Guida calcistica di LinkedIn: la mia intervista per MiTomorrow

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Questa intervista è stata pubblicata su Mitommorrow (cartaceo e Web) il 4 ottobre 2018.

Gianluigi Bonanomi: «Fatevi furbi su LinkedIn»

L’utilità di LinkedIn è innegabile. Ma per molti, il social network impiegato nello sviluppo di contatti professionali nasconde ancora troppi segreti, risulta tanto complicato e poco intuitivo. Come riuscire, dunque, a renderlo a portata di tutti? La risposta la dà Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore sui temi della comunicazione digitale, che vive e lavora tra Milano e la Brianza. Dopo anni di corsi sull’uso strategico di LinkedIn, Bonanomi ha capito che serviva un testo che ne spiegasse l’utilizzo. Occorreva però dargli un taglio diverso per rendere lo strumento accessibile a tutti. Serviva una metafora. E qual è la più popolare, in Italia, se non il calcio? È nato così Guida calcistica di LinkedIn, in uscita in tutte le librerie.

Bonanomi, come le è venuta l’idea?
«Ho pensato che esistono tantissimi manuali sul tema, alcuni anche molto buoni. Ma l’impostazione è quasi sempre molto seria e non accattivante. Infatti molti ritengono che LinkedIn sia uno strumento distante da loro. C’era bisogno di renderlo più popolare, pratico. Ho utilizzato il mio approccio tipico, quello del sorriso sulle labbra, per renderlo interessante e coinvolgente».

Da cosa si parte?
«Dal social media marketing. Un ambito, tra l’altro, in cui si utilizzano sempre metafore del mondo militare. E anche il calcio ha le stesse metafore: si parla di bomber, strategie, di attacco e di difesa. Così ho iniziato a ragionarci e fantasticare. E mi sono divertito molto. L’unico problema è che ho attirato l’attenzione di chi si occupa di calcio. Hanno iniziato a seguirmi sui social allenatori e giocatori. Ecco, vorrei dire a tutti che questo libro parla di LinkedIn e non di calcio. Il calcio è una scusa (ride, ndr)».

Ci sveli qualche trucco. Come si usa LinkedIn?
«Devi differenziarti dalla massa, fare qualcosa di diverso da quello che fanno gli altri. Poi su LinkedIn devi scrivere non per te stesso, ma per gli altri. Pensare a come puoi essere utile. Per spiegarlo, ho raccontato la storia di José Mourinho».

Ovvero?
«Mourinho voleva lavorare al Manchester United. Così ha scritto una relazione di 30 pagine in cui analizzava tutti i problemi della squadra nell’ultima stagione e ne proponeva le soluzioni. Risultato? Assunto. È quello che dovremmo fare noi quando cerchiamo un lavoro, facendo intuire che siamo una soluzione, non un problema».

Un altro esempio calcistico?
«Quello di Zlatan Ibrahimović. È conosciuto per essere un personaggio un po’ sopra le righe e non solo per le sue doti balistiche. Ma nella figurina che ho publicato, sorride. Ha capito che nelle foto devi ispirare simpatia e fiducia. È provato da uno studio sui neuroni specchio. La stessa cosa dobbiamo fare con la foto del curriculum: sorridere. Poi ci sono tante storie, come quella di un osservatore del Genoa che si era camuffato da calciatore. Ne ho preso spunto per spiegare come fare a spiare profili altrui senza essere “sgamati”».

È un libro proprio per tutti?
«Certo, anche per figure particolari come i venditori. Si spiega cosa vuol dire fare social selling: bisogna partire dall’autorevolezza. E quindi dai contenuti».

Quali errori commettiamo?
«Su LinkedIn tutti pensano a quali sono le loro competenze, ma nessuno pensa a come farsi trovare. Il segreto è capire cosa cercheranno gli altri. Quindi lavoriamo sull’ottimizzazione dei testi del profilo. Ad esempio, nessuno cercherà mai su LinkedIn “Educazione cinofila”. Meglio scrivere che ci si occupa di “Addestramento cani”. Bisogna ragionare in ottica web».

Perché è importante saper usare questo strumento?
«L’88% dei Recruiter va a cercare online chi sei, indipendentemente dal tuo cv. Quindi devi curare la presenza web, perché ora è diventata la sostanza. E se riesco ad aiutarti, parlando di Maradona, Baggio e Allegri, perché no. Dopotutto, in Italia cosa c’è di più nazional popolare del calcio, dopo la pizza?».

“L’arte di delegare (agli algoritmi)”: il mio articolo per StartUp News

Questo articolo è stato pubblicato su StartUp News il 29 settembre 2018

“Ragazzi, non scherziamo: lo smart working non è lavorare in modo più intelligente. È far lavorare qualcun altro al posto tuo”.

Questa che è solo una battuta (io la chiamo tecnorisata) ha, in un certo senso, un fondo di verità. In questo articolo ti parlerò dell’arte di delegare. E non necessariamente a essere umani.

La matrice di Eisenhower

La prima volta che ho sentito parlare della matrice di Eisenhower ero ancora uno sbarbato, e forse la usavo per decidere se montare prima i Lego o leggere i Topolino. Scherzi a parte, si tratta di uno strumento molto utile per organizzare, quantomeno mentalmente, i propri impegni a seconda di urgenza e importanza. Tra i quattro quadranti della matrice ce n’è uno che riporta le cose urgenti ma non importanti: sono quelle da delegare.

Delegare a chi?

Non sempre puoi delegare a dipendenti e collaboratori. Perché la tua azienda è piccola e agli inizi, come una start-up, o perché sei un libero professionista, come me. Ciononostante esiste sempre la possibilità di delegare a un essere umano, esternalizzare qualche servizio come la segreteria, la contabilità o altri compiti ripetitivi.

Anche in questo caso la tecnologia – Internet in particolare – ci viene in aiuto: esistono servizi online che permettono di delegare alcuni compiti come quelli di segreteria. Un esempio è Mysecretary.com. Un altro esempio? Non ho tempo si sbobinare il contenuto di un video per farne un articolo del mio blog o non sono in grado di creare jingle o fare caricature o altro: basta rivolgersi alla gig economy. Una piattaforma che uso molto è Fiverr.

Delegare a cosa?

Esistono invece molti altri compiti che possono essere automatizzati. Non servono gli umani! In questo caso non occorre tirare in ballo le leggi della robotica di Asimov. Sto solo parlato di task automator, strumenti che permettono di eseguire compiti meccanici e ripetitivi semplicemente impostando evento scatenante (trigger, in gergo), operazioni da fare e piattaforme coinvolte.

Personalmente uso molto Zapier (ma una valida alternativa, e viceversa, è IFTTT): per esempio tutte le volte che qualcuno mi cita in Twitter (senza menzionarmi) mi arriva un alert in email; oppure tutte le volte che qualcuno si iscrive a un mio forum i suoi dati finiscono in un foglio di Google Documenti; tutti gli allegati che arrivano da un certo mittente in mail finiscono direttamente in una cartella di Dropbox. Le app da integrare sono moltissime: da Asana a Slack, da SalesForce a Buffer (altro ottimo strumento per delegare la gestione dei nostri canali social).

L’evento

Parlerò di questi temi il prossimo 21 novembre a Milano, nel corso di un evento organizzato da TeamLeader. A questo indirizzo trovi il programma dell’evento “Word smarter” e il modulo di iscrizione.

Guida calcistica di LinkedIn: la mia intervista per StartUp News

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Questa intervista è stata pubblicata su StartUp News il 29 settembre 2018.

Guida calcistica di LinkedIn: un modo originale per avvicinarsi al social professionale

Avevamo conosciuto Gianluigi Bonanomi su questo blog per un’intervista dove raccontava la sua “personal disruption”: da giornalista informatico a formazione aziendale. Ora è impegnato nel lancio del suo ultimo libro, la “Guida calcistica di LinkedIn” (19 euro il cartaceo, 6,99 euro l’eBook – Ledizioni). Un titolo che ci ha incuriosito, e di cui gli abbiamo chiesto genesi e qualche chicca.

Ciao Gianluigi, da dove parte questo nuovo progetto?

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Sono anni che tengo corsi sull’uso strategico di LinkedIn a privati, aziende (anche startup!) ed enti pubblici. Ogni volta chiedo quante persone hanno aperto un profilo: tantissime. Poi chiedo a quanti LinkedIn non piace: parecchie. Per quanti LinkedIn non funziona: diversi. Quest’ultimo è un caso tipico di sindrome “volpeuvesca”. Alcuni dei partecipanti mi hanno chiesto di scrivere un libro sul tema, perché le mie slide sono belle ma “non sono la stessa cosa”. Era arrivato il momento di accontentarli, di tradurre in manuale quanto ho imparato in questi anni (insegnare è imparare due volte) ma anche di contribuire a superare lo scetticismo verso un social network – e social media: non serve solo per tessere relazioni, ma anche per pubblicare contenuti – poco amato e molto frainteso.

E per digerire LinkedIn serve il calcio?

Per far digerire qualcosa di indigesto serve la fantasia. Ho pensato a una metafora. Mi serviva un esercizio di pensiero laterale: un accostamento, anche azzardato, per spiegare LinkedIn. E quale tema è più popolare, anzi nazional-popolare, nel nostro Paese, dopo la pizza?

Il calcio!?

Esatto. Qui i miei trascorsi da giornalista sportivo mi hanno aiutato: da ragazzino andavo in giro per i campetti di periferia per raccontare le partitelle che si disputavano sui campi spelacchiati della Brianza.

Il gioco del pallone è esso stesso metafora…

Già! Anni fa lessi il testo del sociologo Alessandro Dal Lago, “Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio”: spiegava che il calcio è sì uno sport, un gioco, ma soprattutto è la rappresentazione della guerra: in generale incanala buona parte della conflittualità della società occidentale. Le squadre sono gli eserciti che si affrontano nella cornice dello stadio, che ha torri e bandiere come un castello. La compagine casalinga deve difendere la porta come un tempo si difendevano le mura della propria città; quella in trasferta deve assediare e conquistare.

La metafora è chiara. Ma che c’entra LinkedIn?

Ho fatto un salto logico: calcio-guerra-business. Il mondo aziendale e in particolare il marketing – e nel libro parlo tanto di social media marketing – usano la metafora della guerra (il libro di Sun Tzu “L’arte della guerra” è più citato nei meeting dei venditori che nelle accademie militari): target, obiettivo, conquistare il mercato, strategie, addestramento della forza vendita, guerrilla marketing e via dicendo. Insomma, sia il marketing che il calcio usano le stesse metafore belliche. Ho solo applicato la proprietà transitiva (era dai tempi delle scuole medie che aspettavo di farlo).

Chiaro. Quindi di cosa tratta, in pratica, il tuo libro?

A partire da elementi calcistici ben noti, nel testo spiego gli usi corretti e quelli inopportuni del social network professionale per eccellenza. Uno strumento, LinkedIn, che sebbene non sia paragonabile al social “generalista” Facebook, conta ora più di 10 milioni di italiani iscritti (e se l’è comprato Microsoft).

Qualche esempio di uso scorretto?

Qualcuno usa LinkedIn solo per cercarsi un lavoro, scambiandolo per Monster e InfoJobs. Qualcun altro lo scambia per Facebook, e racconta la sua vita al di fuori del lavoro (perché loro mica sono schiavi come noi del lavoro: lavorano per vivere!). Altri ancora chiedono contatti solo per vendere o vampirizzare gli altri, invece di capire che alla base del networking c’è il dono, la generosità, la condivisione.

E qualche uso virtuoso?

Ci sono molti che usano LinkedIn da attaccanti, per vendere, ma avendo ben presente che il social selling non vuol dire fare i venditori di enciclopedie porta a porta online. Altri usano questo social, e tengo la metafora del titolo, per fare calciomercato: trovare i candidati. Infine qualcuno lo usa per esibirsi in virtuosismi: la pubblicazione di contenuti di valore (content marketing).

Intrigante questo uso delle metafore calcistiche. Altre?

Per esempio uso le figurine e i falli: mi aiutano a spiegare, in parole povere, foto profilo e cadute di stile.

Perché i fondatori di una startup dovrebbero leggerlo?

Perché un piano di comunicazione digitale (con LinkedIn in primo piano) è fondamentale per acquisire notorietà, posizionarsi e curare la reputazione sul Web. Ma non solo: spesso il business angel, prima di incontrare lo startupper al pitch, ha già guardato online chi è. A partire dal profilo LinkedIn.

Benessere digitale: la soluzione è davvero il digital detox?

Articolo pubblicato il 28 settembre 2018 su Agendadigitale.eu

Ci sono molti buoni motivi per prendersi dei break dalla tecnologia, nella vita privata ma anche in azienda, dove la digitalizzazione ha portato alcuni effetti collaterali come il tecnostress e l’eccessiva frammentazione dei tempi di lavoro. Qualche dato per riflettere e le possibili soluzioni per combattere la dipendenza

Sono poche le persone che soffrono un vera dipendenza da smartphone e internet, a “livello ricovero” per capirci. Ma sono tantissime quelle che iniziato ad avere un vero problema di gestione della tecnologia che le circonda, tanto da aver modificato radicalmente le proprie abitudini di vita, sociali e lavorative per colpa di smartphone e schermi vari.

Si parla sempre più spesso di benessere digitale (digital wellbeing), anche in azienda, fino addirittura arrivare al digital detox, disintossicazione dal digitale. Facciamo il punto della situazione.

I numeri del fenomeno

Nel libro Digital Detox di Alessio Carciofi si citano tantissime statistiche riguardo a questo fenomeno. Segnalo quelle più impressionanti (le altre le trovi qui “Dipendenza da smartphone: 15 statistiche incredibili”):

  • Veniamo interrotti ogni 180 secondi. Le distrazioni consumano il 28% della nostra giornata.
  • Lavoriamo due ore in più per recuperare il tempo perso tra notifiche, gruppi Whatsapp, mail e conferenze call.
  • Il 68% degli italiani guarda lo smartphone anche se non ci sono notifiche.
  • Uno studio Microsoft ha rilevato che, una volta interrotti da una notifica email, i lavoratori impiegano 24 minuti per tornare proficuamente al compito sospeso.
  • Una ricerca Cisco rivela che 3 utenti su 5 trascorrono più tempo libero con lo smartphone che con il proprio coniuge.
  • Nove persone su dieci soffrono della sindrome della vibrazione fantasma (fonte Ansa).
  • Non riusciamo ad allontanarci dallo smartphone per più di 20 centimetri.
  • Negli usa 1000 persone sono rimaste ferite perché camminavano a testa bassa con il cellulare.
  • Tre incidenti stradali su quattro sono causati da distrazione, sempre più per colpa dello smartphone. Guardare il telefono vuol dire distrarsi, e guidare bendati, per 10 secondi, 110 metri.

Le soluzioni proposte dai big del Web

Facebook, Apple e Google godono di grande popolarità, sono tra le aziende più amate del mondo. Fanno sognare, ispirano, migliorano la vita. Ma, se parliamo di benessere digitale, sono sul banco degli imputati. Per questo hanno deciso di prendere la questione di petto e offrire possibili soluzioni al problema.

Per esempio YouTube dà una mano a capire quanto tempo si trascorre online tra i suoi video, grazie a uno strumento disponibile nel menu del proprio account (facilmente raggiungibile da app): monitora quanto tempo è stato impiegato a guardare i video il giorno stesso, quello prima e negli negli ultimi 7 giorni. Si può addirittura impostare anche un limite, chiedere di ricordare di fare una pausa.

E gli altri? Facebook ha messo a punto un contatore che dice quanto tempo passiamo sul social. Lo stesso ha fatto Apple con l’iPhone.

Due app per combattere la dipendenza da smartphone

Oltre alle soluzioni presentate dai big, esistono delle applicazioni specifiche per combattere la dipendenza da smartphone.
La prima è Moment ed è molto interessante perché fa leva su una dimensione social – quindi non più privata – dell’esperienza d’uso e di abuso dello smartphone: è possibile configurare l’applicazione affinché mandi un alert, un avviso, a parenti e amici nel momento in cui si esagera con l’uso.
L’altra app degna di menzione è HabitLab, disponibile anche per Chrome. Partorita dall’università di Stanford è un collettore di molti strumenti per limitare l’uso di servizi e siti popolari: per esempio Amazon per gli acquisti compulsivi e Netflix per il binge watching. In concreto l’app permette di bloccare video virali e i clickbait su Facebook, avverte quando esageriamo o rischiamo di perdere il controllo.

Il digital detox

C’è chi considera le soluzioni sopra esposte troppo blande e chiede un vero e proprio ritorno alla stato di natura per evitare il bournout digitale (esaurimento da tecnologia). O comunque una disintossicazione dalla tecnologia, anche temporanea: il cosiddetto digital detox.

Perché prendersi dei break dalla tecnologia? I motivi sono diversi, secondo il già citato libro di Carciofi:

  • migliorare l’attenzione sul lavoro, dove è richiesta la focalizzazione;
  • avere spazio per sognare (o, perché no, annoiarsi);
  • incontrare persone senza distrazioni (per esempio a pranzo);
  • leggere libri o scrivere un diario;
  • godere della natura;
  • prendersi una pausa dallo stress;
  •  riflettere su se stessi.

Nel libro si propone anche programma del “digital felix” che punta tutto sui concetti di rallentamento, riduzione all’essenziale, riconsiderazione delle priorità e, soprattutto, di un tornare a puntare su se stessi e sul proprio benessere. Anche spirituale.

Il benessere digitale in azienda

Il processo di digitalizzazione nelle aziende, spinto anche da iniziative come Industry 4.0, rischia di portare con sé alcuni effetti collaterali, come il tecnostress e l’eccessiva frammentazione dei tempi di lavoro, che possono tradursi in minor produttività aziendale e insoddisfazione dei lavoratori.

Il tema del benessere digitale in azienda è sempre più sentito, tanto che i corsi sull’argomento vengono tenuti regolarmente per le RSPP (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione).

Quali le soluzioni per il tecnostress in azienda?

Nel corso di un seminario tenuto presso l’Università Bicocca di Milano lo scorso 10 aprile 2018, ho ipotizzato quattro tipi di soluzioni, derivanti dall’incrocio di quattro variabili. Soluzioni tecnologiche o culturali? Soluzioni individuali o collettive?
Ecco i quattro tipi di soluzioni risultanti.

  • Soluzioni tecnologiche individuali: un esempio può essere la tecnica del pomodoro, usare cioè uno stratagemma per concentrarsi ed equilibrare lavoro e pause, ma soprattutto per restare focalizzato e non farsi distrarre da notifiche e alert. In pratica quando si lavora si mette il telefono in pausa.
  • Soluzioni tecnologiche collettive: l’uso di uno strumento come Slack permette, come promette l’azienda (vuole ammazzare le email), di abbattere il numero di messaggi di posta elettronica e lavorare meglio in team.
  • Soluzioni culturali individuali: qui si parla di trucchi di nudging, per esempio impostando lo smartphone su scala di grigi si è molto meno invogliati a usarlo.
  • Soluzioni culturali collettive: stabilire delle policy d’uso di questi strumenti, come per esempio il divieto di inviare email fuori dall’orario di lavoro (cosa peraltro proibita in Francia).

In generale il benessere digitale sarà il grande tema dei prossimi anni. Ora che hai letto questo articolo, ti consiglio di prenderti una pausa: spegni il PC o riponi lo smartphone.

Il Prontuario per genitori di nativi digitali su MIO

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Il settimanale MIO, dedicato alla famiglia, ha pubblicato la segnalazione del mio Prontuario per genitori di nativi digitali. Ecco l’articolo a firma Marco Perico:

La Guida calcistica di LinkedIn a Radio Lombardia

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Bimbi piccoli e tecnologia: che cosa dicono i pediatri?

Nei miei incontri sui pericoli della Rete e nei workshop di navigazione familiare spesso incontro genitori di ragazzi delle scuole medie o prima superiore. Ma capita, di tanto in tanto, anche chi ha bimbi più piccoli, come me. La domanda è sempre la stessa: i bimbi possono usare la tecnologia? Quanto? Fa male? Quanto fa male? E così via. Per rispondere uso un documento stilato dalla Società Italiana Pediatri.

Bimbi e tecnologia: i dati

I bambini cominciano sempre prima a cimentarsi con i dispositivi digitali. Il dato più eclatante arriva dagli Stati Uniti: il 92% dei bambini inizia a usarli già nel primo anno di vita e all’età di due anni li utilizza giornalmente. E in Italia? Ben 8 bambini su 10  tra i 3 e i 5 anni (ribadisco: 80%) sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono, spesso, troppo permissivi: il 30% dei genitori usa lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, il 70% al secondo anno.

Mamme e papà di questi bimbi piccoli sono davvero consapevoli dei rischi per la salute psicofisica di un utilizzo precoce dei dispositivi digitali? È la stessa associazione dei pediatri a rivelare che solo il 29% dei genitori chiede consiglio ai pediatri.

Il documento della società italiana dei pediatri

La Società Italiana di Pediatria (SIP) si è espressa con un documento ufficiale sull’uso dei media device (cellulare, smartphone, tablet, pc ecc.) nei bambini da 0 a 8 anni di età. Il documento, pubblicato sulla rivista Italian Journal of Pediatrics, è il frutto di un’approfondita analisi della letteratura scientifica che ha indagato sia gli effetti positivi sia quelli negativi sulla salute fisica e mentale dei bambini al fine di stabilire l’età più appropriata per l’esposizione ai media device e le corrette modalità.

Le regole dei pediatri: no al cellulare pacificatore

No a smartphone e tablet prima dei due anni. Via gli schermi durante i pasti e prima di andare a dormire. Ci sono limiti dopo i due anni? Certo: occorre limitare l’uso a massimo 1 ora al giorno nei bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni e al massimo 2 ore al giorno per quelli di età compresa tra i 5 e gli 8 anni. Queste sono le principali raccomandazioni della SIP. Il documento dei pediatri sconsiglia inoltre programmi con contenuti violenti e soprattutto l’uso di telefonini e tablet per calmare o distrarre i bambini. No al cellulare “pacificatore”. Si, invece, all’utilizzazione di applicazioni di qualità da usare insieme ai genitori.

Il commento del presidente del SIP

“Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, anzi alcune applicazioni hanno mostrato di avere un impatto positivo sull’apprendimento in età prescolare, purché usate insieme ai genitori. Ma come pediatri che hanno a cuore la salute psicofisica dei bambini non possiamo trascurare i rischi documentati di un’esposizione precoce e prolungata a smartphone e tablet”, spiega il Presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto Villani. Numerose infatti sono le evidenze scientifiche sulle interazioni con lo sviluppo neuro-cognitivo, il sonno, la vista, l’udito, le funzioni metaboliche, le relazioni genitori-figli e lo sviluppo motivo in età evolutiva.

Tecnologia e bimbi: i possibili disturbi secondo i pediatri

Ecco, tema per tema, che cosa ne pensano i pediatri.

Apprendimento La tecnologia ostacola o favorisce l’apprendimento? Secondo studi recenti, l’uso dei touchscreen potrebbe interferire con lo sviluppo cognitivo dei bambini, perché questi hanno bisogno di un’esperienza diretta e concreta con gli oggetti in modo da affinare il pensiero e la capacità di risolvere i problemi. Il bambino di età inferiore ai 3 anni può apprendere nuove parole attraverso video solo se è presente un genitore che aggiunge altre informazioni durante lo svolgimento delle varie sequenze. L’uso di applicazioni educative ben fatte promuove l’apprendimento nei bambini in età prescolare e nei primi anni di delle elementari. Sfortunatamente la maggior parte delle applicazioni non è strutturata per un’interazione a due (bambino- genitore).

Sviluppo Una elevata quantità di tempo speso davanti allo schermo è correlata a scarso profitto in matematica, a bassi livelli di attenzione e anche a minori relazioni sociali con i coetanei. Le app per disegnare potrebbero giocare un ruolo positivo nello sviluppo dei bambini e possono essere utilizzate in aggiunta ai tradizionali colori e gessetti in quanto sono sicuri e facili da usare. L’uso dei media device da parte dei bambini può avere effetti positivi solo se ci sono i giusti contenuti e la presenza del genitore.

Benessere generale L’utilizzo di strumenti elettronici durante l’infanzia per più di 2 ore al giorno è associato ad un aumento del peso corporeo e a problemi comportamentali. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che esiste una correlazione tra utilizzo di tablet, cefalea e dolore muscolare (soprattutto a collo e spalle) dovuto alla inappropriata postura.

Sonno L’uso dei dispositivi multimediali può interferire con la qualità del sonno attraverso le sollecitazioni causate sia da alcuni contenuti stimolanti sia dall’esposizione alla luce dello schermo che può interferire con il ritmo circadiano quando l’esposizione avviene la sera. Uno studio recente conclude che i bambini di età compresa tra 1 e 4 anni che hanno la televisione in camera hanno una peggiore qualità del sonno, più paura del buio, incubi e dialoghi nel sonno.

Vista L’esposizione a tablet e smartphone può interferire anche con la vista. L’uso continuo dello smartphone può causare il disturbo di secchezza oculare. Pertanto, il bambino può avvertire una sensazione di corpo estraneo nell’occhio e/o bruciore oculare, una sintomatologia del tutto sovrapponibile a quella dell’occhio secco. Per di più gli smartphone sono utilizzati ad una distanza ravvicinata a causa del loro piccolo schermo led, inducendo quindi fatica oculare, abbagliamento e irritazione. L’eccessivo uso degli smartphone a breve distanza può influenzare lo sviluppo di una condizione chiamata “esotropia acquisita concomitante”. Ovvero può causare una tipologia di strabismo che si verifica quando appare una forma di diplopia che coinvolge dapprima solo la visione lontana e poi anche quella ravvicinata.

Udito La precoce e prolungata esposizione a intensi livelli di rumore senza periodi di interruzione per le orecchie può portare a una alterata percezione dei suoni, con possibili interferenze nello sviluppo del linguaggio, nella socializzazione, nella comunicazione e nell’ interazione con gli altri bambini.

Ascolta la puntata del mio podcast sul tema

Ascolta “#29 Bimbi piccoli e tecnologia: cosa dicono i pediatri?” su Spreaker.

LinkedIn per neolaureati: ecco i consigli per sfruttarlo al meglio

Sono stato intervistato dalla casa editrice Alphatest per il loro magazine. Questo il risultato.

LinkedIn e neolaureati: due concetti che possono sembrare un ossimoro, come “fuoco bagnato” o “tasse piacevoli”. Invece non è così, e saperlo può fare la differenza per la vostra carriera professionale ancora agli inizi. Ci dà qualche dritta in merito Gianluigi Bonanomi, esperto di LinkedIn e formatore sulla comunicazione digitale, con alle spalle centinaia di ore di aula e altrettanti profili revisionati, anche di giovani e neolaureati. Gianluigi è il docente del nuovo corso Alpha Test dedicato a questo argomento.

Gianluigi, se LinkedIn è una sorta di CV online, come può un giovane laureato senza storia lavorativa riempirlo di cose interessanti?

Anzitutto chiariamo l’equivoco: LinkedIn non è un CV online e non va confuso con Monster o InfoJobs. LinkedIn è un social network, per fare rete, e un social media, per pubblicare e posizionarsi nel mondo del lavoro grazie ai contenuti. In pratica, è utile per spingere il “personal branding grazie all’inbound marketing”, per usare un’espressione gergale che provvedo subito a tradurre.

Sarà meglio! Il concetto è quanto mai oscuro.

Faccio un esempio. Stai cenando in famiglia, squilla il telefono, il numero è sconosciuto: «Pronto, sono Mario di Chiamatemoleste srl, la disturbo per chiederle quale operatore telefonico usa attualmente…». Ci risiamo: la solita chiamata di uno sconosciuto per venderti qualcosa. Questo, nel gergo del marketing, si chiama outbound marketing, dove outbound significa “in uscita”. Queste chiamate sono definite “a freddo” perché il cliente non ha la più pallida idea di chi lo stia contattando né perché. Questo tipo di comunicazione ormai non funziona praticamente più.

E invece l’inbound marketing funziona?

Immagina quest’altro scenario. Stai cenando in famiglia e, mentre discuti con i genitori delle prossime vacanze, vi chiedete dove andare in vacanza con il vostro cane. Non ne hai la più pallida idea, allora cerchi con Google: “campeggi animali ammessi”. Spulci tra i risultati, trovi un articolo che elenca e commenta le migliori soluzioni per famiglie con animale al seguito. L’articolo sta su un blog gestito da una catena di campeggi: presenta un modulo dove lasciare il contatto per ricevere un’offerta. Lasci la tua mail e torni al dessert. Il giorno dopo, ricevi un messaggio con tutte le informazioni che cercavi e i contatti per prenotare. Questo, in gergo marketing, è chiamato inbound content marketing: il contatto del cliente è “in entrata”, non più a freddo, perché per attivarlo si sfruttano i contenuti e le domande che lui stesso ha rivolto a Google.

Fermo! Cosa c’entra questo con la ricerca di lavoro e LinkedIn?

Per “attirare” l’attenzione delle aziende o dei recuiter, la tattica vincente oggi consiste nell’usare proprio il principio inbound: su LinkedIn puoi, cioè, decidere di pubblicare uno o più articoli in modo da suscitare l’interesse del potenziale datore di lavoro e puoi inserire nel tuo profilo alcune parole chiave che un recruiter potrebbe cercare.

Resta il fatto che un neolaureato non ha posizioni lavorative da segnalare.

Vero, ma, come mostro sempre in aula ai miei studenti più giovani, i contenuti e le informazioni su cui possono puntare non mancano: esperienze all’estero, stage, tirocini, il progetto della tesi, lavori extra-scolastici, attività culturali e così via. E, soprattutto, possono mostrare il loro interesse per il settore dove vogliono lavorare, condividendo articoli o seguendo guru e aziende.

Altre dritte per giovani o neolaureati alle prese con LinkedIn?

Intendi oltre a fare un corso con me? Eccone tre:

  1. completare per bene il profilo,
  2. puntare sul percorso accademico indicando anche esami e voti,
  3. pubblicare “aggiornamenti di stato” o articoli pertinenti con un ritmo adeguato.

E, naturalmente, guardarsi bene dall’accettare lavori nell’outbound marketing.

YouTube Kids: che cos’è e prova sul campo

Sono un papà di due bambine: una di sei anni e l’altra di due anni. Entrambe, già dall’età di un anno, si divertivano a guardare i video su YouTube, su smartphone e tablet, con la supervisione di mia moglie o con la mia.

Il problema è che già da piccolissime – native digitali come sono – avevano imparato che, facendo scorrere il ditino dalla parte bassa dello schermo in su, potevano accedere a un mondo di video correlati. Partivano da Peppe Pig e si ritrovavano su video russi di giocattoli strani o su altri contenuti non meglio identificati.

È arrivata YouTube Kids

Dal 12 settembre 2018 è ufficiale: è arrivata in Italia YouTube Kids, la app pensata per le famiglie e i bambini, in pratica una versione protetta di YouTube in cui i bambini dai tre ai dieci anni possano guardare cartoni animati, video musicali e filmati didattici. I filtri sono informatici ma esiste anche una redazione in carne e ossa per le segnalazioni. La app è disponibile gratuitamente su Google Play e su App Store. Il sito Web di riferimento in lingua italiana è www.youtube.com/intl/ALL_it/yt/kids.

La prova sul campo di YouTube Kids

All’avvio l’app chiede l’intervento di un genitore, che deve inserire l’anno di nascita. Il suo, non quello del figlio o della figlia. In seguito l’app riconosce l’account Google del genitore (protetto da passcode, per esempio una moltiplicazione). Il sistema, subito dopo, ammette di non essere infallibile: chiede, in caso di video non appropriato, di segnalarlo.

Quasi subito è possibile disabilitare la ricerca: in questo modo il minore può vedere solo canali verificati da YouTube Kids: l’app ha in primo piano molti contenuti italiani per bambini: per esempio Zecchino d’Oro, filastrocche di Coccole Sonore, Winx e Lego Ninjago.

Al primo uso ho deciso di tenere attiva la ricerca, possibile anche con dettatura per i bimbi che non sanno scrivere (o gli adulti pigri): provando con “sesso” non è stato mostrato alcun risultato, mentre con “calcio” sono stati mostrati contenuti come Sam il pompiere che gioca a pallone, lo stesso per Oddbods, Masha e Orso, Pocoyo ma anche guide e gli highlights di partite vere. Tutto sotto controllo. Il genitori può anche impostare un timer, fino a 60 minuti.

E la pubblicità?

Per quello che riguarda la pubblicità, i progressi di Google sono da sottolineare, e sono dettati dal GDPR, la nuova severa legge europea sulla privacy. Non viene mostrato più di uno spot ogni quarto d’ora (spot che non riguardano alimenti o videogiochi e non hanno link e non portano altrove) e Google non raccoglie i dati dei minorenni (solo quelli d’uso: smartphone, sistema operativo ma anche indirizzo IP e cronologia visualizzazioni), anche perché è possibile usare la app senza avere un profilo. Non sono mostrati spot targettizzati, a quanto ha dichiarato Gregory Dray, numero uno Kids, Family ed Education di YouTube in Europa.

Che cosa ne pensa la Polizia Postale?

“Apprezziamo l’impegno di Google per rendere la navigazione online un’esperienza sicura anche per i più piccoli, ma sappiamo che affinché tali sforzi siano efficaci è necessario un dialogo costante con le istituzioni. Per questa ragione, da molti anni Polizia Postale e Google collaborano per garantire agli utenti un ambiente online sicuro e positivo”

Questo quello che dice Nunzia Ciardi, Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Anche in podcast!

Questo argomento è stato oggetto anche del mio podcast “Genitorialità e tecnologia”. Puoi ascoltare la puntata dedicata a YouTube Kids direttamente qui:

Ascolta “#23 Che cos’è Youtube Kids e come funziona?” su Spreaker.

Content marketing: come usare la matrice dei contenuti?

Insegno content marketing da anni, ma solo un paio di anni fa mi sono imbattuto nella cosiddetta matrice dei contenuti: uno strumento pratico per progettare un piano editoriale efficace. È stata un’epifania: da allora non posso più fare a meno di tracciare piani cartesiani e far gravitare i diversi contenuti nei quadranti della matrice. Ma che cos’è la matrice dei contenuti?

Che cos’è la content matrix?

La matrice dei contenuti, la cui paternità di SmartThings, è uno strumento teorico che permette di collocare i contenuti aziendali, cuore del content marketing, in quattro quadranti definiti da due direttrici:

  • La prima direttrice, quella orizzontale, permette di collocare i contenuti in un continuum che va da sinistra, dove c’è il branding o awareness (notorietà o consapevolezza della marca), a destra, dove sta la lead generation (generazione di contatti di potenziali clienti).
  • La seconda direttrice, quella verticale, permette di collocare i contenuti in un continuum che va dall’alto, dove ci sono quelli più emozionali, al basso, dove si collocano quelli più razionali.

Per mia esperienza la comunicazione B2C, per il consumatore finale, gravita in alto (difficile si facciano whitepaper per i bar, dove invece spopolano i contest). Quella B2B, per altre aziende, gravita in basso. Anche se ovviamente ci sono eccezioni (le testimonianze e gli eBook vanno bene per tutti).

L’incrocio di queste linee genera quattro quadranti:

  • Il quadrante in alto a sinistra, che incrocia branding ed emozionale, individua i contenuti utili a intrattenere.
  • Il quadrante in alto a destra vede i contenuti emozionali ma più finalizzati alla vendita, quindi vi si collocano i contenuti che ispirano.
  • Il quadrante in basso a sinistra, branding + razionale, prevederà contenuti per educare.
  • Il quadrante in basso a destra, razionali ma per vendere, ospiterà contenuti che convincono.

Come puoi vedere in quest’altro esempio (di Distilled), alcuni contenuti possono essere collocati in quadrati differenti, a seconda di come vengono usati. Per esempio i webinar possono stare nel quadrante Educazioni oppure in Convincimento:

Nota da ex giornalista: in ogni caso al centro dello schema ci sono sempre le news.

Esempi di contenuti per la content matrix

Un piano editoriale equilibrato prevede contenuti che occupino tutti e quattro i quadranti. Ecco quattro esempi:

  • Quadrante dell’intrattenimento: un contenuto che intrattenga, e quindi permetta di far conoscere la marca in modo emozionale, potrebbe essere un video corporate oppure un contest.
  • Quadrante dell’ispirazione: un contenuto emozionale che ispiri potrebbe essere una testimonianza, una recensione positiva, il post di un influencer.
  • Quadrante dell’educazione: un contenuto razionale che faccia conoscere il brand potrebbe essere un’infografica sul prodotto, un post sul blog che risponda a un problema del cliente, un video con una guida passo a passo.
  • Quadrante della convinzione: un contenuto razionale che generi contatti buoni per una relazione commerciale potrebbe essere un webinar o un whitepaper (per accedere al contenuto occorre lasciare il contatto).

La classificazione dei contenuti a seconda dell’obiettivo

I contenuti della matrice possono essere ordinati anche per obiettivo (come vedi in questa tabella di Kevinrcaindotcom), anche se in questo caso la classificazione cambia parecchio. Quali sono gli obiettivi dei contenuti e degli esempi di contenuti adatti?

  • Far conoscere il brand: blog, podcast, video virali
  • Dimostrare autorevolezza: articoli tecnici sul blog e infografiche
  • Stimolare interesse per la risoluzione dei problemi: whitepaper e webinar
  • Favorire i confronti: case study e testimonial
  • Stimolare l’acquisto: how to e tutorial

Un’altra matrice del contenuti

Esiste un altro tipo di matrice del contenuti che sulle direttrici ha la facilità e difficoltà, di realizzazione e di fruizione da parte del pubblico. Il contenuto più facile da realizzare e fruire? Un post su Instagram. Uno difficile da realizzare e fruire? Un gioco interattivo.

Le idee per il piano editoriale

L’espressione “piano editoriale” è tipica del mondo giornalistico. Mondo nel quale ho sguazzato per quasi 15 anni. La caratteristica principale delle pubblicazioni editoriali era l’organizzazione in rubriche. Anche un piano editoriale per la comunicazione aziendale deve basarsi sulle rubriche. In questo articolo ho elencato dodici esempi di rubriche per la comunicazione aziendale.