Selfie e identità: 4 cose che i genitori devono sapere

Questo articolo è stato pubblicato su Mamamò, a questo indirizzo.

In un recente articolo sul perché i ragazzi amano tanto i social, in cui sottolineavo il fatto che partecipare, confrontarsi con gli altri online e ricevere dei feedback positivi sia un loro bisogno, parlavo anche di selfie, come strumento per definire la propria identità e accrescere l’autostima. L’occasione per approfondire questo tema viene dalla lettura del libro Selfie. Narcisismo e identità di Giuseppe Riva.

Il libro di Riva, breve ma intenso, dà molti spunti. Ecco le quattro cose che un genitore deve sapere sui selfie.

Selfie: iniziamo dal nome

Selfie è il diminutivo di self-portrait, autoritratto, autoscatto tipicamente fatto con uno smartphone o una Webcam e condiviso sui social. Pare che il termine si sia diffuso a inizio secolo, come hashtag, sulla piattaforma di condivisione di foto Flickr. L’esplosione si è avuta nel 2010 quando si diffusero i primi smartphone con fotocamera anteriore. Fino a diventare, nel 2013, la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary. C’è anche una pagina dedicata sul sito dell’Accademia della Crusca, dove  si scopre che ormai è ufficiale l’uso al maschile e che esistono anche delle varianti: Delphie è il selfie mentre si guida, Welfie in palestra, Belfie del “lato b”.

La storia del termine o della tecnologia contano poco. Quello che conta è la data, 3 marzo 2014: durante la notte degli Oscar Ellen Degeneres scatta il selfie più condiviso della storia. Nello scatto si vedono diverse star come Meryl Streep, Jared Leto, Julia Roberts, Brad Pitt, Angelina Jolie, Kevin Spacey e altri. Era una trovata pubblicitaria di Samsung ma in quel momento il selfie è diventato un comportamento socialmente desiderabile: se lo fanno anche i personaggi famosi… Seguiranno altri selfie VIP come quelli del papa o di Totti durante un derby.

Narcisismo, malattia dei nostri anni

Ivan Cotroneo ha scritto:

Se negli ultimi 30 anni la malattia da curare era la depressione, per i prossimi sarà il narcisismo”.

Siamo tutti narcisisti?

Riva riprende il mito di Narciso per fare delle precisazioni. Nel mito il protagonista non cerca la propria immagine ma la subisce, invece il selfie è sempre un atto intenzionale, con il preciso scopo di condividere. Per Riva chi fa un selfie non è necessariamente un narcisista (ma certamente un narcisista si fa molti selfie).

Ma allora perché scattiamo i selfie? È una questione di definizione dell’identità. La nostra soggettività ha due facce: IO, come mi vedo da dentro (sé personale), e ME, come mi vedo e come mi vedono da fuori (sé sociale). Per chi sta ancora definendo la propria identità, come i preadolescenti, lo smartphone e i social permettono di entrare in contatto con il proprio ME. Definiscono la propria identità, anche nel confronto con gli altri. In questo contesto, i selfie stanno diventando uno degli strumenti più utilizzati dai ragazzi per definire ciò che sono e che vorrebbero diventare. Allo stesso tempo i social permettono di verificare la posizione degli altri e confrontarla con la propria per decidere chi si è e chi si vuole essere.

I tre paradossi dei selfie

Utili per definire la propria identità, i selfie però si portano appresso tre paradossi.

  • Primo paradosso: se i selfie sono un modo efficace per mostrarsi e raccontarsi agli altri, allo stesso tempo non sono in grado di rappresentarci in maniera completa. Anzi assumono vita propria, continuando a raccontarci nello stesso modo anche quando siamo cambiati (quella foto sbagliata alla festa ci può perseguitare).
  • Secondo paradosso: se attraverso i selfie possiamo modificare fugacemente la nostra identità sociale, è però vero che i nostri selfie possono anche essere utilizzati da altri per modificarla anche se non lo vogliamo (vedi l’uso ricattatorio del sexting).
  • Terzo paradosso: se attraverso i selfie possiamo scegliere quali caratteristiche sottolineare della nostra identità sociale all’interno delle diverse reti che frequentiamo, tutti i frammenti possono essere rimessi insieme per individuare la nostra vera identità (vedi i ragazzi che passano la prima selezione del personale per un buon CV o un preciso profilo LinkedIn ma poi vengono scartati per le foto che condividono su Facebook e Instagram).

I numeri dei selfie degli adolescenti

Veniamo infine ai numeri: Riva cita diverse ricerche sul tema selfie. In particolare mi ha colpito una ricerca dell’Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti su 7000 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Ci dà un’esatta dimensione del fenomeno selfie.

I ragazzi si scattano una media fra i 3 e gli 8 selfie al giorno, con punte di 100!

Il 31% degli adolescenti si fa i selfie per ricordo, l’11% per noia e l’8,5% per ridere. Il 15,5% condivide tutti i selfie sui social e WhatsApp, soprattutto le ragazze. Un adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette potenzialmente a repentaglio la propria vita, soprattutto i maschi (purtroppo esiste anche il fenomeno del killfie: il selfie letale).

Un’altra ricerca su 150 giovani, proprio di Riva per l’Università Cattolica e la fondazione IBSA, approfondisce il tema della relazione tra tratti della personalità e selfie. Ci sono i ragazzi estroversi e quelli coscienziosi. I primi usano i selfie per mostrarsi (fino ad arrivare all’oggettivazione del proprio corpo, usato come strumento per piacere), in particolare le donne sono molto sensibili ai commenti che i selfie scatenano sui social. Chi è coscienzioso usa i selfie in maniera più strategica per trasmettere una specifica immagine di sé, ed è meno interessato ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano.

Ascolta la puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” sui selfie

Ascolta “1×10 I selfie: 4 cose che i genitori devono sapere” su Spreaker.

Bambini e schermi (smartphone, tv): quante ore al giorno? Fa male? Che dice la scienza

N0ta: questo articolo è stato pubblicato su Agendadigitale.eu il 12 giugno 2018

Mai prima dei 18 mesi. Con un “piano di famiglia” oltre i sei anni. E poi buon senso e, soprattutto buon esempio. Ecco gli effetti degli schermi su salute e rendimento scolastico dei bambini. E le “regole” per un uso corretto dei dispositivi digitali, da parte dei bambini, ma anche degli adulti

l tempo dei bambini davanti agli schermi (“screen time”) cresce sempre più, fenomeno che si acuisce in estate (le scuole sono chiuse); ma è ormai un tendenza costante. E globale. E’ utile quindi vedere che dice la “letteratura scientifica”, a riguardo. Ossia le regole e le linee guida su cui i pediatri si stanno orientando al momento, a livello internazionale.

Del resto anche Apple di recente ha presentato uno strumento per controllare meglio lo screen time; così come Google. La premessa è che il ruolo dei genitori dei nativi digitali è quello di accompagnare i ragazzi, ma soprattutto di mettere dei paletti all’uso dei dispositivi elettronici, che non deve mai essere eccessivo.

Bambini e device, le regole dell’Accademia americana di pediatria

Prima regola: i device dovrebbero essere tenuti lontani dalla portata dei bambini più piccoli, almeno fino ai 18 mesiDai 18 ai 24 mesi va fatto un uso limitatissimo e sempre supervisionato dai genitori. Queste sono alcune raccomandazioni dell’Accademia Americana di Pediatria sull’uso di TV, PC, tablet e altre tecnologie da parte di bambini e ragazzi. Tra queste semplici regole, stilate da Jenny Radesky (pediatra presso la University of Michigan), ci sono anche quelle per i bambini dai due a cinque anni: tassativo non andare oltre un’ora al giorno di uso dei media e, anche in questo caso, sempre sotto la supervisione di un adulto. Oltretutto bisognerebbe sempre puntare su programmi e contenuti di alta qualità.
Oltre i sei anni ci vuole sempre un “piano di famiglia”: servono regole, sia per il tempo che per i contenuti. Il rischio, altrimenti, è quello di compromettere il sonno, rubare tempo all’attività fisica all’aperto e ai contatti interpersonali, faccia a faccia, e di compromettere il rendimento scolastico.

Tecnologia e rendimento scolastico

Prima di parlare delle regole, mettiamoci d’accordo: la tecnologia fa male oppure no? Ha delle conseguenze, per esempio, sul rendimento scolastico?

Partiamo dai fatti. L’uso della tecnologia, anche per studiare, è in netto aumento: sono sempre più le scuole che utilizzano Internet, LIM, tablet e notebook anche per le attività scolastiche. E sono sempre più i ragazzi che “sguazzano” nella tecnologia.

Il fenomeno è talmente rilevante che è stato protagonista di diversi studi scientifici. Come sottolinea Marco Gui (Sociologia della cultura dei media all’Università di Milano-Bicocca), i primi studi che mettevano in relazione il possesso di computer o la possibilità di usarlo a casa con i punteggi di apprendimento hanno trovato quasi sempre una relazione positiva, anche al netto delle variabili socio-demografiche delle famiglie. Il semplice possesso però vuole dire poco: praticamente tutti gli studenti hanno almeno un computer a casa.

Occorreva spostare il focus su frequenza e scopo d’uso di questi strumenti.

I risultati hanno evidenziato una relazione tra l’intensità d’uso del computer e di Internet e le performance scolastiche: nella maggior parte dei casi negativa. Si veda per esempio questo studio (Michigan State University-Harvard University), che collega il calo del rendimento scolastico soprattutto con la pratica (diffusa) di studiare in multitasking con chat e social network.

Detto in parole semplici: oltre un certo livello, quanto più i ragazzi utilizzano questi strumenti tanto peggiori sono i risultati ottenuti, nello specifico, nei test di lettura e di matematica. Tutto questo vale, chiaramente, se questi strumenti sono usati per svago.

A questo si aggiunge un recente studio dell’Associated Professional Sleep Societies sulle conseguenze negative dello screen time sul sonno dei bambini.

E se, invece, PC e Internet vengono utilizzati solo per studiare? Sempre secondo Gui, è lampante la relazione positiva tra la frequenza d’uso di Internet a casa per la scuola e i punteggi dei test Invalsi in italiano. Ciononostante, e anche in questo caso l’uso deve essere comunque moderato. Servono delle regole, come dicevamo.

Le regole per l’uso della tecnologia

Qualche anno fa Janell Burley Hofmann, mamma e blogger americana, decise di regalare al figlio Gregory un iPhone per Natale. Il regalo fu accompagnato da una lista di regole, redatte dalla stessa Burley, per l’uso dello smartphone e della Rete, che lei definì “iRules”. Dalle regole è nato un articolo per l’Huffington Post e un successivo libro che hanno riscosso successo clamoroso.
Che cosa c’era in quelle regole? Fondamentalmente molto buon senso.

  • Si parte dal presupposto che le regole debbano essere discusse e condivise. La Hofmann ipotizza anche l’istituzionalizzazione di momenti di confronto sulla tecnologia, che chiama “Tech talk”.
  • Dal punto di vista pratico una delle proposte è quella di realizzare un registro di casa che contenga gli account con relative password: se le parole chiave non devono mai essere condivise con gli amici, è fondamentale che i genitori abbiano sempre accesso agli account, soprattutto in caso di problemi; il tutto chiaramente senza violare la fiducia del ragazzo.
  • Altra regola fondamentale: il sonno prima di tutto. I pediatri sono concordi: il sonno discontinuo e interrotto causa disturbi di concentrazione e di salute nei ragazzi. Le regole di Janell prevedono che lo smartphone vada consegnato ai genitori alle 19.30 di ogni sera infrasettimanale e alle 21 nei weekend, con qualche eccezione in estate.
  • Ma la parte più interessante riguarda i contenuti. Dal punto di vista delle conversazioni, una delle regole prevede il non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
  • Per ciò che attiene foto e video, il buon suggerimento è quello di vivere le esperienze, non limitarsi a riprenderle ponendo lo schermo a ostacolo tra sé e il mondo.

Nelle altre regole sono incluse le buone maniere, netiquette (le regole della Rete, dette anche “galaReteo” e “retiquetta”) e che cosa fare in caso di emergenza (cyberbullismo, pornografia online e maleducazione).

Le regole per i genitori

E regole per i genitori? La prima considerazione è che non possiamo esimerci dal dare il buon esempio, soprattutto perché i ragazzi chiedono coerenza.

Giustificare la violazione sistematica di regole imposte ai ragazzi con l’essere adulti, come per esempio il non utilizzo degli smartphone durante i pasti, non solo ci renderà meno credibili nella circostanza contestuale, ma lascerà credere ai ragazzi che alcuni comportamenti siano sconvenienti solo per determinate fasce d’età mentre appare chiaro che molti rischi o problemi hanno carattere transgenerazionale.

Che cos’è la stupidità?

Nei miei studi sui social network, sia per le mie attività di formazione aziendale che per gli approfondimenti del mondo “Genitorialità e tecnologia”, mi trovo spesso a riflettere sulla stupidità. So che con questa affermazione mi sto inimicando molti fan di Facebook e degli altri social, ma sempre più spesso vedo esempi di persone che si comportano in modo davvero stupido. Si va dagli utonti (vi dedicati un eBook tempo fa) ai “webeti” (definizione di Mentana), dai commentatori stupidi (vedi un vecchio articolo de Il Post) a studi accademici: anni fa Nicholas Carr dedicò un libro alla domanda cruciale: Internet ci rende stupidi? Più probabile che gli stupidi trovino in Internet un nuovo palcoscenico…

Una definizione (matematica) di stupidità

Un libro in particolare mi ha aiutato a partire dalla radice del problema: che cos’è la stupidità? Si tratta del testo “Il potete della stupidità” di Giancarlo Livraghi, opera che rappresenta una summa di tutti gli interventi sul suo bel blog: www.gandalf.it.

Tra l’altro Livraghi cita un altro testo fondamentale: “Le leggi fondamentali della stupidità umana” di Carlo Cipolla. Dobbiamo a Cipolla le tre leggi fondamentali sulla stupidità:

1) Si tende sempre a sottovalutare il numero di stupidi in circolazione.

2) La stupidità è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona: è ugualmente diffusa in tutta l’umanità.

3) La persona stupida causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendone un danno.

A partire dalla terza legge di Cipolla, Livraghi usa un piano cartesiano per definire la stupidità a partire quindi dagli effetti:

In questo grafico stupidologico si incrociano due dimensioni. Sull’asse delle X c’è all’estremo sinistro farsi del male e a quello dentro far del bene a sé. Sull’asse delle Y troviamo in basso far del male agli altri e in alto far del bene agli altri. Ecco i risultati.
Nel quadrante I troviamo quelli che fanno bene a sé e agli altri: sono gli intelligenti.
Nel quadrante IV, ovvero quello sottostante all’I, ci sono i banditi perché arrecano danno per trarne vantaggio.
Nel quadrante II ci sono quelli che ricevono un danno dall’aiutare gli altri, sono quindi sprovveduti o, meglio, benefattori.
Arriviamo finalmente al quadrante III dove ci sono quelli che arrecano danno a sé e agli altri: gli stupidi!

I corollari di Livraghi

Il messaggio più importante che si trova nel libro di Livraghi, anzi il suo corollario numero uno (di tre), è chiaro: quasi nessuno è totalmente stupido e soprattutto nessuno può illudersi di essere sempre intelligente. Perciò è necessario tener conto della componente di stupidità, come di altre categorie di comportamento, che è presente in ognuno di noi.

Il suo secondo corollario è questo: quando la stupidità di una persona si combina con la stupidità di altre, l’effetto aumenta in modo geometrico. In pratica le folle possono essere molto più stupide di quanto siano le singole persone.

Il terzo corollario è invece questo: la combinazione delle intelligenze di persone diverse è più difficile della combinazione di stupidità. Le persone stupide possono aggregarsi istantaneamente in un gruppo, mentre le persone intelligenti funzionano come gruppo solo quando si conoscono bene e hanno esperienza nel lavorare insieme.

Il libro approfondisce anche altri argomenti molto interessanti: dalla legge di Murphy alla stupidità della burocrazia, dalla superstizione agli errori di prospettiva, e molto altro ancora.

La bibliografia

I testi citati in questo articolo, e nel libro di Livraghi, si trovano tutti su Amazon:

Come funziona l’adescamento online

NOTA: questo articolo sancisce l’inizio della mia collaborazione con il sito Mamamò, ed è stato pubblicato per la prima volta a questo indirizzo.

Come funziona l’adescamento online, come si riconosce e previene

Da anni faccio incontri con genitori e figli, o workshop nelle scuole, sull’uso consapevole della tecnologia. E da anni mi pongono una marea di domande, tanto che, insieme a un collega di casa editrice (Fiorenzo Pilla), ho deciso di raccogliere 100 domande e risposte nel libro “Prontuario per genitori di nativi digitali”.

I genitori si sentono spesso impreparati, temono che i ragazzi – nativi digitali appunto – siano più competenti, preparati e furbi di loro. Ma il punto non è questo. A mio parere un genitore, anche se non competente sulle nuove tecnologie, deve affiancare su questi temi i figli perché questo è il suo ruolo, perché ha più esperienza del mondo e perché dovrebbe conoscere i rischi che i più giovani potrebbero incontrare nel mondo virtuale. Se non si può infatti evitare che i figli corrano dei rischi, si può però insegnare loro a riconoscerli. Uno di questi rischi, forse quello peggiore, è l’adescamento online.

Child grooming: cos’è e come avviene

L’adescamento di minori in Rete è detto “child grooming”: “groom”, in inglese, significare “accarezzare il pelo” ed è di chiara origine animale. Solitamente l’adescamento avviene attraverso cinque fasi:

  1. amicizia iniziale;
  2. “risk-assessment”: serve all’adescatore per verificare quanto la vittima sia vulnerabile;
  3. costruzione del rapporto di fiducia;
  4. fase dell’esclusività: l’adescatore punta a tagliare fuori genitori e amicizie dal rapporto privilegiato;
  5. relazione sessualizzata con la richiesta di immagini, video o incontri.

L’adescamento avviene attraverso diverse tecniche che mirano a carpire la fiducia del bambino o ragazzo. Sono tecniche di persuasione ben note anche ai venditori (si possono trovare nel libro “Le armi della persuasione” di Robert Cialdini). Eccole.

  1. Impegno e coerenza. Gli esseri umani vogliono essere, o quantomeno sembrare, coerenti con se stessi. Ti sei mai chiesto perché gli attivisti di una causa chiedono una firma per strada? È chiaro che questa firma non ha alcuna ripercussione pratica, ma è scientificamente provato che dopo averti chiesto di “impegnarti” con una firma, sarà più facile chiederti una donazione in denaro. Nel caso dell’adescamento, il malintenzionato manipola la vittima riuscendo ad avere la promessa di un impegno.
  2. Reciprocità. Sentiamo il bisogno di contraccambiare favori veri o presunti. Per questo l’adescatore regala qualcosa alla vittima, a volte bastano solo informazioni.
  3. Riprova sociale. Perché si diffondono le mode? Le persone tendono a seguire la maggioranza o un gruppo di persone. L’adescatore fa credere alla vittima di essere in contatto con altri suoi coetanei.
  4. Autorità. Se ne riconosce l’ascendente, in particolare quando indossa una divisa.
  5. Simpatia. Ci piacciono i simili, siamo diffidenti nei confronti dei diversi. L’adescatore raccoglie informazioni sulla vittima per mostrargli che hanno gli stessi gusti e interessi.
  6. Scarsità. Se un bene è poco disponibile acquisisce automaticamente ai nostri occhi più valore. L’adescatore invita la vittima in un gruppo esclusivo oppure promette quel biglietto del concerto o quella figurina ormai esauriti e introvabili.

Cosa fare se un adescatore contatta tuo figlio

Nella malaugurata ipotesi in cui si dovesse verificare un tentativo di adescamento, è importante seguire il consiglio del Telefono Azzurro:

A fronte del sospetto che un bambino o un ragazzo sia coinvolto in una situazione di questo tipo, l’adulto non si sostituisca nel rispondere all’adescatore, interessando nell’immediato le Autorità ed i Servizi che potranno gestire adeguatamente e con competenza tutti gli aspetti implicati in una dinamica di grooming.

Importante però è prevenire.

Sempre Telefono Azzurro dà una serie di suggerimenti per i genitori, che riassumo in questi sette punti:

  1. Imparate a navigare per mettervi nei panni dei bambini.
  2. Usate dei software di parental control.
  3. Controllate la cronologia di navigazione dei figli.
  4. Insegnate ai bambini le regole di comportamento in Rete e sui social, e parlate con loro liberamente di tecnologia. In particolare, spiegate loro che non bisogna fornire dati personali che li rendano rintracciabili.
  5. Il computer utilizzato dai bambini più piccoli dovrebbe trovarsi in uno spazio comune all’interno della casa.
  6. Spiegate ai figli che le persone che incontrano online non sono sempre quelle che dicono di essere.
  7. Spiegate loro l’importanza del fatto che vi informino sempre di eventuali richieste di incontro di persona ricevute da contatti conosciuti online.

Checklist: perché e come farle

Per checklist si intende un elenco delle voci corrispondenti ai controlli da eseguire nelle varie fasi di operazioni complesse. Le uso da anni ormai, senza averne particolare coscienza (e non solo sul lavoro), ma dopo aver letto il libro “Checklist. Come fare andare meglio le cose” di Atul Gawande, medico statunitense, sono diventate un’ossessione.

La checklist di David Lee Roth

Gawande, nel suo libro, racconta diversi aneddoti. Mi ha particolarmente colpito ritrovare la storia dei Van Halen e delle M&M’s marroni. La storia, che avevo già sentito e letto più volte, è questa. I Van Halen sottopongono agli organizzatori dei concerti un contratto di centinaia di pagine, con decine di clausole. Tra queste il mitico articolo 126 recita:

L’intero show verrà immediatamente cancellato e la band riceverà il pieno compenso se nell’area di backstage saranno presenti M&M’s marroni.

Spesso si racconta questa storia per confermare il fatto che le rockstar siano capricciose, eccessive, ridicole. Gawande spiega invece che la clausola delle caramelline marroni era una sorta di trucco per vedere se la checklist delle cose da fare – molte delle quali potevano salvare delle vite – era stata letta davvero e completata tutta.

La fallibilità umana

Negli anni Settanta i filosofi Gorovitz e MacIntyre pubblicarono un breve saggio sulla natura della fallibilità umana. La domanda a cui cercavano di rispondere era semplice: perché sbagliamo quel che ci proponiamo di fare nel mondo? Non siamo onniscienti né onnipotenti: per quanto potenziate dalla tecnologia, le nostre facoltà fisiche e mentali sono limitate. Gran parte del mondo dell’universo è, e resterà, al di fuori della nostra comprensione e del nostro controllo.
Esistono però ambiti fondamentali in cui il controllo degli eventi è alla nostra portata. In questi ambiti possiamo fallire solo per due motivi: ignoranza e, peggio ancora, inettitudine. Occorre una strategia che si basi sull’esperienza, sfrutti il sapere acquisito e ponga rimedio alle nostre inadeguatezze umane. Questa strategia esiste, sostiene Gawande, ed è molto semplice: è una lista, una lista di controllo, una checklist.

Perché fare le checklist?

Una parte sostanziale del lavoro richiesto ai progettisti di software, ai manager finanziari, ai vigili del fuoco, agli agenti di polizia, agli avvocati e alla maggioranza dei medici (come Gawande) è troppo complessa per essere seguita semplicemente a memoria. Una lista di cose da fare o di controlli, quindi un elenco di voci da spuntare, può risolvere il problema. E salvare delle vite, come nel caso delle procedure che impongono la rilevazione dei parametri vitali (temperatura, pulsazioni, pressione e respirazione) per un paziente ospedalizzato.
Chiaramente non tutti i problemi sono uguali. Anzi, sono di tre tipi: semplici, complicati e complessi. I problemi semplici sono quelli del tipo: “preparare un dolce a partire dagli ingredienti” e possono essere risolti semplicemente con una ricetta (che, a pensarci bene, è una checklist!). I problemi complicati sono quelli del tipo: “mandare un razzo sulla luna”; in qualche caso i problemi complicati possono essere scomposti in problemi semplici, ma soprattutto vanno affidati a specialisti (nel libro si spiega perché nei cantieri non esiste più un solo capocantiere). I problemi complessi, invece, sono per esempio quelli tipo “crescere un figlio”, dagli esiti sempre imprevedibili; una volta imparato come si fa a lanciare un razzo sulla luna è possibile ripetere la procedura con altri razzi, ma questo non vale per i figli.

Checklist: prima o dopo?

Occorre sempre stabilire se la checklist serve per una verifica di un processo, quindi è un mero elenco da verificare dopo aver svolto i compiti, oppure se deve guidare a compiere delle attività, e quindi è un elenco di operazioni da fare (per esempio una “linea guida”). Nel secondo caso le operazioni vanno spiegate con semplicità ma nel dettaglio.
In entrambi i casi l’obiettivo è quello del miglioramento continuo, per questo possiamo richiamare il cosiddetto modello del ciclo di Deming (ciclo di PDCA) con le quattro fasi (plan – do – check – act: pianificare – fare – verificare – agire) che devono ruotare costantemente.

5 strumenti per creare le checklist

Arriviamo all’aspetto pratico: quali strumenti possono risultarti utili per creare delle checklist? Gawande ovviamente non ne fa cenno. Ci penso io!
Il primo tool, che uso assiduamente da anni, è Evernote. Mi permette di prendere appunti da ogni device e, tra le modalità di organizzazione di una nota, presenta anche quella con caselle di controllo. Tra l’altro Evernote fornisce anche dei template gratuiti, come per esempio quello utilissimo delle checklist per i viaggi d’affari (qui).
Posto che le checklist possono essere creare anche con programmi di videoscrittura come Microsoft Word (vedi la guida qui), preferisco segnalarti qualcosa di più appetitoso. Il secondo strumento, gratuito, è WorkFlowy: permette di creare delle check list in cloud che possono essere condivise con i colleghi. Altri strumenti molto utili per creare checklist sono Trello (task manager che sta spopolando nelle aziende e che uso anche io con grande soddisfazione!), Wunderlist (il non plus ultra per le to do list) e il superprofessionale Process Street (ottimo l’elenco delle checklist già pronte: qui).

A me capita di usare le checklist in mille occasioni. Per esempio al termine del mio corso sull’uso strategico di LinkedIn regalo una checklist con 15 cose da fare per ottimizzare il tuo profilo. Tu usi le checklist? Vuoi suggerirmi altri strumenti o trucchi? Scrivimi:

La Rete, i social e gli smartphone possono creare dipendenza?

In Cina esistono centinaia di centri di trattamento per la dipendenza da Internet. È il governo cinese a promuovere la cura di persone che hanno completamente perso il controllo, e che i genitori portano in questi centri a volte con l’inganno. Esiste anche un documentario sul fenomeno (Web Junkies), che si trova facilmente in Rete; questo è il trailer:

Da tempo si parla di dipendenza dalla Rete: Internet addiction (o IAD). In un articolo su questo sito ho elencato 15 statistiche incredibili, che puoi leggere qui. Va detto, però, che spesso vi è, soprattutto da parte dei genitori, una tendenza a drammatizzare, confondendo l’uso eccessivo, comunque problematico, con una vera patologia: malattia che riguarda una piccola minoranza degli utenti della Rete (tra l’1% e il 9%). Secondo il sito Dipendenze.net:

“I numeri dell’uso di internet e della dipendenza ci dicono che in Italia i dipendenti da internet sono quasi tutti giovani e giovani-adulti e, considerando i livelli di gravità severo e moderato, sono circa il 6%, mentre in Inghilterra il 18% degli studenti usa internet in modo eccessivo, in Norvegia l’1% e in Grecia l’8% è dipendente. Ma è nel continente asiatico che i tassi d’incidenza sono più elevati, oscillano dall’1% al 25%” (fonte).

Una ricerca ancor più recente, condotta da Skuola.net, Università La Sapienzà e Università Cattolica di Milano per conto della Polizia di Stato su 6.671 persone tra gli 11 e i 25 anni evidenza che il 45% degli utenti passa su Internet almeno 5-6 ore al giorno, anche nel fine settimana. Quando manca la connessione alla Rete, un intervistato su cinque dice di sentirsi a disagio.
Ricapitolando occorre distinguere, come fa Israelashvili, tra ragazzi che abusano della Rete, forti utenti e dipendenti: secondo l’autore le prime due categorie non configurano una dipendenza e sono strettamente correlate agli scopi identitari dell’età e alle esigenze della vita adolescenziale.

Le caratteristiche della dipendenza dalla Rete

La dipendenza dalla Rete, a detta di Block JJ, è una patologia che si presenta con quattro caratteristiche ben precise.

  1. Uso eccessivo associato alla perdita della cognizione del tempo e che finisce per far trascurare i bisogni fondamentali, come l’alimentazione e il sonno. A proposito di sonno va registrato un aumento spaventoso del cosiddetto fenomeno del vamping: l’abitudine degli adolescenti di navigare di notte. L’Osservatorio nazionale adolescenza ha condotto uno studio su 8.000 ragazzi a partire dagli 11 anni d’età. È emerso che 6 su 10 dichiarano di rimanere spesso svegli fino all’alba a chattare, parlare e giocare, rispetto ai 4 su 10 nella fascia dei preadolescenti.
  2. Chiusura verso l’esterno, con sentimenti di rabbia, tensione e/o depressione quando il computer non è accessibile. Qui occorre richiamare le sindromi dette Fomo e Nomofobia, di qui avevamo già parlato qui. Va segnalato, inoltre, il crescente fenomeno dei giovani hikikomori: coloro che rifiutano qualsiasi contatto con l’esterno perché vittime di bullismo o perché rifiutati dai coetanei.
  3. Persistenza, con richieste di nuove dotazioni tecnologiche, migliori software, più tempo per stare al computer.
  4. Ripercussioni negative, come frequenti litigi con i familiari, facilità nel mentire, ridotta produttività professionale o scolastica, isolamento sociale, stanchezza.

Chi è più soggetto a diventare dipendente? Fioravanti fa un collegamento empirico tra la mancanza di abilità sociali e la dipendenza da Internet: in pratica ipotizza che le persone con scarse social skill siano le più soggette a sviluppare una preferenza per l’interazione sociale on line, che poi predice a sua volta un utilizzo problematico.

Quanto usano la Rete i nostri ragazzi?

La fascia di popolazione più a rischio è quella degli adolescenti. Raro che si arrivi a sintomi depressivi, però. Spesso si parla solo di “information overload” (qualcuno parla di “infobesità”) o, più prosaicamente, di “technostress”. Ma quanto usano la Rete i nostri ragazzi? Possiamo rispondere a questa domanda con dei dati concreti. La ricerca “Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde” (consulta lo studio qui) condotta da Marco Gui nel 2013 ha fatto emergere un dato interessante: la permanenza online media giornaliera dei ragazzi di seconda superiore è di circa tre ore.

Ma è inversamente proporzionale all’impegno richiesto dalla scuola: mentre i ragazzi dei licei navigano per circa 2 ore e 48 minuti (in media), quelli degli istituti tecnici lo fanno per 3 ore e 5 minuti, quelli degli istituti professionali 3 ore e 10 minuti, quelli dei Centri di formazione professionale infine superano tutti gli altri con circa 3 ore e 15 minuti al giorno. Altro dato interessante: chi ha genitori stranieri immigrati in Italia naviga di più di chi ha entrambi i genitori italiani.

All’inizio della diffusione di Internet in Italia i risultati erano opposti: i ragazzi dei contesti sociali più avvantaggiati erano i maggiori utilizzatori delle nuove tecnologie. Evidentemente, fa notare Marco Gui, la quantità di consumo di Internet non può più essere considerata un indicatore di inclusione sociale come si faceva all’inizio.

Come si cura la dipendenza dalla Rete?

Nei casi meno gravi di dipendenza da Internet si può ricorrere anche al nudging (vedi libro Richard H. Thaler, Nudge, la spinta gentile, Feltrinelli), che in economia comportamentale individua una serie di rinforzi positivi o aiuti indiretti che possono influenzare decisioni e comportamenti. In un interessante articolo di Marianna Vaccaro sul digital detox da smartphone, si racconta un esperimento particolare. In due locali milanesi sono state posizionate sui tavoli delle scatole di legno, all’interno delle quali era possibile inserire i propri smartphone. Su ogni scatola si trovavano degli adesivi con la scritta “Sei davvero social? #posalo”, invitando i clienti ad abbandonare i telefonini (un chiaro tentativo di far leva sull’effetto gregge). È stata poi monitorata la frequenza di utilizzo degli smartphone prima e durante l’esperimento: prima il 25% dei clienti utilizzava lo smartphone, dopo solo il 15%.
La cura della “vera” dipendenza da Internet, dicono gli esperti, richiede invece un intervento psicoterapeutico di tipo cognitivo comportamentale. La terapia è sostanzialmente questa: mentre si riduce l’uso della Rete, si incentivano comportamenti e attività alternativi, gratificanti, in sostituzione. Raramente si ricorre all’uso degli psicofarmaci, a meno che il terapeuta non abbia diagnosticato anche la depressione.

I consigli dell’esperto

Nel mio podcast “Genitorialità e tecnologia” ho intervistato su questi temi Alberto Rossetti, psicoterapeuta e autore di “Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?”:

Ascolta “1×09 Hikikomori, dipendenza e regole: intervista ad Alberto Rossetti” su Spreaker.

“Ragazzi e tecnologia: problema educativo”: l’articolo del Giornale di Merate

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Dopo la serata sui pericoli della Rete che ho tenuto al Comune di Merate lo scorso 17 maggio 2018, il Giornale di Merate (testata per la quale scrivevo negli anni Novanta) mi ha dedicato un’intera pagina. In diversi articoli si parla dei miei interventi su:

  • falsi miti della tecnologia
  • regole d’uso della tecnologia in famiglia
  • privacy e reputazione

Qui riporto l’immagine dell’articolo (oltre trovi l’intera trascrizione):

Giornale di Merate, 23 maggio 2018

 

Ragazzi e tecnologia, problema educativo
Non servono i divieti ma regole condivise

Il problema non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. E dal momento che non possiamo precluderla ai nostri figli (pena il farli vivere in una bolla), occorre affrontare la questione dal punto di vista educativo. Porre dei paletti, non fare da censori.

«Non importa se non siete competenti dal punto di vista tecnologico – ha detto più volte il giornalista e formatore Gianluigi Bonanomi ai genitori intervenuti giovedì sera alla conferenza “Web e social. I pericoli della rete” svoltasi in auditorium municipale – lo siete dal punto di vista educativo. Quindi datevi come famiglie regole condivise (per esempio non portare il cellulare in camera da letto) e fatele rispettare punendo gli sgarri. Controllate gli smartphone dei vostri figli: le loro sim sono intestate a voi. E pretendete le password dei social per vedere quello che pubblicano e i presunti amici». Di più, «smettetela di pensare che la tecnologia sia una roba da smanettoni. E’ arrivato il tempo di cominciare ad alfabetizzare tutta la famiglia e quindi, per prima cosa, leggete le informative delle app che scaricate, anche e soprattutto quelle dei giochini».

Ragazzi e tecnologia:  cinque miti da sfatare

Una serata decisamente illuminante quella organizzata dall’Ac Pagnano e tenuta dal giornalista hi-tech Bonanomi, 42 anni, autore di diversi libri, tra cui il volume tema della conferenza: «Prontuario per genitori di nativi digitali – 100 domande e risposte su tecnologia e genitorialità». Ma prima di entrare nel merito dei rischi della rete, Bonanomi ha voluto sfatare le baggianate, i luoghi comuni, che circolano sul web.

Primo mito da sfare:

La rete è il male
«Non è vero. Il problema non è la tecnologia, ma come la usiamo. Un po’ come il bisturi, che in sala operatoria salva vite, ma fuori, in strada, può trasformarsi in un’arma letale. La rete è infatti un prezioso strumento di lavoro e non solo».

Secondo: I ragazzi non comunicano«I giovani non hanno mai comunicato tanto come nell’era dei social, solo lo fanno in maniera diversa e con paradigmi diversi. La parola più usata nell’anno 2016 è stata il simbolo della faccina che ride con le lacrime agli occhi. Proprio così. I post millennial, vale a dire i ragazzi che oggi frequentano le scuole medie, comunicano così. Per questo non sono utenti di Facebook: perché quello è un modo vecchio di comunicare (troppe parole) e poi perché su Facebook ci sono i vecchi: i loro genitori».

Terzo: I social fanno  perdere tempo
«Facebook ha 2,2 miliardi di utenti iscritti. Possibile che tutti questi umani siano tutti dei perditempo? Forse, se sono così tanti, un valore aggiunto Facebook lo avrà pure…». I ragazzi amano tanto i social, ha aggiunto Bonanomi mostrando la piramide di Maslow, lo psicologo che ha ideato la piramide dei bisogni umani, perché i sociali rispondono a più bisogni. Alla base della piramide ci sono i bisogni fisiologici (come mangiare e dormire), subito dopo quelli legati al senso di sicurezza (nei social le persone con cui comunichiamo sono amici, non estranei), quindi quelli di appartenenza (amore, affetto, amicizia: con gli amici scambiamo opinioni, risorse…), quelli di autostima e status (della serie “se tanti mi hanno scelto, allora valgo”), infine quelli di auto realizzazione (in rete posso raccontare me stesso e usare le mie competenze). «Con i social i nostri figli si connettono con i coetanei, comunicano nel senso che esprimono se stessi, condividono con gli amici emozioni, esperienze, conoscenze e infine collaborano tra loro: i social possono infatti essere uno strumento di lavoro fondamentale».

Quarto: In rete non ci sono regole
«E’ vero il contrario, non solo ci sono, per esempio quelle contro il cyberbullismo, ma sono anche belle pesanti».

Quinto: La tecnologia fa perdere il lavoro
È una delle bufale più diffuse. E infatti le ricerche dicono che il 65% dei bambini che oggi frequentano le scuole elementari faranno da grandi un lavoro che oggi non esiste. L’intelligenza artificiale, ha puntualizzato Bonanomi, rappresenta un’importante opportunità di lavoro.
Fatte tutte queste premesse appare dunque chiaro come il vero problema non siano dunque Facebook, i social, il cellulare, il tablet, ma l’uso che ne viene fatto. «I nostri figli sono nati in questo mondo – scrive Bonanomi nella prefazione al suo libro – il loro ambiente sociale e di vita è radicalmente differente da quello in cui siamo nati noi “figli del libro” ed “immigrati digitali”. Questo non significa che i nativi digitali siano più sapienti di noi». Significa che non possiamo farli vivere in una bolla, senza cellulari e social, perché altrimenti li isoleremmo dai coetanei e dal mondo. «Significa che dobbiamo insegnare loro a riconoscere e gestire i pericoli».

Il monito: occhio alla privacy e alla reputazione

Dei pericoli e dei rischi legati a privacy, reputazione, sharenting (termine utilizzato per descrivere il problema dei genitori che condividono le foto inopportune dei figli), dipendenza e odio online, con i relativi risvolti legali, Gianluigi Bonanomi ha parlato nella seconda parte della conferenza durante la quale ha testato anche le conoscenze dei genitori con divertenti quiz.

Privacy: vera emergenza«Quando un servizio in rete è gratis, significa che il prodotto sei tu». Partendo da questo dato di fatto ignorato dai più, Bonanomi ha mostrato attraverso una serie di esempi come i dati personali che gli utenti dei social cedono spontaneamente, vengano poi utilizzati dalle aziende ma anche dagli utenti per altri fini, anche pericolosi. «Come la pratica del grooming, l’adescamento sessuale di minori che avviene in internet, che si avvale delle informazioni fornite ingenuamente dagli stessi ragazzi sui social – ha spiegato l’esperto – Evitate dunque dati personali e descrizioni particolareggiate su dove i vostri figli abitano e quali scuole e luoghi frequentano, per esempio, ma anche sui loro amici». Attenzione anche ai «like», i «mi piace». «Facebook non ruba i dati, semplicemente campa sui like. Ogni volta che vi muovete nei social lasciate traccia di voi (chi siete, cosa vi piace, come trascorrete il vostro tempo, cosa leggete, dove andate), anche quando fate ricerche fuori da Facebook. Si chiama re-marketing. Facebook ha recuperato un’intera generazione di utenti, quelli under 18, comprando Instagram, e recuperato miliardi di numeri di telefono rilevando Whatsapp. Fatevene una ragione e siatene consapevoli: la vostra vita si trova interamente online». Le conseguenze sulla reputazioneTutti i dati postati in rete possono avere conseguenze importanti sulla reputazione delle persone, anche futura. «Una persona su tre non arriva a un colloquio di lavoro per quello che ha pubblicato sui social. Lo dice un dato del 2016 fornito da Adecco. Ricordate che i dati digitali sono persistenti, ricercabili e potenzialmente scalabili, diventare cioè virali».Lo sharenting e le foto dei figli«Io ho due figlie di 2 e 6 anni ma non ho mai pubblicato foto loro, intanto perché so che ogni volta che pubblico una foto online o la mando via Whatsapp, l’ho persa, ne ho perso cioè ogni controllo. In secondo luogo, anche se sono piccole, sono persone, e in quanto tali hanno il diritto di decidere loro, un domani, quale identità digitale vorranno darsi. Infine non lo faccio per un fatto di autorevolezza e coerenza: non posso fare io cose che proibisco loro di fare».La dipendenza da internet
«Il primo problema è l’uso eccessivo della tecnologia, che porta a trascurare i propri bisogni. Il 40% dei bambini delle medie fa vamping, ovvero usa la tecnologia la notte prima di dormire. Un’ora prima di andare a letto non bisognerebbe usare il cellulare perché è studiato in maniera tale (colori, notifiche e grafica) per ingaggiare l’utente il più a lungo possibile ed è un forte stimolatore, il che spiega perché tanti ragazzini si sveglino la mattina stanchi. C’è poi la no mobil fobia, ovvero la paura di rimanere senza cellulare o connessione, la persistenza nell’uso e le forme più gravi che portano a ripercussioni negative sulla rendita scolastica.

L’hate speech, ovvero l’odio online
Complesso il problema delle manifestazioni di odio on line di cui Bonanomi ha portato diversi esempi a partire da quelli che hanno avuto come vittime personaggi famosi ma che agli haters, gli odiatori della rete, possono procurare denunce di vario genere a partire da quelle per diffamazione. Dopo aver accennato al problema del cyberbullismo, «ormai sdoganato», Bonanomi si è concentrato sulla pratica del sexiting, la condivisione di messaggi, foto o video di contenuto più o meno sessualmente esplicito, per il quale finisce nei guai davanti alla legge non solo chi condivide, ma anche chi riceve e inoltra questo materiale.

Darsi delle regole

«Le soluzioni ai problemi posti dall’uso delle tecnologie non possono mai essere solo di carattere tecnico (di parental control ce ne sono tanti, ma da soli non bastano). Le soluzioni devono essere educative:

«I ragazzi vanno affiancati – ha ribadito Gianluigi Bonanomi a conclusione del suo appassionato intervento – E anche se non siete genitori competenti dal punto di vista tecnologico, lo siete dal punto di vista morale, culturale ed educativo».

Ecco un sintetico vademecum.

1) Smettere di considerare la tecnologia come un problema e basta, ma utilizzarla per confrontarsi e parlare con i figli sui vari temi.

2) Password condivise, magari a 16 anni no, ma a 12 sì. Non per controllare ma per intervenire e aiutare.

3) Profili privati.

4) Cellulari spenti un’ora prima di andare a dormire e telefoni fuori dalle camere da letto. Smartphone, tablet e televisioni spenti quando si è a tavola.

5) Imparare le regole della rete.

6) Punizioni in caso di sgarro.

7) Regole condivise, ma valide per tutti. Anche per gli adulti. E’ una questione di coerenza.

8) No alle foto dei figli sul web.

9) Leggere le informative delle App.

10) Non fotografare. Vivi.

Approfondimenti su www.formazionegenitori.it.

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Profilo LinkedIn, perché devi aggiungere come competenza l’intelligenza emotiva

Nei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn insisto sul fatto che occorre inserire nel profilo le proprie competenze, puntando prevalentemente sulle soft skill.

Tra queste competenze dovresti puntare in modo particolare sull’intelligenza emotiva. Di che cosa si tratta? Parto dall’ideatore di questa espressione: Daniel Goleman è psicologo statunitense che si è laureato ad Harvard, specializzandosi in “psicologia clinica e sviluppo della personalità”, dove successivamente ha pure insegnato. Ha dato alle stampe due libri fondamentali: uno si chiama, appunto, “Intelligenza emotiva”; l’altro, quello che più interessa in questa sede, è “Lavorare con intelligenza emotiva“.

Goleman definisce l’intelligenza emotiva come:

la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le emozioni, tanto interiormente, quanto nelle nostre relazioni. Essa descrive abilità che, per quanto complementari, sono distinte dall’intelligenza accademica, ovvero dal quoziente intellettivo (Q.I.).
Sono diversi tipi di intelligenza – quella intellettuale ed emotiva – che esprimono l’attività di parti diverse del cervello. L’intelletto si basa esclusivamente sulle elaborazioni che hanno luogo a livello della neocorteccia, ossia degli strati superficiali del cervello, di più recente evoluzione. I centri emotivi si trovano invece in profondità, nelle regioni sottocorticali più antiche; l’intelligenza emotiva comporta il funzionamento integrato di questi centri con quelli intellettuali.

Come tradurre questa definizione in pratica? Goleman individua cinque fondamentali competenze emotive e sociali.

Consapevolezza di sé

Questa competenza consente di conoscere, in ogni momento, i propri sentimenti e le preferenze, e usare questa conoscenza per guidare i processi decisionali. Significa saper valutare realisticamente le proprie abilità e avere una ben fondata fiducia in se stessi.

Dominio di sé

Saper gestire le proprie emozioni è determinante. Perché queste, invece di interferire con un compito, lo facilitano. In pratica significa essere coscienziosi e capaci di posporre le gratificazioni per perseguire i propri obiettivi, e soprattutto sapersi riprendere bene della sofferenza emotiva.

Motivazione

Conoscere le preferenze più intime per spronarsi, per guidare se stessi al raggiungimento degli obiettivi, saper prendere l’iniziativa. Essere altamente efficienti e perseverare nonostante insuccessi e frustrazioni. In questo senso si può parlare anche di resilienza.

Empatia

È fondamentale saper percepire i sentimenti degli altri, essere in grado di adottare la loro prospettiva e coltivare fiducia con un’ampia gamma di persone fra loro diverse.

Abilità sociali

Saper gestire bene le emozioni nelle relazioni, saper leggere accuratamente le situazioni e le reti sociali. Ma soprattutto significa saper interagire fluidamente con gli altri: persuaderli e guidarli,  negoziare per ricomporre dispute, come pure per cooperare e lavorare in team.

Come puoi vedere in questo elenco del World Economic Forum (tratto da The Future of Jobs), nel 2020 l’intelligenza emotiva  sarà nella top ten delle competenze più richieste nel mondo del lavoro.

 

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Sextortion: che cos’è e come proteggere i nostri ragazzi

Che cosa si intende per sextortion?

Al pari di “sexting”, crasi delle parole “sex” e “texting” (in pratica inviare messaggi con contenuti di natura sessuale) – di cui ho parlato qui – anche “sextortion” è l’unione di due parole inglesi: “sex” e “extortion”. Si parla quindi ricatto sessuale. In pratica chi è venuto in possesso di contenuti intimi, minaccia di renderli pubblici a meno che la vittima non paghi. Una vera estorsione, un ricatto. Il fenomeno, noto negli Usa dal 2009, ha anche un portale di riferimento: www.sextortion.org.
Secondo te perché ogni settimana una ragazzina francese, ogni volta diversa, mi chiede il collegamento su Facebook? A parte il fatto che posso scommettere che la ragazzina francese, in realtà, non è una ragazza e non è nemmeno francese. In quanto italiano di mezza età sono la vittima perfetta per un eventuale ricatto.

Adolescenti vittime di sextortion

In realtà, oltre agli uomini, le vittime preferite sono sempre più gli adolescenti: il 70% delle vittime di sextortion, in gran parte ragazze. Da una parte bramano relazioni, dall’altra sono più fragili, soprattutto dal punto di vista emotivo. Le vittime sprofondano nella vergogna e faticano a chiedere aiuto agli adulti. Il problema non è solo psicologico, ma anche tecnologico. Si può correre ai ripari, proteggere i nostri figli.

La perdita di controllo dei contenuti digitali

Come spesso spiego nelle conferenze che tengo sui pericoli della Rete, i contenuti digitali hanno delle caratteristiche che non devi mai dimenticare: secondo la ricercatrice statunitense Dana Boyd sono la persistenza, la replicabilità, la scalabilità e la ricercabilità. In parole povere, vuol dire che quando pubblichi una foto, ne perdi il controllo ma soprattutto, oltre a circolare senza controllo, potrà essere trovata anche in futuro. Anche se la foto non l’hai resa pubblica tu, potrebbe farlo qualcun altro (e non necessariamente un hacker). Va spiegato ai ragazzi, a patto che tu genitore faccia da guida e sia coerente: evita il più possibile, quindi, lo sharenting.

Come difendersi dal sextortion

Kaspersky Lab dà altri consigli di natura tecnica. Primo, naviga in maniera sicura. Per esempio dovresti utilizzare password efficaci e attivare la verifica in due passaggi per proteggere social, programmi di messaggistica ed e-mail. Aggiorna sempre i software di sicurezza. Ricorda anche che le suite di sicurezza proteggono la Webcam da accessi non autorizzati. Stai all’erta e informati sulle nuove minacce. Ma soprattutto parla con i tuoi figli delle truffe e dei cybercriminali. Può essere difficile parlare di sesso e sextortion ai ragazzi, ma devono sapere. Cerca di scoprire anche come la loro scuola gestisce questioni come la sicurezza informatica: forse sono in grado di fornire materiale utile per discutere l’argomento a casa.

“Il problema non sono i nativi digitali, ma i genitori”: articolo su Merateonline

A seguito della serata su “Web e social: i pericoli della Rete” del 27 aprile 2018 a Paderno D’Adda, è uscito su Merateonline questo articolo a firma di Sergio Perego.

Paderno: ‘Prontuario per i genitori di nativi digitali’. Una serata sui pericoli della rete

“Web e social; i pericoli della rete”, ovvero come parlare di smarphone e internet, senza demonizzarli, cercando invece di spiegare come è possibile cercare di controllarne l’abuso, soprattutto tra i minori. Mettendone comunque in evidenza le grandi potenzialità. Una serata molto coinvolgente, con la quale Gianluigi Bonanomi, autore con Fiorenzo Pilla di “Prontuario per genitori di nativi digitali” (Ledizioni editore) ha tenuto incollate alle poltrone di Cascina Maria una quarantina di persone. Molte le facce incontrate per la prima volta alle proposte culturali che l’amministrazione comunale (qui Marinella Corno e Claudio Stella) organizza con cadenza settimanale.

Gianluigi Bonanomi e Claudio Stella

Giornalista hi-tech, Bonanomi ha lavorato per una dozzina d’anni nel settore dell’editoria informatica. Ha scritto saggi e manuali. Adesso si dedica alla formazione e alla consulenza aziendale. Interviene, con frequenza sempre maggiore, anche nelle scuole. Approccio diretto e coinvolgente, Bonanomi ha esordito subito con una sorta di provocazione, che in realtà tale non era. “Nell’uso dei social – ha detto – i problemi non sono dei figli, ma dei genitori. Sono mondi che fanno fatica a parlarsi. Per superare l’ostacolo, si può cerca di costruire una sorta di patto che stabilisca regole, inderogabili. Se questo avviene le conseguenze saranno inevitabili”. Un passaggio che, durante le quasi due ore di incontro, Bonanomi ha ripetuto in più occasioni. In particolare quando ha citato l’uso di smartphone tra bambini o adolescenti.

“Vorrei sfatare cinque falsi miti – ha continuato il dottor Bonanomi, stigmatizzando poi i motivi per i quali li ritiene falsi. Eccoli: 1) la rete è la fonte di tutti i mali. “E’necessario educare all’uso, la rete e lo smartphone sono uno strumento” 2) I ragazzi non comunicano. “Approccio sbagliato, lo fanno in modo diverso, per noi difficile da capire”. 3) I social sono una perdita di tempo. “Nel mondo li usano 2,2 miliardi di persone, 34 milioni di italiani. Sbagliano tutti? I social sono un bisogno. Se togliete fame e sete, tutti gli altri sono soddisfatti dai social”. 4) In rete non ci sono regole. “Non è vero, ce ne sono di più”. 5) la tecnologia ruberà lavoro. “Nei prossimi anni, quelli che adesso sono i nostri bambini troveranno lavoro grazie alla tecnologia”.
Impossibile raccontare qui due ore di affabulazione coinvolgente (di Bonanomi) e domande altrettanto interessanti dal pubblico. Si è parlato infatti anche di cyberbullismo, di capitale delle aziende social “Su internet il prodotto sei tu”, di dipendenza, del disagio di chi, praticando i social, vive chi non è connesso. Sono alcune delle 100 domande, e risposte, raccontate nel libro presentato da Bonanomi. Che a metà della serata ha detto: “Sapete quale è la parola più usata al mondo: questa” ha spiegato, passando all’immagine della faccina che piange per le troppe risate. Sull’utilità dell’incontro come quello proposto a Cascina Maria (e verrà replicato il 17 maggio all’auditorium di Merate) quelle poche parole valgono più di molti discorsi.