Motori di ricerca per minori

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Il computer di casa è usato da tutti, anche dai miei figli minorenni? Come evitare che, accidentalmente (o meno…), nei risultati di Google compaiano immagini sconvenienti? Detto che esistono delle strumentazioni hardware, come il nuovo Routerhino, è anche possibile chiedere a Google di adeguarsi all’uso dei minori. SafeSearch è uno strumento che permette di escludere le pagine Web contenenti immagini porno. In base alle impostazioni predefinite, Google non applica alcun filtro. Per attivarlo, vai nelle impostazioni delle preferenze delle ricerche, raggiungibile direttamente da www.google.com/preferences, quindi concentrati sulla prima sezione: “Filtri SafeSearch”.

In alternativa si possono usare dei motori di ricerca studiati ad hoc per minori, che filtrano i contenuti proibiti. Ce ne sono diversi, questi i migliori. KidSearch cerca in una directory di oltre 2.000 siti in tre lingue (italiano compreso). BAOL (BAmbini OnLine, www.baol.it), con evidente citazione benniana[1], si presenta come il mago del Web, è dedicato ai bambini e ragazzi dai 9 ai 16 anni e funziona come una directory di siti consigliati. Dade (www.dade.it) non è un motore, ma si definisce un “motorino” di ricerca, anche se in realtà è una sorta di portale con Web mail e altri servizi. Google stessa ha pensato ai bambini, mettendo a punto www.safesearchkids.com.

Questo brano è tratto dal mio libro “Il guru di Google”, che trovi su tutti gli store online, compreso Amazon:

[1] Stefano Benni, Baol. Una tranquilla notte di regime, Feltrinelli

Riepilogo di LinkedIn: come trovare il proprio perché

Ho già avuto modo di raccontare in un altro articolo di come sia rimasto colpito dal discorso di Simon Sinek sul partire dal perché, la motivazione per la quale si fa il proprio lavoro. Il problema è che spesso non è così facile, né immediato, trovare il proprio perché da inserire nel profilo LinkedIn (in particolare nel riepilogo), visto che tutti si focalizzano su che cosa (es: scrivo) e come (es: blog).
Serve un metodo, e vi propongo quello ideato da Sakichi Toyoda (nella foto sotto) per la Toyota Motor Corporation: i cinque perché (5 whys).

Elemento critico della formazione al problem solving, questo metodo consiste nel chiedersi cinque volte il perché di una determinata situazione o problema, un po’ come fanno i bambini, fino ad arrivare alle cause profonde (root causes) del difetto.
Ecco un esempio applicato sul caso Toyota e preso da Wikipedia:

L’auto non parte, (il problema)

Perché – La batteria è scarica (primo perché)

Perché – L’alternatore non sta funzionando (secondo perché)

Perché – La cinghia dell’alternatore si è rotta (terzo perché)

Perché – La cinghia dell’alternatore non è mai stata sostituita, sebbene l’auto avesse percorso molti chilometri (quarto perché)

Perché – Non è stata effettuata la manutenzione programmata (quinto perché, la radice del problema).

Ci si potrebbe continuare a chiedere ancora altri perché.
Questo metodo può essere applicato a se stessi, al proprio lavoro. Perché facciamo il nostro mestiere? Chiaramente la risposta non sarà “stipendio”, altrimenti avremo sbagliato qualcosa: quello è il risultato che vogliamo ottenere, non la motivazione.
Faccio un esperimento di auto-analisi con questo metodo.

Le motivazioni per le quali faccio il mio mestiere: il formatore

Perché fare il formatore è una continuazione, con altri mezzi, di quello che ho sempre fatto: scrivere

Perché mi piace divulgare e aiutare le persone a migliorarsi

Perché per divulgare bisogna prima studiare, leggere (che è anche il mio hobby)

Perché amo la cultura, i libri (per me un’ossessione)

Perché i libri mi danno sicurezza, so che posso trovare non quello che so, ma quello che ancora non so

Non so se l’esperimento sia riuscito, credo di essere arrivato abbastanza in profondità, voi che cosa ne pensate? Volete propormi il vostro esperimento di root causes analysis?

I sette vizi capitali di LinkedIn

LinkedIn è un social network, un social media, uno strumento per cercare un lavoro oppure lavoratori, e tante altre cose insieme. Qualsiasi sia l’uso che se ne fa, resta sempre un punto fermo: al centro di LinkedIn ci sono le persone. Con i loro nomi e i job title, le presentazioni e le competenze, le esperienze e gli interessi e i loro errori. Di questo, dei sette vizi capitali di LinkedIn, voglio parlare qui. Badate bene, un’avvertenza doverosa: non vogliono ergermi a giudice che censura le umane debolezze: molti di questi errori li ho commessi, e li commetto, anche io ogni giorno.

I vizi sono un elenco di inclinazioni dell’anima umana, spesso detti anche peccati capitali. Questi vizi, contrapposti alle virtù, sono chiamati “capitali” perché gravi: in effetti, nel caso di LinkedIn, inficiano l’uso che facciamo dello strumento. Eccoli tutti e sette.

  1. Superbia: radicata convinzione della propria superiorità, che si traduce in disprezzo verso gli altri e delle regole di LinkedIn. Ebbene sì, seppur non scritte, anche nella Rete vigono delle regole di buona creanza, spesso chiamate Galareteo o netiquette. Per dirne una banale: non si chiede il collegamento “a freddo” a una persona, bisogna sempre presentarsi e circostanziare la richiesta.
  2. Avarizia: non solo cupidigia, ma anche un costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e bisogno sfrenato di ottenere sempre di più. In questo caso il desiderio sfrenato potrebbe essere quello di far crescere a dismisura la propria rete di contatti, non considerando che è la qualità e non la misura del network a fare la differenza. Anzi, un network pieno di “rumore”, un nutrito gruppo di sconosciuti fuori target potrebbe anche essere un problema: che cosa accade se un collegamento noto vi chiede notizia di un altro che non conoscete? In un attimo viene squalificato l’intero vostro network.
  3. Lussuria: non solo irrefrenabile desiderio del piacere sessuale fine a sé stesso, ma anche l’eccessivo attaccamento ai beni terreni. In questo caso si parla dell’abitudine di spiare costantemente i profili altrui allo scopo di creare sempre nuove relazioni finalizzate al guadagno, senza una strategia di relazione che dovrebbe essere la base dell’uso di questo social. Ma si parla anche del desiderio di chiudere accordi e contratti senza rispettare le regole dei social: no alle trattative a freddo, sì al social selling fatto con tutti i crismi.
  4. Invidia: tristezza per il bene altrui percepito come male proprio. In tedesco esiste una parola che definisce il piacere per le sfortune altrui: schadenfreude. I social portano spesso a una sorta di disturbo narcisistico, per cui si pensa che tutto il mondo ruoti intorno a sé e al proprio profilo: siccome pensiamo che gli altri non facciano altro che guardarci e (speriamo) ammirarci, dobbiamo sempre presentarci al meglio, anche edulcorando la realtà.
  5. Gola: ingordigia, perdita totale del senso della misura. In LinkedIn si ha quando, abbagliati dall’euforia social, si eccede in varie direzioni: troppi aggiornamenti di stato o troppi messaggi in privato.
  6. Ira: eccessivo senso di giustizia, che degenera in giustizia personale, nonché in desiderio di vendicare violentemente un torto subito. Se sui social non bisognerebbe mai cedere al flame, al litigio per futili o importanti motivi, a maggior ragione non bisognerebbe farlo su un social dove si punta tutta sulla professionalità. Ci vuole sempre moderazione nei commenti: siccome un moderato non c’è, ognuno deve moderarsi da sé.
  7. Accidia: inerzia nel vivere, pigrizia, indolenza, infingardaggine, svogliatezza, abulia. C’è un libro, che circola negli Usa da anni, che si chiama “Share or die” (tradotto anche in italiano). Non bisogna essere sui social, ma essere social. Ed essere social vuol dire condividere: contenuti, contributi, idee. Come disse George Bernard Shaw: se tu hai una mela e io ho una male e ce le scambiamo, entrambi abbiamo ancora una mela a testa. Ma se io ho una idea e tu un’altra e ce le scambiamo, alla fine ne abbiamo due a testa. Questa è l’essenza di ogni social media, inteso come mezzo di comunicazione e non solo come network di persone. LinkedIn è sia un social media che un social network: in quanto mezzo di comunicazione, dobbiamo sfruttarlo per inviare e ricevere dei messaggi. Puntiamo forte sui contenuti!

Per organizzare un corso sull’uso strategico di LinkedIn nella tua azienda o scoprire quando terrò un incontro pubblico sul tema, scrivimi.

Che cosa sono i motori di ricerca semantici?

Google rappresenta lo stato dell’arte della ricerca online, non a caso ha sbaragliato la concorrenza. Ma da qui a dire che le ricerche siano perfette, ce ne corre. Anzi, possiamo chiaramente affermare che il meccanismo di ricerca è tutt’altro che “smart”, come si dice di questi tempi. Per interrogare l’oracolo Google dobbiamo usare parole chiave e codici ben precisi e i risultati non sono sempre pertinenti. Un grosso passo avanti può avvenire con i motori di ricerca semantici, vale a dire strumenti da interrogare con linguaggio naturale e che restituiscano risultati “ragionati”. Qualcuno prova ingenuamente a usare un linguaggio naturale con Google, scrivendo frasi articolate, ricche di punteggiatura e avverbi e altro, sostanzialmente perdendo tempo.

Il cosiddetto “Web semantico” (si parla di Web 3.0[1]) rappresenta il tentativo di aggiungere significato al Web, rendendo i contenuti comprensibili anche alle macchine, che devono quindi non solo contare le occorrenze, ma comprendere i significati, i contesti. Ragionare come (dovremmo fare) noi. Come? Grazie ai metadati: dati, come etichette, che descrivono altri dati. Un esempio in tal senso è Graph Search, il motore di ricerca di Facebook che permetterà un’interazione colloquiale: potremo chiedere di mostrare le “foto scattate dai miei amici a New York” per ottenere esattamente ciò che vogliamo, e che attualmente non potrebbe darci Google, perché non sa (ancora) quali sono i nostri amici.

Google, in realtà, è già più avanti di quanto pensiamo. Nel 2012 ha introdotto Knowledge Graph[2] (grafo della conoscenza), un sistema per associare parole e oggetti in modo da ottenere una ricerca più completa e coerente. In concreto, accanto ai risultati tradizionali della parte centrale della pagina di Google, sulla destra appaiono informazioni pertinenti all’oggetto della ricerca: a Leonardo Da Vinci sono associate anche le sue opere, altri artisti, il luogo di nascita e di morte e così via.

Un progetto interessante è quello di Wolfram Alpha, definito dal creatore – lo scienziato e matematico britannico Stephen Wolfram – come un “motore computazionale di conoscenza”: interpreta le parole chiave inserite dall’utente e propone direttamente una risposta, invece che offrire una lista di collegamenti ad altri siti come fa Google. L’era dell’intelligenza artificiale, di macchine che superino il mitico test di Turing[3], si sta avvicinando[4].

Questo paragrafo è tratto da “Il guru di Google”. Puoi acquistarlo su Amazon:

[1] Rudy Bandiera, Rischi e opportunità del Web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono, Dario Flaccovio Editore

[2] www.google.com/insidesearch/features/search/knowledge.html

[3] Alan M. Turing, Computing machinery and intelligence, in Mind (1950)

[4] In realtà, nell’era dell’Internet of things, esistono già esempi di macchine, intese proprio come automobili, che funzionano senza l’intervento umano. Proprio Google ha lanciato il progetto di una “self driving car”: http://googleitalia.blogspot.it/2014/05/basta-premere-avvio-il-progetto-di-un.html

Happy Onlife: il gioco di società per imparare a vivere la Rete

L’online non deve mai essere visto come alternativa all’offline, perché Internet non è cosa separata rispetto alla “vita reale”. Sono due dimensioni che si compenetrano, o meglio: si completano. Per questo vogliamo presentarvi una risorsa che parte dal Web e finisce sulla carta: si tratta di Happy Onlife, un gioco (gratuito) che può essere scaricato da un sito Web ma poi deve essere stampato per diventare un gioco da tavolo (sullo stile del “gioco dell’oca”), dopo un accurato lavoro di sforbiciamento.

Il gioco, per genitori e figli dagli otto anni in su (ma anche – perché no – insegnanti e studenti), ha anche un altro legame con il Web: illustra le potenzialità di Internet e, al tempo stesso, mette in guardia dai pericoli della Rete. Questo grazie a domande sui media digitali, dall’uso di Internet a quello di social network e giochi online; si tratta di quiz studiati per stimolare la discussione e il confronto tra adulti e ragazzi.

Happy Onlife è stato presentato in occasione del Safer Interet Day 2015 dal Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea.

Happy Onlife, come accennato, promuove le regole per una navigazione sicura e un corretto utilizzo di Internet. Ma come si usa? Quali sono le regole del gioco?

Partiamo dal cosa, poi ci occuperemo del come. Una volta collegati all’indirizzo Web http://europa.eu/!vN68qQ, concentriamoci sulla parte destra della pagina, dove dobbiamo scaricare il PDF “Happy Onlife board game – Italian version”, file del peso di 7 Mb. Dobbiamo stamparlo e dotarci di forbici per preparare il gioco: tabellone, domande, carte sfida (“Resta connesso!”, “Ferma il bullo!”, “In guardia!”, “Gioca sicuro!” e “Anti-virus!”) e tutto il resto che troviamo stampato nel documento.

Veniamo ora alle regole. Come nel gioco dell’oca tradizionale, si può partecipare da un minimo di due a un massimo di sei giocatori (o sei squadre da due o tre giocatori). Occorre dotarsi di un dado e sei pedine colorate.

Lo scopo è quello di arrivare per primo alla casella Finish rispondendo correttamente alle varie domande delle carte Sfida. Si gioca a turno: il giocatore più giovane inizia il gioco lanciando il dado e fa avanzare la pedina. Il giocatore poi passa il dado al vicino posto alla sua sinistra, che procederà nello stesso modo. Se il giocatore si ferma su una delle caselle contrassegnate da un simbolo delle carte Sfida, il giocatore posto alla sua destra legge la domanda Sfida e lo sfidante tenta di rispondere. Se sbaglia, va sulla casella STOP a fianco della casella Sfida. Ricomincerà a giocare da questa casella al prossimo turno. Una volta risposto, la carta viene riposta in fondo al mazzo corrispondente.

Tra gli imprevisti più curiosi segnaliamo la casella virus: indica che si è vittima di un attacco virus informatico; in questo caso il giocatore si salva se si era dotato di una carta antivirus, che è possibile conquistare nel corso del gioco.

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Maggiori dettagli sul gioco e sul progetto, così come moltissimi spunti per attività simili, si trovano nel documento PDF scaricabile a questo indirizzo.

LinkedIn e lo spam: intervista a Mirko Saini

Mirko Saini è uno dei maggiori esperti di LinkedIn in Italia. Tra le altre cose ha fondato Webcentrica, ideato Linkedin Cafè e il metodo LINKEDIN PLUS⁺. Gli ho fatto una breve intervista dopo aver visto un suo post sullo spam: approfondiva il tema del download dei contatti da LinkedIn e di quello che gli utenti possono farci. Molti li usano come database per l’invio di newsletter o DEM.

Che cosa c’è di male in questa pratica?

Scaricare il file contatti Linkedin ed inserirlo in qualche database per inviare comunicazioni via email, non è fare marketing, è fare spam, oltre che essere illegale in Italia.

Nemmeno se si avverte il destinatario?

Se per avvertimento si intende scrivere come incipit a tali email “Ti scrivo visto che siamo in contatto su LinkedIn” non mette a posto le cose, fa sembrare ancor più in torto. Oppure, avvertire di questa pratica, inserendo un testo sul proprio profilo o tra la policy del Gruppo LinkedIn che si amministra, non mette a posto le cose, rimane spam, rimane illegale.

Perché allora Linkedin permette di farlo?

Per due motivi. Primo, perché quel file è possibile utilizzarlo per esempio, per la profilazione dell’adv in LinkedIn (cosa ben diversa dallo spam via email); secondo, perché in altri stati è assolutamente legale e visto come normale e consueto da chi riceve quel tipo di email.

E usare quei contatti per creare un pubblico Facebook?

Si, direi che è un buon utilizzo. Ma in questo caso non vado a toccare nulla che rientri nella sfera del personale (privato).

Puoi darci delle dritte su come gestire correttamente il database di contatti creato con LinkedIn?

Altre a quelli già citati, (Facebook ads, LinkedIn ads), personalmente utilizzo e aggiorno quel file per programmare il lavoro. Ad ogni contatto associo un tag. Questo mi permette di fare analisi, ricavare  statistiche e comprendere se realmente sto attirando, con i miei contenuti, le persone in target come da programma.

Vamping: un preadolescente su due naviga di notte

Il fenomeno del vamping, vale a dire la tendenza dei ragazzi a navigare su Internet durante le ore notturne, sempre più diffusa sugli adolescenti, è ora un problema che tocca i giovanissimi, gli under 13.
Questo emerge dall’indagine su “Internet e minori in Italia” condotta da ESET. Il dato preoccupante è anche un altro: un ragazzo su due rimane connesso per diverse ore durante la notte utilizzando spesso profili social finti, eludendo completamente il controllo dei genitori e mettendo a rischio la propria sicurezza: il 35% dei preadolescenti ammette di essere caduto nella trappola del grooming, l’adescamento. Altri dati interessanti: l’utilizzo che i giovanissimi fanno di Internet è prevalentemente focalizzato sulle chat di WhatsApp (95%), i nuovi social network come Musical.ly (78%) e i giochi online come Clash Royale (65%), ben il 90% ammette di condividere sui social con sconosciuti contenuti privati ed informazioni personali.

In realtà, dicono gli esperti, il cellulare non solo non dovrebbe essere usato di notte, ma nemmeno di sera o quantomeno non a ridosso del sonno: uno studio apparso sulla rivista Plos ONE e condotto dai ricercatori della University of California a San Francisco mostra che, come riporta La Stampa, “l’uso di cellulari e computer è associato ad una cattiva qualità del riposo e ad una riduzione nelle ore di sonno, in particolare quando l’uso avviene nelle ore serali e si prolunga fino a ridosso dell’addormentamento”.

Se vuoi leggere altri articoli su pericoli della Rete e genitorialità, fai clic qui.

Formazione di successo: i due elementi chiave

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Faccio moltissima formazione in azienda e, come si suol dire, insegnare è prima di tutto imparare: anzi, come diceva Joubert, è imparare due volte. Ma mi capita raramente che una discente, per mettere in pratica quanto discusso in aula, produca un contenuto che poi studio  a mia volta e che sia fonte di ispirazione per i corsi successivi. Mi è capitato oggi, quando sono stato taggato nell’articolo Pulse (su LinkedIn) scritto da Alice Goddi, incontrata durante un corso di formazione di tre giorni che ho tenuto presso la sua azienda, Tecniche Nuove.

Alice scrive che:

Gli elementi determinanti l’efficacia e il successo di un corso di formazione sono due: contenuti e docenti.

Il contenuto: solo un contenuto a valore aggiunto arricchisce la cultura professionale dei discenti e consente di mantenere i livelli di attenzione sufficienti ad apprendere nuovi concetti anche in breve tempo. È fondamentale tenere sempre presente l’obiettivo di fornire “youtility” al proprio target.

Il docente: deve essere caratterizzato da competenza e professionalità, ma anche da significative doti di public speaking, per coinvolgere e mantenere una relazione costante, bidirezionale e riadattabile (nel senso di “adjustable”) con i discenti.

Ringrazio poi Alice per i complimenti che fa a me e al partner PrimoPiano: questo il link all’articolo originale su LinkedIn.

Per organizzare un corso anche nella tua azienda, scrivimi.

Dipendenza dalla tecnologia: che cosa sono “FOMO” e “Nomofobia”?

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Esistono due sindromi connesse all’uso eccessivo della tecnologia e alla dipendenza da smartphone. La prima si chiama “No.Mo.Fobia”: sta per “no mobile fobia” (la paura di rimanere senza connessione alla Rete da mobile) e la seconda è nota come FOMO (acronimo che sta per “fear of missing out”, la paura di perdersi qualcosa).

La No.Mo.Fobia è quindi traducibile come “timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare”: colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni, con bassa autostima e problemi relazionali. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare attacchi di panico con vertigini, tremore, mancanza di respiro e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile o di cellulare fuori uso. La No.Mo.Fobia è connessa all’uso eccessivo dei social network. Ezio Benelli, presidente del congresso e dell’International foundation Erich Fromm, spiega:

“L’abuso dei social network può portare all’isolamento –  – l’utilizzo smodato e improprio del cellulare può provocare non solo divari enormi tra persone, ma anche a chiudersi in se stesse e a alimentare la paura del rifiuto” (fonte).

Uno studio dell’ente di ricerca britannico Yougov mostra che oltre la metà degli utenti di telefonia mobile (53%) tende a manifestare stati d’ansia quando rimane a corto di batteria, di credito o senza copertura di Rete. In generale l’abuso dello smartphone è un fenomeno diffusissimo: uno studio curato dal centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers’s rivela che, in media, si controlla il proprio telefono almeno 150 volte al giorno (fonte).

Collegata alla nomofobia c’è anche la FOMO. Tra parentesi l’acronimo è entrato nell’Oxford Dictionary nel 2013. Secondo Annamaria Testa:

“fa perdere il senso di sé. Ed è strettamente connesso con un accesso compulsivo ai social media: si va su Facebook appena svegli. Durante i pasti. E un’ultima volta appena prima di addormentarsi. L’unico modo per alleviare lo sconforto generato dal confronto sociale è presentare una versione della propria vita accuratamente editata. Ma c’è un risultato secondario: qualcun altro starà male sentendosi inferiore” (fonte).

Che cosa sappiamo della FOMO? Andrew Przybylski dell’università di Oxford – il primo a dare una definizione puntuale del fenomeno – evidenzia che i livelli di FOMO sono più alti nelle persone giovani e in particolare negli individui di sesso maschile. Bassi livelli di considerazione della propria vita coincidono con alti livelli di FOMO. La FOMO è sempre esistita, ma ora è aggravata da un rapporto ambiguo con i social media, che possono portare a vere crisi di astinenza.

Questa sindrome, che deriva quindi da bassa autostima, va combattuta ricreando un rapporto sano ed equilibrato con la tecnologia mobile, e con sé stessi. Circa la metà degli adolescenti ha la sensazione che i loro pari abbiano esperienze più gratificanti. Evidentemente non è così.

Per scoprine di più su questi temi, visita la pagina “Genitori tech“.

A che età si può avere Instagram?

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Durante i miei corsi di uso consapevole della Rete e dei social che faccio per genitori e figli, nelle scuole e nelle biblioteche, a un certo punto mostro una slide con il faccione di Gerry Scotti. Lo chiamo il “momento quizzone”.

Sembra proprio una scena di “Chi vuole essere milionario”, con la fatidica domanda che tutti i genitori – chi più, chi meno – si stanno facendo: a che età si possono usare i social network e i sistemi di messaggistica?
Le risposte possibili sono quattro:

A – 18 anni

B – 12 anni

C – 13 anni

D – nessuna età

Chiedo di alzare la mano, moltissimi indicano che occorre essere maggiorenne, qualcuno azzarda 12 o 13 senza convinzione, pochi (di solito i ragazzi) auspicano che non ci sia alcuna età minima. La risposta giusta è 13 anni (vedi Facebook), anche se a livello di UE si vorrebbe portare l’età minima a 16 anni. Si tratta di una regola contrattuale proposta da multinazionali americane, non di età legale (il dodicenne che si iscrive ugualmente viola un contratto). Questo vale per tutti i social (su Facebook c’è la possibilità di segnalare chi sgarra), Instagram compreso (qui l’Informativa, vedi foto sotto), per Gmail e tutto il mondo Google (ecco i requisiti in tutto il mondo) e anche per WhatsApp: fino a qualche mese fa l’età minima era 16 anni, perché legata al possesso di una SIM, ora che il sistema di messaggistica fa parte della galassia Facebook l’età minima è stata adeguata a 13 anni (vedi mio articolo “WhatsApp: è cambiata l’età minima per usarlo).

Ma torniamo a Instagram. Dopo quattro anni di tour nelle scuole di mezza Italia posso dire che la stragrande maggioranza degli undicenni e dodicenni ha lo smartphone e moltissimi sono su Instagram: la maggior parte dei ragazzi riceve il telefonino dai dieci anni (vedi statistiche) ma sempre più è il regalo della prima comunione (8 anni). Tra i ragazzi tra i 10 e i 15 anni l’uso di Instagram è passato dal 5% del 2014 al 55% del 2015, fino al 61% del 2016 (fonte: indagine nei Comuni della Brianza).
Instagram, molto amato da Millennials e generazione X/Z perché molto “visuale”, con poco testo e sempre più pieno di video, oggi vanta 14 milioni di italiani attivi: erano 11 milioni a fine 2016. Secondo le stime di Vincenzo Cosenza, è plausibile ipotizzare un utilizzo giornaliero di almeno 8 milioni di italiani. Come vedi dal grafico qui sotto, il 10% degli utenti è minorenne, ma è plausibile pensare che in quel milione e mezzo di ragazzi ci siano anche gli under 13 che falsificano l’età al momento dell’iscrizione.

Se vuoi organizzare un incontro con i genitori o un workshop per ragazzi sull’uso consapevole dei social, o meglio un incontro congiunto di Navigazione familiare, scrivimi.