. E la reputazione che ne consegue, con coniugi e amici.

Che cosa cercano davvero i clienti?

«Le persone non vogliono comprare un trapano con una punta da 6 millimetri. Vogliono sentirsi sicure e rispettate»: questa la conclusione di Godin.
Tutto questo mi ha fatto venire in mente il metodo ideato da Sakichi Toyoda per la Toyota Motor Corporation: i cinque perché (5 Whys) (io avevo trattato in un articolo come trovare il proprio perchè: “Riepilogo di LinkedIn: come trovare il proprio perché”). Questo metodo può essere applicato per scoprire i bisogni più intimi delle persone, per esempio perché si usano le email:

1° perché: per rimanere in contatto con gli altri.
2° perché: per condividere e ricevere informazioni rapidamente.
3° perché: per sapere che cosa succede nella vita dei colleghi, amici e familiari.
4° perché: per sapere se qualcuno ha bisogno di te.
5° perché: perché hai paura di essere tagliato fuori.

Come rispondere alle critiche feroci online con il metodo C.A.R.P.

Nel mondo del social esistono due categorie di attori:

– quelli che comunicano bene e non hanno paura di confrontarsi con utenti e clienti;

– quelli paralizzati dal terrore di non poter controllare eventuali critiche, come succedeva ai tempi dei numeri verdi e delle mail di lamentela.

In effetti aprire i canali social vuol dire mostrare il fianco a utenti scontenti, che per far male rendono pubblica la loro rabbia per informare altri consumatori, oppure ai provocatori (troll).

Come si risponde alle critiche feroci online dei primi? Esiste un metodo e viene dall’America.

Il metodo C.A.R.P.

Nel libro “La rivoluzione del customer service” dell’amico Paolo Fabrizio, ho scoperto dell’esistenza del metodo C.A.R.P., che poi ho approfondito grazie all’articolo “Control – Acknowledge – Refocus – Problem Solve – Conflict Resolution Model” e ho raccontato brevemente in questo video:

Le quattro fasi del metodo C.A.R.P.

The first priority in conflict situations is to CONTROL the emotional climate and behaviors occurring.

La prima fase è quella dell’autocontrollo: concentrati sul fatto che non ce l’hanno con te. Sembra una banalità ma risulta fondamentale per evitare di farsi coinvolgere emotivamente.

You need to PROVE to the other person that you understand his/her emotional state.

Grazie alla fase 2, acknowledge, occorre anche smorzare l’ardore dell’utente, riconoscendo non tanto la sua ragione ma il dispiacere per la situazione (con una frase del tipo: “Anche io, nei suoi panni…”). In questo modo, grazie a un po’ di sana empatia, si dispone bene l’interlocutore.

Refocusing the discussion involves moving it away from focusing on the emotions and returning back to the conflict issue.

A questo punto arriva la parte più interessante. Grazie alla fase del refocus, si riporta la discussione sul problema, che poi deve essere risolto nella fase finale, appunto, del problem solve.

Use problem-solving techniques to address the root or presenting conflict issue.

Risolvere il problema vuol dire dare risposte certe, dettare tempi, offrire soluzioni concrete. Questo viene solitamente molto apprezzato.

Il video del creatore del metodo C.A.R.P.

In questo video, Robert Bacal, spiega il metodo C.A.R.P.:

Un esempio di applicazione del metodo C.A.R.P.

Nell’esempio che segue si vede come le quattro fasi possono essere gestite senza schemi prederminati, ma in modo molto naturale.

L’esercizio sul metodo C.A.R.P.

Durante i miei corsi sulla comunicazione digitale, anche per chi lavora nel settore pubblico (per esempio bibliotecari), propongo il seguente esercizio. Chiedo di rispondere a questo messaggio molto critico:

Ieri mi sono presentato allo sportello un minuto prima dell’orario di chiusura e mi avete respinto, anche se dovevo solo consegnare una ricevuta: operazione da pochi secondi. Mi costringete a prendere un’altra ora di permesso per tornare.
È inaudito. Complimenti davvero: sapete proprio come trattare chi vi paga lo stipendio…

Contattami

Se vuoi organizzare un corso sulla comunicazione digitale presso la tua azienda o il tuo ente, scrivimi qui:

Invia una email

Le cose da sapere su TikTok nel mio articolo per Agendadigitale

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Agendadigitale.

TikTok: cinque cose da sapere sull’app più amata dagli adolescenti

Piccolo prontuario di autodifesa per genitori di adolescenti e preadolescenti rapiti dall’app di video-playback

rima conosciuta come Musically, ora come TikTok, l’app per girare e condividere brevi video divertenti online sta imperversando: è presente sugli smartphone di milioni di utenti, per lo più preadolescenti e adolescenti, anche in Italia. In questo decalogo diamo tutte le informazioni utili per i genitori che vogliono saperne di più sul trend del momento.

Che cos’è TikTok?

Sul sito ufficiale si legge che “TikTok è la piattaforma leader al mondo per quanto riguarda i video brevi. […] TikTok consente a tutti di diventare creatori usando direttamente il proprio smartphone e si impegna a costruire una comunità che incoraggi gli utenti a condividere le loro passioni e ad esprimersi creativamente attraverso i loro video”.
Ma, in pratica, che cos’è?

L’app permette di creare brevi video (15 secondi) che sono il contrario del karaoke, dove si canta su una base. In questo caso, invece, parliamo di una sorta di playback: gli utenti simulano, muovendo le labbra a tempo, la recitazione di una scena famosa di un film o fingono di cantare la hit del momento.

Qui trovi una compilation di video tratti dalla app:

Era Musically, perché ha cambiato nome?

Fino a un anno fa tutti usavano Musically, ora TikTok (Douyin, in cinese). Non hanno cambiato app, le cose stanno così. Nel 2017 l’azienda cinese ByteDance ha acquistato Musical.ly, poi l’anno successivo ha unito le piattaforme TikTok e musical.ly, tenendo TikTok come nome unico.

Come segnalato dal sito Intreccio“Il passaggio da Tik Tok, nome onomatopeico che ricorda il suono delle lancette di un orologio, a Musical.ly è avvenuto  attraverso un aggiornamento dell’app con un passaggio dei dati in automatico ed è stata annunciato con l’hashtag #MakeEverySecondCount, Rendi ogni secondo meritevole”.

I numeri di TikTok

TikTok è, come anticipato, un successo: basti pensare che è l’app (disponibile per iOS e Android) più scaricata al mondo nel primo trimestre del 2018, con circa 45,8 milioni di download. Ora vanta oltre 800 milioni di utenti nel mondo. In Italia? Secondo Vincenzo Cosenza “gli utenti italiani di TikTok sono oltre 2,4 milioni, prevalentemente teenager. Per il 65% sono donne. L’uso quotidiano è di 34 minuti. Le visualizzazioni di video mensili ammontano a 3 miliardi”.
Perché ha tanto successo? Oltre a dare la possibilità ai ragazzi di mettersi in mostra, l’arma segreta di quest’app è la gamification, ovvero le sfide. Ogni settimana TikTok propone una “scommessa”, come per esempio il “Shoe challenge”, vale a dire la sfida di indossare il maggior numero di scarpe nei 15 secondi a disposizione, il tutto a tempo di musica.
Ecco alcuni video di esempio della shoe challenge:

Un miliardo di video visti ogni giorno: non solo video playback musicali e scarpette. Si contano alcune altre categorie di filmati: si va da quelli di danza a quelli pet, con protagonisti cani e gatti in tutte le pose; oppure vanno per la maggiore i video comici sui tipici temi adolescenziali (relazioni, denaro e aspetto fisico); molti video sono girati per mettere in mostra particolari abilità (per esempio: longboarding, variante dello skate, e parkour, percorsi a ostacoli particolari). Spopolano anche i tutorial e ovviamente le comparsate dei VIP.

Come guadagna TikTok?

Abbiamo appena fatto cenno alla sfide. Queste, usate per stimolare gli utenti a produrre video, possono essere sponsorizzate dai brand per farsi pubblicità. Altri modi di monetizzare: pubblicità nel feed degli utenti, come avviene in Instagram e in tutti gli altri social, video di brand con call to action, maschere brandizzate (lens) da fare scaricare agli utenti.

Perché TikTok è una piattaforma da monitorare?

TikTok è un social a tutti gli effetti, con i noti problemi di queste piattaforme: dalla dipendenza al rischio depressione (gli adolescenti vedono solo il lato divertente della vita altrui), dal cyberbullismo all’adescamento. C’è anche un tema privacy: la Federal Trade Commission ha inflitto un’ingente multa (5,7 milioni di dollari) a TikTok per non aver rispettato il COPPA (Children’s Online Privacy Protection Act), che prevede il consenso dei genitori per il trattamento dei dati dei minori di 13 anni.

Come impostare le restrizioni? Nel profilo dell’utente, occorre fare clic sui 3 punti che si trovano nell’angolo in alto a destra. Qui bisogna selezionare “Impostazioni privacy”, quindi fare clic su “Privacy e sicurezza. Per gli utenti giovani conviene disattivare l’opzione “Consenti ad altri di trovarmi” e attivare, invece, “Account privato” (come in Instagram). Per una protezione aggiuntiva, poi, occorre limitare le interazioni con commenti, duetti e messaggi ad amici. Su pornolescenza trovi il dettaglio delle istruzioni.

Per iscriverti al mio corso sulle pillole di igiene digitale in famiglia, fai clic qui.

[VIDEO] Presentazione di “Prontuario per genitori di nativi digitali” alla Feltrinelli di Monza

,

Domenica 5 maggio, data napoleonica, sono stato invitato dalla Feltrinelli di Monza per presentare il Prontuario per i genitori di nativi digitali. Per l’occasione è stato realizzando un filmato dell’intervista che mi ha fatto la libraia Simona Villa. Eccolo:

Aumentare l’efficacia del profilo: ecco come LinkedIn usa la gamification

Questo articolo è stato pubblicato su Digital4 il 30 aprile 2019.

LinkedIn usa la gamification per convincerci a completare il nostro profilo. Quando ci si iscrive una barra indica proprio quanto le prime informazioni inserite risultino efficaci. Ma perchè è importante guardare questo parametro, quali sono i benefici per gli utenti e come il noto social network ci spinge a lavorarci?

La logica del gioco e del divertimento è talmente importante nella nostra vita che sta invadendo anche altri campi, un tempo seriosi: anche il business. Sto parlando di gamification (eviterei di usare la terrificante versione italiana “ludicizzazione”). Per gamification si intende l’utilizzo di elementi mutuati dai giochi e delle tecniche di “game design” in contesti, appunto, esterni ai giochi. Tutti l’abbiamo sperimentato, per esempio quando facciamo la raccolta punti del supermercato o le MilleMiglia, quando facciamo sport con FitBit, quando ci decurtano i punti della patente o quando partecipiamo a un concorso a premi per vincere la Green Card. Insomma: si tratta dell’uso di meccaniche di gioco per rendere più piacevole, ed efficace, svolgere compiti noiosi. Come gestire il proprio profilo LinkedIn.

Gli obiettivi di LinkedIn

LinkedIn ha l’esigenza di farci completare i nostri profili. Per due ragioni. Primo: se siamo soddisfatti di come funziona lo strumento, lo useremo sempre di più e inviteremo anche altri utenti a unirsi. Secondo, e questo è il motivo più importante: più dati inseriamo, più informazioni LinkedIn può vendere a recruiter e a chi pianifica campagne marketing. Il mantra è sempre lo stesso: se un servizio è gratis, il prodotto sei tu.

Rendere un profilo efficace: ecco perchè LinkedIn usa la gamification

LinkedIn usa proprio la gamification per convincerci a completare il nostro profilo. Quando ti iscrivi e inserisci le prime informazioni su di te, una barra indica proprio l’efficacia del profilo. In seguito puoi trovare questa informazione nella dashboard del tuo profilo. Nel mio caso l’efficacia del profilo, come vedi in alto a destra, è massima:

Come vedi, ho “vinto” anche un badge, che rappresenta una ricompensa, seppur simbolica (anche Booking usa i badge con l’etichetta Genius, mentre TripAdvisor usa i livelli crescenti).

I benefici per gli utenti

Come fa LinkedIn a convincerci a badare a questo parametro? Lo motiva così: “Gli utenti con un profilo completo aumentano di 40 volte la probabilità di trovare nuove opportunità grazie a LinkedIn”. L’idea di raggiungere facilmente un livello più alto è irresistibile. I benefici ci sono: un profilo completo attira più attenzione, anche perché ha una priorità più alta nelle ricerche (e aiuta a fare personal branding).

LinkedIn e la gamification: gioco e interazioni

LinkedIn non si limita a questo. La gamification viene usata anche nelle conferme di competenza, gli endorsement delle skill. Come hai visto, quando crei il tuo profilo, puoi aggiungere un massimo di 50 competenze. Quando un altro utente visita il tuo profilo può confermarle, e la sua immagine profilo sarà mostrata al fianco della tua competenza. Le conferme si sommano e il conteggio viene mostrato a tutti. Secondo LinkedIn “chi usa la sezione delle competenze e conferme fa aumentare di 13 volte le visite al suo profilo”.

Le statistiche divertenti

Anche l’uso che LinkedIn fa delle statistiche sa di gamification. Sapere che tante persone hanno visitato il tuo profilo, e che magari questo numero è in crescita, dà un grande senso di soddisfazione. A volte LinkedIn ricorda anche in mail le tue conquiste: quanto sei popolare, quanto sei vincente!

Il social selling index

L’ultimo meccanismo di gamification, non certo per importanza, è il social selling index. Durante i miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn chiedo ai partecipanti di calcolarlo. Si scatena la bagarre: confronti, sfide, prese in giro e così via. A che cosa serve questo indice? Quantifica la tua attività su LinkedIn. Quanto sei in grado di fare social selling? Quanto è efficace il tuo personal branding, quanto il tuo networking, quanto il tuo content marketing? Tutto questo non solo è espresso con un valore in centesimi (il social selling index, appunto) ma vi si trova anche una classifica che esprime la tua posizione all’interno del tuo settore e della rete. Tra l’altro LinkedIn ti permette anche di vantarti del tuo SSI con un tasto di condivisione e un messaggio preimpostato che recita: “Il mio Social Selling Index su LinkedIn è 83. Scopri il tuo punteggio! #GetYourSSI”.

Che cos’è la iGeneration?

,

Qualche tempo fa si è molto parlato del libro “Iperconnessi” della psicologa americana Jean Twenge. Ho aspettato un po’ a leggerlo, per gustarmelo e analizzarlo senza condizionamenti. Ora sono pronto per scriverti che cosa mi ha colpito del libro e quali considerazioni possono essere utili per noi genitori, al netto del fatto che il testo, pieno zeppo di interviste e dati, è totalmente USA-centrico.

Che cos’è la iGeneration?

Ci hanno insegnato che le generazioni sono queste:

  • Baby Boomers: nati tra il 1946 e il 1964
  • Generazione X: nati dalla seconda metà degli anni 60 e i primi anni 80
  • La Generazione Y/Millenial: nati tra il 1980 e il 2000
  • Generazione Z: nati dopo il 2000

E allora che cos’è la iGen, termine inventato dall’autrice in un altro libro del 2006? Secondo l’autrice, che rivoluziona la classificazione appena vista, sono i nati dal 1995 in poi, ragazzi che non hanno esperienza di un mondo senza Internet e che controllano lo smartphone almeno 80 volte al giorno. Non sono mai stati così bene fisicamente, ma anche qualche problema psicologico. Sono quasi un quarto della popolazione americana.

Le otto tendenze della iGeneration

L’autrice, dopo tre anni di interviste e di studio, ha tracciato queste otto tendenze della iGen (tutte con la “i” davanti, come gli iPhone e gli iPod):

  1. immaturità
  2. iperconnessione
  3. incorporeità
  4. instabilità
  5. isolamento
  6. incertezza
  7. indefiinitezza
  8. inclusivita

In particolare gli iGen tendono a prolungare l’infanzia oltre le soglie dell’adolescenza: prendono più tardi la patente, bevono meno alcool (hanno paura delle conseguenze del binge drinking, soprattutto in ottica social) e fano meno sesso; voglio ancora essere protetti dai genitori, hanno una grande avversione ai rischi. Hanno meno relazioni con i pari e usano tantissimo il cellulare: questo porta fragilità emotiva e potenziale infelicità e depressione.

Un TED dell’autrice

L’autrice Twenge ha tenuto uno speech a un TED dal titolo  “iGen: The Smartphone Generation”, che puoi vedere qui:

Il libro su Amazon

Fai clic qui per acquistare il libro su Amazon

7 citazioni dal libro di Seth Godin “Questo è il marketing”

Tutte le volte che leggo un nuovo libro di Seth Godin devo rimettere mano alle slide dei miei corsi sulla comunicazione e sul digital marketing: nuovi spunti, nuovi punti di vista, nuove frasi a effetto. È successo anche con “Questo è il marketing”, ultima fatica del guru americano de “La mucca viola”. Ho voluto raggruppare qui le sette idee per me più interessanti: in parte confermano e in parte innovano il mio modo di vedere una disciplina che, da qualche anno, tanto mi appassiona.

 

1.

Marketing è l’atto generoso di aiutare persone a risolvere un loro problema. 

Questa è alla base di tutta la comunicazione empatica, centrata (davvero, finalmente) sul cliente; di tutti i piani editoriali che parlano dei problemi e delle esigenze del cliente, non autoreferenziali. Seth Godin fa notare che nella Rete c’è “un miliardo di conversazioni di egoisti: raramente riguardano voi”.

 

2.

Puntate sul minimo mercato sostenibile (smallest viable market) e narrate una storia interessante per quella nicchia.

Devi stare sul mercato non per fare fatturato ma per cambiare la vita di un gruppo di persone. Non si può cambiare tutti, solo qualcuno. Basta capire chi, e come, che visione del mondo ha: occorre lavorare sulle buyer personas.

 

3.

Quello che dite non è tanto importante quanto quello che gli altri dicono di voi. 

Qui c’è il punto nodale della reputazione digitale.

Altra verità incontestabile: la prima ragione per cui qualcuno parla di voi è perché in realtà parla di se stesso. Sono orgogliosi di avervi scelto. Si ritorno al punto 1.

 

4.

La fiducia è scarsa quanto l’attenzione. Tutti sono famosi per 1500 persone. Comunicate solo con coloro che scelgono di ricevere vostre notizie: questo è il permission marketing. L’obiettivo non è massimizzare i vostri numeri sui social media. L’obiettivo essere conosciuti dal minimo pubblico sostenibile. Più di che di pubblicità, avete bisogno di pubbliche relazioni.

 

 

5.

La gente non compra una punta di trapano da 3 millimetri ma un buco da 3 millimetri. Questa celebre frase di Theodore Leavitt, professore di marketing della Harvard Business School, viene completata da Godin: le persone non vogliono nemmeno quel foro, e neanche lo scaffale che vi sarà attaccato, ma la sensazione di vedere tutto in ordine una volta ultimato il lavoro e la reputazione per aver fatto tutto da sé. Per ribadire il concetto: le persone non vogliono ciò che fate, ma ciò che il vostro prodotto fa per loro. Sempre punto 1.

 

6.

Tutto ciò che acquistiamo è un buon affare: ecco perché l’abbiamo comprato. Valeva (per noi) più di quello che l’abbiamo pagato, altrimenti non l’avremmo acquistato.

Bisogna vendere valore, e prima ancora bisogna comunicare valore. Se non siete disposti a provare empatia per la persona che proponete di servire, state rubando. Il problema è che non esiste un prodotto o servizio migliore per tutti, ognuno lo percepisce migliore per sé.
Il cibo per cani è studiato per i proprietari di cani. Nessuno sa che cosa pensa o vuole il cane, ed è irrilevante. I padroni comprano le scatolette per i quadrupedi solo perché li fa sentire in un certo modo.

 

7.

Abbassare il prezzo non rende maggiormente degni di fiducia: fa il contrario. Per via della dissonanza cognitiva, quando le persone sono pesantemente coinvolte (anche per via del prezzo), inventano una storia per giustificare l’impegno; e quella storia trasmette fiducia.

Quest’ultimo punto è per me nodale: sono da anni che parlo di come occorre evitare la commoditizzazione. L’ultima volta l’ho fatto per Beretta e puoi risentire lo speech “Comunicare valore” qui:

LinkedIn è più adatto ad aziende B2B o B2C?

,

Questa intervista mi è stata fatta dai responsabili di ITER, mia azienda partner per la progetti di formazione business, ed è stata originariamente pubblicata su questo sito.

LinkedIn è più adatto a chi opera in aziende B2B o B2C?

Spesso si dice che LinkedIn risulti ideale per chi opera in un mercato B2B, business to business, mentre gli addetti dei settori B2C devono rivolgersi altrove, per esempio a Facebook. È davvero così? Abbiamo rivolto questa domanda a Gianluigi Bonanomi, formatore sull’uso strategico di LinkedIn e autore del libro “Guida calcistica di LinkedIn”:

Posso fare una premessa, prima di rispondere? Spesso nei miei corsi faccio sempre questa gag: Coca Cola che cos’è, B2B o B2C? Tutti rispondono B2C, qualcuno “entrambi”. Sbagliato: nessuno di noi compra una lattina di Coca Cola ad Atlanta, bensì in bar e supermercati. Al limite, questo lo concedo, è un B2B2C e noi vediamo solo la loro comunicazione B2C, quella che fanno alla GDO o al settore HoReCa non la vediamo.

E questo che cosa c’entra?

Benché non vi siano dubbi sul fatto che LinkedIn sia adatto prevalentemente a una comunicazione B2B (sebbene esistano casi clamorosi di aziende B2C che si muovono benissimo su questo social), quello che emerge dalle ricerche nel campo della comunicazione indica che, attualmente, l’unità primaria della connettività è l’individuo. La persona, non il nucleo familiare, il gruppo di parenti o, appunto, di lavoro.

Quindi?

Chiunque, soprattutto su LinkedIn, si interfaccia con altri individui, in network person-to-person. Mica parlano con aziende, sempre con persone.

Quindi la distinzione B2C-B2C è superata?

Proprio così: quello che conta è la comunicazione, si dice, H2H: da umano a umano. Anche, e soprattutto, su LinkedIn dove, anche se cerchi un’azienda, trovi una persona che la rappresenta. Questo è il motivo per cui un profilo mal gestito o trascurato non fa danni solo al personal branding del dipendente, ma è un boomerang anche per l’azienda.

Puoi fare un esempio?

Senza fare nomi, un’azienda qualche tempo fa mi ha contattato per una consulenza e un corso aziendale per questo motivo: due dipendenti, due commerciali, si stavano sguaiatamente cercando un lavoro grazie a LinkedIn e un cliente non ha gradito. Ha chiamato in ditta, sbottando: “Fermate la commessa che ho appena fatto, prima mi spiegate perché ho tanto l’impressione che i topi stiano abbandonando la nave che affonda…”.

E tu, in questi casi che cosa ci puoi fare?

Beh, il profilo LinkedIn è certamente privato, nessuno può obbligare i dipendenti a metterlo a disposizione dell’azienda. Ma è altrettanto vero che, se citi l’azienda e ne sei dipendente, hai una bella responsabilità. E se mal gestisci il profilo, fai un danno di reputazione non solo a te stesso, ma anche a chi ti paga lo stipendio. Il mio compito è quello di allineare i profili e insegnare anche come usarli strategicamente per portare beneficio a tutti: al singolo e all’azienda.

Per iscriverti al corso ITER, fai clic qui.