GDPR, 10 cose da sapere sul nuovo regolamento europeo sulla privacy

L’adozione del nuovo regolamento europeo che sostituirà, fra pochi mesi, le precedenti leggi sulla privacy porterà un incremento dei compiti relativi al trattamento dei dati da parte delle aziende. Ecco le 10 cose da tenere presenti.

  1. Che cosa vuol dire GDPR?

Dietro la sigla GDPR si celano le parole General Data Protection Regulation, ovvero Regolamento Generale per la Protezione dei Dati. Ma il vero obiettivo della normativa non è la protezione dei dati in sé, quanto la protezione dei diritti dei proprietari dei dati. E per proprietario non si intende l’azienda che ha raccolto e memorizzato i dati stessi, ma la persona fisica cui quei dati si riferiscono.

  1. Quando entrerà in vigore la GDPR?

25 maggio 2018: questa data apparentemente innocua pare essere diventata lo spauracchio degli IT manager di tutta Europa. La ragione è semplice: essa segnerà la definitiva entrata in vigore del nuovo regolamento continentale per il trattamento dei dati, la famosa GDPR o in termini tecnici il Regolamento UE 2016/679.

  1. Che cosa fa la GDPR?

La GDPR, in pratica, mette in atto tutta una serie di norme concernenti il modo in cui un’azienda (pubblica o privata) raccoglie dati sui cittadini (clienti, pazienti, o altro), il modo in cui li deve conservare per far sì che le informazioni non vengano divulgate oltre il necessario o senza permesso, le modalità con cui i proprietari dei dati possono accedere alle informazioni che li riguardano per verificarle, modificarle o richiederne la cancellazione, e le regole da seguire nel caso si rilevi un’intrusione o un danneggiamento dei dati registrati.

  1. Sono previste sanzioni?

Il nuovo regolamento fissa sanzioni pesantissime per chi, in un modo o nell’altro, non rispetta la normativa. Rispetto alle norme precedentemente in vigore, tipo la direttiva 95/46 (legge sulla privacy), si deve registrare per prima cosa una maggiore organicità delle regole, e secondariamente questo cambio di prospettiva per cui la GDPR mette effettivamente al primo posto l’interesse delle persone cui i dati si riferiscono. Tanto che, per esempio, le mille scappatoie presenti nella legge sulla privacy riguardo al consenso al trattamento sono state praticamente tutte chiuse. Chi per esempio provasse a contattare (anche via email) una persona che non ha dato il permesso esplicito di essere raggiunta, rischia multe salatissime.

  1. Come saranno trattati i dati sensibili?

Se con la nuova normativa tutti i dati personali sono considerati sensibili, i dati sanitari lo sono in modo speciale, tanto che sono previste ulteriori restrizioni per il loro utilizzo, legate all’estrema confidenzialità. I dati sanitari, per fare un esempio “scottante”, si potranno usare solo per finalità connesse alla salute (cura), per la supervisione del sistema sanitario nazionale (governo) e per la ricerca purché di pubblico interesse. Inoltre, i singoli governi possono introdurre ulteriori limitazioni o condizioni particolari per il trattamento.

  1. Ci sono anche i vantaggi?

Detta così, l’introduzione della GDPR sembra essere solo una grande fonte di grattacapi per ogni azienda, pubblica o privata, che raccolga, memorizzi e utilizzi dati relativi a persone. In realtà, si tratta anche di una grande opportunità da cogliere. La natura stessa del regolamento, infatti, incoraggia una riprogettazione completa delle basi dati aziendali, che vanno ripensate in modo da assicurare la privacy “by design” e “by default”, ovvero direttamente in fase di progetto e non facoltativa. E questo permetterebbe, per esempio, di riorganizzare in modo coerente i tanti database che spesso in azienda sono cresciuti in modo disordinato e indipendente uno dall’altro, con il risultato di rendere difficile il confronto fra i dati e l’utilizzo combinato dei database stessi, riducendo nettamente l’efficacia di questi strumenti. Inoltre, potrebbe essere l’occasione buona per “pulire” database che sono in produzione da tempo e che, molto probabilmente, conterranno una elevata percentuale di dati obsoleti, incompleti, mal codificati o semplicemente sbagliati.
Una progettazione di questo tipo avrà dei vantaggi anche in termini di sicurezza.

  1. Le sfide a breve: le priorità per le aziende

In attesa che si concretizzino i vantaggi promessi dalla GDPR, le aziende sono alle prese con i compiti fondamentali per arrivare all’implementazione corretta del regolamento a fine maggio. Il garante della privacy, in particolare, ha individuato già diversi mesi fa tre priorità per le pubbliche amministrazioni: selezionare una persona per il ruolo di Responsabile della protezione dei dati personali (DPO, Data Protection Officer), implementare le procedure interne per istituire i registri dei trattamenti, e definire le procedure relative alla rilevazione, registrazione e comunicazione agli interessati di eventuali violazioni dei dati.

  1. Chi è il Data Protection Officer?

Fra le altre cose, come visto nel punto precedente, la GDPR definisce anche una serie di figure precise che si occupano della gestione dei dati in azienda. E se nella maggior parte dei casi si tratta di dare un nome nuovo a figure preesistenti, come “data controller” e “data processor”, la direttiva introduce anche una new entry nell’organico. Si tratta della figura del Data Protection Officer, probabilmente una delle novità più rilevanti della GDPR. Di fatto, è una persona che può essere sia interna che esterna all’azienda – un consulente per esempio- e il cui compito è quello di vigilare perché siano poste in essere correttamente tutte le procedure tecniche e amministrative che garantiscono il corretto trattamento dei dati secondo la direttiva europea.

  1. Quali sono gli incarichi principali del DPO?

Il Data Protection Officer è, come visto, una figura operativa e di controllo, che avrà quattro incarichi principali. Dovrà informare il personale che si occupa dei dati sulle disposizioni della GDPR, controllare che le normative stesse vengano attuate correttamente, fare da ponte fra i responsabili del trattamento dati e il Garante della Privacy, e assicurarsi che le norme siano rispettate in modo da scongiurare il pericolo di sanzioni. Il fatto che il ruolo sia a cavallo fra l’amministrativo e l’operativo, e soprattutto che richieda solide competenze sia in tema di legge (deve conoscere a fondo la direttiva e i suoi corollari, le leggi sulla privacy eccetera), sia in tema di gestione operativa dati e cybersecurity, fa sì che ci siano pochi professionisti in grado di ricoprire il ruolo. Anche se vari organismi in Europa si sono mossi tempestivamente per organizzare la formazione e la certificazione di figure adatte al compito di DPO, non è difficile prevedere un periodo iniziale di scarsa disponibilità di personale adeguato, cosa che costringerà molte aziende a ricorrere a consulenti esterni o, nel caso di pubbliche amministrazioni, a consorziarsi per condividere un DPO fra varie organizzazioni.

L’importante, comunque, è evitare che la nuova figura venga di fatto svuotata come è successo all’attuale “responsabile del trattamento dati”, indicato come referente dalla legge sulla privacy, che spesso è ridotto a essere poco più che una semplice firma su un foglio.

10. Per approfondire ulteriormente

Il posto migliore dove reperire informazioni sulla GDPR è certamente il sito del Garante della privacy. Trovate tutte le informazioni sul nuovo regolamento sul sito www.garanteprivacy.it/regolamentoue.

Bar cardioprotetto: la mia presentazione del progetto di Four S.r.l.

Lo scorso 5 febbraio 2018 la mia società di formazione Four S.r.l., in collaborazione con “Ristopiù” Lombardia, ha inaugurato a Varedo, in via Monte tre croci, il progetto Bar Cardioprotetto. Un’iniziativa ambiziosa, che ho raccontato così (citazione dall’articolo di Mbnews dedicato all’evento):

“Un’anteprima del progetto  che nasce dalla volontà di garantire la sicurezza nei luoghi pubblici”.

I dati parlano chiaro e sono preoccupanti.

“Se cerchiamo su Google le parole infarto e bar troveremo 580 mila risultati”.

Dati alla mano, insomma, che il Ceo di Four S.r.l. Mirko Damasco ha confermato:

“Ogni anno muoiono di arresto cardiaco 75 mila persone. 200 al giorno. Una, ogni 7 minuti e l’84% dei decessi, viene constatato sul territorio. Numeri importanti. Numeri che riempirebbero uno stadio intero”.

 

Questi alcuni passaggi dell’intervista a Damasco:

Dati. Ancora numeri: tra quelle 73 mila persone che muoiono per arresto cardiaco, 14 mila subiscono un decesso proprio nei luoghi pubblici. “L’arresto cardiaco e il soffocamento – spiega Damasco – sono le uniche due emergenze per le quali non ci è dato aspettare un’ambulanza. E i decessi, soprattutto in Italia, avvengono proprio per l’impreparazione delle persone”. Del resto, non sapere come agire, in caso di emergenza, diventa davvero una questione di vita o di morte.

La presenza di un defibrillatore all’interno dei locali, è quindi essenziale, in modo preventivo, per salvare delle vite. Non solo agli avventori degli stessi, ma anche a tutti quei cittadini che si trovano nei pressi . “La presenza di un defibrillatore, unitamente alla preparazione tecnica, può portare ad un incremento della sopravvivenza pari al + 75%” – continua Damasco.

Se di vantaggi si parla. Si intendano anche quelli economici. Chi si dota di un defibrillatore, infatti,  può ottenere uno sconto INAIL fino al 28%. Ma la presenza di strumenti tecnici, tuttavia, non è assolutamente necessaria se, spiega Damasco, “alla base non c’è una preparazione teorica”. Oltre all’impreparazione, però, c’è un altro motivo per il quale spesso si tarda a prestare soccorso. Attoniti si guarda. Non si agisce. La paura, che diventa quindi un deterrente. A testimoniarlo è Mirko Damasco. “L’aspetto legale è una delle componenti più importanti su cui va fatta informazione. La paura di conseguenze legali – spiega il relatore – diventa il motivo per il quale si guarda, ma non si interviene”. A fugare ogni paura, fortunatamente, interviene la legge. Nello specifico il codice penale cui all’articolo 54, per lo stato di necessità dichiara: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Questo, infine, il video della mia presentazione:

Indagine Kaspersky Lab: il 70% dei genitori condivide foto e video dei figli online

Una recente indagine di Kaspersky Lab ha indagato quante informazioni personali siano diventate di dominio pubblico: la ricerca ha rivelato che la maggior parte delle persone intervistate (93%) condivide le proprie informazioni online e di queste il 70% condivide foto e video dei propri figli.
In modo preoccupante, quasi la metà (44%) degli utenti non prende in considerazione il fatto che le informazioni personali condivise su Internet, una volta diventate di dominio pubblico, possono sfuggire al controllo dei loro proprietari. Una persona su cinque ammette di condividere dati sensibili con persone che non conosce bene e con estranei, limitando così la possibilità di controllare il loro uso futuro.
Inoltre, sempre secondo una ricerca di Kaspersky Lab, i social media, nati come modo per rimanere in contatto con gli amici e condividere ricordi piacevoli, diventano spesso fonte di frustrazione. La caccia ai “like” gioca un ruolo centrale in questo processo, poiché la maggior parte delle persone si sente abbattuta o arrabbiata quando non riceve tutti i “mi piace” che si aspettava per un post e il 42% afferma di essere geloso quando i propri amici ne ricevono di più. Inoltre, l’indagine evidenzia che le persone provano invidia quando vedono, sui social, che la vita degli amici appare migliore della propria.
In un sondaggio su un campione di 16.750 utenti in tutto il mondo, Kaspersky Lab ha rilevato la frustrazione nei confronti dei social media. Le persone, spesso, dopo aver passato del tempo sulle diverse piattaforme, provano sentimenti negativi, che superano gli effetti positivi che i social dovrebbero generare.
Ad esempio, il 59% si è sentito triste dopo aver visto i post di amici a una festa a cui non era stato invitato e il 45% ha rivelato che le foto delle vacanze degli amici hanno avuto conseguenze negative sul proprio umore. Inoltre, il 37% ha anche ammesso che riguardare vecchi post e ricordare momenti felici li ha lasciati con la sensazione che il passato fosse meglio del presente.
L’unico motivo per cui gli utenti non decidono di abbandonare i social media è la paura di perdere i contatti coi propri amici e i propri ricordi online, come le foto e, se il primo problema potrebbe essere più difficile da risolvere, Kaspersky Lab sta lavorando a una soluzione per aiutare gli utenti a salvare i propri ricordi digitali.

LinkedIn, come scegliere la foto profilo: intervista a Enrico e Piera dello studio Giudicianni&Biffi

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La foto del mio profilo LinkedIn, quella dove sorrido, quella qui sopra, non è un selfie. Me l’ha scattata una professionista, Piera Biffi, dello studio Giudicianni&Biffi di Mezzago, dalle mie parti. Per avere un contributo professionale sulla questione foto profilo di LinkedIn, ho chiesto a Piera ed Enrico dello studio di rispondere ad alcune domande.

Piera ed Enrico, l’immagine del profilo di LinkedIn è sostanzialmente una foto business: quali sono i consigli per fare una foto efficace?

Non tutte le foto business sono uguali e conoscerne l’utilizzo finale è basilare. Il fotografo deve capire qual è soprattutto la mansione svolta, nonché quale immagine si vuole dare di sé o dell’azienda: strettamente professional o più informale? Tassativamente seriosa o più creativa e giocosa?

L’immagine del profilo deve saper rendere immediatamente riconoscibile il ruolo del soggetto e allo stesso tempo trasmettere il tratto distintivo e l’unicità della sua personalità. Di qui la ricerca della miglior “posa”, la location più indicata, la luce più calzante per poter ottenere un risultato che sia in linea con le aspettative e le richieste.

Importante quindi è che sia ben deducibile che la foto sia stata eseguita da un professionista, questo anche a dimostrazione della cura e serietà del soggetto nei confronti delle proprie scelte e nei confronti delle persone alle quali si propone.

Che differenza c’è tra immagine social e ritratto business?

L’immagine del profilo social, a differenza del classico business portrait, richiede inquadrature più limitate, visto il piccolo spazio utile: da preferire quindi sono i primi piani e uno sfondo che non distolga l’attenzione dal soggetto.

Ma si può eventualmente lavorare in post-produzione?

La post produzione (i ritocchi, per intenderci) è necessaria per correggere piccole imperfezioni temporanee, ammorbidire rughe e dare un aspetto più salubre e tonico ma senza esagerazioni. 

Qual è il segreto per fare una buona foto da profilo?

Come per tutte le foto di ritratto, uno fra gli aspetti principali per una buona riuscita è sicuramente l’empatia fra fotografo e soggetto fotografato. Solo in questo modo si riescono a produrre ritratti “emozionali”, in cui il soggetto si riconosca. Importante è riuscire a instaurare un rapporto amichevole che riesca a mettere il committente davvero a proprio agio, stare di fronte ad un obiettivo fotografico è condizione di profondo disagio per molti.

Occorre quindi che il fotografo sia pronto, veloce ed efficace negli scatti che devono essere eseguiti senza tempi morti o pause forzate (qui la preparazione anche tecnica di un professionista fa la differenza) e dove il fotografo riesca sempre a dialogare e interagire rassicurando il soggetto.

Avete dei consigli riguardo l’abbigliamento?

L’abbigliamento deve essere consono al proprio ruolo professionale e alla propria personalità, in ogni caso sempre curato e attento ai dettagli (trucco e parrucco).

Qualche indicazione pratica?

Per ruoli impiegatizi/manageriali giacca e cravatta per l’uomo e tailleur e camicia per la donna sono un obbligo, mentre per ruoli artistici o creativi il casual e informale è consigliato.

Tornando a LinkedIn, consigliate la foto “brandizzata”, dove si veda il logo dell’azienda?

La foto profilo di LinkedIn è talmente piccola che inserire il brand la penalizzerebbe dal punto di vista del riconoscimento del soggetto. Ma se il logo viene inserito con discrezione, il vantaggio è di avere una foto che condivisa porta visibilità all’azienda.

Eccone un esempio, il ritratto business di un amministratore delegato:

Ci potete mostrare altri esempi di foto particolarmente riuscite?

Eccole, ve ne mostriamo tre intere; come nel caso precedente è evidenziato il tondo che mostrerà LinkedIn.

Una segretaria di direzione:

Un filosofo:

E un manager:

 

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Social recruiter: 10 cose che devi sapere se vuoi fare questo mestiere

Quando ho intervistato il social recruiter Osvaldo Danzi (leggi qui), tra una risposta e l’altra ha citato il libro “Social recruiter” di Martini e Zanella, edito da FrancoAngeli. Allora l’ho letto.

Un buon testo, completo, che fa il punto della situazione su una nuova professione – quella del selezionatore votato al Web e ai social – in forte ascesa. Ho capito che se vuoi fare questo nuovo mestiere, devi sapere le seguenti dieci cose.

  1. Se tutto il mondo va sui social, anche il recruiter non può fare altrimenti. Una delle autrici lavora per Adecco e giustamente cita uno dei maggiori studi su Internet e ricerca del lavoro: vale a dire Work Trends Study. Tra le altre cose si scopre che i lavoratori usano i social anche per tenersi in contatto con i recruiter.
  2. Nell’era di TripAdvidsor, dove ci fidiamo più delle recensioni di altri utenti come noi e non della comunicazione istituzionale, anche le aziende sono state travolte dalla cosiddetta “peer review”. È il caso, per esempio, di Glassdoor. Ma guarda anche l’italiano Sopo. Per questo i responsabili del personale devono puntare sulla employee advocacy: devono coinvolgere i dipendenti in attività che possano farli sentire parte di una community, addirittura di una famiglia.
  3. I social non vengono utilizzati solo per pubblicare offerte, come fossero job board. Servono soprattutto per controllare le informazioni sui candidati, confrontandole con quelle riportate sul CV, nonché per attirarli e infine per contattarli direttamente. I social permettono anche di scoprire il lato umano dei candidati, le competenze trasversali (come quelle comunicative), la loro rete, i loro veri interessi.
  4. I social non servono solo per intercettare i candidati attivi, ma soprattutto per scovare quelli passivi: quelli che non stanno cercando un lavoro.
  5. Non solo LinkedIn, moltissimi recruiter usano anche gli altri social. Facebook prima di tutti, ma anche Twitter, Instagram e Pinterest, oppure YouTube. Microsoft, per esempio, usa l’account Instagram Microsoftlife per fare employer branding.
  6. Per employer branding si intende “la reputazione di un’organizzazione nel suo ruolo di potenziale datore di lavoro”.
  7. Pure i sistemi di messaggistica fanno la loro parte. Cisco, in questo post sul blog ufficiale, spiega come usa Snapchat per raccontare l’azienda e attrarre candidati (soprattutto giovani). WhatsApp può essere un modo efficace per tenere contatti informali con i candidati.
  8. I recruiter devono usare la Rete, e i social in particolare, anche per fare personal branding. Posizionarsi, condividere contenuti di qualità, attirare “personalmente” i candidati.
  9. I recruiter devono lavorare anche moltissimo sul networking. Non quello dei candidati, il proprio.
  10. Se il social recruiter è colui che riceve, legge e cataloga curriculum e domande inviate a seguito di posizioni lavorative aperte, esistono altre figure della filiera della ricerca dei lavoratori. Per esempio c’è il sourcer, che svolge la ricerca “creativa” di candidati qualificati per posizioni aperte o programmate, spesso andando a caccia di candidati passivi. Poi c’è l’HR manager, funzione che si occupa per prima cosa di diffondere la cultura aziendale, le competenze e i modelli organizzativi. Infine esiste anche il consulente per la ricollocazione, un professionista ingaggiato dalle aziende quando, per ragioni organizzative, si devono ridurre gli organici.

Se vuoi leggere altre recensioni di testi a tema tecnologico, fai clic qui.

YouTube: qual è l’età minima per usarlo?

Nei corsi sull’uso consapevole della tecnologia in famiglia che tengo da cinque anni (vedi per esempio il corso sulla Navigazione familiare), vi sono alcune domande ricorrenti. Tra queste, qual è l’età minima per usare i vari WhatsApp, Instagram e anche YouTube? Se alle prime due domande ho risposto con altrettanti articoli (vedi quello su WhatsApp qui e su Instagram qui), tocca rispondere anche alla questione sulla soglia di ingresso per entrare nel mondo dei video online, degli youtuber, delle playlist e così via.

Com’è noto, YouTube è parte della grande galassia Google (in realtà ora l’azienda si chiama Alphabet). Quindi deve rispettare le regole della grande G:

“Per accedere a YouTube, devi disporre di un account Google che soddisfi i requisiti minimi di età.  Se un video viene segnalato e riscontriamo che l’autore del caricamento ha dichiarato un’età non esatta durante il processo di creazione dell’account, provvederemo alla chiusura del suo account”.

Ma quali sono questi requisiti minimi di età stabiliti per tutti i servizi Google (e quindi anche per Gmail, Google Documenti, Keep e così via)?

Sebbene l’età minima di uso degli strumenti Google, e quindi di YouTube, non sia uguale per tutte le nazioni – per esempio in Spagna è di 14 anni e nei Paesi Bassi addirittura 16 – nel nostro Paese, così come nella maggior parte del mondo occidentale, l’età minima è di 13 anni (vedi qui). La stessa di Facebook, Instagram e, da qualche tempo, anche di WhatsApp.

Vi possono anche essere indicazioni differenti a seconda del contenuto, però. Su YouTube, quando a un video sono stati applicati limiti di età (per esempio perché contiene un linguaggio volgare, scene violente o di nudi), è visualizzata una schermata di avviso e soltanto gli utenti maggiorenni possono guardare il contenuto.

Va detto che Il nuovo Regolamento europeo sulla privacy (denominato GDPR) prescrive l’obbligo di “non consentire l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione (quindi iscrizione ai social network e ai servizi di messagistica) a soggetti minori di 16 anni”, a meno che non sia raccolto il consenso dei genitori. Questo aspetto può però essere regolato diversamente dai singoli Garanti nazionali (ma il limite invalicabile è comunque quello dei 13 anni). Al momento il Garante italiano non si è ancora espresso formalmente.

Se vuoi leggere altri articoli sul tema “genitorialità e tecnologia”, fai clic qui.

Content marketing: 12 idee per il tuo piano editoriale

Il lavoro giornalistico mi ha insegnato che occorre lavorare sui contenuti a partire da un piano editoriale. E la prima cosa da fare è individuare le rubriche ricorrenti dei contenuti online. Ecco una dozzina di esempi di rubriche.

  1. Pillole di storia dell’azienda (meglio se con uno spirito di responsabilità sociale: soprattutto i Millennials, si dice, votano con il portafogli);
  2. Chi siamo (le persone vogliono vedere i volti di chi lavora nell’azienda, magari collegati a micro-storie che li riguardano);
  3. Dietro le quinte (per esempio l’allestimento di una fiera o le fasi di progettazione e lancio di un nuovo prodotto);
  4. Dicono di noi (una sorta di rassegna stampa);
  5. News di settore (content curation: ti suggerisco di impostare degli avvisi con Google Alert oppure usare degli aggregatori di contenuti quali lo stiloso Flipboard o l’efficace Feedly);
  6. Eventi (ricordati di lavorare sulle tre fasi: “pre” per far salire l’interesse, “durante” per coinvolgere e “post” per capitalizzare i contatti);
  7. Ricorrenze (per esempio un commercialista potrebbe lavorare sulle scadenze fiscali, così come un’azienda che produce dolciumi punterà sulle diverse festività per mamme, papà, innamorati, Natale, ecc. – attenzione alle giornate mondali)
  8. Interviste, meglio se videointerviste, ai manager dell’azienda o ai tecnici (ma su questo ti consiglio di leggere lo spunto successivo su argomenti, forme e formati);
  9. Citazioni (piacciono sempre, soprattutto se ispirano: costruiscile con un programma come Canva);
  10. Guide sull’uso dei prodotti o sui tuoi servizi (le persone amano gli how-to, come le ricette in cucina): devi risolvere i problemi, non parlare in modo autoreferenziale di te, dell’azienda e dei prodotti;
  11. Infografiche (perché scrivere 10.000 battute o pubblicare tabelle illeggibili se puoi invece raccontare qualcosa di complicato con una rappresentazione grafica? Usa Infogr.am per creare infografiche direttamente online, oppure Powtoon per creare video-infografiche);
  12. Testimonianze (nell’era di TripAdvisor, abbiamo visto altrove, le persone danno più peso a quello che dicono i pari, gli altri acquirenti, rispetto a quello che dice la pubblicità);

Molte delle rubriche viste possono essere adattate anche al piano di un singolo professionista: non avrà la rubrica dei volti ma certamente quelle degli how-to, delle testimonianze, della rassegna stampa e così via. Alcuni contenuti, i migliori o quelli che hanno ottenuto maggior riscontro, possono poi essere proposti con post riepilogativi (Vi siete persi i migliori contenuti del mese? Rieccoveli). Il piano editoriale, infine, dovrebbe trasformarsi in un calendario editoriale (basta un banale Excel o Google Calendar).

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Content curation: che cos’è e come funziona il modello hub & spoke

Nell’era del sovraccarico informativo, detto anche overload o infobesità, nessuno ha il tempo di leggere tutti gli articoli che appaiono online. Per questo ci si affida alla cosiddetta content curation.

La metafora, di derivazione museale, è chiara: in una mostra spesso è più importante il curatore rispetto all’artista. Quantomeno ha più potere. In ambito musicale un esempio è quello del DJ. In ambito editoriale, invece, nel libro “Curation nation”, che consiglio, si parla abbondantemente del Reader’s Digest. La rivista fu fondata nel 1922 dai coniugi Wallace: ebbero l’idea di raccogliere i migliori articoli su vari argomenti pubblicati da riviste statunitensi, riassumendoli e, a volte, riscrivendoli, per creare una rivista destinata alle famiglie.

Il content curator, nel mondo dei social, si occupa di fare da filtro tra tutti i contenuti pubblicati su un argomento per i propri follower. Faccio un esempio: ti occupi di web design ma esce una nuova legge sui cookie; mentre non avresti alcun problema a scrivere dei tuoi temi, forse è meglio che peschi un contributo legale da una testata online specializzata in diritto del Web. Certo: l’apoteosi sarebbe intervistare un legale, ma la content curation serve proprio perché non sempre si hanno tempo e competenze per produrre contributi originali.

Chiaramente vi deve essere del valore aggiunto: non trasformare il profilo LinkedIn in una discarica di link. Ogni contributo dovrebbe essere accompagnato da una frase, un commento, che dimostri perché è stato scelto quel “contributo esterno” e perché dovrebbe interessare a chi ti segue (non a te, a loro!).

Personalmente preferisco una content curator col trucco. Sono un seguace del modello di content marketing denominato “hub & spoke”: mozzo e raggiera. Anche qui la metafora, di derivazione ciclistica, è semplice: in una ruota puoi togliere qualche raggio, e funziona lo stesso; non puoi invece togliere il mozzo, il perno centrale.

Nel Web funziona così. Il mozzo è il sito Web con il suo blog, perché è sul sito che si devono compiere le azioni dei visitatori: comprare, iscriversi a una newsletter, scriverti e così via. I raggi, invece, sono i vari canali che permettono di irradiare i contenuti pescati dalla repositoty del sito, o meglio del blog: Facebook, YouTube, Twitter, Instagram per i social; ma anche newsletter, campagne AdWords o strumenti meno tecnologici per il Web. Questi raggi devono catturare l’attenzione dei visitatori sul contenuto, per poi rimandarli al sito.

Se al centro c’è sempre il sito, va da sé che il sito deve essere il tuo. Se fai content curation inserendo sui social un link esterno, stai facendo traffico a un sito altrui. Ecco il trucco: scrivi un breve articolo sul tuo sito, dove ovviamente non copi ma rielabori il testo, e soprattutto linki il pezzo originale. In questo modo il traffico finisce sul tuo sito.

Se vuoi organizzare un corso sul content marketing, scrivimi.

Puoi acquistare il libro Curation Nation su Amazon:

Presuasione: 10 cose che imparerai leggendo l’ultimo libro di Cialdini

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“Ogni battaglia è vinta prima di essere combattuta”: questa citazione di Sun Tzu tiene a battesimo il nuovissimo libro (Presuasione) di Robert Cialdini, autore di quel “Le armi della persuasione” che cito in ogni mio corso, anche quando non c’entra nulla, e che fa parte del mio Pantheon personale (l’ho anche inserito nell’elenco dei libri che mi hanno cambiato la vita).
Il testo, edito da Giunti, racconta, in pratica, come si manovra l’influenza. Quali sono le azioni preliminari da fare per indirizzare la comunicazione, per fare in modo che l’interlocutore sia ben predisposto. Cito 10 cose che ho imparato da questa intrigante lettura.

1

Il contesto influenza le nostre scelte. Se in un negozio di vini ascoltiamo una canzone francese, siamo inconsciamente portati a comprare una bottiglia di nettare d’Oltralpe. Persino i numeri possono influenzarci: ci aspettiamo un risultato migliore da un atleta che indossa un numero più alto. Anche una foto, per esempio quella di un maratoneta che taglia il traguardo, può favorire il rendimento sul lavoro. L’intero contesto in cui ci muoviamo ci condiziona: se lavoriamo in una sala riunioni detta “acquario”, e vediamo le persone destinatarie del progetto, faremo un lavoro più in target.

2

La partita si gioca sull’attenzione. Seguiamo un consiglio non se è quello che riteniamo più giusto, ma se arriva al momento giusto, quando occupava la posizione più favorevole ai fini dell’attenzione.

Tra l’altro l’attenzione può essere focalizzata: i chiromanti hanno successo perché, grazie alla strategia della verifica positiva, si tende a cercare solo episodi e ricordi che confermino quanto detto (sei una persona flessibile, sei una persona inflessibile), escludendo tutto il resto. Nei sondaggi, se ci chiedono se siamo soddisfatti o insoddisfatti, i risultati cambiano perché siamo condizionati dalla domanda. Per questo gli adepti di una setta di chiedono se sei infelice.

Per assicurarsi vantaggi dell’attenzione canalizzata, il fattore chiave è mantenere fisso il centro focale: basta coinvolgere le persone nella valutazione di una particolare organizzazione per indurle ad apprezzarla di più. Una tattica sempre più impiegata da vari operatori è quella di chiedere un giudizio sui loro prodotti e servizi, ma solo su questi!

3

Come si attira l’attenzione? Con la paura e il sesso, soprattutto. I pubblicitari, da questo punto di vista, la sanno lunga. Eppure non sempre le pubblicità funzionano: bisognerebbe valutare il contesto dello spot, per esempio il film o la trasmissione nei quali sono inseriti. Dal punto di vista evoluzionistico, di fronte alla paura si vuole stare in gruppo, mentre lo stimolo erotico spinge lontano dalla folla; se si vuole puntare sull’omologazione, bisogna lavorare in un contesto di stimoli violenti o spaventosi (un film horror); se invece l’obiettivo è sottolineare l’esclusività, va benissimo un film sentimentale.

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Il rischio è quello di prendere delle scorciatoie. Scegliere è faticoso, per questo si può abbreviare il processo optando per la prima opzione praticabile, per quella che ha più aspetti positivi (ma solo numericamente) oppure ci si concentra solo sugli aspetti positivi trascurando quelli negativi. Questa tendenza ha un nome: satisficing (“satisfy”= soddisfazione + “suffice” =sufficienza). Qualcuno la chiama filosofia del buono quanto basta (good enough society): perché ascoltare la musica in alta definizione se posso scaricare un MP3?

Chi deve persuadere, sa sfruttare queste debolezze.

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Sempre a proposito di attenzione, il potente effetto di un cambiamento rapido delle circostanze ambientali influisce sulla nostra capacità di concentrazione. Anche qui ci sono motivazioni evoluzionistiche. In passato un movimento repentino poteva rappresentare un pericolo o una preda da catturare.
Perché passando da una stanza all’altra non ci ricordiamo più che cosa dovevamo fare? Attraversare la soglia ci fa dimenticare l’intenzione che ci ha condotti lì, e il brusco cambiamento di ambiente intorno a noi ha dirottato l’attenzione, distogliendola dallo scopo prefisso, cancellandolo della memoria. Il cambiamento suscita nel cervello una risposta di orientamento indirizzata allo spunto più efficace, ancor prima di percepirlo.

Nei film il montaggio ha la stessa importanza delle riprese: si usa il montaggio per indurre le persone a spostare l’attenzione su quelle parti del messaggio ritenute fondamentali. Trucchetto: nei video ogni tanto cambiate inquadratura, o fare un lieve zoom. Per altri canali, come documenti o mail, basta far leva su un elemento distintivo di un prodotto che attiri l’attenzione.

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Oltre ad attirare l’attenzione verso lo stimolo, ai fini della persuasione è importante mantenerla. Certi tipi di informazione sono capaci di combinare la trazione iniziale con la durata: per esempio i riferimenti personali, irresistibili. Se condividiamo la foto di gruppo, ognuno guarderà prima se stesso.

Quando una persona riceve un’informazione destinata a sé, la comunicazione sarà più efficace. Pensate alle lattine di Coca Cola con stampati sopra i nomi più comuni. Ma vale anche se l’interlocutore ha qualcosa in comune con noi, per esempio lo stesso nome o la stessa data di nascita, lo vediamo come affine e abbassiamo le difese.

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Come insegna l’effetto Zeigarnik, ricordiamo tutto di un compito finché non è terminato. Quando si attende esito di qualcosa a cui si tiene molto non si riesce a pensare ad altro. Questo risponde a un bisogno umano: quello della chiusuracognitiva. Ecco perché in narrativa funzionano bene i cliffhanger: la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena. Vedi, per esempio, il “Codice Da Vinci” di Dan Brown.

Un espediente per una narrazione efficace è quello di sfruttare il mistero, gli enigmi, come in un libro giallo. Con questa sequenza:

1 porre enigma;

2 approfondire il mistero;

3 aprire strada a soluzione esatta, presentando e confutando spiegazioni alternative;

4 fornire l’indizio per la soluzione esatta;

5 risolvere l’enigma;

6 dedurre le conseguenze per il fenomeno studiato.

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È fondamentale anche il ruolo dell’associazione. Del resto, pensare è fare dei collegamenti. Si può usare il linguaggio per indirizzare l’attenzione e per persuadere, per esempio le parole che alludono al successo – come vincere, raggiungere, avere successo, padronanza – migliorano il livello di prestazioni e impegno.

Da questo punto di vista le metafore sono fenomenali. Per esempio, in politica, se siamo alle prese con il problema della criminalità, possiamo descriverlo come una “bestia feroce”, se vogliamo spingere politiche di tolleranza zero (mettere in gabbia) oppure come un “virus”, se vogliamo intervenire sul contesto ed eliminare le cause che ne favoriscono la diffusione (disoccupazione, scarsa istruzione, povertà).

I venditori conoscono bene il potere delle metafore. Nel libro si cita il caso di Ben Feldman, il più grande venditore di assicurazioni, che era un maestro della metafora: “la gente non muore, ma abbandona il campo”.

Le metafore funzionando nell’innescare le associazioni anche senza usare le parole. Per esempio i CV stampati su cartoncino pesante ricevono una valutazione più positiva. Oppure chi tiene in mano qualcosa di caldo, come una tazza di caffè, si dimostra più cordiale e fiducioso verso gli altri.

Allo stesso modo occorre evitare le associazioni negative: ai venditori di auto di seconda mano si sconsiglia di usare la parola “usato”, che dà l’idea di usura; piuttosto possono parlare di “precedenti proprietari”, espressione che rimanda al concetto di possesso.

Nelle offerte commerciali bisognerebbe evitare le parole “prezzo” e “costo”, associate a perdita finanziarie, ma occorrerebbe parlare di “acquisto” o “investimento”, legate al concetto di “guadagno”.

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Il facile funziona. Ci piace l’idea di afferrare una idea senza sforzo. Anche le poesie funzionano di più se sono in rima: non solo perché più “musicali”, le consideriamo anche qualitativamente migliori. Per questo riscontriamo maggior simpatia verso chi ha un nome facile da ricordare, o per aziende che hanno un nome facile (in borsa hanno più successo).

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Ultima considerazione: la presuasione può essere anche rivolta a sé. Per esempio il meccanismo del se/allora quando, che permette di imporre dei trigger mentali che inducono dei comportamenti, costringendo la nostra psiche a rilevare l’opportunità. Questo può funzionare, per esempio, in una dieta. Ci possiamo dire: “Se a fine pranzo il cameriere mi chiede se voglio il dolce, allora prendo una tisana”. Questo permette di autocondizionarci, come se fossimo i cani di Pavlov.

 

Nel libro Cialdini spiega molte altre cose, non ultimo come evitare di cadere in questi tranelli. Se vuoi leggere altre mie recensioni, fai clic qui.

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Social e minori: perché le foto delle mie figlie non sono online

A ogni incontro sull’uso consapevole della tecnologia che faccio per i genitori di mezza Italia (vedi per esempio il corso sulla navigazione familiare), racconto che le foto delle mie due figlie non solo online. Per un paio di ragioni.
Al di là delle questioni legali (che affronterò nella seconda parte di questo post), la prima è una questione di opportunità. Una volta che le foto sono pubblicate o postate, o inviate in privato su WhatsApp, sono irrimediabilmente perse. Non ho più alcuna possibilità di controllarne la diffusione. Del resto nell’era digitale i contenuti pubblicati hanno sostanzialmente quattro caratteristiche:

  1. i file che inviamo online rimangono potenzialmente per sempre (persistenti);
  2. sono copiabili senza limitazioni (replicabili);
  3. possono raggiungere un pubblico ampissimo (scalabili);
  4. sono sempre trovabili grazie a parole chiave associate a foto e video (ricercabili).

La seconda ragione è di carattere personale: le mie bimbe sono persone e in futuro avranno il diritto di gestire la propria presenza online come meglio credono, senza essere associate alle foto che ho diffuso io. I figli, inoltre, ci chiedono coerenza: come posso dire alle mie figlie di non sovraesposti, per esempio postando selfie in continuazione, se fino al giorno prima ho pubblicato io le loro immagini?

Qui puoi vedere un video di un mio intervento sul tema per genitori e figli della scuola media di Cornate D’Adda (LC):

Gli aspetti legali

Tra i docenti di Primopiano, azienda per la quale faccio formazione per i giornalisti, c’è anche l’avvocato Marisa Marraffino, esperta di reati informatici e dei rischi della Rete in generale; inoltre collabora a progetti contro il cyberbullismo nelle scuole, a Master universitari e con la sezione “Norme e Tributi del Sole 24 Ore” (vedi per esempio questo articolo sul cyberbullismo).

Le ho chiesto di chiarire, dal punto di vista legale, la relazione tra genitorialità e contenuti dei minori online. In questa breve intervista, l’avvocato Marraffino spiega che il minore è portatore del diritto alla riservatezza, e cita diverse pronunce. Per esempio quella del Tribunale di Livorno, che ha ordinato al genitore di disattivare l’account creato a nome del figlio minorenne, oppure quella del Tribunale di Mantova: sancisce che per pubblicare le foto dei minori sul Web ci vuole il consenso di entrambi i genitori. L’avvocato ricorda che, come si legge nel testo unico della privacy, la foto è un dato personale.
In Italia la tutela dei figli è rafforzata dalla legge di ratifica della convenzione sui diritti del fanciullo di New York, che sancisce il diritto all’identità digitale, anche sui social network. Il rischio, sempre più concreto, è quello che i genitori vengano trascinati in tribunale dai figli, come già successo, per esempio, in Francia.

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